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Prima che la storia finisca

By Alessandra Galetta

(6)

| Mass Market Paperback | 9788889378908

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Book Description

Akan 24 anni Ghana, Teresa 19 anni Ecuador, Danut 30 anni rumeno s'incontrano a Roma sulle sponde del Tevere. Sono diversi, ma tutti e tre hanno dovuto affrontare un viaggio, tutti e tre hanno qualcosa che gli è andato male e così cominciano a parlar Continue

Akan 24 anni Ghana, Teresa 19 anni Ecuador, Danut 30 anni rumeno s'incontrano a Roma sulle sponde del Tevere. Sono diversi, ma tutti e tre hanno dovuto affrontare un viaggio, tutti e tre hanno qualcosa che gli è andato male e così cominciano a parlare.

2 Reviews

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    In "Prima che la storia finisca" Alessandra Galetta racconta quattro storie che si intersecano sulle sponde del Tevere. Sono le storie di Teresa, suora ecuadoreña che si trova immischiata in sordide storie di chiesa (che richiamano gli scandali di qu ...(continue)

    In "Prima che la storia finisca" Alessandra Galetta racconta quattro storie che si intersecano sulle sponde del Tevere. Sono le storie di Teresa, suora ecuadoreña che si trova immischiata in sordide storie di chiesa (che richiamano gli scandali di queste settimane); di Akan, ghanese venuto in Italia sul "gommone" per trovarsi agli ordini di un clan di spacciatori; di Danut, rumeno di bell'aspetto ma privo di coraggio, sposato con una ragazza italiana; di Antonio, fotoreporter in crisi con la famiglia e con il lavoro.
    I quattro cospirano al chiaro della luna e si raccontano le loro storie, progettando un futuro comune di solidarietà. E da quella notte una svolta accadrà per ognuno di loro, e finirà la storia.
    Nei dialoghi tra i quattro protagonisti traspare (forse anche troppo) il gusto per la scrittura dell'autrice, che attraverso il suo stile imprime nella testa del lettore le storie "vere" di queste persone e di Roma, oggi.
    "Prima che la storia finisca" è il secondo romanzo di Alessandra Galetta.
    Alessandra ha un blog personale (www.alessandragaletta.com) che seguo da anni, scrive (bene) dall'Olanda (dov'è immigrata) e qualche volta dall'Italia.

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    Salgalaluna said on Apr 21, 2010 | Add your feedback

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    Questo l'ho scritto io e quindi non ci saranno stelle e nemmeno recensioni, ma un<br />brano tratto dal capitolo 9 in cui Akan Kappa racconta:<br />"Io ho ammazzato un uomo.<br />Non gli ho messo le mani al collo e stretto fino a fa ...(continue)

    Questo l'ho scritto io e quindi non ci saranno stelle e nemmeno recensioni, ma un<br />brano tratto dal capitolo 9 in cui Akan Kappa racconta:<br />"Io ho ammazzato un uomo.<br />Non gli ho messo le mani al collo e stretto fino a fargli schizzare via la vita insieme agli occhi e nemmeno gli ho strappato il cuore.<br />In effetti ora che lo racconto mi accorgo che ammazzare non è la parola esatta.<br />Dal libro di diritto che ho letto nella biblioteca di Padre Riotta posso dire che la colpa di cui mi sono macchiato porta il nome di omissione di soccorso, che la legge punisce, anche se con pene meno severe di un assassinio.</p><p>Non c’è la volontà di fare del male quando si omette, è quella del fare che manca. Che è poi la stessa non azione che ha riguardato mio cognato quando è stato travolto dall’automobile, e il guidatore ha proseguito senza rallentare, non concedendogli neanche un’occhiata dallo specchietto retrovisore a mio cognato spiaccicato sui sanpietrini e i binari, manco fosse stato un piccione. Ma è stato fortunato quel tipo lì. Ha investito uno senza nome e nessuno ha letto la sua targa tranne me, e gli agenti non hanno perso tempo per rintracciare uno sconosciuto che aveva ucciso un altro sconosciuto.<br />Tiravamo fuori libri incredibili dalle casse, libri su argomenti che ci stupivano, ci facevano ridere o arrabbiare a seconda dell’umore o dell’aria. Leggevamo le ricette di come cucinare con il microonde, ma la corrente non c’è nelle baracche della periferia di Accra e tanto meno i forni a microonde, però ci erano utili per imparare altre parole. Ma a parte questo quasi tutti quelli che ci arrivavano erano spazzatura, ma se hai poco anche la spazzatura diventa appetitosa e oltretutto quando impari una lingua non fai caso alle parole, a come sono incastrate tra loro, intendo. Sei colpito dai suoni e tralasci anche il significato generale, devi memorizzare e non hai tempo per rifletterci sopra. Sai soltanto, con il tuo buonsenso, che le parole possono far male.<br />Ma non vorrei perdermi ora che ho cominciato a raccontare. A Padre Riotta, agli altri e a me accadeva spesso di perderci nei discorsi. Appoggiavamo le schiene alle lamiere della Chiesa e fissavamo il cielo per l’ispirazione, cominciavamo da un punto e arrivavamo in mezzo al mare. Quando eravamo lontani ripensavamo al punto, ma difficilmente lo ricordavamo.<br />È una spiegazione che rivela poco circa il nostro modo di passare le serate, ma i nostri discorsi erano così confusi che non trovo un altro modo per descriverli. Certe volte Padre Riotta s’arrabbiava e diceva che bisognava sforzarsi di rendere le nostre chiacchiere produttive, di mantenerci lungo un filo, come fanno i bambini quando vengono portati dal maestro al parco e stanno con le mani attaccate alla corda, ma poi finiva per rinunciare a questo proposito, e diceva: adesso voglio parlarvi da uomo, non da prete o da maestro.</p><p>Ero sul barcone con cui sono arrivato in Sicilia, già si vedevano da un po’ le luci della costa. L’acqua da bere era terminata da un pezzo e da un pezzo avevano cominciato a gettare i cadaveri in mare. Be‘‘ i cadaveri. Buttavano via quelli che non si muovevano più. Assisti a questa cosa e provi sollievo perché pensi che quel che resta sarà diviso tra un numero più ridotto di persone, non rifletti sul pensiero che toccherà a te, continui a sentirti immortale anche se ti tremano le mani e le gambe e hai le labbra spaccate e gonfie come wurstel.<br />A noi africani sta succedendo quello che è accaduto agli ebrei che deportavano in Germania.<br />C’eravamo seccati sotto al sole come succede ai vermi quando viene arata la terra. Dicevo degli ebrei però. Quelli che sopravvivono quando sbarcano sono rinchiusi nei centri. Che differenza c’è tra la fine che hanno fatto loro e quella che facciamo noi? La durata della fine. Per loro è stata più rapida, noi ci perdiamo in tappe diverse.<br />Così avevo una sete che non vi posso spiegare. La gola era rigida, la lingua mi esplodeva in bocca, il mondo si era trasformato in sale, quello aveva ancora l’acqua nella bottiglia, sarà stata quasi mezzo litro: la vita, capite? Nessuno se n‘e era accorto perché a un certo punto aveva avuto una specie di collasso e gli era rotolata sotto, ma io l’avevo vista, uno spicchio di plastica verde che spuntava dal corpo, e l’ho sfilata lentamente tenendo sotto controllo quelli che avevo intorno.<br />Lui aveva le labbra che erano dei palloncini, le ha mosse, chiedevano l’acqua quelle labbra, io l’ho guardato, lui mi ha guardato, poi l’ho bevuta fino all’ultima lacrima. Ma sì, anche voi avreste fatto come me, quelli che non lo avrebbero fatto si chiamano santi, e i santi hanno lo stesso passo dei morti.<br />Uno dei marinai si è avvicinato, gli ha tastato il collo, l’ha afferrato per le ascelle.<br />No, questo no, gli ho detto.<br />Mi ha guardato come se avesse davanti i resti di una carogna scarnificata dagli avvoltoi.<br />Questo morto è opera tua, mi ha detto.<br />Ho digerito questa frase e anche quegli occhi e quelle labbra senza parole. Abbiamo percorso ancora un tratto, poi hanno spento i motori, per un attimo mi è sembrata una liberazione, quel silenzio, il flap delle onde contro lo scafo, infine ho capito, tutti hanno capito, ci hanno detto che dovevamo tuffarci, che non potevano portarci dove era stato combinato perché c’erano delle motovedette dei carabinieri nella zona dell’approdo, che non era possibile fare una deviazione perché il carburante non glielo permetteva.<br />Saremmo stati una cinquantina ad essere ancora vivi e coscienti. Siamo sopravvissuti in venti, così ho saputo dopo. Perché io, ad Accra, quando mettevo da parte i soldi per il viaggio, facevo anche un’altra cosa: nuotavo fino allo sfinimento tutti i pomeriggi, mi allenavo alla resistenza.<br />Ci siamo buttati e abbiamo puntato verso le luci, parevano stelle quelle luci che tremavano sulla costa, curioso che noti un dettaglio del genere in un momento in cui c’è puzza di morte. A un certo punto ho abbandonato il gruppo e ho nuotato verso il buio, se c’era una probabilità di non essere catturato dovevo andare verso l’oscurità non verso la luce. Verso il buio c’era l’incertezza e inoltre s’allungava il percorso, ma io m’ero allenato e poi seguivo le indicazioni di mio cognato: vai verso il buio a sinistra delle luci.<br />Quelli che ce l’hanno fatta sono stati portati a Lampedusa e ora sono di nuovo giù in Ghana, in Camerun, in Nigeria, più poveri e arrabbiati di quando sono partiti.<br />Ho dormito dentro un cespuglio, ho bevuto da una fontana all’alba, ho divorato delle arance amare e dei frutti che m’hanno riempito di spine le dita, ho trovato il paese dove c’era il contatto. Avevo imparato tutto a memoria prima di partire.<br />Il contatto aveva un biglietto del treno e dei vestiti spediti da mio cognato, ho mangiato ancora, ho bevuto una tanica d’acqua, poi ho caricato sacchi su un camion per un mese in cambio del suo servizio, infine sono partito, e quando sono arrivato a Roma mi sono detto: ormai non può che andare bene."</p><p>Da settembre in libreria.<br />qui il video: http://www.alessandragaletta.com/about/prima-che-la-storia-finisca/

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    Alessandra said on Jul 22, 2009 | 4 feedbacks

Book Details

  • Rating:
    (6)
    • 4 stars
  • Mass Market Paperback 189 Pages
  • ISBN-10: 8889378905
  • ISBN-13: 9788889378908
  • Publisher: Eumeswil
  • Publish date: xxxx-xx-xx
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