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Poesie

Di

Editore: Garzanti

4.2
(130)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 238 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8811120047 | Isbn-13: 9788811120049 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Lettore: Sandro Lombardi

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Il volume è un'autoantologia curata dallo stesso poeta nel 1970 come "attoconclusivo di un periodo letterario". Nel CD allegato Sandro Lombardi legge Pier Paolo Pasolini, esplorandone la grammatica e il ritmo, le stratificazioni del significato e la musicalità, i rimandi letterari e le tonalità stilistiche. Nel corso della sua carriera, Sandro Lombardi si era già misurato in diverse occasioni con l'opera di Pasolini (ricordiamo la sua interpretazione di Porcile con la regia teatrale di Federico Tiezzi). Aveva tra l'altro letto alcune delle sue liriche al Cimitero degli Inglesi, in occasione del 25° anniversario della morte del poeta. Questo CD rappresenta dunque una nuova tappa di un lungo dialogo, nella quale Sandro Lombardi offre un altissimo saggio delle sue qualità d'interprete. Nella sua lettura si pone con grande umiltà al servizio delle parole del poeta: ne esplora la grammatica e il ritmo, le stratificazioni del significato e la musicalità, i rimandi letterari e le tonalità stilistiche, se ne appropria e così facendo ne chiarisce il senso e ne trasmette tutta l'intensità emotiva, la tensione ideologica, la passione umana. Nel disco 1 Le ceneri di Gramsci 14' 30" (pag. 17) 2 Il pianto della scavatrice 18' 15" (pag. 28) 3 A un Papa 2'56" (pag. 109) 4 Supplica a mia madre 1' 16" (pag. 125) 5 Una disperata vitalità 23' 14" (pag. 172) 6 Frammento epistolare (Al ragazzo Codignola) 1' 44" (pag.191) 7 L'alba meridionale 2' 29" (pag. 195) I numeri di pagina si riferiscono al volume.
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  • 4

    Poeta, regista, scrittore, filosofo…cosa mancava a questo straordinario uomo? Nulla, era un genio, un semplice e solitario genio.

    La prima volta che vidi Mamma Roma avevo poco più di quattordici anni. Rimasi colpita dalla incommensurabile bellezza di questo film, da questo stupendo affresco della Roma di un tempo, dalla sua ...continua

    La prima volta che vidi Mamma Roma avevo poco più di quattordici anni. Rimasi colpita dalla incommensurabile bellezza di questo film, da questo stupendo affresco della Roma di un tempo, dalla sua storia così cruda e toccante, dalla meravigliosa interpretazione di Anna Magnani, una delle attrici più grandi che l’Italia abbia mai avuto. Rimasi davvero colpita dal lavoro di Pasolini e cominciai a interessarmi a lui, a leggere tutti gli articoli raccolti su “Il corriere della sera” e me ne innamorai, mi innamorai di questo scrittore provocatorio, schietto(a volte anche un po’ troppo), verace che ha reso alla perfezione l’immagine di un mondo ormai in schiavo del consumismo più sfrenato, di una società ormai ai piedi dei programmi televisivi e della pubblicità più tartassante. Un artista, un poeta, un filosofo, un regista…un genio, un personaggio scomodissimo che non aveva paura di esprimere ciò che pensava, che non aveva paura di andare contro i poteri forti, che non aveva paura delle conseguenze che il suo essere così schietto gli avrebbe portato. I suoi film e i suoi documentari sono girati con una classe unica e ineguagliabile al mondo, così come le sue poesie sono di un’eleganza e di una carica emotiva difficile da descrivere. Un grandissimo genio che andrebbe studiato maggiormente nelle scuole e fatto conoscere ai ragazzi di oggi.

    Esistenza

    Ritrovarmi in questo ovale con un legame vitale in solitudine a volteggiare con l 'infinito aspettare di qualcosa. Sognare di poter camminare in un nuoto perpetuo di pensieri intravedendo una luce bianca. La fine di tutto. Uno schiocco Un pianto. La nascita della vita in braccio a giganti biancheggianti. Crescendo vidi cose senza senso cosciente del perduto collettivo senno. Vidi uomini con biancheggianti vestiti baciare e non procreare di fronte a un freddo altare in nome di una croce e un continuo narrare. Esseri travestiti professare falsi miti e scuole dove si imparava a vivere lasciando l'intelligenza reprimere. Sicuri di un tranquillo lavoro si sedevano su un falso trono lasciando che un finto quadrato rubassero loro gli anni d'oro. Ed ora piano piano mi invecchio sperando ancora in un qualche cambiamento. Disteso in un biancheggiante letto rimango cosciente che della vita e delle esperienze connesse ad essa non mi interessa più niente. Tutto improvvisamente si illumina di bianco e mi appresto al grande salto. Ma con me non posso portare nient'altro che un tatuaggio situato dentro al cuore con impresso dentro il nome di quella persona che in questa vita mi diede tanto amore.

    * Senza di te tornavo, come ebbro...

    Senza di te tornavo, come ebbro, non più capace d'esser solo, a sera quando le stanche nuvole dileguano nel buio incerto. Mille volte son stato così solo dacché son vivo, e mille uguali sere m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti le campagne, le nuvole. Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio della fatale sera. Ed ora, ebbro, torno senza di te, e al mio fianco c'è solo l'ombra.

    E mi sarai lontano mille volte, e poi, per sempre. Io non so frenare quest'angoscia che monta dentro al seno; essere solo.

    * Hymnus ad nocturnum

    Ho la calma di un morto: guardo il letto che attende le mie membra e lo specchio che mi riflette assorto.

    Non so vincere il gelo dell'angoscia, piangendo, come un tempo, nel cuore della terra e del cielo.

    Non so fingermi calme o indifferenze o altre giovanili prodezze, serti di mirto o palme.

    O immoto Dio che odio fa che emani ancora vita dalla mia vita non m'importa più il modo.

    * Ballata delle madri

    Mi domando che madri avete avuto. Se ora vi vedessero al lavoro in un mondo a loro sconosciuto, presi in un giro mai compiuto d'esperienze così diverse dalle loro, che sguardo avrebbero negli occhi? Se fossero lì, mentre voi scrivete il vostro pezzo, conformisti e barocchi, o lo passate a redattori rotti a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

    Madri vili, con nel viso il timore antico, quello che come un male deforma i lineamenti in un biancore che li annebbia, li allontana dal cuore, li chiude nel vecchio rifiuto morale. Madri vili, poverine, preoccupate che i figli conoscano la viltà per chiedere un posto, per essere pratici, per non offendere anime privilegiate, per difendersi da ogni pietà.

    Madri mediocri, che hanno imparato con umiltà di bambine, di noi, un unico, nudo significato, con anime in cui il mondo è dannato a non dare né dolore né gioia. Madri mediocri, che non hanno avuto per voi mai una parola d'amore, se non d'un amore sordidamente muto di bestia, e in esso v'hanno cresciuto, impotenti ai reali richiami del cuore.

    Madri servili, abituate da secoli a chinare senza amore la testa, a trasmettere al loro feto l'antico, vergognoso segreto d'accontentarsi dei resti della festa. Madri servili, che vi hanno insegnato come il servo può essere felice odiando chi è, come lui, legato, come può essere, tradendo, beato, e sicuro, facendo ciò che non dice.

    Madri feroci, intente a difendere quel poco che, borghesi, possiedono, la normalità e lo stipendio, quasi con rabbia di chi si vendichi o sia stretto da un assurdo assedio. Madri feroci, che vi hanno detto: Sopravvivete! Pensate a voi! Non provate mai pietà o rispetto per nessuno, covate nel petto la vostra integrità di avvoltoi!

    Ecco, vili, mediocri, servi, feroci, le vostre povere madri! Che non hanno vergogna a sapervi – nel vostro odio – addirittura superbi, se non è questa che una valle di lacrime. È così che vi appartiene questo mondo: fatti fratelli nelle opposte passioni, o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo a essere diversi: a rispondere del selvaggio dolore di esser uomini.

    * Supplica a mia madre

    È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore. Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data. E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame d'amore, dell'amore di corpi senza anima. Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù: ho passato l'infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso. Era l'unico modo per sentire la vita, l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita. Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione. Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile….

    * Non è amore

    Non è Amore. Ma in che misura è mia colpa il non fare dei miei affetti Amore? Molta colpa, sia pure, se potrei d'una pazza purezza, d'una cieca pietà vivere giorno per giorno... Dare scandalo di mitezza. Ma la violenza in cui mi frastorno, dei sensi, dell'intelletto, da anni, era la sola strada. Intorno a me alle origini c'era, degli inganni istituiti, delle dovute illusioni, solo la Lingua: che i primi affanni di un bambino, le preumane passioni, già impure, non esprimeva. E poi quando adolescente nella nazione conobbi altro che non fosse la gioia del vivere infantile - in una patria provinciale, ma per me assoluta, eroica - fu l'anarchia. Nella nuova e già grama borghesia d'una provincia senza purezza, il primo apparire dell'Europa fu per me apprendistato all'uso più puro dell'espressione, che la scarsezza della fede d'una classe morente risarcisse con la follia ed i tòpoi dell'eleganza: fosse l'indecente chiarezza d'una lingua che evidenzia la volontà a non essere, incosciente, e la cosciente volontà a sussistere nel privilegio e nella libertà che per Grazia appartengono allo stile.

    ha scritto il 

  • 3

    Splendori e miseria di un poeta

    Nuova edizione dell’antologia poetica pubblicata dall’autore nel 1970 con testi tratti dalle Ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Poesia in forma di rosa, dunque dagli anni 50 agli anni ...continua

    Nuova edizione dell’antologia poetica pubblicata dall’autore nel 1970 con testi tratti dalle Ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Poesia in forma di rosa, dunque dagli anni 50 agli anni 60. Nella prefazione scritta da Pasolini in quell’occasione, egli si definisce “poeta”, sia pure solo in “senso tecnico”. Difficilmente avrebbe potuto trovare una migliore presentazione di sé stesso: nella sua complessa e molteplice attività, prima ancora che cineasta, narratore, drammaturgo e saggista, il ruolo di poeta è quello centrale, anzi primario – non solo in ordine cronologico. Basterebbe rileggersi questi versi per ritrovare in nuce temi, ispirazioni e spunti che saranno ripresi negli altri campi della sua attività sino alla fine (e oltre – si pensi al postumo “Petrolio”). Bisogna aggiungere che le prime prove – dal poemetto “Le Ceneri di Gramsci” che è del 1954 fino alla sezione intitolata “Una disperata vitalità” che è del 1964 – contengono versi bellissimi, che reggono al tempo e che assicurano alla produzione poetica di Pasolini un ruolo di primo piano non solo nel panorama di quegli anni, ma di tutto il Novecento. Sono versi completamente slegati e avulsi dal corso che stava prendendo la poesia italiana in quel decennio, in un certo senso “inattuali” rispetto ai contemporanei – si pensi al recupero della terzina, di un sistema (benché parziale) di metri e di rime, per non parlare dell’assenza di riferimenti tanto all’ermetismo, quanto alla parola pura, quanto – sul versante opposto – alle avanguardie. Eppure – avendo solo una lontana ascendenza musicale alla Penna o alla Caproni, per cosi dire, in chiave prosaica – la poesia di Pasolini si pone ai maggiori livelli di tutta la nostra letteratura novecentesca proprio per il suo fraseggiare musicale. Quanto ai temi presenti con forza, c’è da dire che certi squarci su Roma sono straordinari, se non altro perché si è reinventato una città cantata da secoli con uno sguardo, al tempo stesso, soggettivo e oggettivo, visionario e minimalista, lucido e accorato, corale e intimo. Anche il confronto con la storia passata e presente tocca corde che non si possono non considerare come tra le più intense del suo tempo. Eppure questa stagione poetica dura una decina d’anni e non di più. Altre – per fortuna – sarebbero state le strade percorse da lui. Quella poetica si esaurisce, o peggio: si essicca come un fiume evaporato tra le pietre bruciate del deserto. Resiste ancora un tono leggero che non gli si addice o una polemica che cede al clima dell’epoca, quella sbornia ideologica di poeti digiuni di politica e che pretendevano di condizionare le scelte politiche del loro campo, smarrendo gli accenti personali a lui più adatti. Quando Pasolini si confà ai dettami delle neoavanguardia – più di quanto volesse – non convince, anzi fa quasi tenerezza. Poeta albatro come pochi le sue movenze in mezzo alla ciurma di ammutinati sono ormai più che ridicole: illeggibili.

    ha scritto il 

  • 4

    Poesie - Pier Paolo Pasolini

    Le poesie dell'italiano per eccellenza del secolo scorso. Immancabili, sotto qualunque riproduzione su carta, in ogni libreria che si rispetti. E quanto manca un Pier Paolo oggi, drammaticamente. E ...continua

    Le poesie dell'italiano per eccellenza del secolo scorso. Immancabili, sotto qualunque riproduzione su carta, in ogni libreria che si rispetti. E quanto manca un Pier Paolo oggi, drammaticamente. E invece teniamo Veltroni, senza un'opposizione intellettuale e extraparlamentare credibile a certo squallore di partito.

    ha scritto il