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Pedro Paramo

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Publisher: Grove Press

4.1
(800)

Language:English | Number of Pages: 124 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Spanish , Italian , German , French , Dutch , Portuguese , Polish

Isbn-10: 0802133908 | Isbn-13: 9780802133908 | Publish date:  | Edition Reprint

Translator: Margaret Sayers Peden

Also available as: Hardcover , Others

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy

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Book Description
Desde su aparición en 1955, esta extraordinaria novela del mexicano Juan Rulfo se ha traducido a mas de treinta lenguas y ha dado lugar a multiples y permanentes reediciones en los países de la lengua hispana. Esta edición, única revisada y autorizada por la Fundación Juan Rulfo, debe ser considerada como su edicion definitiva.
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  • 0

    Non posso dare stelle a questo romanzo poiché è stato difficile leggerlo e pesante e lungo (solo 140 pagine che mi sono sembrate eterne). Ma come posso giudicare negativamente un libro che Gabriel ...continue

    Non posso dare stelle a questo romanzo poiché è stato difficile leggerlo e pesante e lungo (solo 140 pagine che mi sono sembrate eterne). Ma come posso giudicare negativamente un libro che Gabriel Garcia Marquez così descrive: <<Alvaro Mutis salì a grandi falcate i sette piani di casa mia con un pacco di libri, separò dal mucchio il più piccolo e mi disse ridendo forte “Leggi questa sciocchezza, cazzo, e impara!” Era Pedro Pàramo. Quella notte non riuscii a dormire prima di aver finito di leggerlo per la seconda volta>>???

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  • 5

    Forze sepolte

    Storia senza tempo, viaggio nell'interiorità, violenza dell'immaginazione: un romanzo che irrompe sulla scena con una magia, alla ricerca di un padre mitico e spirituale, e scivola nella notte ...continue

    Storia senza tempo, viaggio nell'interiorità, violenza dell'immaginazione: un romanzo che irrompe sulla scena con una magia, alla ricerca di un padre mitico e spirituale, e scivola nella notte poetica della lontananza. Da leggere più volte, senza riposo, per lasciarsene trasformare come a teatro, per sognare di ombre che ballano e colline che si incendiano. Racconto molteplice e selvaggio.

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  • 4

    "Dove i sogni mi hanno fatta dimagrire. Il mio paese, alto sulla pianura. Pieno di alberi e di foglie, come un salvadanaio dove abbiamo conservato i nostri ricordi. Sentirai che li ci si vorrebbe vivere per l'eternità. L'alba; il mattino; il mezzogiorno e

    la notte, sempre uguali; ma con la differenza dell'aria. Là, dove l'aria cambia il colore delle cose; dove la vita aleggia come se fosse un mormorio; come se fosse solo un mormorio della vita..."

    La ...continue

    la notte, sempre uguali; ma con la differenza dell'aria. Là, dove l'aria cambia il colore delle cose; dove la vita aleggia come se fosse un mormorio; come se fosse solo un mormorio della vita..."

    La nera terra di Comala esala, come una nebbia umida, densa, soffocante, i pensieri ed i ricordi dei suoi morti, in una notte accesa da stelle gonfie e da una luna larga quanto il cielo. Nell'aria marcia quei pensieri zuppi di dolore, di pianto, si intrecciano incessantemente gli uni con gli altri sino a generare un grande albero nero, con nodose radici nel passato e una nuda chioma nel futuro, dentro e sopra il quale tutte le ombre di coloro che furono (nacquero, vissero e morirono portando sulle labbra, e dentro il cuore, un lamentoso silenzio) possono continuare a perdurare (non vivere) senza pace per raccontare al figlio ritrovato la loro triste storia e trascinare così anche lui, in un modo dolce ma inesorabile, a nutrire la terra.

    Con una scrittura rabdomantica, diretta, violenta, Rulfo fotografa un sogno luttuoso, dissoda la terra, pota l'albero, disvela, progressivamente, la mesta bellezza di un'anima collettiva (quella di Comala, quella del Messico, e oltre) piegata, violata, violentata (dal disgusto, dalla vergogna, dalla colpa, dai soprusi). Non esistono più né re né padroni: la morte ha il potere di trasformare anche l'uomo più potente in un mucchio di pietre, una spoglia lapide tra le centinaia che popolano il paese-cimitero di Comala.

    https://www.youtube.com/watch?v=PNCu5eCYcdE

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  • 4

    e ½ - Rilassati, non pensare a niente, chiudi gli occhi e … andiamo, vieni anche tu a conoscere mio padre

    «Venni a Comala perché mi dissero che qua viveva mio padre, un tal Pedro Páramo.» Aprite le porte, levate gli ormeggi, sbarazzatevi di telefonini, ipad, sveglie e orologi, e lasciatevi ...continue

    «Venni a Comala perché mi dissero che qua viveva mio padre, un tal Pedro Páramo.» Aprite le porte, levate gli ormeggi, sbarazzatevi di telefonini, ipad, sveglie e orologi, e lasciatevi trasportare dalla fantasia di Juan Rulfo, padre figlio e spirito santo del “realismo magico”.

    Dolores Preciado, a un passo dalla morte, si fa promettere dal figlio che si recherà a Comala per conoscere suo padre ed esigere ciò che gli spetta. Juan, seppellita l’adorata madre, che per anni gli aveva riempito la testa di magnifiche descrizioni della Comala che aveva abbandonato molti anni prima senza più farvi ritorno, parte alla ricerca del padre e, ben presto, si rende conto che, camminando su strade polverose, non si sta muovendo solo nello spazio ma anche nel tempo. Appena giunto a destinazione, Juan crede di vedere intorno a sé solo mura diroccate, abbandono e squallore ma ben presto deve convincersi che quella città, apparentemente abbandonata, è in realtà abitata dalle anime tormentate di coloro che lì sono vissuti e morti. È così che Juan incontra alcune donne, le quali, ricordandosi perfettamente di Doloritas, si prendono cura di lui come se fosse anche figlio loro e gli raccontano delle loro vite, inestricabilmente legate a quella di Comala e, ancor più saldamente, a quella di suo padre, di Pedro Páramo.

    Con una prosa che alterna dialoghi secchi a immagini estremamente liriche, Juan Rulfo, vincendo abilmente tutte le nostre difese razionali, ci fa immergere completamente nel mondo impossibile e pure tangibile che ha creato. Grazie a Juan, alle donne che gli raccontano delle loro vite e ad alcuni episodi occorsi molti anni prima ma ancora e per sempre immersi nel presente infinito di un posto tanto strano e affascinante, impariamo a conoscere quello che fu, né più né meno, il padrone di Comala: Pedro Páramo.

    Con il suo mondo abitato da spettri, Juan Rulfo descrive la situazione sociale che il suo Paese, il Messico, visse durante la prima metà del ’900: i soprusi dei grandi possidenti sui poveri e sulle popolazioni native, le infinite rivoluzioni, tutte destinate al fallimento per la scarsa rettitudine dei capi e per la corruzione perpetrata dai ricchi padroni, sempre pronti a piegare al loro volere tutto e tutti, compresa la chiesa, i cui pastori finivano immancabilmente per preferire le lusinghe dei lupi ai bisogni del gregge impaurito, e, ancor più penosa, la situazione nella quale erano costrette a vivere le donne: oggetti di piacere per i padroni e serve o poco più per i padri, i mariti e i figli.

    È un libro tanto breve “Pedro Páramo”, ma talmente pregno di eventi e ricco di spunti che se ne potrebbe parlare per ore. Conviene di gran lunga leggerlo. Se vorrete godervelo fino in fondo, però, dovrete essere disposti a mollare la presa sulla realtà materiale e lasciare che la scrittura di Rulfo vi trasporti oltre la barriera del razionale e del certo. Dovrete leggerlo con gli occhi chiusi.

    «Álvaro Mutis salì a grandi falcate i sei scalini di casa mia con un pacchetto di libri in mano, separò dal mucchio il più piccolo e sbellicandosi dal ridere mi disse: – Leggi questo, cazzo, e impara! – Era Pedro Páramo. Quella notte non potei dormire prima di averlo letto una seconda volta. Mai, dalla notte tremenda in cui lessi La Metamorfosi, dieci anni prima, in una lurida pensione per studenti a Bogotà, avevo provato una commozione simile». è parola di Gabriel García Márquez

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  • 5

    I libri che fondano generi, non possono essere giudicati attraverso questi. Essi fanno parte della schiera degli inimitabili, sono archetipici; misteriosamente alieni al mondo e da esso venerati. ...continue

    I libri che fondano generi, non possono essere giudicati attraverso questi. Essi fanno parte della schiera degli inimitabili, sono archetipici; misteriosamente alieni al mondo e da esso venerati. Juan Rulfo ha scritto Pedro Paramo nel 1955, dopo una serie di racconti che in qualche modo preannunciavano il suo opus magnum, e molti hanno cercato di seguire la sua scia, una scia che hanno chiamato, con scarsa benevolenza, realismo magico. Rulfo ha poi taciuto per sempre o forse è morto della stessa morte dei suoi personaggi. Un gentile trapasso, con un mormorio timido, un razzolare nel purgatorio delle sue visioni così compatte e aderenti alla realtà sociale messicana, e di quella di tutta l’America latina. Nessuno l’ha più sentito. Ma come spesso accade, gli alti tradimenti sono quelli dove il delitto è contro chi ci ha insegnato qualcosa, contro chi era dalla nostra parte. Rulfo è stato per certi versi tradito dai suoi epigoni, e un libro come Pedro Paramo è stato riscritto in lingue che sono più esili dei mormorii dei morti di Comala. Come tutti i libri fantastici, ha fatti la cui realtà non possiamo indagare o decifrare; i presunti fantasmi, i mormorii, l’aridità metafisica dei luoghi e la pioggia, i cavalli solitari e sciolti in corsa sulle pianure, sono solo pezzi di un mondo che non ha mai trovato una voce. Ci devono venire incontro e aiutarci secoli di letteratura, di sogni e di visioni. La narrazione, l’iteratività delle azioni e dei nomi, le versioni differenti dello stesso paese hanno il registro onirico. Eppure la scrittura è precisa, cristallina. Il potenziale icastico delle descrizioni e delle rappresentazioni è superbo. Forse è un libro che parla della morte, questa fragile e lenta asfissia. Sicuramente parla di solitudine: epicentro del mondo latinoamericano, tormento dell’esilio, mare sconfinato e profondo. Bisogna arrivare alla fine per capire che prestare attenzione alle voci è un dettaglio che distrae dalla sostanza, che tutti gli uomini sentono la pena del vivere allo stesso modo. Quando al protagonista la donna chiede cosa l’abbia portato a Comala, Juan Preciado non ha dubbi e risponde: l’illusione. Non ci vuole molto a capire a cosa alluda il ragazzo, l’alta speranza riposta nel suo giovane cuore, risonante nelle parole che la madre gli affida poco prima di morire: fagli pagare caro l’oblio in cui ci ha lasciati. E’ l’illusione dell’incontro, della conoscenza dell’altro, del possibile. L’oblio è figlio della solitudine e della morte, ma non di una donna. Le donne, in Rulfo, sono tutte solidali. Juan Preciado è figlio di tutte le donne di Comala e da tutte è stato partorito.

    Con Pedro Pàramo, Rulfo ha scritto uno dei migliori romanzi contemporanei. Come per Montale, per Kafka, per la Dickinson, per Ungaretti, anche per Juan Rulfo ognuno sta solo sul cuor della terra. Trafitto da un raggio di luce. Luce di luna a Comala. Brivido azzurro. Ed è subito sera.

    Pedro Paramo aprì la porta e si mise accanto a lei, lasciando che un raggio di luce cadesse su Susana San Juan. Vide i suoi occhi chiusi come quando si sente un dolore dentro; la bocca umida, dischiusa, e le lenzuola scostate da mani incoscienti fino a mostrare le nudità del suo corpo che cominciò a contorcersi in convulsioni. Poi sentì che la testa le si conficcava nel ventre. Cercò di staccare il ventre dalla testa; di mettere da parte quel ventre che le schiacciava gli occhi e le mozzava il respiro; ma si rovesciava sempre più come se affondasse nella notte.

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  • 4

    Allora, questo romanzo ha una storia. Avevo appena finito di leggere (estasiato) “Il trono dell’aquila”, di Carlos Fuentes, ed ero ebbro di Messico. Allora leggiucchiando qua e là ho scoperto ...continue

    Allora, questo romanzo ha una storia. Avevo appena finito di leggere (estasiato) “Il trono dell’aquila”, di Carlos Fuentes, ed ero ebbro di Messico. Allora leggiucchiando qua e là ho scoperto che Fuentes era considerato il più grande scrittore messicano assieme ad Octavio Paz ed a tale Juan Rulfio. Ora, va bene Octavio Paz, ma io di questo Juan Rulfio non avevo mai sentito parlare. Vado su Wikipedia e leggo questa cosa a proposito del suo romanzo più famoso, “Pedro Paramo”: “È nota la dichiarazione di Gabriel García Márquez a proposito del romanzo: “Álvaro Mutis salì a grandi falcate i sei scalini di casa mia con un pacchetto di libri in mano, separò dal mucchio il più piccolo e sbellicandosi dal ridere mi disse: – Leggi questo, cazzo, e impara! – Era Pedro Paramo. Quella notte non potei dormire prima di averlo letto una seconda volta. Mai, dalla notte tremenda in cui lessi La Metamorfosi, dieci anni prima, in una lurida pensione per studenti a Bogotà, avevo provato una commozione simile”. Ed a quel punto non potei non comprarlo e leggerlo al volo. 2 volte. E’ un romanzo breve ubriacante, in cui una serie di sospiri, sussurri di anime morte vagano sperdute in un paese fantasma: l’idea di questo romanzo, ampliata, rimaneggiata, magnificata dalla penna di Garcia Marquez diventerà 100 anni di solitudine.

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