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Perché corriamo?

Di

Editore: Einaudi

3.2
(62)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 113 | Formato: Altri

Isbn-10: 8806187996 | Isbn-13: 9788806187996 | Data di pubblicazione: 

Genere: Non-fiction , Philosophy

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Descrizione del libro
La corsa è un teatro del corpo, soprattutto quando è praticata senza agonismo,con un piacere che riscatta solo in parte grandi fatiche e sofferenze.Richiede maniacalità e rigorosa disciplina, l'incessante auscultazione delproprio corpo. Il libro di Roberto Weber è una riflessione sulle motivazioniche spingono lui e molti come lui a praticare questo sport, ed è anche un modoper raccontare l'Italia degli ultimi decenni, con l'aumentare del numero didonne che praticano jogging amatoriale o che entrano nel mondo nell'atleticaleggera. Infine, è un'occasione per raccontare una galleria di piccoli egrandi eroi: i corridori noti e soprattutto quelli meno noti, chi pur fumandovinceva, chi sembrava non correre ma distanziava ogni antagonista.
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  • 1

    pessimo

    pessimo pessimo pessimo, superficiale, non approfondisce nulla, qualche informazione buttata lì a casaccio, spesso non si capisce di chi stia parlando. Solo tempo buttato.

    ha scritto il 

  • 1

    Libretto irritante e inutile

    Un libretto che si apre con qualche spunto interessante e promettente per poi annegare clamorosamente nella presunzione e nello snobismo ingiustificato e ingiustificabile dell'autore. Lungi dall'offrire un'analisi intelligente del fenomeno "corsa" nè una descrizione soggettiva ma originale dello ...continua

    Un libretto che si apre con qualche spunto interessante e promettente per poi annegare clamorosamente nella presunzione e nello snobismo ingiustificato e ingiustificabile dell'autore. Lungi dall'offrire un'analisi intelligente del fenomeno "corsa" nè una descrizione soggettiva ma originale dello spazio interiore che essa dischiude, il libretto si limita ad emettere apoditticamente sentenze e giudizi su tutti e tutto. Dietro vi è sicuramente il rifiuto della modernità sia essa rappresentata dall'atletica professionistica, dai movimenti di massa o dalla seria ricerca medico e scientifica applicata allo sport e al benessere fisico. Tutto è ripiegato ad osservare con malcelato compiacimento ed esplicito "superiority complex" le atmosfere delle piste in terra battuta o gli acri ricordi delle campestri per "lucky few" che pure ricordiamo in tanti fra gli over-50.
    L'estremo narcisismo dell'autore gli impedisce di realizzare che non sta scrivendo della corsa, ma della nostalgia per le esperienze giovanili, di cui il correre e soprattutto l'ambiente rarefatto ed elitario che lo circondavano costituiscono la sua personalissima "madeleine". Ma Proust è lontano, molto lontano... quasi come me da Gebresilasie.
    La scrittura (ampollosa, barocca, compiaciuta e - spesso - sorprendentemente paternalistica) ben si accorda al contenuto più che vagamente sprezzante sino a sfiorare l'insulto gratuito (si veda il tono e gli epiteti riservati a chi è stato migliore dell'autore conservando coraggio, dedizione e capacità atletiche sin nell'età matura).
    Davvero una brutta esperienza, mi disintossicherò rileggendo la prosa umile e maestosa, tranquilla e serenamente consapevole di Murumaki Haruki.

    ha scritto il 

  • 2

    4/10

    Il libro avrebbe potuto essere interessante, lontano ed assetato, ma si è risolto in un elenco, personalissimo e con piccoli dettagli degni di nota, ma che perde il filo della domanda, o forse semplicemente ne cercavo io un altro.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    2

    "La corsa è un'ascesi senza religione, un percorso di liberazione dai luoghi e dai non luoghi, dai limiti dello spazio e dei tempi."

    ha scritto il 

  • 4

    Caro Weber, ho letto d'un fiato il tuo "Perché corriamo?".
    Per la cronaca mi è stato regalato dall'amico Tino Bianco (il mitico "Blanche" che allenava Franco Arese).
    Ci ho ritrovato parecchio della mia vita, a cominciare dagli spogliatoi (i miei erano quelli del C.S. Fiat a Torino), i ...continua

    Caro Weber, ho letto d'un fiato il tuo "Perché corriamo?".
    Per la cronaca mi è stato regalato dall'amico Tino Bianco (il mitico "Blanche" che allenava Franco Arese).
    Ci ho ritrovato parecchio della mia vita, a cominciare dagli spogliatoi (i miei erano quelli del C.S. Fiat a Torino), il confronto con i compagni più grandi (quando ero allievo mi facevano tirare i 300 in allenamento proprio ad Arese, di sette anni più grande e già campione, io puntualmente finivo a vomitare negli spogliatoi) oppure le prime attenzioni nei confronti delle ragazze. A proposito, ricordo che in quegli anni (fine anni '60) le allieve più carine e quindi più gettonate da noi maschietti, insieme a quelle della Libertas Katana erano proprio quelle della Ginnastica Triestina.
    Ma al di là dei ricordi personali (io ero un modesto velocista e ostacolista, pervenuto alle non competitive di lunga lena solo in tarda età e facendo violenza alla mia indole) è tutto il libro che mi è piaciuto, dagli affreschi dei campioni alla mitizzazione di sconosciuti che potenzialmente avrebbero potuto fare grandi carriere, fino alla sensazione di "volo" che pure io, in altra forma, ho provato.
    Grazie per averlo scritto.

    ha scritto il 

  • 5

    E' un libro bellissimo che ripercorre la storia della corsa e dei suoi personaggi che ne tempo sembrano avvicendarsi in modo così naturale da sembrare un copione. In realtà ci regalano molto con la loro fatica, i loro valori e gli insegnamenti. Uno su tutti, per me è il più bello:
    "Quando m ...continua

    E' un libro bellissimo che ripercorre la storia della corsa e dei suoi personaggi che ne tempo sembrano avvicendarsi in modo così naturale da sembrare un copione. In realtà ci regalano molto con la loro fatica, i loro valori e gli insegnamenti. Uno su tutti, per me è il più bello:
    "Quando morte o sopravvivenza, infatti, sono affidate al caso, la paura è qualcosa con cui convivere e ls vita è una trama incomprensibile; allora c'è bisogno di flessibilità, resistenza, capacità di abbandono alle improvvise svolte ed accelerazioni di storia e destino."

    ha scritto il 

  • 0

    Un banchetto saporito

    Questo ho pensato quando ho finito di leggere il libro questa mattina in treno. Ho sentito di essere sazio e sentivo in bocca ancora il sapore del dolce e del caffè.
    E proprio per questo non ho preso l'altro libro che avevo nello zaino, perché non volevo perdere quel gusto che accompagna la ...continua

    Questo ho pensato quando ho finito di leggere il libro questa mattina in treno. Ho sentito di essere sazio e sentivo in bocca ancora il sapore del dolce e del caffè.
    E proprio per questo non ho preso l'altro libro che avevo nello zaino, perché non volevo perdere quel gusto che accompagna la fine di un pasto che ti ha dato soddisfazione.
    La sensazione è stata quindi quella di aver partecipato ad un banchetto, dove il tema delle pietanze resta lo sport assaporato riprendendo le gesta di grandi campioni e di persone anonime, fotografando luoghi famosi e parchetti anonimi, ripercorrendo la storia di un secolo e mettendo in evidenza l'importanza del relativo rispetto all'assoluto.
    Penso però che se avessi letto lo stesso libro un anno fa, prima di iniziare a correre, sarebbe stato sì un banchetto ma il sapore sarebbe stato diverso, cioè non avrei sentito quella sensazione che ha provato Anton Ego dopo aver assaggiato la Ratatouille.

    ha scritto il 

  • 5

    E' riuscito a verbalizzare la magia della lunga corsa...calzante la descrizione dello spazio tempo, mi ha aiutato a riscoprire anche delle vecchie glorie che grazie a you tube ho potuto ammirare!!!!

    ha scritto il 

  • 4

    Riflessione documentata eppure sentimentale sulla corsa, da parte di un professionista di tutt'altra disciplina.
    Intervistato per la rivista Correre: http://valerunner.blogspot.com/2008/05/perch-corriamo.html

    ha scritto il