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Perché non sei venuta prima della guerra?

Di

Editore: La Giuntina

4.2
(50)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 139 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8880573004 | Isbn-13: 9788880573005 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Shulim Vogelmann

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
"E ogni anno, al momento di cantare 'Uno è il nostro Dio', Helena sospirava e in una sorta di controcanto chiedeva: "Perché non due? Perché non due?", e poi spiegava il significato di quella domanda: "Perché quello che abbiamo ha sbagliato, e non c'era un altro Dio che correggesse lo sbaglio". E in una tremenda afflizione aggiungeva: "Peccato, peccato che ce n'è uno solo e non di più". Un libro assolutamente nuovo sulla Shoah, di cui non si parla mai espressamente ma che affiora oscura e devastante solo attraverso le ferite e i fantasmi che ossessionano Helena. Una figura di donna che, indomita, riesce a trasformare l'esperienza del dolore in una visione del mondo libera da ogni sovrastruttura e condizionamento. Come se riuscisse a fissare l'essenza del bene e del male senza bruciarsi gli occhi e l'anima.
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  • 5

    testardo malocchio

    Quando Helena morì e andai alla casa di riposo per ritirare le sue cose, venne da me un uomo con gli occhi azzurri, jeans e bretelle. «Sei lo psichiatra» lo riconobbi subito.
    «Sì» rispose. [...] «Se mi permetti, avrei una domanda: sai per quale motivo girava con un bastone da passeggio?». ...continua

    Quando Helena morì e andai alla casa di riposo per ritirare le sue cose, venne da me un uomo con gli occhi azzurri, jeans e bretelle. «Sei lo psichiatra» lo riconobbi subito.
    «Sì» rispose. [...] «Se mi permetti, avrei una domanda: sai per quale motivo girava con un bastone da passeggio?».
    Alzai le spalle e dissi: «Non zoppicava, e non mi ricordo di averla vista mai con un bastone».
    Dopo aver finito di impacchettare le cose di Helena, pensai di mettere le chiavi della sua camera in una busta e di restituirla alla direzione. Cercando una busta, ne trovai un'altra dalla quale spuntava un foglio. Lo estrassi con grande curiosità e lessi quello che aveva scritto per il suo sessantunesimo compleanno. «Gentile psichiatra,» c'era scritto nella sua grafia inconfondibile «siccome sono tutti vecchi e malati, ho avuto paura che fossero invidiosi di me che sono ricca e sana e mi sono messa delle scarpe rotte da ginnastica; ma lei è il dottore, e che io sia ricca o povera non sono fatti suoi. Affinchè credessero che fossi vecchia e malata, ho comprato un bastone da passeggio e sono arrivata zoppicando, in modo che non mi facessero il malocchio. Volevo farle sapere» aggiungeva nella sua lettera «che le consiglio, la prossima volta, di ascoltare. Nel nostro incontro le ho dato un indizio, addirittura un consiglio: di fare la domanda giusta. Peccato che non mi abbia ascoltato. La sua diagnosi è del tutto sbagliata, non sono affatto testarda. Ogni bene, un saluto e grazie. Helena».
    E un poscritto: «N.B. Cancelli per favore che sono testarda, e se nella sua diagnosi deve scriverci qualcosa, allora scriva che credo con fede assoluta nel malocchio».

    ha scritto il 

  • 4

    La Shoah, si puo' anche descriverla così!

    Helena, che bel personaggio, ma soprattutto molto bello il raccontare della Doron!
    Con quanta delicatezza, discrezione, un po' d'ironia e senza la minima enfasi, ha saputo raccontare attraverso la figlia di Helena, l'io narrante, la tragedia della Shoah.
    Toccante, fin nel profondo,la ...continua

    Helena, che bel personaggio, ma soprattutto molto bello il raccontare della Doron!
    Con quanta delicatezza, discrezione, un po' d'ironia e senza la minima enfasi, ha saputo raccontare attraverso la figlia di Helena, l'io narrante, la tragedia della Shoah.
    Toccante, fin nel profondo,la descrizione dell'apertura, di quell'anta dell'armadio e la scoperta del contenuto, che la figlia non aveva mai potuto vedere!

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro sul dopo Shoah, sul vuoto, sulla voragine, e a volte sulla pazzia, che avvolgono le vite di chi è sopravvissuto ai campi di concentramento. L'autrice, Elizabeth, attraverso brevi racconti dolenti, racconta la sua vita di solitudine accanto alla madre, Helena, sopravvissuta al lager di Bu ...continua

    Un libro sul dopo Shoah, sul vuoto, sulla voragine, e a volte sulla pazzia, che avvolgono le vite di chi è sopravvissuto ai campi di concentramento. L'autrice, Elizabeth, attraverso brevi racconti dolenti, racconta la sua vita di solitudine accanto alla madre, Helena, sopravvissuta al lager di Buchenwald e da questo segnata nel corpo e nell'animo. Racconti tristi, forti, che ti rimangono dentro (soprattutto, forse, a lettura ultimata), che ti fanno riflettere, perchè vera testimonianza, sulle paure, sulle manie, sui pensieri di chi è uscito "vivo" dai lager. Tante storie, tante immagini come quella delle "donne di là che si incontrano per il caffè dlle cinque da Helena, qua", come quella di Fanny che si guarda nello specchio "non per via del rossetto, ma per essere sicura di esistere ancora", o di Helena che getta via tutti gli oggetti "made in Germany", o di Sarale che vuole testimoniare nel processo Eichmann e non le viene concesso perchè ritenuta non sana di mente. La Shoah è continuamemte presente, palpabile, eppure mai nominata. Un bel libro da 3 stelline e mezzo ma non essendoci meglio 4!

    ha scritto il 

  • 4

    Selezione

    I festeggiamenti del mio bat-mitzvà si erano conclusi.
    Helena si sedette sulla sedia a dondolo in camera mia. La sedia era rivolta verso la finestra che dava sul cortile invaso dalle erbacce.
    "Tutti i regali qui!" ordinò, e con il dito indicò lo spazio ai suoi piedi. Uno dopo l ...continua

    I festeggiamenti del mio bat-mitzvà si erano conclusi.
    Helena si sedette sulla sedia a dondolo in camera mia. La sedia era rivolta verso la finestra che dava sul cortile invaso dalle erbacce.
    "Tutti i regali qui!" ordinò, e con il dito indicò lo spazio ai suoi piedi. Uno dopo l'altro i regali furono scartati e Helena li passò in rassegna come fosse la presidentessa della fondazione per la sicurezza dei giochi. Ogni regalo, senza eccezione, fu controllato. Helena li girava, se li avvicinava agli occhi, li esaminava, come se per lei fosse di capitale importanza che qualcosa non sfuggisse al suo controllo.
    "Dobbiamo selezionarli, dobbiamo selezionarli" diceva senza sosta mentre si occupava dei regali.
    E all'improvviso le sue labbra si strinsero, un occhio si chiuse e l'altro si spalancò; Helena si concentrò, la sua mano appena tremante si fece ferma, come per una missione: il regalo partì dalla sua mano, fendette l'aria della stanza, decollò dalla finestra e atterrò nel cortile. Nella stanza sentimmo il rumore di cocci rotti e dalla strada si sentì il rumore delle persiane che si aprivano, una a destra e l'altra a sinistra, sbattevano sui muri delle case come tamburelli. La finestra spalancata della mia stanza lasciava entrare la luce dei lampioni, una luce scialba rispetto alla brillantezza degli occhi dei vicini che seguivano gli eventi ed ascoltavano le voci.
    E nella stanza, Helena, scegliendo: "Questo qua, questo là; questo qua, questo là" ripeteva. "Devo fare una selezione, non tutti i regali possono rimanere in casa", e scusandosi: "Ma tu non devi essere triste, il regalo che volevi l'ho già preparato da tempo, è nell'armadio, sulla mensola in basso a destra".
    Un registratore e una macchina fotografica mi aspettavano impachettati nell'armadio.
    E intanto il cortile, sotto la nostra finestra, continuava ad accumulare oggetti che non aveva mai visto: giochi, asciugacapelli, accessori e bigiotteria.
    La mattina seguente il cortile si era trasformato. Molti bambini chiedevano di poterci giocare, riunire e montare i pezzi del puzzle. Gli adulti osservavano e la maggior parte rimaneva in silenzio.

    Guta la rabbinessa chiese: "Perché? Come mai Helena ha gettato nel cortile i regali che Elizabeth ha ricevuto per il suo bat-mitzvà?"
    E suo marito, il rabbino, si arrabbiò e con tono lamentoso protestò: "Con quale diritto ha deciso di fare una selezione di regali non suoi!".
    "Forse ha pensato che i regali erano troppo miseri" Fruma la maestra propose come soluzione per quel mistero.
    "Forse ha buttato via i regali delle persone che non ama?" ragionò a voce alta Kalman il lattaio lasciando davanti alla nostra porta una bottiglia di latte gratis. "Un regalo per Elizabeth", scrisse nel biglietto "augurando a Helena di avere una figlia forte e sana".
    E poi ci furono le voci che dicevano che Helena era impazzita, ma una risposta chiara e inequivocabile su quella faccenda non venne mai fuori.

    Un bambino sconosciuto che abitava ai margini del quartiere iniziò a presentarsi nel cortile ogni giorno alla stessa ora. Nella cartella logora che si portava dietro c'erano sempre un quaderno a righe con la copertina trasparente, un astuccio, una matita del colore della senape, una gomma e un appuntalapis. Si sdraiava per terra, tra l'ortica e l'acetosella, prendeva i frammenti dei regali e annotava i nomi. Ore e giorni zappettò e classificò, scavando sempre più in profondità nel cortile.
    Un giorno bussò alla nostra porta e chiese di consegnare a Helena un rapporto scrupoloso che aveva scritto tutto di suo pugno; nel rapporto c'erano due paragrafi.
    Il primo comprendeva un'analisi completa di tutti i pezzi di oggetti che aveva trovato, e tra loro: una macchina fotografica, una radio, un orologio, un portafoglio e molti altri ancora.
    Il secondo paragrafo riportava le conclusioni: "Ecco quanto ne consegue:" aveva scritto "non ci sono stati ritrovamenti di reperti integri, ma soltanto parti di oggetti vari fatti di diversi materiali".
    In una nota, scritta con lettere grandi e storte, aveva aggiunto: "L'unica cosa degna di nota che ho rilevato è stata la scritta presente su tutti gli oggetti: Made in Germany. Può darsi che Helena non sia disposta a tenere in casa cose provenienti da un paese straniero.
    In fede.
    Yosef Rafael".

    Helena abbracciò il bambino e gli chiese: "Cosa vuoi fare da grande?".
    "L'archeologo" rispose.
    "Diventerai sicuramente famoso," gli disse "sei un bambino intelligente e curioso. Quando sarai un archeologo sono sicura che scoprirai un sacco di segreti seppelliti sotto la terra".
    Lui sorrise e se ne andò. La missione era compiuta. Yosef Rafael non si vide più nel cortile di Helena.

    6 ottobre 1973.

    Yosef Rafael fu ucciso sulle alture del Golan.
    Helena si recò sulla sua tomba ogni anno fino al giorno della sua morte, e con sé portava sempre un mazzo di fiori selvatici del cortile.

    ha scritto il 

  • 4

    Il dolore del "poi"

    Finalmente. Finalmente un libro del tutto nuovo sulla Shoah, un libro che ho cercato a lungo e desideravo leggere da tanto tempo per la sua particolarità. Quale particolarità? Quella di concentrarsi, non sul "mentre", ovvero sulla testimionianza diretta dell'esperienza in un campo di concentramen ...continua

    Finalmente. Finalmente un libro del tutto nuovo sulla Shoah, un libro che ho cercato a lungo e desideravo leggere da tanto tempo per la sua particolarità. Quale particolarità? Quella di concentrarsi, non sul "mentre", ovvero sulla testimionianza diretta dell'esperienza in un campo di concentramento, ma sul "poi", ovvero sulla vita traumatizzata e difficile che i sopravvissuti si sono ritrovati fra le mani dopo essere passati attraverso una tragedia simile. Pensiamoci bene: a confronto delle innumerevoli testimonianze di deportazione e prigionia scritte e lette negli ultimi decenni (e comunque non meno necessarie), quante altre ci raccontano del difficile riappriopriarsi della vita, dei fantasmi quotidiani, delle ferite d'animo che gli scampati a tale orrore hanno dovuto fronteggiare una volta ritornati nel mondo? Che cosa ha significato per tali persone continuare a vivere? In che modo l'esperienza vissuta li ha segnati e quali effetti ha avuto su coloro che li circondavano?
    La protagonista di questo libro, Helena, ritorna nel dopoguerra da un paesino imprecisato dell'Europa dell'Est in Israele, e lì cresce la figlia Elizabeth, l'autrice, senza marito, senza radici, e con un passato che riaffiora a tratti e in continuazione ma del quale essa non parla mai direttamente. Effettivamente l'esperienza della Shaoh è in questo libro come uno spettro: non si cita mai ma si aggira fra i luoghi frequentati da Helena, influenza tutte le sue azioni e i suoi comportamenti (nonchè il rapporto delicato e complicato, di "detto non detto", con la figlia), disturba il suo sonno e infanga i suoi ricordi facendola apparire in tutto per tutto per ciò che essa effettivamente è, una donna fortemente traumatizzata. E scissa, fra ciò che era e ciò che è diventata. Del resto tutto il libro gioca sul binomio fra il "là", la vita comune e normale che le apparteneva prima della guerra, e il "qua", ciò che le è rimasto della vita adesso, dopo l'orrore scampato. Un "qua" che Helena cerca comunque di vivere con orgoglio e coraggio, nonostante la sua instabilità.
    Trauma, incubo, dolore. Questo di Lizzie Doron non è un libro facile, nonostante la brevità e la semplicità dello stile, ma è comunque un libro importante che ci parla della Shoah in maniera nuova e incisiva. Perchè per i sopravvissiuti, la Shaoh, purtroppo, non è finita con la liberazione. Da leggere per riflettere.

    ha scritto il 

  • 5

    Mi è piaciuto moltissimo questo libro, parte lento per poi squarciarti il cuore con una battuta buttata qua e là tra le pagine...nel buio di alcune pagine c'è molta più illuminazione per lo spirito che non in pieno sole.
    E' un libro che ti costringe a porti delle domande, ma soprattutto ti m ...continua

    Mi è piaciuto moltissimo questo libro, parte lento per poi squarciarti il cuore con una battuta buttata qua e là tra le pagine...nel buio di alcune pagine c'è molta più illuminazione per lo spirito che non in pieno sole.
    E' un libro che ti costringe a porti delle domande, ma soprattutto ti mette in strada per andare alla ricerca delle tue risposte.
    Un libro alla memoria e per la memoria.
    Asciutto come il deserto, eppure ricco di tutte le storie dei granellini di sabbia che lo compongono.
    "Da profonde sorgenti salirono senza essere chiamate, una dopo l'altra, immagini e memorie. Tutte di uguale, valore e peso..."
    Bisogna lasciare che continuino a salire...

    ha scritto il 

  • 0

    “Tutti i regali qui!” ordinò, e con il dito indicò lo spazio ai suoi piedi. Ogni regalo, senza eccezione, fu controllato.
    …il regalo partì dalla sua mano, fendette l’aria della stanza, decollò dalla finestra e atterrò nel cortile…
    Come mai Helena ha gettato nel cortile i regali che Eliz ...continua

    “Tutti i regali qui!” ordinò, e con il dito indicò lo spazio ai suoi piedi. Ogni regalo, senza eccezione, fu controllato.
    …il regalo partì dalla sua mano, fendette l’aria della stanza, decollò dalla finestra e atterrò nel cortile…
    Come mai Helena ha gettato nel cortile i regali che Elizabeth ha ricevuto per il suo bat-mitzvà?

    Israele, 1960-1990: narrazioni di episodi strani e bizzarri, riconducibili a ferite non rimarginate e non rimarginabili, che riguardano Helena, la madre della protagonista, sopravvissuta alla shoah. Una madre scomoda, sconosciuta, la cui sofferenza non è comprensibile alla figlia che a volte si vergogna di lei o la vive come un peso ingombrante. Un libro che si legge tutto d’un fiato.

    mm

    ha scritto il 

  • 5

    Il seder. Un piccolo flash sul seder di pasqua in questa strana famiglia, strana perchè arriva "di là" ed è composta solo da due persone, una mamma e una bambina. A Pasqua dove andranno? con chi la trascorreranno?
    per evitare curiosi e troppe domande, Helena si chiude in casa, fingendo di es ...continua

    Il seder. Un piccolo flash sul seder di pasqua in questa strana famiglia, strana perchè arriva "di là" ed è composta solo da due persone, una mamma e una bambina. A Pasqua dove andranno? con chi la trascorreranno?
    per evitare curiosi e troppe domande, Helena si chiude in casa, fingendo di essere partita con la figlia, la sua dignità non è mai stata scalfita, neppure con le cose successe "di là".
    MA il seder non è come nelle altre famiglie, nessun bambino chiede per esempio "In cosa questa sera è diversa?".. no, a fare la domanda è Helena stessa,per poi rispondersi "te la racconto io la mia uscita dall'Egitto" e inizia a raccontare della sua "traversata", del suo "viaggio"
    Ho trovato scioccante e profondo questo modo di paragonare l'agonia di un popolo che, schiavo in Egitto riesce a fuggire e vaga per decenni nel deserto, con un'altra schivitu', un altro lungo percorso di dolore, quello della Shoa.

    ha scritto il 

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