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Patrimonio

Una storia vera

Di

Editore: Einaudi

4.3
(830)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 187 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Portoghese

Isbn-10: 8806190806 | Isbn-13: 9788806190804 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Vincenzo Mantovani

Disponibile anche come: Paperback , eBook

Genere: Biography , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
In "Patrimonio" l'autore di "Everyman" racconta la lenta malattia di suo padre, che a ottantasei anni lotta ostinato per vincere un tumore al cervello. Nello strenuo combattimento contro il dramma della vecchiaia lo assiste il figlio Philip, che nell'agonia del padre si identifica. "Patrimonio", come recita il sottotitolo, è una storia vera. Una storia crudele ed emozionante. Protagonista è Herman Roth, il padre di Philip. Herman è un vedovo di ottantasei anni, agente di assicurazioni in pensione, conosciuto un tempo per il suo genio, la sua forza e il suo fascino, che ora lotta contro un tumore al cervello. Colmo di amore e attenzioni, di ansia e terrore, Philip accompagna il padre in ogni momento di questa enorme esperienza, lungo il calvario di una dilatata agonia. Il figlio condivide l'umore e le miserie che il malato è costretto a subire — consulti medici, l'orrore del decadimento fisico, l'attesa inumana della separazione finale. Gli episodi memorabili si accumulano: il figlio che paragona la fredda tomografia del padre al calore della propria biografia; il confronto del suo lascito patrimoniale con quello di un taxista psicopatico; ma anche il concerto di musica da camera suonato dagli amici per Herman; o Philip che telefona a Joanna, una compagna d'università, per calmare le proprie angosce. Attraverso un portentoso atto di onestà e sensibilità, Philip Roth crea quello che è senza dubbio uno dei suoi piú grandi personaggi, suo padre; e lo fa raccontando in modo impeccabile la complessa relazione che li univa; meditando ancora una volta sulla morte e il timore che suscita in tutti noi, e sull'assoluta vulnerabilità cui ci condanna l'amore. Una elegia della paura e della compassione, l'estremo atto di un amore filiale.
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    Questo libro è un'esperienza molto forte che mette alla prova la testa e il cuore del lettore. Questo libro mi è stato regalato e mi è molto prezioso perché, come dice il titolo, è diventato un patrimonio che mi porto nel cuore.
    Il libro è stato scritto da uno degli autori americani più amati, ap ...continua

    Questo libro è un'esperienza molto forte che mette alla prova la testa e il cuore del lettore. Questo libro mi è stato regalato e mi è molto prezioso perché, come dice il titolo, è diventato un patrimonio che mi porto nel cuore. Il libro è stato scritto da uno degli autori americani più amati, apprezzati e acclamati dell'ultimo secolo. Un autore ebraico che si porta sulle spalle il lascito della storia di un popolo e di una comunità, tutto sommato fortunata, trapiantata in un paese che ha dato loro speranza e opportunità. Tutto ciò viene letto e raccontato dall'autore tramite gli occhi di un padre che è arrivato alla fine del suo viaggio. Philip ci racconta per flash le esperienze, ma soprattutto il carattere del padre, Herman, un uomo proveniente da una povera famiglia ebrea arrivata a Newark. Egli, col suo lavoro di assicuratore, ha saputo dare alla propria famiglia un futuro, speranze e grandi possibilità. Quest'uomo è sempre stato una roccia ed ora il figlio lo deve vedere sfiorire pian piano per colpa di una malattia. Il libro non è soltanto il ricordo di alcuni momenti fondamentali della vita del padre e della sua famiglia; è il percorso di una esperienza umana e la consapevolezza, dolorosa, della destinazione verso la quale navighiamo tutti. È la consapevolezza che quello che noi tutti siamo è inevitabilmente legato a quello che i nostri giocatori, e i nostri antenati ci hanno lasciato, è il patrimonio di cui tutti siamo depositari. A mio avviso, nel corso della lettura non possiamo fare a meno di pensare che questo patrimonio non è soltanto qualcosa di genetico, il nostro aspetto, o psicologico, il carattere che sviluppiamo, ma in generale la nostra umanità, o fragilità, la nostra ancora ma anche la nostra vela. Non è una lettura facile o leggera anche perché ti mette inevitabilmente di fronte al tema dell'inesorabile passare del tempo e del consumarsi della vita. Nello stesso tempo l'autore riesce a trattare il tutto anche con toni che appaiono a volte leggeri; ogni tanto emerge il famoso humor ebraico, e sempre attraverso uno stile godibilissimo. La scrittura è accessibilissima al grande pubblico, pur essendo niente affatto semplicistica o banale.

    ha scritto il 

  • 4

    Mi colpisce sempre il bisogno che molti scrittori hanno di dedicare un libro al proprio genitore. Spesso sono libri pieni di risentimento e di livore, penso a la "Lettera al padre" di Kafka o a "Il male oscuro" di Giuseppe Berto. Roth, invece, in questo libro ci racconta un uomo che ha sempre ama ...continua

    Mi colpisce sempre il bisogno che molti scrittori hanno di dedicare un libro al proprio genitore. Spesso sono libri pieni di risentimento e di livore, penso a la "Lettera al padre" di Kafka o a "Il male oscuro" di Giuseppe Berto. Roth, invece, in questo libro ci racconta un uomo che ha sempre amato e rispettato, che gli è stato sempre vicino, anche quando, come scrittore, creava imbarazzo tra gli ebrei del suo quartiere e non solo, e che lui ha teneramente accompagnato verso la morte. Bel libro.

    ha scritto il 

  • 4

    Dire l'indicibile.

    Quando sei ancora nel pieno dei tuoi giorni, e non conti il tempo che passa perchè sei troppo impegnato a vivere cercando spazio nei cumuli di immagini e impegni che ti sei costruito, cumuli che magari vogliono diventare quello che sei: di solito è in quel momento che devi guardare in faccia la m ...continua

    Quando sei ancora nel pieno dei tuoi giorni, e non conti il tempo che passa perchè sei troppo impegnato a vivere cercando spazio nei cumuli di immagini e impegni che ti sei costruito, cumuli che magari vogliono diventare quello che sei: di solito è in quel momento che devi guardare in faccia la morte.

    Tutti dobbiamo accettare di dover un giorno seppellire un padre, perchè il contrario è una tragedia così immane da essere contro natura. Eppure nessuno è mai pronto per quel momento in cui tutti i cumuli cascano a terra ridotti in polvere, e ognuno si arrabatta con quello che ha nell'anima, che è tutto quello che resta.

    Quando il chirurgo mi ha mostrato il volto della morte di mio padre, tutto quello che ero era solitudine, e nella solitudine la ho affrontata. Quando Philip Roth ha sbattuto contro la morte del padre, tutto quello che sapeva fare è scrivere: e scrivendo la ha affrontata. Questo libro è il risultato di quell'annaspare.

    Che dia un'immagine spaventosamente realistica di come ti crolli il mondo addosso lo può capire solo chi ci è passato. Chi non ci è passato può solo fidarsi. Perchè quella persona che ti ha fatto battere la testa contro il muro dalla rabbia, che hai odiato in preda alla frustrazione più nera, al quale pensi si e no per le feste comandate quando hai ormai una famiglia tua, non ci si rende conto che è il pilastro su cui hai costruito l'immagine di te stesso. E allora è inutile dilungarsi su quello che hai scelto tu quando è toccato a te, e invece questo ebreo americano ha fatto diversamente, spinto magari da una cultura diversa dalla tua e che fai persino fatica a rispettare. Ogni scelta sarebbe comunque sbagliata, e se chi legge questo libro prima che tocchi a lui se ne rende conto, allora sarà stato utile una volta di più.

    Di fronte a temi simili non c'è molto altro da dire se non che è stato piacevole scoprire sotto il velenoso sarcasmo di Nathan Zuckerman un uomo comunque disincantato nei confronti dell'amore, ma che di esso non riesce a farsi beffe. Anzi che non riesce a smettere di ricercarlo comunque e che vive con sofferenza la consapevolezza dell'inutilità di tanto sforzo. Stessa sofferenza che infligge all'ebreo della diaspora arricchito, che ha fatto propria la morale americana del successo e dell'arricchimento, la domanda senza risposta del ricco davanti alla morte: perchè devo morire? Perchè non posso comprarmi un'altra vita col mio denaro?

    E mentre chiudo questo libro pensando alla tomba del povero babbo, penso alla stupidità del sogno americano ed alla stupidità doppia degli ebrei americani che la hanno accettata; ma penso anche alla voce chioccia che grida in un'aia di campagna siciliana "roba mia! Vientene con me!!!"

    ha scritto il 

  • 4

    Il mio primo Roth

    Una storia vera, devastante come una malattia incurabile, triste come un addio. Eppure densa di amore per la vita, di orgoglio, dignità e tenacia. Una scrittura pulita, netta, bella.

    (Tre stelline e mezzo)

    ha scritto il 

  • 4

    Patrimonio, una storia vera, tocca la corda delle emozioni con la forza di sempre. Lo sguardo di Philip Roth si posa sul padre ottantaseienne che, famoso per il suo vigore, il fascino, il repertorio di ricordi connessi a Newark, lotta contro un tumore al cervello destinato a ucciderlo. Il figlio, ...continua

    Patrimonio, una storia vera, tocca la corda delle emozioni con la forza di sempre. Lo sguardo di Philip Roth si posa sul padre ottantaseienne che, famoso per il suo vigore, il fascino, il repertorio di ricordi connessi a Newark, lotta contro un tumore al cervello destinato a ucciderlo. Il figlio, colmo d'amore, ansia e paura, accompagna il padre attraverso ogni fase del suo spaventoso viaggio finale, e nel processo mette in luce la determinazione a sopravvivere che ha caratterizzato la lunga e testarda relazione di Hermann Roth con la vita. Un compito assai arduo si pone questo romanzo, raccontarci la figura di Hermann – padre di Philip – nella sua lenta decadenza, nel suo vociferare silenzioso, nelle sue lunghe pause, per approdare nella perpetuità della quiete, la morte. La morte che non è solo quella del cuore, ma è la morte di un amore cesellato di attenzione, quelle banali, e forse insignificanti, ma che in certi momenti trovano tutto il loro profondo senso. Un rapporto che si invertirà, se prima il padre era un uomo risoluto, determinato, e con un carattere forte dopo subirà l’angheria molesta della malattia, e Philip cercherà di occuparsi al meglio di ogni suo bisogno, venendo a configurarsi come una madre per lui. Commovente su più punti, e quel ‘devo lasciarti andare’ è frutto di una consapevolezza che alla morte non si scappa neanche con l’inganno, e che nonostante tutto un Patrimonio ora e sempre resterà nella sua memoria, anche se ormai tumuli di cenere sembra essere l’unica tangibilità – falsamente -.

    ha scritto il 

  • 4

    PATRIMONIO

    ATTENZIONE POSSIBILE SPOILER....Anche se io non credo ci sia, la storia è questa e basta, fin dalle prime pagine.


    “Patrimonio”, bellissimo e commovente romanzo autobiografico di Philip Roth, esce in America nel 1991 ma viene pubblicato in Italia solo molti anni dopo. ( Einaudi - Collana Co ...continua

    ATTENZIONE POSSIBILE SPOILER....Anche se io non credo ci sia, la storia è questa e basta, fin dalle prime pagine.

    “Patrimonio”, bellissimo e commovente romanzo autobiografico di Philip Roth, esce in America nel 1991 ma viene pubblicato in Italia solo molti anni dopo. ( Einaudi - Collana Coralli-2007). E’ la storia di Hermann Roth, il padre dello scrittore, che ormai ottantaseienne deve lottare contro un tumore al cervello inesorabile e galoppante. Hermann, un tempo affascinante e geniale assicuratore è da tanti anni in pensione. E’ rimasto vedovo dopo la morte improvvisa della moglie ma cerca di prendere sempre il meglio dalla vita attingendo forza soprattutto dai suoi ricordi personali, dalla sua memoria incredibile per ogni fatto familiare e non accadutogli nella vita. E’ addirittura la memoria storica di Newark, la cittadina in cui ha vissuto, di ogni sua strada, di ogni negozio, di ogni fabbrica, di ogni famiglia, di ogni persona. Il figlio Philip, scrittore ormai affermato, lo accompagna in questo ultimo triste viaggio regalando al lettore una vera e propria storia d’amore, l’amore tra un padre e un figlio, e una marea di sentimenti in cui ciascuno di noi può riconoscersi, specchiandosi nella loro nitidezza, nella loro intensità, nel loro coraggio. Un figlio, un tempo guidato da un padre forte, ora si trasforma per lui addirittura in una madre che accudisce con attenzione ogni suo minimo bisogno, pronto a sostenere le sue sconfitte contro la fragilità del corpo e l’avanzare della vecchiaia unita alla terribile capacità distruttiva della malattia. Ma nei sogni, questo figlio è consapevole di vivere in eterno come “il suo figlio piccolo” e sa che questo padre rimarrà per sempre vivo in lui come “il padre”, pronto a giudicare qualsiasi cosa egli faccia. Philip sa che di lui nulla deve dimenticare, perché lui, quando non ci sarà più, potrà essere ricreato nella sua mente e solo così non lo perderà. “ Lo osservai intensamente, come per la prima volta…dovevo fissarmelo nella memoria per quando fosse morto. Forse gli avrebbe impedito di sbiadire e diventare etereo con il passare degli anni. Devo ricordare con precisione,-mi dissi-, ricordare ogni cosa con precisione, in modo che quando se ne sarà andato io possa ricreare il padre che ha creato me. Non devo dimenticare nulla”. Hermann non era un padre qualunque, dice Roth, era “il padre”, con tutto ciò che c’è da odiare in un padre e tutto ciò che c’è da amare. La sua perdita è devastante. Quella massa tumorale si comporta come fanno tutte le masse di qualsiasi tipo quando sono in marcia nella loro cieca avanzata, trascinando tutto dietro di sé, travolgendo ogni cosa. Perché si deve morire? “Morire è un lavoro e lui era in gran lavoratore. Morire è orribile e mio padre stava morendo”. Ma Hermann non smette di elargire i suoi insegnamenti fino all’ultimo respiro, facendo appello a tutta quella amalgama di sfida e rassegnazione con cui aveva imparato ad affrontare le umiliazioni della vecchiaia e della malattia e continua a ricordare con ostinazione la sua vita, perché, per lui, essere vivi è essere fatti di ricordi e se un uomo non è fatto di ricordi, è fatto di niente. Il patrimonio che lascia un padre è tutto ciò che è stato, sono i suoi pensieri, la sua forza, il suo amore, la tenacia, la dignità, i suoi eccessi, ogni sua debolezza, la corruttibilità del suo corpo, le sue braccia sempre più deboli che non possono più stringerci forte, le sue gambe vacillanti che non possono più orientare e sostenere il nostro passo. Fino a che giunge quel momento, ineluttabile e doloroso, di accompagnarlo dall’altra parte e di sussurrargli piano “ Papà, devo lasciarti andare”.

    ha scritto il 

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