Proleterka

Di

Editore: Adelphi (Fabula, 139)

3.2
(118)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 114 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8845916510 | Isbn-13: 9788845916519 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
"Proleterka" è il nome di una nave. Attraccata a Venezia, aspetta di portare in Grecia un gruppo di rispettabili turisti di lingua tedesca. Gli ultimi a salire sono un signore che zoppica lievemente e sua figlia non ancora sedicenne, appena arrivata dal collegio. Tra padre e figlia c'è un'estraneità totale, e insieme un legame che risale a un tempo remoto oscuro, che sembra precedere le loro esistenze. In quel viaggio, la figlia vorrebbe conoscere qualcosa di più di quella persona inverosimilmente ignota dagli "occhi chiari e gelidi, innaturali". Ma soprattutto desidera scoprire quell'altra cosa ignota che è la vita stessa, sino allora soltanto fantasticata.
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    Leggere Proleterka è come fissare il vuoto e ricordarsi, con immagini veloci ed eteree, la propria vita.
    Non c'è una storia coinvolgente nè un personaggio appassionante, ma uno stile innovativo, che p ...continua

    Leggere Proleterka è come fissare il vuoto e ricordarsi, con immagini veloci ed eteree, la propria vita.
    Non c'è una storia coinvolgente nè un personaggio appassionante, ma uno stile innovativo, che porta il lettore dentro la mente di una ragazza segnata dal proprio passato. Può piacere come può non piacere, a seconda della volontà di chi legge ad abbandonarsi a questo sogno ad occhi aperti.

    ha scritto il 

  • 4

    un freddo furore

    Mi ha colpito, ha lasciato il segno. Non posso usare parole come piaciuto, apprezzato, no. Una doccia fredda che incide nel profondo, per vari motivi.

    Lo stile. Non ho letto altro della Jaeggy e il li ...continua

    Mi ha colpito, ha lasciato il segno. Non posso usare parole come piaciuto, apprezzato, no. Una doccia fredda che incide nel profondo, per vari motivi.

    Lo stile. Non ho letto altro della Jaeggy e il libro mi è capitato per caso. Non lo chiamerei flusso di coscienza, è altra cosa. Un uso libero della parola che sorvola e trapassa limiti dello spazio e del tempo per seguire un filo logico rigoroso, inflessibile al di là di ogni categoria letteraria (racconto, diario, narratore interno/esterno, ecc.). Al contrario di certe opere "sperimentali" che bloccano e richiedono la rilettura, qui si legge d'un fiato, non importa se non si conoscono le parole tedesche che irrompono o non è evidente la finestra temporale di riferimento.

    Un mondo. Un contesto culturale ed educativo ben identificabile nel tempo e nella cultura svizzero tedesca (non necessariamente lì collocata, la madre infatti è italiana) che l'autrice descrive con ferocia e furore taciuto. Una cultura educativa che guarda con disprezzo ad emozioni e sentimenti, per non parlare di qualsivoglia contatto fisico. Emblema la nonna Orsola dagli occhi pervinca che ama i fiori e odia il mondo, gli uomini. E che comanda e dispone sulla vita della nipote e del suo rapporto col padre.

    L'evanescenza del padre. Molti hanno scritto dell'eclisse del padre. Qui l'inconsistenza del padre è narrata con rispetto e dolore. E' il racconto di un'assenza. Non c'è nostalgia ma tanto dolore taciuto. Un improvviso desiderio, dopo tanti anni, di averne le ceneri. Quasi il dubbio che sia veramente esistito.

    La crociera. Una sospensione del tempo che poteva rappresentare un percorso di conoscenza, di superamento dei reciproci silenzi fra la figlia e il padre ma è stata tutt'altro. La ginnasiale è diventata donna, non per amore né per passione, nemmeno forse per l'illusione di diventare più libera, forse soprattutto per rabbia. E quando la "figlia di Johannes" finito il viaggio sulla riva degli Schiavoni si volta indietro per cercare sulla Proleterka un cenno "da un immaginario membro dell'equipaggio" si accorge che è scomparso "come se io non fossi esistita".

    ha scritto il 

  • 0

    dilatazioni

    le radici nutrono la nostra vita nel buio, dissetano la loro forma con principi che ignorano leggi che la società impone, infine mostrano fuori un linguaggio incomprensibile che comunemente chiamiamo ...continua

    le radici nutrono la nostra vita nel buio, dissetano la loro forma con principi che ignorano leggi che la società impone, infine mostrano fuori un linguaggio incomprensibile che comunemente chiamiamo vita.
    il libro in questione parte da un desiderio di richiamare alla memoria la figura paterna della protagonista, un senza nome, che qui viene chiamato papà.
    un viaggio in grecia su una nave chiamata proleterka, dove c’è la possibilità di conoscere almeno nei comportamenti il padre che ha usato il silenzio per raccontare il suo transito nei meandri dell’educazione della figlia. questa figura ha come perimetro il niente che, come dice l’autrice, è materia di pensieri, ed aggiunge che il niente non è il vuoto ma un linguaggio che sciaborda sull’acqua senza andare mai in profondità.
    l’autrice usa un lingua freddo, breve, un brivido di incomprensione circola nella scrittura come un passeggero che insegue la sua umbra nella propria navigazione verso la conoscenza e la comprensione.
    tutto scorre sulla superfice, con un idioma minimale che allude e non spiega, che mostra figure senza dargli una connotazione di identità, una provincia dell’anima dove si è smarrita la strada.
    i personaggi come statue si muovono e si descrivono utilizzando una lente di ingrandimento che sfuoca la loro forma dialettica fino a ridurli a un silenzio che fa rumore come uno schianto.
    il destino e il castigo si leggono nell’immediatezza delle parole e permangono in uno stato di perenne sprofondamento verso la vita senza avere da essa risposte che sappiano coniugare domande.

    ha scritto il 

  • 2

    "Alcuni bambini si governano da sé. Il cuore, cristallo incorruttibile. Imparano a fingere. E la finzione diventa la parte più attiva, più reale, attraente come i sogni. Prende il posto di ciò che consideriamo vero. Forse è solo questo, alcuni bambini

    hanno la grazia del distacco"

    Il mare è lontano, di mattina, sulle spiagge; lontano come un pensiero continuamente procrastinato, come un miraggio.
    Nel silenzio del luogo (che ricorda altri silenzi, i ...continua

    hanno la grazia del distacco"

    Il mare è lontano, di mattina, sulle spiagge; lontano come un pensiero continuamente procrastinato, come un miraggio.
    Nel silenzio del luogo (che ricorda altri silenzi, i silenzi degli austeri corridoi di un collegio, di un'esistenza trascorsa in un angolo, in castigo), sospeso fuori dal tempo e dalla vita, si gioca a ricalcare con i propri piedi le orme lasciate da qualcuno sulla sabbia fredda, scura e compatta. Passo dopo passo il gioco diventa serio e grave; si avanza lenti, con i piedi pesanti, in questo piccolo viaggio per riflettere su se stessi ed immaginare l'altro (un padre percepito distante, chiamato per nome; parenti mai conosciuti: uno zio tisico, una fratellino morto giovanissimo). La fatica guasta presto ogni piacere: sempre più spesso ci si ferma a riprendere fiato, ad osservare perplessi quelle buche poco profonde ed allungate, le quali non conservano ormai più nulla della forma originaria. Il mare ha iniziato a salire, consuma la sabbia, cancella le impronte. Il sole si alza lento a dissipare la luce livida dell'alba. Voci e risa, il suono cupo e lungo delle navi al largo, lo stridio dei gabbiani, decretano la fine del viaggio/ricordo/sogno, il ritorno alla realtà.

    ha scritto il 

  • 0

    "Proleterka" di Fleur Jaeggy

    “Sono passati molti anni e questa mattina ho un desiderio improvviso: vorrei le ceneri di mio padre”
    Con questa frase, che rimanda suggestivamente a Camus, inizia il romanzo Proleterka, di Fleur Jaegg ...continua

    “Sono passati molti anni e questa mattina ho un desiderio improvviso: vorrei le ceneri di mio padre”
    Con questa frase, che rimanda suggestivamente a Camus, inizia il romanzo Proleterka, di Fleur Jaeggy, scrittrice (e traduttrice) appartata e schiva, italiana anche se nata nel 1940 a Zurigo.
    A pronunciare queste parole è la protagonista del libro, una donna sulla cinquantina, probabilmente nubile, che con sguardo freddo e razionale, ripercorrendo la propria vicenda esistenziale, riscopre anche il proprio passato familiare.
    Tanti anni prima, il padre, morto per una malattia cardiaca, era stato cremato, e la figlia aveva messo un chiodo nella tasca della sua giacca perché almeno quel chiodo non scomparisse per sempre con il suo corpo. Il chiodo le verrà restituito dalla ditta preposta alla cremazione. A partire da questo luttuoso ricordo, la protagonista (che non ha nome) rievoca il suo unico viaggio con il padre, quando lei era ancora una ragazzina. Una crociera primaverile, da Venezia alla Grecia, su una nave jugoslava chiamata appunto Proleterka; un’occasione d’oro per conoscere quel padre che, in precedenza, a seguito della separazione dei genitori, non aveva avuto la possibilità di frequentare.
    Padre e figlia sono come due monadi estranee, due mondi le cui orbite parallele non sembrano destinate ad intersecarsi, e il viaggio – durante il quale la ragazza sperimenterà per la prima volta degli squallidi rapporti sessuali – in realtà sancirà l’addio definitivo al genitore, destinato comunque a morire poco tempo dopo. Lei infatti, a rafforzare quel senso di lontananza e distacco, non lo chiama mai “papà”, ma Johannes, quasi fosse un perfetto estraneo. Ma la protagonista, in realtà, guarda tutti come se fossero degli estranei, anche se stessa. È un’estraneità tragica, quasi biologica (“In un certo modo alcuni abbandonano gli affetti, i sentimenti come fossero cose. Con determinazione, senza tristezza. Diventano estranei”).
    In una società in cui l’avere conta più dell’essere, Johannes, a cui era capitata la sventura di perdere tutto il suo patrimonio ma non la vita, era stato ostracizzato, declassato a persona insignificante, e impedito di frequentare la figlia. La ragazzina crescerà così presso la casa della nonna materna, che sembra una nazista: ama, con “passione autistica”, che trasmette anche alle figlie, le camelie e le rose ma non gli esseri umani (“donne che pensano esclusivamente ai loro fiori… che hanno una passione vorace, segreta…sembra soltanto qualcosa di gentile. Interessarsi alla natura. E invece hanno un profondo astio, un astio viscerale verso il mondo, l’esistenza. Verso gli uomini. Verso il genere maschile…”)
    L’estraneità e il disprezzo permeano tutti i rapporti umani in questo breve ma intenso romanzo, che, soprattutto nelle prime cento pagine, con la sua prosa secca, “nevrotica”, dimessa ma vividamente espressiva, raggiunge vette altissime e terribili (soprattutto nelle pagine in cui si parla del suicidio) diventando una metafora gelida e perfetta della civiltà capitalistica.

    Ilaria (bibliotecaria, Biblioteca San Giorgio)

    ha scritto il 

  • 4

    'Quando Johannes morì non ho mai pensato che morisse veramente.
    [...] Non sapevo cosa si fa quando muore una persona.
    [...] Non ho potuto nemmeno essere un po' triste. La tristezza se l'era presa tutt ...continua

    'Quando Johannes morì non ho mai pensato che morisse veramente.
    [...] Non sapevo cosa si fa quando muore una persona.
    [...] Non ho potuto nemmeno essere un po' triste. La tristezza se l'era presa tutta lei. Gliel'avrei data comunque, la tristezza. A me non rimaneva nulla.
    Le dico che vorrei stare un momento da sola. Pochi minuti. La cella era gelida. In quei pochi minuti ho messo il chiodo nella tasca del vestito grigio di Johannes. Non volevo guardarlo. Il suo viso è nella mia mente, nei miei occhi. Non ho bisogno di guardarlo. Invece facevo l'opposto. Lo guardai piuttosto bene, per vedere, e sapere, se c'erano i segni della sofferenza. E sbagliai. Perché, nel guardarlo così attentamente, il suo volto mi è sfuggito. Ho dimenticato la sua fisionomia, il vero volto, quello di sempre'.

    ha scritto il 

  • 2

    Un romanzetto un po' insulso raccontato con uno stile incisivo e profondamente evocativo. Mi sarebbe anche potuto piacere, se non fosse stato così superficiale.
    Lo avevo acquistato perché mi interessa ...continua

    Un romanzetto un po' insulso raccontato con uno stile incisivo e profondamente evocativo. Mi sarebbe anche potuto piacere, se non fosse stato così superficiale.
    Lo avevo acquistato perché mi interessava la vicenda, una figlia che ricostruisce i pochi ricordi del padre morto. E' stata una profonda delusione.

    ha scritto il 

  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2012/12/25/proleterka-fleur-jaeggy/

    “Guardavo Johannes. Dove sono i suoi pensieri? Forse aveva un luogo segreto dove tornare con la mente. È seduto accanto a me, nel ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2012/12/25/proleterka-fleur-jaeggy/

    “Guardavo Johannes. Dove sono i suoi pensieri? Forse aveva un luogo segreto dove tornare con la mente. È seduto accanto a me, nella sala da pranzo della Proleterka, ma non c’è. I suoi occhi vani che cosa guardano? Mi domandavo: che cosa lo lega alla vita? Lo prego di scusarmi, ma devo uscire dalla sala da pranzo. Si soffoca, mi avvio verso la porta, scortata dallo sguardo di riprovazione dei compagni di viaggio. Johannes dice che posso fare come voglio. Fuori, solitudine grandiosa”
    (Fleur Jaeggy, “Proleterka”)
    “Proleterka” è un libro di Fleur Jaeggy sul ricordo, sull’identità e soprattutto sulla mancata conoscenza reciproca tra due esseri umani pure legati dall’essere padre e figlia. Il libro inizia con la morte del padre ed è un percorso a ritroso dell’io-narrante, che evoca episodi del passato ma soprattutto l’unico e l’ultimo viaggio compiuto dalla donna assieme al padre, a bordo della nave “Proleterka”, quando lei aveva sedici anni.
    Non conoscevo Fleur Jaeggy e sono rimasto sorpreso in positivo da questa scrittrice. Uno stile secco, poco incline a costruzioni arzigogolate, ma non per questo meno incisivo. I periodi di questo testo sono quasi tutti molto brevi e lo stesso romanzo va poco oltre le cento pagine, nelle quali l’autrice riesce a sintetizzare, in maniera efficace, le vicende biografiche della protagonista e di altri membri della sua disgregata famiglia. “Johannes”, così la donna chiama il padre, quasi a volerci subito far capire la distanza che tra loro s’è creata a causa della separazione dell’uomo dalla moglie, e della conseguente impossibilità di vedersi e frequentarsi. La “Proleterka” e il viaggio che i due compiono assieme hanno quindi un’evidente valenza metaforica, essendo una sorta d’iniziazione alla vita della giovane ragazza.
    Non aggiungo altro, ma vi consiglio questo testo che mi ha fatto scoprire un’autrice che non conoscevo e della quale andrò a cercarmi altri testi. Solo a lettura finita, cercando appunto notizie sulla Jaeggy, ho letto che in gioventù aveva frequentato Ingeborg Bachmann e Thomas Bernhard. Considerando che ho un’enorme stima di questi ultimi due autori, non posso che invidiare la Jaeggy per la possibilità che ha avuto.

    ha scritto il