Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Penultimo nome di battaglia

Di

4.0
(16)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 126 | Formato: Altri

Isbn-10: 8883732081 | Isbn-13: 9788883732089 | Data di pubblicazione: 

Ti piace Penultimo nome di battaglia?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 5

    Nei romanzi polizieschi che mi piacevano da ragazzo il detective, alla fine, riuniva tutti in salotto e svelava il mistero con una intelligenza che mozzava il fiato

    . A me non è mai successo, e non succederà mai. La vita e Agatha Christie non hanno mai avuto niente a che fare.


    Il tutto inizia in una cameretta a due letti in un piccolo ospedale di paese argentino.
    Su un letto uno malridotto si ricorda solo il suo nome e la professione, è giornal ...continua

    . A me non è mai successo, e non succederà mai. La vita e Agatha Christie non hanno mai avuto niente a che fare.

    Il tutto inizia in una cameretta a due letti in un piccolo ospedale di paese argentino. Su un letto uno malridotto si ricorda solo il suo nome e la professione, è giornalista. Su l’altro letto un uomo veramente mal ridotto, sta per morire. Non riescono a sentire il loro corpo, non riescono a muoversi, ma tra un dormiveglia e l’altro provocato dalla loro salute e dai potenti sedativi dati via endovena riescono in qualche modo a comunicare. E il primo da serio professionista sente che c’è il colpo giornalistico, lo "scoop" che lo renderà finalmente famoso e cerca in tutti i modi di intervistare l’altro spremendolo come un limone senza tener conto delle sofferenze di questa persona.”Ecco come è la vita di un giornalista: ammucchiare merda finché la merda lo affogherà. E a quel punto gli danno un calcio in culo…” Così parte la storia, qualcuno la classifica come un “noir” altri un “giallo”,… non lo so …. Ci sono mille piccoli racconti, mille episodi descritti da varie voci, l’ordine non è cronologico, sembra inspiegabile ma alla fine tutto torna con un rigore sorprendente. Una lettura a volte difficile, ti sembra di guardare attraverso una di quelle orrende gocce di un lampadario di Boemia. Pian piano appare la storia del “camaleonte”, il trasformista per eccellenza, lo “Zelig” argentino, il genio del male. E tutto poi finisce nella stessa stanza di ospedale in un finale davvero bellissimo, sorprendente, perfetto. Vi consiglio di leggere il libro, il finale è davvero “superb”, vi consiglio di farlo tutto d’un fiato se possibile. Non posso dire altro non voglio togliere il piacere del finale,…. Anzi, ho scritto delle cose volutamente ambigue e leggermente sbagliate apposta, per mettervi fuori strada. Dietro a tutto questo c’è il vero racconto, l’infamia del potere di Videba, le carceri e i manicomi, i “desaparecidos”, la gente buttata in mezzo all’oceano dagli aeroplani militari. Raùl Argemi, all’età di 28 anni, ha trascorso dieci anni in carcere per motivi politici e la cosa non credo la possa facilmente rimuovere dalla sua mente. Dietro c’è l’orrore delle spie per paura o ricatto nei tuoi vicini di casa, nei tuoi parenti, nel prete che ti confessa, il drammatico rapporto di terrore, il rapporto mostruoso tra carnefice e vittima. Cito come ultimo due righe che mi hanno ossessionato per tutto il racconto e riguardano il rapporto vittima e carnefice:” Sapeva come sa la volpe quando si sveglia nel silenzio notturno, con la certezza che i cani scopriranno le sue tracce la mattina seguente. Sorrise al buoi e si fece un po’ pena, ma nello stesso tempo era soddisfatto. Come la volpe: tremava di paura di fronte ai cani, ma aveva bisogno di quei figli di puttana. La volpe senza cani era poco più di una mangiatrice di carogne.

    ha scritto il 

  • 3

    Che genere?

    E' un romanzo di genere, ma non saprei dire quale...
    Certamente non un noir, come invece è scritto nella solita quarta di copertina fuorviante.
    Poco più di cento pagine, piene zeppe di flashbackk, flash-aside, personaggi che si mescolano, si confondono, si sovrappongono fino ad un finale a sorpre ...continua

    E' un romanzo di genere, ma non saprei dire quale... Certamente non un noir, come invece è scritto nella solita quarta di copertina fuorviante. Poco più di cento pagine, piene zeppe di flashbackk, flash-aside, personaggi che si mescolano, si confondono, si sovrappongono fino ad un finale a sorpresa (ma forse neanche tanto). Troppo breve per andare oltre ad un abbozzo di tratteggio dei personaggi e per accennare solo superficialmente ai gravi eventi storici dell'Argentina dei Generali. E lo stile è troppo latino-americano per i miei gusti personali, senza avere però il dono della grande penna che è in grado di superare i limiti geografici.

    ha scritto il 

  • 5

    La vena agghiacciante dell’America Latina

    (Omaggio parafrasato nel titolo a Edoardo Galeano)
    Non lo definirei un noir, no, proprio per niente.(ma poi che vuol dire noir? Oggi tutto è noir, mi sento prigioniera )
    La cupezza e il viaggio lungo questa vena/autostrada di agghiacciante orrore sono così palpabili, la loro realtà di q ...continua

    (Omaggio parafrasato nel titolo a Edoardo Galeano)
    Non lo definirei un noir, no, proprio per niente.(ma poi che vuol dire noir? Oggi tutto è noir, mi sento prigioniera )
    La cupezza e il viaggio lungo questa vena/autostrada di agghiacciante orrore sono così palpabili, la loro realtà di quotidiano delirio, di un vergognoso passato mai troppo remoto( e mai dimenticabile ) dell’Argentina così “normali” da amplificare per contro la sordidissima e spaventevole serie di figure riflesse come dentro uno specchio, una panoramica che ha ben poco di costruzione gialla, inventiva, eroica,(pensandoci, la citazione quasi finale dei gialli alla “Christie” dà ancora più amarezza , nel dissacrante tentativo di tracciare una precisa linea di demarcazione tra ciò che è stato il Male-osceno-insanabile-coi denti digrignati e le bave luciferine- e una parvenza di Bene, da captare come acqua da rabdomante, chissà dove, chissà come).
    Argemì costruisce un incubo fatto di quotidianità, di percorsi di vita “normale”, come quelli che ha vissuto in prima persona( il suo “curriculum “ esistenziale “vanta” tristemente un decennio di prigionia in quel buco nero lacerato degli anni settanta della dittatura di Videla , e ciò basterebbe a dargli una sorta di venerabile rispetto , di religioso silenzio attonito, di spalle chine, di capo abbassato, di occhi vergognosi, di fronte alla laicissima via crucis , al rosario di nefandezze subite che nel suo come in mille altri casi sono così impensabili da essere clamorosamente vere); ma l’autore ha una sua forza lucida ed un distacco salvifico col quale edifica una costruzione arzigogolata ma netta , una specie di grattacielo di efficienti orrori, un mosaico dove tassello dopo tassello si delineano le inquietanti figure che quasi danzano, burattini ciondolanti, carnefici, vittime, feriti, “sommersi”, “salvati”, innocenze colpevoli e fragili crudeltà si intersecano, è una partita a domino, dove si rimescolano i pezzi ogni volta, cascando per terra con fragore, è una trama intessuta dove i salti avanti ed indietro della vicenda , il mescolarsi di passati vissuti, raccontati, ricordati o dimenticati( volutamente o meno) hanno il loro apice nel ruotare attorno ad una figura (una e trina, in una blasfema sacralità) così tremebonda da essere indimenticabile, il Camaleonte, una figura sconosciuta eppure vicina, reale eppure sfuggente, dalle capacità di indicibili e prodigiose trasformazioni, un Houdini del Male Estremo, un Hyde che si finge Jeckyll che si finge Hyde,un personaggio che avrebbe del circense e del funambolico se non fosse il doloroso simbolo di un amaro calice , di un distillato evaporato di una intera generazione di una nazione.
    Si disegnano così una serie di scatole cinesi di trasformazioni che finisce con lo sgretolarsi tra le nostre dita e le nostre supposizioni, mentre tratteniamo il respiro in una lettura in apnea ( è breve, angoscioso, scritto con netto e pulito metodo, anche nelle descrizioni più dure, o nell’ironia più spietata, quindi va letto senza interruzioni, senza freno a mano, senza confini, senza remore, senza sovrastrutture, senza distrazioni, senza appello, senza scialuppa di salvataggio) e si fa spazio l’Idea Spaventevole per eccellenza, l’Idea Sovrumana di un Male così “ normale” da divenire esso stesso vita e ricambio, scorre nelle vene delle flebo dell’ospedale, scorre lungo le bevute , brucianti in ogni senso, lungo le strade interrotte , gli inganni perpetuati, il Comune Denominatore dell’Orrore, scivola come le porte scorrevoli dell’Incubo-Aereo che è tenue filo legante e collegante, fluttua il Male Sovrano tra le ondate sottostanti, nelle meschinerie aguzze/di aguzzini , nella caduta senza fondo di martiri con le braccia in croce, di indios mapuche sedotti e abbandonati, nella perdita di una innocenza che parte da ancor più lontano, (dalle colonizzazioni ai “regni a venire”), nel delirio che diventa risveglio e nel sonno dove scivola la coscienza.
    La chiave dolorosa di lettura di un libro che ti frusta e ti inchioda al tuo posto fino all’ultima pagina e al (forse man mano pensabile) finale che sale affannoso e duro e ti ferma due lacrime salatissime che non cadranno, è l’Identità, persa, trovata, contraffatta, cercata, anelata, spinta, frenata, mascherata, sbagliata, paventata, rinnegata, Riflessa.
    L’Identità e il suo moltiplicarsi e dividersi , la sua scissione, i suoi sviluppi , le sue deviazioni, quasi frutto di una partenogenesi esistenziale , dove l’artiglio del passato non lascia scampo, ingoiando anche il presente.

    ha scritto il 

  • 4

    riflettere sul male

    Un inchiesta condotta dal letto d'ospedale sul quale è inchiodato, da un giornalista coinvolto in un incidente stradale. Sembrerebbe questa la trama del romanzo. Errore. Questo è un noir, d'accordo, e di noir siamo pieni ormai, ma questa è soprattutto una veloce escursione nei territori del male, ...continua

    Un inchiesta condotta dal letto d'ospedale sul quale è inchiodato, da un giornalista coinvolto in un incidente stradale. Sembrerebbe questa la trama del romanzo. Errore. Questo è un noir, d'accordo, e di noir siamo pieni ormai, ma questa è soprattutto una veloce escursione nei territori del male, nel buio profondo della recente storia argentina, quella storia che, se non si sa ricordare, si dovrà rivivere. C'è una inafferrabile creatura luciferina, il Camaleonte, che attraversa queste poche, nervose, amnesiche pagine. Ma tutto parte, e tutto ritorna, da una scena immobile, quasi beckettiana: due uomini immobilizzati, bendati, privati del controllo del loro corpo. Da qui si viene frullati nei peasaggi più diversi ed allucinati, si perde la cognizione del tempo e delle identità. C'è molto "montaggio" un queste pagine, forse troppo. E molta, troppa emozione. Ma c'è dolore autentico, personale, e in fondo non è una cattiva idea smontarlo, farlo intuire così, di sbieco, per pochi attimi e poi via, e poi ancora... fino alle ultime pagine (leggetelo in un'unica immersione, per favore). Ci sono i fantasmi del prigioniero politico Argemi dietro questo caleidoscopio di identità negate, di veri e propri "desaparecidos". Sotto la dittatura militare, il tuo vicino di casa puo essere un informatore, il prete della tua parrocchia colui che ti condanna all'inferno dei vivi. In una situazione limite, come quella di un uomo torturato in un campo di concentramento, chi e cosa diventa un uomo, cosa lo si puo far diventare? Ma su un tema come questo Argemì trova la lucidità e la distanza per scrivere un noir, un libro di genere, a suo modo. Non affronta il dolore per via diretta, esibendolo, lo alleggerisce, in un certo senso. Non solo. Riesce a confondere i campi di appartenenza di Bene e Male, rendendoli definitivamente intercambiabili. Sarà assurdo, ma mi venuto in mente il fu Mattia Pascal, leggendo del Camaleonte. Veramente una scoperta.

    ha scritto il