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Presi nella rete

La mente ai tempi del web

Di

Editore: Garzanti

3.1
(27)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 227 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8811601088 | Isbn-13: 9788811601081 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Computer & Technology , Health, Mind & Body , Social Science

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Descrizione del libro
Con la posta elettronica si tende a mentire molto di più che parlando. Scrivendo sms si risvegliano i pollici intorpiditi invece di usare i più evoluti indici, ma si ottiene una prosa sciatta e approssimativa, che deve sostenersi con l'aiuto di "faccine". Informazioni che tenevamo a mente (a partire dai numeri di telefono) sono trasferite su memorie esterne, indebolendo per conseguenza la nostra. Insomma, i media che ci circondano (e che formano quella che questo libro chiama mediasfera) modificano in profondità le nostre abitudini, il nostro uso del corpo e soprattutto le operazioni della nostra mente. Inoltre, ci interpellano in modo perentorio e irresistibile, inducendoci a esser "connessi" senza interruzione, perfino maniacalmente. "Presi nella rete" con fitti riferimenti al passato, la mente ai tempi del web, cioè i cambiamenti che la mediasfera produce nella mente, una rivoluzione inavvertita che è ancora più vasta e penetrante di quella che Platone paventava nel Fedro a proposito dell'avvento della scrittura. Il riassestarsi della gerarchia degli organi di senso, il sorgere di inedite forme di intelligenza, la metamorfosi del testo scritto e la virtuale scomparsa del concetto di "autore", gli slittamenti del modo di leggere e scrivere, la nascita di forme di vita "fasulle" che si scambiano di continuo con quelle "reali", le torsioni nel modo di raccontare storie, sono solo alcune delle dimensioni di questa rivoluzione.
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  • 2

    La tecnologia è opera del demonio!

    Pensavo fosse un libro che analizzasse con occhio critico e psicologico come i nuovi media avessero cambiato il nostro modo di pensare....e invece mi sono trovata a leggere un'invettiva contro internet e le nuove tecnologie


    Giudizi, continue citazioni col mondo greco e col passato (più un ...continua

    Pensavo fosse un libro che analizzasse con occhio critico e psicologico come i nuovi media avessero cambiato il nostro modo di pensare....e invece mi sono trovata a leggere un'invettiva contro internet e le nuove tecnologie

    Giudizi, continue citazioni col mondo greco e col passato (più un occasione per citare le proprie conoscenze che altro) e veramente poco materiale utile.

    Non do una stella giusto perchè ho trovato qualche spunto interessante...ma davvero pochi..

    ha scritto il 

  • 3

    Promesse

    Il linguista Raffaele Simone che da una decina d'anni s'è preso a cuore i malanni provocati dall'ultima planetaria, rapidissima e incontrollabile rivoluzione dell'umanità mi ha ricordato quei medici che per farti smettere di fumare ti mostrano, commentandole dottamente, le foto di polmoni marciti ...continua

    Il linguista Raffaele Simone che da una decina d'anni s'è preso a cuore i malanni provocati dall'ultima planetaria, rapidissima e incontrollabile rivoluzione dell'umanità mi ha ricordato quei medici che per farti smettere di fumare ti mostrano, commentandole dottamente, le foto di polmoni marciti dalla nicotina. La diagnosi di come le menti e di conseguenza le vite, dai loro dettagli più minuti alle loro svolte decisive, siano state intaccate (irrimediabilmente) dai ritmi e dai contenuti del web è precisa, articolata, documentata e soprattutto impietosa (certo non inedita). In via di estinzione: la capacità di mettere in sequenza poco più di un paio di ragionamenti, la paziente ostinazione imposta dalla lettura tradizionale per sua natura lenta, concentrata, isolante ma resistente, il riconoscimento fra vero e fasullo (sottile e illuminante in questi tempi dominati dal grigiore del pressappoco, la distinzione fra finto e fasullo a pag.200). E nell'ultimo capitolo la tac agghiacciante delle metastasi ormai sparse nell'intero organismo: la nascita in rete di una politica illusoriamente democratica e proprio per questo drammaticamente potente. Poche pagine, davvero profetiche però, quanto meno per chi nel nostro paese le avrà lette dopo il 25 febbraio di quest'anno.

    Insomma il libro è serio perché la questione è seria, ed è pure ben scritto: la prosa è sciolta, la quantità di citazioni contenuta e le stesse alla portata di molti, abbastanza sorvegliati (o ben nascosti) l'uggioso stupore da accademico e l'insopportabile moralismo da parrucconi. Però... però sono così tanto affezionata alle mie dipendenze (stampelle per percorrere le strade accidentate del vivere) che alla lezione del buon maestro reagirò con promesse come quelle fatte mille volte e mille volte non rispettate alle raccomandazioni di smettere di fumare del dottore. Caro professore, l'ultima recensione e poi smetto.

    ha scritto il 

  • 3

    A mio avviso non si può vedere la rete (e tutto ciò che le sta dentro e intorno) come qualcosa del tutto negativo per la nostra realtà, poichè di vantaggi ne porta molti. Certo i difetti elencati, soprattutto l'isolamento degli uomini nella propria sfera personale, sono messi ben in risalto. Nono ...continua

    A mio avviso non si può vedere la rete (e tutto ciò che le sta dentro e intorno) come qualcosa del tutto negativo per la nostra realtà, poichè di vantaggi ne porta molti. Certo i difetti elencati, soprattutto l'isolamento degli uomini nella propria sfera personale, sono messi ben in risalto. Nonostante questo sono convinta che di una medaglia non si deve guardare e giudicare aspramente solo una faccia.

    ha scritto il 

  • 3

    Apocalittico

    Internet ci rende stupidi? una domanda che si sente spesso e a cui molti hanno dato risposta. R.Simone prende una posizione negativa verso la Mediasfera -ambiente in cui la presenza dei media è preponderante-, la quale influisce, negativamente, verso l'ambiente che ci circonda e verso noi stessi, ...continua

    Internet ci rende stupidi? una domanda che si sente spesso e a cui molti hanno dato risposta. R.Simone prende una posizione negativa verso la Mediasfera -ambiente in cui la presenza dei media è preponderante-, la quale influisce, negativamente, verso l'ambiente che ci circonda e verso noi stessi, verso le nostre abitudini. Un utilizzo ossessivo e maniacale dei media porta l'esaltazione della distrazione sulla concentrazione. I media hanno avviato la terza era della conoscenza, quella dove la cultura passa non solo tramite i libri ma anche tramite il video. La posizione di R.Simone è a tratti interessante e realista, ma sicuramente troppo conservatrice verso un media che ha tante potenzialità se sapute sfruttare.

    ha scritto il 

  • 1

    La prima reazione è stata di fastidio: per i toni apocalittici suffragati da citazioni colte, per lo spirito conservatore-tradizionalista... Non che io mi sia trasformata in entusiasta della rete, ma sembra proprio che manchi una conoscenza aggiornata dei continui sforzi per promuovere l'educazio ...continua

    La prima reazione è stata di fastidio: per i toni apocalittici suffragati da citazioni colte, per lo spirito conservatore-tradizionalista... Non che io mi sia trasformata in entusiasta della rete, ma sembra proprio che manchi una conoscenza aggiornata dei continui sforzi per promuovere l'educazione ai media e un “internet di qualità” con norme, parametri,standard e segnaletica adeguati. Soprattutto manca una "pars costruens" che vada oltre la nostalgia delle tradizionali forme di acquisizione delle conoscenze. Una sensazione analoga mi aveva dato la lettura di Lynch "Il profumo dei limoni" (acquistato su richiesta di una mamma - insegnante alla materna) ma quest'ultimo è un testo dichiaratamente provocatorio, con minori pretese intellettualistiche, basato sul racconto di una esperienza di sospensione dell'uso dei media digitali e con maggiori aperture verso la possibilità di un utilizzo positivo degli stessi.

    ha scritto il 

  • 2

    Una totale delusione. Ho sempre letto e stimato Simone, e nei suoi libri ho trovato un pensiero critico e articolato, ma in questo si iscrive nella categoria degli apocalittici, con prese di posizione totalmente negative sugli sviluppi della conoscenza ai tempi di internet; il problema è che que ...continua

    Una totale delusione. Ho sempre letto e stimato Simone, e nei suoi libri ho trovato un pensiero critico e articolato, ma in questo si iscrive nella categoria degli apocalittici, con prese di posizione totalmente negative sugli sviluppi della conoscenza ai tempi di internet; il problema è che queste prese di posizione sono spesso superficiali, non adeguatamente motivate, con salti logici, e a volte espresse con una ignoranza sorprendente dell'argomento in discussione; senza contare la mescolanza di fenomeni radicalmente diversi come la televisione e internet. Mi dispiace.

    ha scritto il 

  • 3

    La parte iniziale offre spunti interessanti. Le altre sono più noiose. Nel complesso il titolo è fuorviante: la rete e Internet hanno un peso relativamente marginale nelle parti 2, 3 e 4. Entrano come esempi di dinamiche analizzate teoricamente. Si vede che il testo nasce anche riciclando altri l ...continua

    La parte iniziale offre spunti interessanti. Le altre sono più noiose. Nel complesso il titolo è fuorviante: la rete e Internet hanno un peso relativamente marginale nelle parti 2, 3 e 4. Entrano come esempi di dinamiche analizzate teoricamente. Si vede che il testo nasce anche riciclando altri lavori.

    ha scritto il 

  • 4

    La Terza Fase dodici anni dopo

    Questo nuovo saggio di Raffaelle Simone rivede, aggiorna e amplia uno dei suoi più grandi successi, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (2000). Molti passi (e interi capitoli) sono ripresi dal saggio precedente, ma lo sviluppo complessivo giustifica la ripresa per la chiarez ...continua

    Questo nuovo saggio di Raffaelle Simone rivede, aggiorna e amplia uno dei suoi più grandi successi, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (2000). Molti passi (e interi capitoli) sono ripresi dal saggio precedente, ma lo sviluppo complessivo giustifica la ripresa per la chiarezza dell’argomentare. Il quadro, che nella Terza Fase era essenzialmente negativo e pessimistico, assume tinte parzialmente diverse, configurandosi come analisi critica volta a capire meglio le cause all’origine delle nuove forme di acquisizione delle conoscenze che si vanno imponendo ai tempi del web.

    Il parere di Simone non è mutato, anche se i toni sono appunto diversi. Indubbiamente all’inizio del terzo millennio sono andate perdute molte forme del sapere e molte modalità di acquisizione e recupero delle conoscenze, che si sono trasformate in qualcosa di diverso, all’insegna della discontinuità, della frammentazione, della velocità (p. 174: «Come il paradigma tradizionale si basava sulla continuità del tempo e la pazienza, quello attuale si basa infatti sull’interruzione e l’impazienza»). Siamo immersi in quella che Simone chiama la mediasfera, cioè un contesto nel quale i media sono ovunque e in ogni momento, condizionando pesantemente la nostra vita: è cambiato il modo di leggere, di scrivere (p. 94: «la scrittura digitale fonde le due fasi che la scrittura pre-digitale separava nettamente. In questa, la fase processuale era illimitatamente aperta, mentre la fase del prodotto era stabile e definitivamente chiusa. Nella scrittura digitale invece esiste solo una illimitata fase processuale: non c’è nessun momento in cui si possa davvero dire che il testo è finito, e quindi stabile. Perfino la forma conclusiva del testo può essere modificata»), di scambiarsi informazioni, di comunicare, di immagazzinare il sapere (che non è più dentro di noi, ma esterno, riversato in memorie hardware o in spazi virtuali non ben identificabili); è cambiato il concetto di libro (p. 114: «l’idea diffusa che abbiamo del testo si sta modificando e sta tornando a privilegiare il testo disarticolato. Siamo cioè in una fase di interpolazione: il testo non è più un’entità chiusa e protetta ma è di nuovo un oggetto aperto e penetrabile, liberamente copiabile e interpolabile senza limiti. In altri termini, la membrana protettiva dei testi si dissolve ed essi ritornano, come nel Medioevo, aperti, modificando il sistema di presupposizioni che colleghiamo al termine testo»), è in pericolo il concetto stesso di autore, si sono imposte nuove forme di narrazione, prima sconosciute (p. 197: «Ora, è evidente, di un’evidenza addirittura palmare, che questi giovani producono e consumano storie diverse, strutturate diversamente, e diversamente raccontate da quelle a cui ha attinto la genereazione precedente la mediasfera»).

    Il succo è che stiamo vivendo uno dei periodi di maggior trasformazione dei paradigmi di riferimento in tutta la storia dell’uomo. E la portata del cambiamento ancora ci sfugge del tutto: ma le inquietudini sociali, i movimenti di protesta nati grazie al web nell’ultimo biennio sono il segnale che forse anche il concetto stesso di democrazia si sta trasformando. In che cosa, non è (ancora) dato sapere.

    ha scritto il 

  • 4

    Raffaele Simone, docente all’università di Roma Tre, saggista mai banale e linguista tra i maggiori in Europa, nel recente Presi nella Rete (sottotitolo “La mente ai tempi del web”) mette sotto accusa internet. In buona compagnia con una lunga serie di critici autorevoli e “non analogici”, cioè n ...continua

    Raffaele Simone, docente all’università di Roma Tre, saggista mai banale e linguista tra i maggiori in Europa, nel recente Presi nella Rete (sottotitolo “La mente ai tempi del web”) mette sotto accusa internet. In buona compagnia con una lunga serie di critici autorevoli e “non analogici”, cioè non digiuni di mondo digitale e difficilmente liquidabili come passatisti (Jaron Lanier, Nicholas Carr, Evgenij Morozov, Clifford Stoll). La rete, dice Simone, e con la rete la “mediasfera”, ovvero l’ubiquità pervasiva dei mezzi e delle fonti d’informazione, stanno cambiando l’ecologia e l’etologia del nostro cervello. In parole povere, un rumore di fondo ininterrotto e stordente ci accompagna in ogni fase della giornata, a ogni latitudine, rendendo impossibile solitudine e concentrazione. Assieme all’ambiente cambiano i comportamenti: si guarda più che ascoltare e leggere; si privilegia la simultaneità alla sequenzialità, lo sguardo rapido e distratto sul tutto piuttosto che il ragionamento finito, con un capo una coda e le sue necessarie lentezze (ma la velocità non è un mito nato con internet); si delega la memoria personale a una “memoria esterna”, intaccando così i processi di apprendimento ed elaborazione (e favorendo una “cultura del frammento” irrelata a scapito di quella che era un tempo chiamata “cultura generale”); si impoverisce il linguaggio e, soprattutto, la scrittura, che diventa più elementare: fino a scrivere senza filtri e nessi logico-sintattici, come si parla, in testi insieme sciatti e apodittici; si tende a scambiare il verosimile (e a volte anche l’incredibile) per il vero, il fattoide per il fatto; si perde l’arte di narrare, indulgendo nella fluvialità o nell’eccesso di concisione (e sopprimendo di fatto l’autorialità: tanti testi –copiaincollabili, modificabili, falsificabili– nessun testo, tutti autori nessun autore); e, in politica, si accredita il mito (vano o illusorio) della “democrazia digitale”. Credo di avere riassunto, sintetizzandole senza caricature, la maggior parte delle accuse. Oltre all’operatività del cervello, aggiunge Simone, internet cambia anche altri organi: guardate, dice, com’è cambiato il lavoro delle dita sugli smartphone e sui tablet. E come la dinamica biologica passa dall’adattamento darwiniano (la funzione crea l’organo) all’esattamento (l’organo crea la funzione: intanto diamo le ali al pollastro, hai visto mai che gli venga voglia di volare). Che cosa ribadire? C’è molto di vero nelle affermazioni di Raffaele Simone. Ma c’è anche, come è forse inevitabile in un saggio di taglio polemico, qualche enfasi di troppo sulla pars destruens, su quel che non va, su quel che si perde, si perderebbe o si è già perso. Quasi che, investiti da cambiamenti immani quanto inevitabili, dovessimo sempre viverli riproponendo la “querelle des anciens et des modernes”. Internet non è il paradiso. Non è l’inferno. Non ha bisogno di profeti dell’entusiasmo nuovista, ma neppure di uno sguardo velato dal pessimismo. Come tutti i grandi fiumi, che trasportano pepite d’oro, detriti alluvionali e carogne, ha bisogno di qualche diga. Come tutte le formazioni giovani (internet ha vent’anni: anche in un’epoca di accelerazioni vertiginose, è in piena infanzia; fosse il cinema, sarebbe come il cinema nel 1915; e in genere, le grandi innovazioni tecnologiche della modernità hanno sempre avuto bisogno di mezzo secolo circa per sviluppare in forma compiuta le loro potenzialità), deve crescere e raggiungere la maturità. E nel frattempo deve essere governato, pensato, normato (la via non è il firewall cinese o la censura araba o russa, ma neppure il mito della libertà assoluta, senza regole né vincoli: è la democrazia governata dalle leggi). Soprattutto, internet ha bisogno di essere considerato per quello che è: uno straordinario mezzo di circolazione di conoscenze e saperi. Di più, un mezzo che consente di creare cultura, saperi e buone pratiche. Che poi queste conoscenze convivano con una marea indifferenziata di materiali effimeri, irrilevanti o ignobili, è altra questione. Da affrontare, ma senza fare di internet la causa (o il capro espiatorio) di una crisi (di una decadenza) che arrivano da fuori e, al massimo, da internet sono amplificate. Davvero è colpa di internet se si perde l’abitudine alla lettura? Se si guarda più che leggere? Ma la disaffezione italiana a libri e giornali è storia antica. E chi “guarda” internet in maniera compulsiva non ha messo in un cantuccio i libri: semplicemente non li leggeva, o non li leggeva troppo, neanche prima. Prima, con ogni probabilità, guardava in maniera compulsiva la tv. Oppure, se è giovane, usa internet come un tempo si usava la tv. Internet favorisce una cultura frammentaria e irrelata? Può darsi, ma forse bisognerebbe chiedersi che ne è stato della “cultura generale”: e se scuola famiglia e tessuto sociale non abbiano niente da rimproverarsi in proposito. Cambiano i canoni, i paradigmi, le tassonomie del sapere: siamo sicuri che una dignitosa cultura generale, oggi, sia garantita dai programmi ministeriali? E che, la dico grossa, un mondo complesso e in vertiginosa mutazione non richieda una curiosità più volatile e mobile, forse più superficiale ma capace di abbracciare anche altri campi dell’esperienza? Come conciliare tutto ciò con la necessità di avere un metodo? La mediasfera è ubiqua, persecutoria come i grandi fratelli e le spectre dei thriller e delle distopie? Si può staccare la spina. «Il 90 per cento del lavoro consiste nel non farsi distrarre da internet»: non sono io a dirlo, ma un guru digitale come Cory Doctorow. O altrimenti, su internet ci si può passeggiare: andare su Facebook come se si facesse lo struscio in piazza. Ascoltando ora una voce ora l’altra, ma senza soffermarsi troppo e senza farsi assordare. Adotto, da tardivo moderatamente digitale ma curioso del nuovo, il punto di vista rozzo del bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto, tanto per capirci. Lo scrivere sciatto e perentorio? su Facebook trovo il mio amico giurista e deputato che dà conto della sua attività parlamentare in maniera ampia e distesa. E il mio amico che trent’anni fa urlava in piazza e adesso urla contro Supercazzola (Mario Monti, ndr) nella piazza digitale. Il problema non è Facebook, sono le urla e un certo modo di pensare (e praticare, chi ancora la pratica) la politica per slogan e in maniera puramente emotiva, come la figurina di una vignetta satirica. Ma, appunto, non è colpa di internet né l’antica propensione di molta sinistra per il massimalismo né la recente adozione di comici e vignettisti come fonti. Chi scrive sciatto oggi, ipersemplifico, ieri parlava (e urlava) sciatto al bar o all’assemblea. Lo sguardo rapido e simultaneo contro la sequenzialità? Ho letto di recente un filosofo coreano che aveva parole piuttosto dure contro il multitasking. Ma certe attività lo richiedono, come altre lo devono bandire. La mia attività di giornalista, per esempio, richiede un’attenzione costante a certi siti, a certe notizie. E alla posta: che è fatta all’80 per cento di spam, ma può nascondere notizie, proposte, comunicazioni, articoli. La tendenza a prestare ascolto a voci, leggende, fattoidi? Precede di molto la nascita della rete (dalle gazzette settecentesche alle leggende metropolitane) e, anzi, la rete si è attrezzata con alcuni siti antibufala per contrastarla. La lunghezza o la brevità eccessiva nella narrazione? Ricorderei la fluvialità di molto ‘800 e ‘900 e, assieme, i “piccoli testi” che ha prodotto: dai Romanzi in tre righe di Félix Fénéon (mica un pischello qualunque, il direttore della Revue Blanche alla quale collaboravano Proust e Gide) ai Delitti esemplari di Max Aub, sodale di Buñuel. Lo so, è una risposta sul filo del paradosso: ma altrettanto lo è l’accusa di Simone. Direi che oggi in letteratura prevale una misura ragionevolmente medio-breve, e che la lunghezza è appannaggio soprattutto della letteratura di genere e di certi ambiziosi “grandi romanzieri americani” (un critico californiano, a proposito di Franzen e delle sue ultime fatiche, annotava sarcastico che il lettore medio americano, se spende qualche dollaro per un romanzo, deve portarsi a casa almeno un suv). Quanto all’autore, non mi sembra destinato all’estinzione, se non per il fatto che gran parte della produzione corrente è tutt’altro che memorabile: è stato falsificato e plagiato anche senza bisogno della rete (penso a certe recenti scopiazzature “su carta” da Via col vento e da Guerra e pace), azzittito da testi anonimi, fogli volanti, edizioni pirata e quant’altro. Insomma, di internet si può dire tutto e il contrario di tutto. Simone ci vede soprattutto la compulsività di certi vicini molesti in treno, la vacuità dei siti, la genericità e la cattiva qualità delle informazioni fornite. Tutte cose vere. Io ci vedo soprattutto la mappatura del cervello umano che stanno facendo i neurologi americani (questa e altre imprese le racconta bene Michio Kaku in Fisica del futuro), la crescita qualitativa di Wikipedia, frutto di volontariato culturale più che rispettabile (dissento da Simone che vede l’enciclopedia come casuale e priva di controlli: ci sono eccome, e le maglie del libero accesso alle voci si stanno restringendo), il lavoro immane dei biologi, la miriade di siti collaborativi, l’open science (c’è un libro molto bello, Le nuove vie della scoperta scientifica di Michael Nielsen, pubblicato di recente da Einaudi, che spiega in dettaglio quali progressi abbia comportato il superamento della peer review e il libero confronto online fra gli scienziati e i ricercatori), la pratica degli open data nelle pubbliche amministrazioni. E potrei continuare a lungo. Su una cosa si può convergere: sulla necessità che il web venga migliorato, che nasca un “internet di qualità” con norme, parametri, standard e segnaletica adeguati (lo sostiene per esempio Morozov). Che governi e istituzioni sovranazionali si impegnino a fare diventare “patrimonio dell’umanità” molti dei dati raccolti e dei saperi ospitati che, oggi, sono precari e a rischio di sopravvivenza futura quanto la fragile carta delle nostre biblioteche. E che, dalla vitale ma spesso molesta anarchia di oggi si passi, senza calpestare nessuna libertà (e nessun diritto a cazzeggiare e a scrivere “Butta la pasta, amore” sul social network preferito, ci mancherebbe) a una maggiore e più armoniosa complessità. In questa prospettiva vanno lette (e accolte, per superarle) le perplessità che Simone solleva. Presi nella rete è un promemoria non sempre e non del tutto condivisibile. Ma importante, come lo sono di solito i libri che pongono domande invece di confermarci pigramente nelle nostre certezze.

    ha scritto il 

  • 4

    "Il libro di carta ha una massa definita, sta bene in mano, si manipola senza sforzo, si copia e si annota; si possono strappare e interfoliare le sue pagine; permette di calcolare a colpo d'occhio quanto manca alla fine, di capire a che punto ci si trova e di spostarsi velocemente da un punto al ...continua

    "Il libro di carta ha una massa definita, sta bene in mano, si manipola senza sforzo, si copia e si annota; si possono strappare e interfoliare le sue pagine; permette di calcolare a colpo d'occhio quanto manca alla fine, di capire a che punto ci si trova e di spostarsi velocemente da un punto all'altro; ospita tra le sue pliche quel che si vuole ( dediche, disegni, ciuffi di capelli, poesie, cartoline, fiori secchi, biglietti, fotografie, soldi...); quando si lascia aprire e leggere squaderna tutto il suo contenuto, quando è richiuso non mostra di sé stesso che la copertina o il dorso. Ci sono libri più o meno comodi da usarsi: alcuni si aprono e si distendono facilmente, si tengono in mano senza sforzo, si possono leggere stando a pancia in su. IL libro si lascia mostrare, prestare, collezionare e affiancare i suoi simili sugli scaffali, formando filze ordinate e decorative."

    " L'alto concetto del progresso umano è stato privato del suo senso storico e degradato a mero fatto naturale, sicché il figlio è sempre migliore e più saggio del padre e il nipote più libero di pregiudizi del nonno. [...] Alla luce di simili sviluppi, dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l'ignoranza una garanzia di successo." Hanna Arendt

    ha scritto il