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Primo sangue

Di

Editore: Rizzoli (BUR Futuropassato)

3.9
(10)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 235 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8817043893 | Isbn-13: 9788817043892 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Rosanna Scopelliti

Genere: Crime , History , Law

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Descrizione del libro
Delitto Scopelliti: l'omicidio, ancora oggi senza colpevoli, del giudice che non volle trattare. Il patto segreto tra 'ndrangheta e Cosa Nostra che aprì la stagione delle stragi. Interviste esclusive a Salvatore Boemi e Nicola Gratteri.

Il 9 agosto 1991 il giudice Antonino Scoperti veniva ucciso in un agguato a Campo Calabro, lasciando la moglie e la figlia di sette anni Rosanna, della cui esistenza, per motivi di sicurezza, pochissimi sapevano. La morte di Scopelliti. impegnato in quei giorni in Cassazione per il maxi-processo di Palermo, apriva di fatto la stagione delle stragi, il duro ambiguo confronto tra Stato e mafia che avrebbe portato, poco dopo, alle morti di Falcone e Borsellino. Iniziava così una collaborazione inedita e pericolosissima tra mafia e 'ndrangheta, senza l'assenso della quale non sarebbe Stato possibile giustiziare un magistrato in terra calabrese. Eppure il caso fu facilmente insabbiato; i colpevoli, identificati in membri della 'ndrangheta ma, prima ancora, in Totò Riina e Nitto Santapaola quali mandanti, saranno tutti assolti dopo una (unga e dolorosa vicenda processuale. In "Primo sangue" Aldo Pecora riapre il caso Scopelliti ricostruendo una vicenda che ancora costituisce una vergogna per le nostre istituzioni, e narrando non solo eventi inediti, ma una storia familiare difficilissima. Il dolore per quella morie tanto feroce porterà con gli anni Rosanna a impegnarsi attivamente, assieme allo stesso Pecora, nel contrasto civile alla 'ndrangheta con l'associazione Ammazzateci Tutti. Nel tentativo ancora oggi in atto, di fare giustizia anche per la memoria di Antonino Scopelliti.
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  • 4

    Recensione di onelulu

    un cognome disturbante
    Scopelliti oggi fa pensare al politico reggino inquisito per mafia. Peccato che vent'anni fa un suo concittadino con lo stesso cognome, quella stessa mafia la combatteva e ci e' pure morto. I killer andranghetisti "lo hanno sparato", come ...continua

    Recensione di onelulu

    un cognome disturbante
    Scopelliti oggi fa pensare al politico reggino inquisito per mafia. Peccato che vent'anni fa un suo concittadino con lo stesso cognome, quella stessa mafia la combatteva e ci e' pure morto. I killer andranghetisti "lo hanno sparato", come direbbero, su una provinciale semi deserta, in un caldo inizio d'agosto del 1991. Un giudice di cassazione che si accingeva a studiare carte e scartoffie del maxi processo a cosa nostra. Ma allora perche' l'andrangheta? Semplice, gestione del territorio e dunque esternalizzazione dei servizi! Mentre si combatteva la mafia siciliana, l'andrangheta iniziava il suo lento cammino di dominio del territorio italiano e non solo (oggi e' invasiva e pervasiva al nord, dove ci sono i soldi, come al sud). Il giovane Aldo Pecora, recupera le informazioni di questo delitto poco noto, le intervalla con delle considerazioni di prima penna della figlia e le arricchisce con un paio di interviste finali a uomini in prima linea contro l'andrangheta.
    Si ottine un quadro ricco e inquietante. Cosi' come inquieta sapere che Antonino Scopelliti si era sentito costretto a nascondere al mondo di essere sposato e di avere anche una figlia, per proteggerle e per evitare ricatti dalla sua terra e dalla sua gente, la medesima gente che ha fatto di tutto per cancellarne l'operato e pure la memoria. Un libro un po' ingenuo forse nella sua speranza di memoria e nella sua costruzione, che pero' sa attirare l'attenzione e sa far indignare.

    Se vuoi visitare la libreria di onelulu, clicca qui:

    http://www.anobii.com/onelulu/books

    ha scritto il 

  • 3

    un cognome disturbante

    Scopelliti oggi fa pensare al politico reggino inquisito per mafia. Peccato che vent'anni fa un suo concittadino con lo stesso cognome, quella stessa mafia la combatteva e ci e' pure morto. I killer andranghetisti "lo hanno sparato", come direbbero, su una provinciale semi deserta, in un caldo in ...continua

    Scopelliti oggi fa pensare al politico reggino inquisito per mafia. Peccato che vent'anni fa un suo concittadino con lo stesso cognome, quella stessa mafia la combatteva e ci e' pure morto. I killer andranghetisti "lo hanno sparato", come direbbero, su una provinciale semi deserta, in un caldo inizio d'agosto del 1991. Un giudice di cassazione che si accingeva a studiare carte e scartoffie del maxi processo a cosa nostra. Ma allora perche' l'andrangheta? Semplice, gestione del territorio e dunque esternalizzazione dei servizi! Mentre si combatteva la mafia siciliana, l'andrangheta iniziava il suo lento cammino di dominio del territorio italiano e non solo (oggi e' invasiva e pervasiva al nord, dove ci sono i soldi, come al sud). Il giovane Aldo Pecora, recupera le informazioni di questo delitto poco noto, le intervalla con delle considerazioni di prima penna della figlia e le arricchisce con un paio di interviste finali a uomini in prima linea contro l'andrangheta.
    Si ottine un quadro ricco e inquietante. Cosi' come inquieta sapere che Antonino Scopelliti si era sentito costretto a nascondere al mondo di essere sposato e di avere anche una figlia, per proteggerle e per evitare ricatti dalla sua terra e dalla sua gente, la medesima gente che ha fatto di tutto per cancellarne l'operato e pure la memoria. Un libro un po' ingenuo forse nella sua speranza di memoria e nella sua costruzione, che pero' sa attirare l'attenzione e sa far indignare.

    ha scritto il 

  • 5

    La stretta di mano tra mafia e 'ndrangheta

    Primo sangue è un confronto a due voci. Da una parte la ricostruzione di una vicenda giudiziaria mai completamente risolta, dall’altra un’intimastoria familiare. La prima voce è costituita dall’autore del libro, Aldo Pecora, giovane fondatore del movimento antimafie “Ammazzateci tutti” che riperc ...continua

    Primo sangue è un confronto a due voci. Da una parte la ricostruzione di una vicenda giudiziaria mai completamente risolta, dall’altra un’intimastoria familiare. La prima voce è costituita dall’autore del libro, Aldo Pecora, giovane fondatore del movimento antimafie “Ammazzateci tutti” che ripercorre con scrupolosità documentaria la vicenda del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto 1991 in un agguato a Campo Calabro.
    Il controcanto è offerto dalla stessa figlia del giudice, Rosanna, che offre la sua testimonianza diretta attraverso i brevi corsivi che aprono ogni capitolo del libro: uno spaccato intimo e familiare che si aggiunge alla ricostruzione istituzionale e sistematica delle vicende. Brani brevi dalla forte connotazione emotiva, che non interrompono la narrazione, ma offrono un punto di vista altro, “privato”.
    I capitoli, brevi e scorrevoli, mettono a fuoco aspetti diversi della vicenda. Si alternano sezioni in cui prevale il tono narrativo, l’atmosfera (come “Cronaca di una morte annunciata”), ed altre più informative, ma sempre divulgative e di facile lettura, come quelle in cui viene descritto il processo, contenenti anche documenti informativi come stralci di articoli o estratti di verbali.
    L’eterogeneità della struttura del libro rende difficile la sua classificazione come genere letterario. Si inserisce in quel filone di romanzo d’inchiesta con una forte connotazione letteraria, un reportage narrativo sempre in bilico tra informazione e narrazione, un genere ibrido che garantisce una scorrevolezza da romanzo, benché la materia trattata sia tutto tranne che fiction.
    Resteranno delusi i paladini del giornalismo anglosassone alla vecchia maniera: freddo, essenziale, privo di giudizi. Si tratta di una ricostruzione partigiana nel senso buono del termine. L’autore prende posizione, vive la vicenda,tradisce una sincera e indiscutibile ammirazione per la figura del giudice Scopelliti, che a tratti chiama familiarmente “Nino”.
    Il punto di vista “coinvolto” permette una resa efficace degli spaccati di vita calabrese attraverso le numerose descrizioni paesistiche, volutamente accentuate per rendere la temperatura e l’umore del luogo. Altrettanto eloquenti alcuni brani dal tono quasi grottesco: l’incredibile impatto mediatico di un Totò Riina che si autoproclama un perseguitato o il dialogo-intervista con il sindaco di Campo Calabro Domenico Idone, che glissa sulle domande a proposito del giudice e vuole a tutti i costi parlare del ponte sullo stretto.
    E’ uno sguardo severo quello che Aldo Pecora ha nei confronti della sua Calabria, terra in cui “è difficile distinguere un dovere e un diritto da un favore” e in cui “la società civile non sa neanche di esistere”. E infatti il sindaco Idone liquida così le sue domande più scomode, dicendo che fa “cattiva pubblicità alla Calabria”, secondo la logica per cui il colpevole non è chi commette il fatto, ma chi ne parla.
    Tra interviste, ricostruzioni e squarci narrativi la struttura di Primo sangue è quella di un mosaico costituito da frammenti di vita privata ed istituzionale.
    E’ la storia di un lutto non ancora elaborato, più che dalla famiglia stessa, dalla terra calabrese, che tende a liquidare la vicenda con la stessa formula, ripetuta in maniera quasi rituale dalle voci di Campo Calabro: “Era una brava persona…faceva del bene a tutti”. Una frase che, nella sua asettica semplicità, riduce il martire a icona, lo santifica e lo rende innocuo allo stesso tempo, lo “seppellisce come un vescovo”, come si dice da quelle parti. Si fanno i funerali con tutti gli onori e a messa finita si va in pace.
    Magari si può fare una bella scultura bronzea, come quella ordinata dal sindaco Idone “allo stesso che ha fatto i bronzi di Falcone e Borsellino”.
    “Ci si limita al ricordo, alla favola melensa del giudice eroe, morto perché era troppo giusto e onesto. Nessuno osa spingersi oltre”, scrive Pecora.
    Emerge quindi chiaro lo scopo del libro, uno scopo pratico, militante: sottrarre la figura del giudice alla santificazione e riaprire la vicenda per indagare quelle zone d’ombra che ancora oggi, a distanza di vent’anni, non permettono di considerare l’affaire Scopelliti un caso chiuso. Tornare ad esplorare la via indicata vent’anni prima da Falcone, quella del patto tra mafia e ‘ndrangheta: riaprire il versante calabrese, non sufficientemente battuto all’epoca del processo. Soltanto a questo punto il lutto potrà essere veramente elaborato.

    ha scritto il