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Piazza d'Italia

Favola popolare in tre tempi, un epilogo e un'appendice

Di

Editore: Feltrinelli (Universale Economica; 1401)

3.9
(404)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 150 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 8807814013 | Isbn-13: 9788807814013 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Un borgo toscano nelle paludi, vicino al mare. L'epopea di una famiglia dianarchici, ribelli per temperamento e tradizione: storia di tre generazioni dirivoluzionari dai nomi sintomatici di Garibaldo, Quarto, Volturno, personaggiche partono per viaggi avventurosi e guerre in Europa, Africa, le due Americhetrovando la morte nella lotta contro i padroni. Donne combattive e coraggioseche si affidano anche agli oroscopi e alle fattucchiere. Un mondo contadino,arcaico, ormai scomparso; una fiaba popolare con trovate fantasiose e insiememalinconiche, commosse e profonde, vivaci e gaie, pervasa dal senso dellafragilità della vita.
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  • 5

    alla faccia dell'esordiente…

    Quando uno scrittore esordisce così, non si può fare altro che leggere sulla fiducia tutto quello che ha scritto! Questo libro è splendido, perfetto nella sua semplicità. Una storia che non lascia nulla di incompiuto, come fosse successa veramente (compresa la componente un po' magica). Personagg ...continua

    Quando uno scrittore esordisce così, non si può fare altro che leggere sulla fiducia tutto quello che ha scritto! Questo libro è splendido, perfetto nella sua semplicità. Una storia che non lascia nulla di incompiuto, come fosse successa veramente (compresa la componente un po' magica). Personaggi che non si fa fatica a immaginare, che sicuramente sono esistiti in tutti i nostri paesi italiani (o per lo meno toscani!). Un modo di scrivere e di raccontare che fa ridere, sorridere, emozionare, arrabbiare, sentire… Alla faccia del "Tabucchi ancora acerbo"!!!

    ha scritto il 

  • 4

    non ho potuto fare a meno di dargli quattro stelle!
    l'ho centellinato il più possibile ma è scivolato in fretta...
    mi ricorda molto le storie che mi raccontava mia nonna, ed è una storia d'italia tra le righe, essenziale ma efficace.

    ha scritto il 

  • 4

    Analogie

    Non è una recensione. E' solo uno spunto di riflessione.


    E' davvero incredibile come in questo libro si intravedano (con volontà dell'autore o meno non sono in grado di dirlo) i temi e le bellezze di Cent'anni di Solitudine di Garcia Marquez.


    Chi ha avuto la fortuna di leggere il f ...continua

    Non è una recensione. E' solo uno spunto di riflessione.

    E' davvero incredibile come in questo libro si intravedano (con volontà dell'autore o meno non sono in grado di dirlo) i temi e le bellezze di Cent'anni di Solitudine di Garcia Marquez.

    Chi ha avuto la fortuna di leggere il fantastico libro del colombiano premio Nobel potrà trovare estremamente piacevole confrontare, riecheggiare, intravedere motivi simili, notevoli analogie, inevitabili differenze e soprattutto il medesimo amore per la Storia degli uomini.

    Interessante ipotesi, a mio avviso.

    ha scritto il 

  • 5

    Dopo un mese di faticosa lettura della biografia di Beethoven, ecco un bellissimo libro divorato in due giorni (si poteva leggere anche in uno, ma tra i lavori di casa e le ultime insolazioni settembrine mi sono un po' perso). Primo libro che leggo di Tabucchi, che con queste pagine ironiche ripe ...continua

    Dopo un mese di faticosa lettura della biografia di Beethoven, ecco un bellissimo libro divorato in due giorni (si poteva leggere anche in uno, ma tra i lavori di casa e le ultime insolazioni settembrine mi sono un po' perso). Primo libro che leggo di Tabucchi, che con queste pagine ironiche ripercorre la storia d'italia con gli occhi degli umili di un borgo toscano. Ho detto ironia che sempre si accompagna all'amarezza, e a leggere certe pagine viene davvero un magone a pensare che l'Italia (e il mondo) sono quelli di sempre. L'importante è non credere alle "macchine idrauliche". Cmq penso che lo regalerò a una delle mie sorelle (essendo la storia di una famiglia di generazione in generazione, dovrebbe piacerle) e io prima o poi leggerò qualche altro romanzo di Tabucchi (però non volevo passare subito a Sostiene Pereira, magari qualcuno antecedente al suo successo).

    ha scritto il 

  • 4

    Una prova generale (3,7 stelle)

    Con il tempo e con l'esperienza possono mutare alcune cose, si possono sviluppare argomenti e acquisire una maggiore maestria, ma l'essenza non muta. L'essenza che è in ognuno non può essere modificata integralmente. In questo libro si trova il germe di ciò che Tabucchi scriverà in seguito.
    ...continua

    Con il tempo e con l'esperienza possono mutare alcune cose, si possono sviluppare argomenti e acquisire una maggiore maestria, ma l'essenza non muta. L'essenza che è in ognuno non può essere modificata integralmente. In questo libro si trova il germe di ciò che Tabucchi scriverà in seguito.
    Apprendiamo, modifichiamo in parte, ma solo ciò che in noi è già predisposto al cambiamento, la struttura portante rimane integra.
    L'io di un tempo è lo stesso di oggi? Si chiede l'autore nella prefazione a questa edizione del 1993, e non sapendosi dare una risposta lo chiede a "chi se ne intende".
    Io sono convinta che le esperienze della vita non potranno mai mutare in modo radicale l'essenza più intima di ognuno.
    Tabucchi era, è e sarà, qualsiasi cosa abbia scritto è rimasto fedele a se stesso, ne sono convinta.
    In quest'opera prima avverto una forte similitudine con "Cent'anni di solitudine" di G. Marquez, antecedente a questo libro di alcuni anni. Chissà se Tabucchi più o meno consapevolmente si è ispirato allo scrittore colombiano nel creare "Piazza d'Italia"?
    Le similitudini sono assai, il realismo magico, la saga familiare, l'immutabilità di alcune cose che cambiano ma non cambiano, i nomi ripetuti che confondono le idee...
    Uno dei capitoli si intitola "Il mal del tempo", un male da cui sembra affetto anche questo libro in cui i fatti vengono raccontati con una sequenza irregolare, dove si parte da epilogo anzichè da un prologo, dove le statue nella piazza cambiano ma il resto resta fermo, dove una donna cede la possibilità di essere madre all'oroscopo in cambio di 30 di vita dell'uomo che ama.
    Ammetto che quest'opera non mi ha entusiasmata, probabilmente perchè le similitudini con l'altro libro di Marquez hanno condizionato la mia opinione, il tarlo che Tabucchi possa aver preso ispirazione da un collega mi fa sentire quasi tradita, ma non è detto che sia stato così.
    Ciò che qui sembra un adattamento alla "maniera toscana" di Cent'anni di solitudine nei romanzi seguenti di Tabucchi diventerà uno stile a sé stante. Piazza d'Italia è a mio avviso una sorta di prova generale prima di arrivare allo spettacolo vero e proprio.

    Citazione: Nel bossolo d'anni della Zelmira si era aperto un forellino da cui la vita cominciava a sfuggire: era la voce, un soffio esile con cui aveva preso ad esprimersi, lasciando gli ammicchi"

    ha scritto il 

  • 3

    …e anche Tabucchi - 27 mag 12

    Era molto tempo che non prendevo in mano un Tabucchi. L’avevo lasciato ai fasti portoghesi (“Sostiene Pereira”) anche se c’era qualche libro che avrei letto con piacere. Ma come gli amori giovanili, mi riveniva sempre in mente il primo che lessi, l’ottimo “Notturno indiano” ed in quel ricordo las ...continua

    Era molto tempo che non prendevo in mano un Tabucchi. L’avevo lasciato ai fasti portoghesi (“Sostiene Pereira”) anche se c’era qualche libro che avrei letto con piacere. Ma come gli amori giovanili, mi riveniva sempre in mente il primo che lessi, l’ottimo “Notturno indiano” ed in quel ricordo lasciavo passare libri e tempo. Ora, nel recupero di libri andati, ho invece ritrovato il suo primo scritto, ed ho deciso di affrontarlo. E bene ho fatto. Certo non è un capolavoro che stravolge vita e lettura, ma un onesto libro di quasi quaranta anni, con una sua bella struttura e tanti indizi che poi lo scrittore (allora trentenne) qualcosa avrebbe fatto nella vita. Una storia minima, come direbbe Scola, che si radica nella sua Toscana, tra campagne ed anarchici. Una storia di perdenti ma non di sconfitti. Che hanno nomi astrusi, come solo in Toscana riescono ad usare. Seguiamo così le vicende di una famiglia, che dagli amori per i Mille, decide di mettere ai primogeniti il nome di Garibaldo (che allora non si poteva dar per nome un cognome). E dei fratelli gemelli, Quarto e Volturno. E Gavure, Don Milvio, Asmara, Zelmira e Mangiaghiaia. Li seguiamo per buona parte del Novecento. L’arrivo del Re. La grande guerra (da cui Guidone torna con la friulana). I soprassalti socialisti. Le stampe anarchiche prima e comuniste poi, ma sempre clandestine. I fasci. Ed altri avvenimenti “grandi”. Ma anche tanti piccoli. L’ultimo Garibaldo che cerca fortuna in Argentina, ma impara solo a suonare i tanghi. La vita di paese, con gli amori, le amicizie, gli odi radicati, le mammane, le “curandere” e tutto il coro di gente che in quei paesi viveva al ritmo della natura. Come recita il sottotitolo, seguiamo i tre tempi della vicenda, facendo il tifo che prima o poi Asmara e Garibaldo si decidano a coronare il loro sogno d’amore. Ma il tutto preceduto dall’epilogo (un bel colpo di cinema) che fissa sin dall’inizio l’unica possibile fine della storia. E chiuso dall’appendice di Zelmira che ricevette le confessioni estreme di Don Milvio, e che capiamo, noi che abbiamo seguito le parole pagina dopo pagina. Ma che il vescovo non capirà, mai. Perché anche il sacerdote è un perdente, e nonostante tutta la sua pietas, non riuscirà a trasmettere i germi del sentimento nuovo alla sua terra. Scritto quando già Tabucchi si avviava in quel del Portogallo, riesce a restituirci i sensi della terra, i contadini, i borghi, un mondo che a poco a poco scompare. Per essere sostituito da altro che non avrà più quella forza di coesione che dava la terra. C’è già quel senso di perdita, che tutta l’esegesi futura del mondo di Pessoa non potrà far altro che rinforzare il senso dolente dell’essere che pervade tutti gli scritti di Tabucchi che ho letto. Qui, purtroppo, non c’è neanche quel barlume di possibilità di riscatto che forse altrove appare. Ma è stato piacevole leggerlo, facendomi compagnia nelle lunghe attese di visite di controllo presso le nostre strutture mediche. E alzando gli occhi dalla pagina, con nella testa la campagna pisana, vedevo intorno a me altri e moderni sconfitti. Immigrati in fila per un controllo. Anziani in cerca di improbabili toilette. Pazienti, oltre ogni dire. Tutti, purtroppo, sconfitti dalla vita. E mi torna la voglia di altro Tabucchi. E soprattutto di altro Portogallo!
    “Per vincere la codardia … bisogna essere umili. E per essere umili bisogna fare penitenza.” (53)

    ha scritto il