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Q

Di

Editore: Mondolibri (su licenza Einaudi)

4.4
(7493)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 643 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Francese , Olandese , Polacco , Ceco

Isbn-10: A000029447 | Data di pubblicazione:  | Edizione 3

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
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  • 5

    Adoro il genere del romanzo storico, specie se condito con una trama thriller, e già questo basterebbe.
    Ma in Q c'è di più: c'è la rivoluzione fatta dal basso, la voglia di cambiare il corso della sto ...continua

    Adoro il genere del romanzo storico, specie se condito con una trama thriller, e già questo basterebbe.
    Ma in Q c'è di più: c'è la rivoluzione fatta dal basso, la voglia di cambiare il corso della storia anche quando hai tutti contro, e anche la sconfitta e la sua accettazione. Mi piace riconoscere nel libro un "vissuto" degli autori, il post sessantotto, il riflusso nel privato. Peccato solo per le volgarità e il linguaggio.

    ha scritto il 

  • 5

    Voto massimo per questo eccezionale romanzo storico, scritto per giunta a più mani (il che rende ancora più meritevole il lavoro degli autori visto che la scorrevolezza del testo è eccellente). Il per ...continua

    Voto massimo per questo eccezionale romanzo storico, scritto per giunta a più mani (il che rende ancora più meritevole il lavoro degli autori visto che la scorrevolezza del testo è eccellente). Il periodo della Riforma (e quello successivo della Controriforma) è un periodo storico che da sempre mi attira, ho incontrato i nomi e i luoghi letti in quest'opera numerose volte sui banchi dell'Università, solo che questa volta c'era l'umanità che un manuale universitario non ti può dare, c'era l'amore, la vita, la morte, la vita di tutti i giorni insomma, mescolata però a una precisione storica di primo piano. In tutto il libro si fronteggiano due personaggi in particolare: uno che credeva in un cristianesimo diverso, fatto più di una religione interiore e meno di preti, e l'altro che invece era fedele a Santa Romana Chiesa, distinguendosi come una delle migliori spie al soldo del Sant'Uffizio per un arco di oltre 30 anni. Li vediamo entrambi sulla scena a Frankenhausen, a Munster, nei Paesi Bassi, a Venezia, luoghi simbolo in quegli anni tribolati sia dal punto di vista politico che dal punto di vista religioso. Questo romanzo è un meraviglioso affresco dell'epoca, i punti di vista sono molteplici (il popolino, i potenti, i religiosi, le donne), la narrazione sempre scorrevole e avvincente. Da leggere!

    ha scritto il 

  • 5

    Non si può chiedere molto di più a un libro.

    Una trama avvincente, ben congegnata, la compenetrazione del genere storico (fedele, accurato nei dettagli) con... – come chiamarlo? – un giallo, una spy-story, un thriller ante-litteram? Quel che è c ...continua

    Una trama avvincente, ben congegnata, la compenetrazione del genere storico (fedele, accurato nei dettagli) con... – come chiamarlo? – un giallo, una spy-story, un thriller ante-litteram? Quel che è certo è che non sono riuscita a staccare gli occhi da questo libro, e ho divorato quasi 650 pagine in meno di due settimane.
    Una tensione continua, rinnovata ad ogni cambio contesto, la voglia matta di andare avanti per sapere come andrà finire... anche se poi lo si sa già: ce lo dice la Storia, innanzitutto (magari alcuni, di cultura media come la sottoscritta, tanti episodi particolari neanche li conoscevano o comunque non se li ricordavano), e ce lo dicono gli autori stessi, in apertura di ogni “parte”. A che serve nasconderlo, visto che non si tratta di un libro di fantasia?

    Tre momenti cruciali della Storia: la vicenda di Thomas Müntzer e la “guerra dei contadini”, conclusasi tragicamente con il massacro della Battaglia di Frankenhausen; l'avvento del regno teocratico di matrice anabattista a Münster e il conseguente assedio che metterà fine al folle esperimento; il tentativo di contrastare la fazione più intransigente della Chiesa cattolica diffondendo le idee, potenzialmente eretiche (ma si sa che a decidere la natura di un'eresia è sempre il vincitore), contenute nel Beneficio di Cristo.
    Tre occasioni per cambiare la Storia. Sarebbe potuto succedere? Se le cose – spesso piccole, insignificanti cose – fossero andate diversamente, i secoli a venire ci avrebbero portato differenti protagonisti, prospettive, nemici? Possibile. Soprattutto verso la fine, nello scontro all'ultimo voto fra Reginald Pole e l'intransigente Gianpietro Carafa, futuro papa Paolo IV, ho sentito come la Storia si costruisce negli scarti infinitesimi e, pur sapendo, ho tremato come se davvero queste pagine potessero riscrivere un finale diverso... ).
    Tre occasioni date a noi, oggi, per riflettere sulla portata di quegli eventi, sulla forza che scaturisce da un'oppressione non più tollerabile, ma che sola non può vincere contro le strategie dei potenti, la complessità delle loro alleanze, la sottigliezza delle loro macchinazioni.
    Tre momenti cruciali, che leggendo questo romanzo ci appaiono i soli, o se non altro quelli “decisivi”... la forza di un libro risiede in questo, nel farci credere che tutto il mondo sia racchiuso lì, che i personaggi e le vicende raccontate siano le uniche che contano, sicuramente le uniche di cui ci importa sapere in quel momento. Ed è proprio così, è stato così anche per me: gli autori hanno scelto solo tre dei mille scenari possibili, delle mille occasioni mancate, dei mille complotti falliti, e di questi soli ci importa.

    Ma le vicende narrate rappresentano anche tre fasi di una vita: quella del protagonista, l'eretico dai mille nomi per cui non possiamo dargliene neanche uno. Forse sbaglio, ma ho sentito di dare anche questa interpretazione al susseguirsi degli eventi. Lo "sdegno", che conduce alla ribellione: il protagonista è un giovane, conquistato da un uomo, Magister Thomas, e da uno scopo, spezzare il giogo. La prima sconfitta segna la disillusione, ma non spegne la voglia di lottare per i propri ideali: ecco allora il sogno che diventa realtà, la profezia che si avvera e... ahimè, non sarà quella che aveva immaginato. Ho trovato la seconda parte, quella dedicata a Münster, davvero straordinaria nel suo mostrare come non basta essere ispirati da ideali positivi, da una fede autentica, per riuscire a realizzare la Nuova Gerusalemme. Un delirio che si ammanta di divino può essere altrettanto pericoloso delle ipocrisie della Chiesa istituzionalizzata... Ma "non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto. La sconfitta non rende ingiusta una causa."
    Sempre in questa seconda parte, ho sentito il protagonista prendere finalmente consistenza, assumere una propria identità, per quanto sia difficile plasmare un personaggio, di pura fantasia, che vive e agisce a contatto con altri realmente vissuti, le cui esistenze sono spesso dettagliatamente documentate.

    Infine, il terzo grande capitolo: dopo lo sdegno giovanile, il sogno realizzato e infranto della maturità, ecco la strategia: l'ex Capitano Gert prende finalmente coscienza di chi sono i veri protagonisti di questa guerra e decide di combatterli con le loro stesse armi. E cambia tutto: cambiano l'ambientazione, i metodi, lo stile. Cambia il modo in cui la creazione letteraria si interseca con la realtà. Dal punto di vista narrativo la terza parte è quella decisiva, quella in cui - dopo aver individuato gli artefici che, dietro le quinte, inattaccabili, hanno da sempre portato avanti i loro giochi - le "pedine" che materialmente ne hanno permesso le manovre, le "ombre di cui le cronache non parleranno" emergono dallo sfondo, si affermano: il protagonista e il suo acerrimo nemico, Q, prendono coscienza l'uno dell'altro, e si espongono in prima persona. Il primo penetrando finalmente nel "cuore" di quell'immenso apparato contro cui ha combattuto per tutta la vita: la Chiesa di Roma, il secondo – semplicemente, e finalmente – rivelandosi.
    In questa resa dei conti, che tanto si addice a un thriller contemporaneo, è racchiuso tutto il meglio e il peggio di questo libro: la tensione è altissima, trama e colpi di scena prevalgono sulla componente storica, rendendo la narrazione più avvincente ma anche - passatemi il termine – più "commerciale"... gli autori ammiccano al lettore, e io per prima mi sono fatta conquistare. Perché no? La sola descrizione di Venezia, splendida e veritiera, perdona tutte le colpe, e poi un libro non è fatto anche per intrigare, catturare, trascinare?

    L'operazione compiuta da Blissett non era cosa facile: inventare di sana pianta un personaggio, dargli credibilità senza che interferisse con ciò che è realmente accaduto (i tanti nomi non sono anche un simbolo? dietro quest'unico personaggio non si nascondono tante figure anonime di cui la Storia non ci ha lasciato traccia?), e il risultato rende giustizia a tanto lavoro. Concordo comunque nel definire Q il personaggio più riuscito dell'intero romanzo... lui, la vera "pedina", colui che ha combattuto la guerra di altri non da mercenario, ma da servo fedele, lui che ha inflitto tante sconfitte e che per ultima ha visto la propria. Magnifica creazione letteraria che meritatamente dà il titolo a questo libro.
    Consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 4

    Notevole

    Notevole, appunto, l'intrico di personaggi e situazioni che si dipanano pagina dopo pagina. Notevole anche la meticolosità di informazioni relative ad un'era che non è la nostra, quindi notevole la ri ...continua

    Notevole, appunto, l'intrico di personaggi e situazioni che si dipanano pagina dopo pagina. Notevole anche la meticolosità di informazioni relative ad un'era che non è la nostra, quindi notevole la ricerca e l'impegno messi in questo lungo, appassionante romanzo, nel consueto stile ricercato ma scorrevole di Wu Ming alias Luther Blissett. Una pecca, a mio giudizio, si impantana un po' nella parte centrale...solo questo gli toglie la quinta stella, ma per il resto un piccolo capolavoro da leggere, con pazienza e voglia.

    ha scritto il 

  • 4

    Appassionante thriller storico.

    Peccato per la piega didascalica che prende fin troppo spesso la narrazione. Certi dialoghi sembrano messi lì apposta per farti il riassuntino di quello che è successo in determinati anni da quel dive ...continua

    Peccato per la piega didascalica che prende fin troppo spesso la narrazione. Certi dialoghi sembrano messi lì apposta per farti il riassuntino di quello che è successo in determinati anni da quel diverso punto di vista, con l’effetto di suonare irrimediabilmente poco credibili e di smorzare l’incalzare degli eventi. Affascinante l’idea alla base della narrazione (senza la quale sarebbe pur sempre un ottimo libro di storia sulla riforma e la controriforma): l’Occhio di Carafa e il protagonista (un eretico dai mille nomi) che si fronteggiano per quasi quarant’anni, fino alla resa dei conti finale.

    ha scritto il 

  • 4

    Secondo me c'è bisogno di superare le prime cento pagine per iniziare a connettere i puntini e capirci qualcosa, ma anche per abituarsi allo stile dei Wu Ming/Luther Blissett che io ho trovato un po' ...continua

    Secondo me c'è bisogno di superare le prime cento pagine per iniziare a connettere i puntini e capirci qualcosa, ma anche per abituarsi allo stile dei Wu Ming/Luther Blissett che io ho trovato un po' ostico all'inizio.

    ha scritto il 

  • 4

    Q vs Armata dei Sonnambuli

    La prima cosa che ho letto dei Wu Ming è stata Manituana, che mi è piaciuta ma anche un po’ no. La seconda Asce di guerra, che non mi è piaciuta ma anche un po’ sì. E poi, quest’estate, ho letto L’arm ...continua

    La prima cosa che ho letto dei Wu Ming è stata Manituana, che mi è piaciuta ma anche un po’ no. La seconda Asce di guerra, che non mi è piaciuta ma anche un po’ sì. E poi, quest’estate, ho letto L’armata dei sonnambuli. Che mi ha folgorato. Che mi ha lasciato senza fiato. Che mi ha conquistato e via dicendo. Un libro che mi ha fatto dire: “quanto mi piacerebbe essere capace di scrivere così”, e l’ho pensato per tanti libri, certo, ma neanche poi tantissimi. La facilità con cui veniva gestita la trama. L’ampiezza delle prospettive, l’ariosità dell’impianto, i personaggi, funzionava tutto, alla perfezione. Insomma, dopo i sonnambuli, il credito che davo ai Wu Ming era quasi illimitato. Un solo libro aveva spazzato via le perplessità nate con gli altri due. Quindi ho attaccato Q, per acclamazione il loro capolavoro (di quando ancora si chiamavano Luther Blisset) con grandissime aspettative. Dopotutto, in giro e in rete tutti sostengono che i sonnambuli siano ok, ma “Q era un’altra cosa”.
    Vediamola, quindi, quest’altra cosa, mi sono detto.
    E dico subito che sono rimasto un po’ deluso. Probabilmente colpa delle troppe aspettative.
    Siamo nella Germania degli inizi del sedicesimo secolo. Martin Lutero protesta contro il papa simoniaco. Affigge le tesi a Wittenberg. La cristianità intera va a fuoco. Tempi di eretici, santi, missionari, profeti e visionari. Il Dio che prima apparteneva al clero e ai principi è adesso alla portata di tutti. Il protagonista, uomo dai mille nomi e dai mille passati, dapprima lo cerca nelle parole di Thomas Müntzer, pastore protestante rivoluzionario, poi con gli anabattisti, poi smette di cercarlo e cerca più che altro la rivoluzione, poi più neanche quella, e alla fine è trascinato solo dalla voglia di fare i conti con i suoi nemici e, per usare le sue stesse parole, dal desiderio di “vedere come va a finire”.
    Suo avversario eterno e inafferrabile è Q, agente segreto di Gian Pietro Carafa, che per decenni trama per distruggere i tentativi di riforma troppo radicali a maggior gloria di Roma e del potere costituito.
    L’ambientazione è affascinante: pazzi religiosi, utopie, segreti e complotti, il popolo che prende le armi, il popolo che caccia i potenti di un tempo, il popolo che impazzisce, il popolo che si riconsegna ai potenti. Stesse tematiche dei sonnambuli, a ben vedere. Il vero punto di forza del romanzo è questo: sa ricostruire un’atmosfera in cui per qualche attimo tutto sembra possibile, in cui l’utopia sta per farsi carne, vero e solido Cristo in terra, poi il sogno va in frantumi e il mondo torna com’era, lasciando qualche cicatrice in più nell’animo di chi ci credeva.
    Altro punto di forza, il protagonista: prevedibile e canonico quanto basta per non creare troppe difficoltà di immedesimazione, passionale e cinico, sognatore disilluso.
    Terzo punto di forza, l’antagonista: misterioso, imprendibile, inavvicinabile eppure sempre vicinissimo, di intelligenza superiore.
    Da dove nasce, allora, la mia (parziale) delusione?
    Innanzitutto, dalle voci narranti. In questo, più che in altri romanzi, ho avvertito il salto tra le voci e le sezioni. Vere e proprie interruzioni nel ritmo, cambi di scena troppo bruschi, si percepisce quasi la penna che passa da una mano all’altra. Poi, la parte finale un po’ debole. Il colpo di scena è un po’ fiacco, l’energia di tutto il libro si canalizza nella città di Münster e poi si disperde. Quando la città cade, insieme al sogno degli anabattisti si dissolve anche la forza evocativa del collettivo, è come se il loro furore si spegnesse pian piano, seguendo lo smorzarsi della fede del protagonista.
    L’ultimo problema, a mio avviso, è il più sottile, a prima vista insignificante ma in realtà più profondo, tanto da in inquinare un po’ tutto il libro. Nei loro romanzi i Wu Ming tentano di raccontare una storia che metta in scena la loro visione del mondo, la loro ideologia. Romanzi politici. E anche Q lo è. Politico. Perché con il potere centrale di Roma che viene messo in discussione, nessuno detiene più la verità, e tutto il castello di carta su cui si basa l’ordine può crollare. E tutti possono leggere la Bibbia, e tutti possono trarre le conclusioni che credono: da qui si può partire per costruire un ordine diverso, e porre fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Questo il ragionamento di fondo, questa la debolezza del romanzo. Perché a volte tutto l’impianto è forzato. In alcuni passaggi si fa fatica a conciliare l’ideologia con la trama. A volte si fa fatica a vedere, nei visionari e nei religiosi e nei riformatori che di volta in volta accendono l’animo del protagonista, la dimensione politica e sociale che gli autori vogliono costantemente sottolineare. Le discussioni teologiche, gli scontri tra i religiosi, le visioni e le farneticazioni dei mille profeti che viaggiano per la Germania funzionano, di per sé; funzionano meno quando il protagonista (e gli autori per mano sua) le piega ai suoi desideri, trasformando il tutto in un anelito popolare per una libertà di tipo socialista. Il meccanismo che girava alla perfezione nei Sonnambuli qui scricchiola. Perché là, nella Francia rivoluzionaria, il popolo che taglia le teste per liberarsi si toccava con mano, se ne sentiva il sangue, il sudore, le bestemmie. Si capiva. Qui tutto ha meno forza. Qui le predicazioni dei religiosi non sanno di libertà. Parlano di una fede complessa, oppressiva, imminente, che stride con la voglia di libertà del protagonista. E così tutto ha meno forza.
    Poi, per il resto, rimane sempre la grande capacità di gestire i personaggi, la profonda documentazione.
    Sia chiaro, è comunque un gran libro. Ma, se era una guerra, per me l’ha vinta L’armata.

    ha scritto il 

  • 5

    Entusiasmante

    La lettura di questo romanzo all'inizio è stata per me un po' zoppicante a causa dei continui salti temporali e dell'alternarsi della voce narrante.
    Inoltre i numerosi personaggi citati, che a volte c ...continua

    La lettura di questo romanzo all'inizio è stata per me un po' zoppicante a causa dei continui salti temporali e dell'alternarsi della voce narrante.
    Inoltre i numerosi personaggi citati, che a volte confondevo, mi hanno spesso costretta a tornare indietro per un veloce ripasso.
    Ma non sono una che si scoraggia facilmente, soprattutto quando si trova tra le mani un romanzo che promette grandi cose, come in questo caso.
    Assistiamo all'evolversi del protagonista il cui nome cambia nel tempo insieme al suo corpo, alle sue idee e alla realtà che lo circonda.
    Combatte da giovane sognatore con Thomas Munzer e i contadini, poi guida da comandante gli Anabattisti a Munster; in seguito, più scafato, partecipa a una truffa contro i banchieri più potenti d'Europa e così via fino ad arrivare, ormai disilluso, a Venezia, dove la storia si fa sempre più appassionante e dove avviene il confronto finale con Q. , l'anima nera che da sempre lo osserva e trama alle sue spalle.
    Ho un debole per i romanzi storici, soprattutto quando i protagonisti del racconto non sono i protagonisti dei libri di storia, ma sono comunque quelli che hanno contribuito attivamente al compiersi degli eventi, per cui era inevitabile che mi innamorassi di questo romanzo!
    Inoltre, anche se mi è parso di cogliere delle leggere differenze nella scrittura delle tre parti che compongono il libro (Luther Blissett è un progetto di scrittura collettiva), trovo che sia costruito in modo esemplare e il linguaggio moderno usato per raccontare fatti così lontani nel tempo il tocco "da maestro", anzi "da maestri"!

    ha scritto il 

  • 5

    ma bello!!

    che poi uno ce l'ha in libreria da sempre, che luther blissett a un certo punto della propria vita è un must. ma non ti viene mai veramente voglia di leggerlo, chissà perché... e lui sta lì, paziente, ...continua

    che poi uno ce l'ha in libreria da sempre, che luther blissett a un certo punto della propria vita è un must. ma non ti viene mai veramente voglia di leggerlo, chissà perché... e lui sta lì, paziente, ti guarda e aspetta. poi diventi un po' più agé e via, il prurito vince. e in un attimo sei infuocato, tra battaglie e fango, cospirazioni e respiri di libertà. un lungo viaggio attraverso l'europa più buia e al tempo stesso brulicante di progresso. la storia e la costruzione romanzesca tessono un intreccio che vince ogni resistenza, almeno delle mie. il racconto storico è una scusa, ma è scelto con perizia, per raccontare della maledizione degli uomini: il potere ottenuto e mantenuto con l'ignoranza e la paura. il linguaggio incoerente utilizzato è perfetto, rende vera l'azione. e poi, un libro con questo contenuto che regge per oltre 640 pagine senza un tentennamento è raro quanto ammirevole. bello, bellissimo. un dispiacere averlo finito.

    ha scritto il 

  • 5

    Ecco un altro di quei libri che mi riproponevo di leggere da tanto; fortunatamente dovermi concentrare sui libri di diritto mi spinge sempre a volerli affiancare con letture più emozionanti. Q non mi ...continua

    Ecco un altro di quei libri che mi riproponevo di leggere da tanto; fortunatamente dovermi concentrare sui libri di diritto mi spinge sempre a volerli affiancare con letture più emozionanti. Q non mi è parso un libro privo di difetti, soprattutto dovuti alla scrittura altalenante tra gli stili più differenti, che ho comunque trovato molto giustificabile data la scrittura a più mani; ciò che veramente mi ha affascinata di questo libro, oltre al ritmo incalzante della narrazione, è stata la capacità degli scrittori di creare l'affresco di un epoca osservandola non dall'alto del punto di vista dei grandi personaggi, ma dal fango dei soggetti che nella storia di ogni epoca vengono dimenticati. Non nego di aver dovuto più di una volta ricorrere a ricerche sul web rispetto a vari personaggi menzionati, cosa che peraltro mi ha ulteriormente stimolata alla lettura. Nonostante io abbia sempre amato studiare storia anche senza romanzi che la rendessero più interessante, sono sicura che un libro del genere aiuterebbe molti studenti a trovare appassionante la Controriforma.

    ha scritto il 

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