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Perché non sei venuta prima della guerra?

By Lizzie Doron

(104)

| Paperback | 9788880573005

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Book Description

"E ogni anno, al momento di cantare 'Uno è il nostro Dio', Helena sospirava e in una sorta di controcanto chiedeva: "Perché non due? Perché non due?", e poi spiegava il significato di quella domanda: "Perché quello che abbiamo ha sbagliato, e non c'e Continue

"E ogni anno, al momento di cantare 'Uno è il nostro Dio', Helena sospirava e in una sorta di controcanto chiedeva: "Perché non due? Perché non due?", e poi spiegava il significato di quella domanda: "Perché quello che abbiamo ha sbagliato, e non c'era un altro Dio che correggesse lo sbaglio". E in una tremenda afflizione aggiungeva: "Peccato, peccato che ce n'è uno solo e non di più". Un libro assolutamente nuovo sulla Shoah, di cui non si parla mai espressamente ma che affiora oscura e devastante solo attraverso le ferite e i fantasmi che ossessionano Helena. Una figura di donna che, indomita, riesce a trasformare l'esperienza del dolore in una visione del mondo libera da ogni sovrastruttura e condizionamento. Come se riuscisse a fissare l'essenza del bene e del male senza bruciarsi gli occhi e l'anima.

17 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    testardo malocchio

    Quando Helena morì e andai alla casa di riposo per ritirare le sue cose, venne da me un uomo con gli occhi azzurri, jeans e bretelle. «Sei lo psichiatra» lo riconobbi subito.
    «Sì» rispose. [...] «Se mi permetti, avrei una domanda: sai per quale moti ...(continue)

    Quando Helena morì e andai alla casa di riposo per ritirare le sue cose, venne da me un uomo con gli occhi azzurri, jeans e bretelle. «Sei lo psichiatra» lo riconobbi subito.
    «Sì» rispose. [...] «Se mi permetti, avrei una domanda: sai per quale motivo girava con un bastone da passeggio?».
    Alzai le spalle e dissi: «Non zoppicava, e non mi ricordo di averla vista mai con un bastone».
    Dopo aver finito di impacchettare le cose di Helena, pensai di mettere le chiavi della sua camera in una busta e di restituirla alla direzione. Cercando una busta, ne trovai un'altra dalla quale spuntava un foglio. Lo estrassi con grande curiosità e lessi quello che aveva scritto per il suo sessantunesimo compleanno. «Gentile psichiatra,» c'era scritto nella sua grafia inconfondibile «siccome sono tutti vecchi e malati, ho avuto paura che fossero invidiosi di me che sono ricca e sana e mi sono messa delle scarpe rotte da ginnastica; ma lei è il dottore, e che io sia ricca o povera non sono fatti suoi. Affinchè credessero che fossi vecchia e malata, ho comprato un bastone da passeggio e sono arrivata zoppicando, in modo che non mi facessero il malocchio. Volevo farle sapere» aggiungeva nella sua lettera «che le consiglio, la prossima volta, di ascoltare. Nel nostro incontro le ho dato un indizio, addirittura un consiglio: di fare la domanda giusta. Peccato che non mi abbia ascoltato. La sua diagnosi è del tutto sbagliata, non sono affatto testarda. Ogni bene, un saluto e grazie. Helena».
    E un poscritto: «N.B. Cancelli per favore che sono testarda, e se nella sua diagnosi deve scriverci qualcosa, allora scriva che credo con fede assoluta nel malocchio».

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    mayol56 said on Jan 22, 2012 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    La Shoah, si puo' anche descriverla così!

    Helena, che bel personaggio, ma soprattutto molto bello il raccontare della Doron!
    Con quanta delicatezza, discrezione, un po' d'ironia e senza la minima enfasi, ha saputo raccontare attraverso la figlia di Helena, l'io narrante, la tragedia della S ...(continue)

    Helena, che bel personaggio, ma soprattutto molto bello il raccontare della Doron!
    Con quanta delicatezza, discrezione, un po' d'ironia e senza la minima enfasi, ha saputo raccontare attraverso la figlia di Helena, l'io narrante, la tragedia della Shoah.
    Toccante, fin nel profondo,la descrizione dell'apertura, di quell'anta dell'armadio e la scoperta del contenuto, che la figlia non aveva mai potuto vedere!

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    *__* Rigoletto*__* said on Jan 15, 2012 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Bella l'idea che ha sviluppato decisamente meglio negli altri suoi libri.

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    MariaP said on Jul 31, 2010 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Un libro sul dopo Shoah, sul vuoto, sulla voragine, e a volte sulla pazzia, che avvolgono le vite di chi è sopravvissuto ai campi di concentramento. L'autrice, Elizabeth, attraverso brevi racconti dolenti, racconta la sua vita di solitudine accanto a ...(continue)

    Un libro sul dopo Shoah, sul vuoto, sulla voragine, e a volte sulla pazzia, che avvolgono le vite di chi è sopravvissuto ai campi di concentramento. L'autrice, Elizabeth, attraverso brevi racconti dolenti, racconta la sua vita di solitudine accanto alla madre, Helena, sopravvissuta al lager di Buchenwald e da questo segnata nel corpo e nell'animo. Racconti tristi, forti, che ti rimangono dentro (soprattutto, forse, a lettura ultimata), che ti fanno riflettere, perchè vera testimonianza, sulle paure, sulle manie, sui pensieri di chi è uscito "vivo" dai lager. Tante storie, tante immagini come quella delle "donne di là che si incontrano per il caffè dlle cinque da Helena, qua", come quella di Fanny che si guarda nello specchio "non per via del rossetto, ma per essere sicura di esistere ancora", o di Helena che getta via tutti gli oggetti "made in Germany", o di Sarale che vuole testimoniare nel processo Eichmann e non le viene concesso perchè ritenuta non sana di mente. La Shoah è continuamemte presente, palpabile, eppure mai nominata. Un bel libro da 3 stelline e mezzo ma non essendoci meglio 4!

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    Clalu said on Apr 13, 2010 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Selezione

    I festeggiamenti del mio bat-mitzvà si erano conclusi.
    Helena si sedette sulla sedia a dondolo in camera mia. La sedia era rivolta verso la finestra che dava sul cortile invaso dalle erbacce.
    "Tutti i regali qui!" ordinò, e con il dito indic ...(continue)

    I festeggiamenti del mio bat-mitzvà si erano conclusi.
    Helena si sedette sulla sedia a dondolo in camera mia. La sedia era rivolta verso la finestra che dava sul cortile invaso dalle erbacce.
    "Tutti i regali qui!" ordinò, e con il dito indicò lo spazio ai suoi piedi. Uno dopo l'altro i regali furono scartati e Helena li passò in rassegna come fosse la presidentessa della fondazione per la sicurezza dei giochi. Ogni regalo, senza eccezione, fu controllato. Helena li girava, se li avvicinava agli occhi, li esaminava, come se per lei fosse di capitale importanza che qualcosa non sfuggisse al suo controllo.
    "Dobbiamo selezionarli, dobbiamo selezionarli" diceva senza sosta mentre si occupava dei regali.
    E all'improvviso le sue labbra si strinsero, un occhio si chiuse e l'altro si spalancò; Helena si concentrò, la sua mano appena tremante si fece ferma, come per una missione: il regalo partì dalla sua mano, fendette l'aria della stanza, decollò dalla finestra e atterrò nel cortile. Nella stanza sentimmo il rumore di cocci rotti e dalla strada si sentì il rumore delle persiane che si aprivano, una a destra e l'altra a sinistra, sbattevano sui muri delle case come tamburelli. La finestra spalancata della mia stanza lasciava entrare la luce dei lampioni, una luce scialba rispetto alla brillantezza degli occhi dei vicini che seguivano gli eventi ed ascoltavano le voci.
    E nella stanza, Helena, scegliendo: "Questo qua, questo là; questo qua, questo là" ripeteva. "Devo fare una selezione, non tutti i regali possono rimanere in casa", e scusandosi: "Ma tu non devi essere triste, il regalo che volevi l'ho già preparato da tempo, è nell'armadio, sulla mensola in basso a destra".
    Un registratore e una macchina fotografica mi aspettavano impachettati nell'armadio.
    E intanto il cortile, sotto la nostra finestra, continuava ad accumulare oggetti che non aveva mai visto: giochi, asciugacapelli, accessori e bigiotteria.
    La mattina seguente il cortile si era trasformato. Molti bambini chiedevano di poterci giocare, riunire e montare i pezzi del puzzle. Gli adulti osservavano e la maggior parte rimaneva in silenzio.

    Guta la rabbinessa chiese: "Perché? Come mai Helena ha gettato nel cortile i regali che Elizabeth ha ricevuto per il suo bat-mitzvà?"
    E suo marito, il rabbino, si arrabbiò e con tono lamentoso protestò: "Con quale diritto ha deciso di fare una selezione di regali non suoi!".
    "Forse ha pensato che i regali erano troppo miseri" Fruma la maestra propose come soluzione per quel mistero.
    "Forse ha buttato via i regali delle persone che non ama?" ragionò a voce alta Kalman il lattaio lasciando davanti alla nostra porta una bottiglia di latte gratis. "Un regalo per Elizabeth", scrisse nel biglietto "augurando a Helena di avere una figlia forte e sana".
    E poi ci furono le voci che dicevano che Helena era impazzita, ma una risposta chiara e inequivocabile su quella faccenda non venne mai fuori.

    Un bambino sconosciuto che abitava ai margini del quartiere iniziò a presentarsi nel cortile ogni giorno alla stessa ora. Nella cartella logora che si portava dietro c'erano sempre un quaderno a righe con la copertina trasparente, un astuccio, una matita del colore della senape, una gomma e un appuntalapis. Si sdraiava per terra, tra l'ortica e l'acetosella, prendeva i frammenti dei regali e annotava i nomi. Ore e giorni zappettò e classificò, scavando sempre più in profondità nel cortile.
    Un giorno bussò alla nostra porta e chiese di consegnare a Helena un rapporto scrupoloso che aveva scritto tutto di suo pugno; nel rapporto c'erano due paragrafi.
    Il primo comprendeva un'analisi completa di tutti i pezzi di oggetti che aveva trovato, e tra loro: una macchina fotografica, una radio, un orologio, un portafoglio e molti altri ancora.
    Il secondo paragrafo riportava le conclusioni: "Ecco quanto ne consegue:" aveva scritto "non ci sono stati ritrovamenti di reperti integri, ma soltanto parti di oggetti vari fatti di diversi materiali".
    In una nota, scritta con lettere grandi e storte, aveva aggiunto: "L'unica cosa degna di nota che ho rilevato è stata la scritta presente su tutti gli oggetti: Made in Germany. Può darsi che Helena non sia disposta a tenere in casa cose provenienti da un paese straniero.
    In fede.
    Yosef Rafael".

    Helena abbracciò il bambino e gli chiese: "Cosa vuoi fare da grande?".
    "L'archeologo" rispose.
    "Diventerai sicuramente famoso," gli disse "sei un bambino intelligente e curioso. Quando sarai un archeologo sono sicura che scoprirai un sacco di segreti seppelliti sotto la terra".
    Lui sorrise e se ne andò. La missione era compiuta. Yosef Rafael non si vide più nel cortile di Helena.

    6 ottobre 1973.

    Yosef Rafael fu ucciso sulle alture del Golan.
    Helena si recò sulla sua tomba ogni anno fino al giorno della sua morte, e con sé portava sempre un mazzo di fiori selvatici del cortile.

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    Polite Polar Bear said on Nov 9, 2009 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (104)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
  • Paperback 139 Pages
  • ISBN-10: 8880573004
  • ISBN-13: 9788880573005
  • Publisher: La Giuntina
  • Publish date: 2008-01-01
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