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Quaderni di Serafino Gubbio operatore

Di

Editore: SEI

3.9
(553)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 261 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8805024066 | Isbn-13: 9788805024063 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Luigi Pirandello

Disponibile anche come: Paperback , Copertina morbida e spillati , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , Tascabile economico , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
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  • 4

    Era un po’ che non leggevo Pirandello, ed è stato come incontrare un vecchio amico. Ho ritrovato con piacere la musicalità delle parole, omaggi rispettosi alla Lingua Italiana coi loro accenti ...continua

    Era un po’ che non leggevo Pirandello, ed è stato come incontrare un vecchio amico. Ho ritrovato con piacere la musicalità delle parole, omaggi rispettosi alla Lingua Italiana coi loro accenti (bàttito, carrùcola), le loro “j” (guaj, portinajo, jeri, gioja, operaj) e d’altra parte le doppie “i” (studii, vizii, solitarii) che sono lì per ricordare la pulizia, il rigore, la superiorità della Regola. E poi quei periodi lunghissimi, che partono da lontano, senza alcuna concessione alla fretta; sono circonvoluzioni del pensiero, che sembra stia andando a perdersi alla deriva e poi improvvisamente, con sapiente manovra, torna sulla rotta di una logica ineccepibile per arrivare all’unica inevitabile conclusione, che dà risposta alla domanda fondamentale (dove andrà a parare?); ebbene, questa è la strada affascinante del Ragionamento!

    Il protagonista del racconto è un operatore di cinepresa, un uomo che attraversa la vita senza lasciare traccia, destinato a non provare sentimenti. La macchina è una bestia affamata che si nutre di pezzi di vita; l’operatore è colui che, muto e impassibile, le dà da mangiare. È una mano che gira la manovella, si annulla nella macchina, è questa che si muove con le gambe di lui, ridotto a un silenzio di cosa. La cinematografia inganna, con finzioni più o meno stupide a cui la macchina conferisce l’illusione di realtà; da qui una serie di riflessioni godibilissime su cosa sia l’immagine, sul paradosso dell’istante fissato nell’immagine, sul tempo dell’istante che si dilata fino a morire. Nel dipanarsi del racconto, e nel suo epilogo parossistico, l’operatore col suo silenzio diviene il più definitivo e totale ed estremo spettatore, in una confusione di ruoli tipicamente pirandelliana.

    E poi sarebbero arrivati il sonoro, il colore, il digitale, il 3D, la TV, Facebook, i telefonini…

    ha scritto il 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/09/10/quaderni-di-serafino-gubbio-operatore-luigi-pirandello/

    “Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/09/10/quaderni-di-serafino-gubbio-operatore-luigi-pirandello/

    “Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. In prima, sì, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi con questi miei occhi attenti e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m’ingiurerebbero o m’aggredirebbero. No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle consuetissime condizioni in cui vivete. C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.” (Luigi Pirandello, “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”)

    “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” fu pubblicato inizialmente a puntante sulla rivista “Nuova Antologia”, nell’estate del 1915, per poi essere edito nel 1916 e 1917, e infine, con ulteriori modifiche, nel 1925. È un romanzo scritto in forma di diario, strutturato in sette quaderni, con il quale il protagonista - narratore, impiegato come operatore presso la casa cinematografica Kosmograph, ci narra le vicende dell’ultimo anno della sua vita. Il suo è un lungo racconto in prima persona, una serrata disquisizione polemica sull’alienazione dell’uomo moderno alle prese con le macchine, con la progressiva disumanizzazione dalle stesse indotte nonché, su un piano più generale, sull’assurdità dell’esistenza. Gubbio, per sfuggire ai suoi tomenti interiori, studia le persone che lo circondano, per scoprire se abbiano, a differenza sua, certezze sulle quali fondare il loro frenetico affaccendarsi quotidiano, scoprendo che non è così, che sono anch’esse affette da turbamenti e follia più o meno latenti. Il lavoro che svolge, ottenuto per un puro gioco di coincidenze, lo mette in condizione di eseguire meccanicamente un ruolo, cioè quello di riprendere la recitazione altrui, il che gli consente, in quei frangenti, di non vivere l’esistenza, non porsi domande insolubili, sospendere l’esercizio quotidiano del superfluo pensare che ci differenzia dagli oggetti, insomma essere “una mano che gira la manovella” e nulla più. Non appena dismessi gli abiti da operatore, però, egli si ritrova sommerso dai dubbi propri e da quelli altrui, ingabbiato come la tigre destinata a morire per la realizzazione di uno stupido film, intrappolato in meccanismi, relazioni sociali che il più delle volte gli cadono addosso per mera casualità. Gubbio anela il silenzio e trova nella scrittura una sorta di sfogo - vendetta contro coloro che gli impediscono di raggiungerlo e lo avvolgono nelle loro spire. Gli altri personaggi del romanzo sono tutti caratterizzati da doppiezze, maschere, travestimenti, crisi d’identità, ossessioni amorose, insomma anche in questo romanzo ritroviamo temi presenti in altre opere di Pirandello. Per salvarsi bisognerebbe avere la capacità di essere un perfetto e insensibile meccanismo che registra le esistenze altrui, ma è impossibile restare impassibili, si è destinati a soffrire e a essere fagocitati dal “fragoroso e vertiginoso ritmo della vita”, specie nella moderna società industrializzata delle macchine, del culto del progresso. Il romanzo esprime una concezione “pessimistica” e di accusa contro le degenerazioni dell’industrializzazione ma, grazie all’umorismo proverbiale di Pirandello, non si tramuta mai in una patetica e cinica rappresentazione, bensì si legge tutto d’un fiato, con la sensazione di trovarsi quasi, è il caso di dirlo, in una meravigliosa centrifuga di parole. Per me, che pure ho letto altri romanzi e novelle di Pirandello, è stata una tardiva ma piacevolissima scoperta.

    “Noi possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo; ma quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e t’imprigiona in essa. Vuoi ribellarti? Non puoi. Prima di tutto non siamo liberi di fare quello che vorremmo: il tempo, il costume degli altri, la fortuna, le condizioni dell’esistenza, tant’altre ragioni fuori e dentro di noi, ci costringono spesso a fare quello che non vorremmo; e poi lo spirito non è senza carne; e la carne, hai un bel sorvegliarla, vuol la sua parte. E a che si riduce l’intelligenza, se non compatisce la bestia che è in noi? Non dico scusarla. L’intelligenza che scusi la bestia, s’imbestialisce anch’essa. Ma averne pietà è un’altra cosa! Lo predicò Gesù, dico bene, signor Cesarino? Dunque tu sei prigioniero di quello che hai fatto, della forma che quel fatto ti ha dato. Doveri, responsabilità, una sequela di conseguenze, spire, tentacoli che t’avviluppano e non ti lasciano più respirare. Non far più niente, o il meno possibile, come me, per restare liberi il più possibile? Eh sì! La vita stessa è un fatto! Quando tuo padre t’ha messo al mondo, caro, il fatto è fatto.”

    ha scritto il 

  • 5

    Un bellissimo romanzo del grande Pirandello che propone vecchi e nuovi temi. In un'epoca in cui si esalta la potenza delle macchine, l'autore ne mette in risalto gli aspetti inquietanti e gli effetti ...continua

    Un bellissimo romanzo del grande Pirandello che propone vecchi e nuovi temi. In un'epoca in cui si esalta la potenza delle macchine, l'autore ne mette in risalto gli aspetti inquietanti e gli effetti alienanti sull'uomo, narrando le vicende di un operatore cinematografico. L'"uomo-macchina" Gubbio, ormai incapace di esprimere liberamente le proprie emozioni in un ambiente in cui regna la messa in scena, come una semplice continuazione meccanica della propria cinepresa, rimane impassibile e continua a filmare senza emozioni fino alla fine, anche quando il dramma e la morte vera vanno in scena.

    ha scritto il 

  • 3

    A Pirandello il cinema faceva schifo, questo è evidente, sia come metafora dell'alienazione indotta dal lavoro industriale (più di una volta ho pensato al mitologico Biascica di Boris), sia come ...continua

    A Pirandello il cinema faceva schifo, questo è evidente, sia come metafora dell'alienazione indotta dal lavoro industriale (più di una volta ho pensato al mitologico Biascica di Boris), sia come ambiente popolato da personaggi meschini, squallidi e patetici. A me il cinema piace, e tanto, e confesso di aver sopportato a fatica il fortissimo afflato di pessimismo, acidità e cattiveria che permea questo romanzo. Insomma, poca ironia, molta disillusione, qualche personaggio azzeccato (l'intera famiglia Cavalena), e una storia poco avvincente. Tre stelle e amen.

    ha scritto il 

  • 4

    I quaderni di Serafino Gubbio operatore faceva parte dei libri da leggere per gli esami (uno di cinema, stavolta, rimandato e rimandato e soprattutto temutissimo, che avverrà tipo tra due giorni). ...continua

    I quaderni di Serafino Gubbio operatore faceva parte dei libri da leggere per gli esami (uno di cinema, stavolta, rimandato e rimandato e soprattutto temutissimo, che avverrà tipo tra due giorni). Continuo a pensare ancora a Pirandello come ad un mito sempiterno cui tirare la barba tutte le volte che ne ho voglia per chiedergli conto, ogni volta, della sua totale genialità; e ogni tanto capita, come succedeva alle medie durante le vacanze coi libri di Calvino, che i programmi per cui studiare tirino fuori idee azzeccate e ti facciano incontrare libri come questo. I quaderni di Serafino Gubbio sono l’ennesimo geniale exploit pirandelliano in cui filosofia e azione - qui quasi tinta di giallo - si mescolano per risultare finalmente alla portata di tutti. E' infatti ora di finirla con il discorso su Pirandello serio e Pirandello filosofo; basta con quelli che abbandonano Uno, nessuno e centomila decretandolo troppo cervellotico e non riescono a sfangare i Sei personaggi in cerca d’autore. Finalmente, con questo libro nessuno può tirarsi indietro: se fosse un film sarebbe uno di quelli coi bollini gialli, da far guardare ai grandi come ai bambini. A parlare è proprio lui, Serafino Gubbio detto “Si gira”, che si confronta con quel cinema degli albori dove si è ancora costretti ad affiancare la macchina da presa per girare i film. In una piccola Cinecittà sotto falso nome, egli guarda gli avvenimenti amorosi e avventurosi dei suoi piccoli grandi personaggi, intrecciati da relazioni disperate e disperanti, con qualche fortunato colpo di scena e un tocco riflessivo dove la prosa ancora primo-novecentesca riesce ancora a esprimere piccoli capolavori come questi.

    ha scritto il 

  • 5

    È tra i tanti fenomeni dell'anima umana uno de' più comuni e insieme de' più strani da studiare, questo della lotta accanita, rabbiosa, che ogni uomo, per quanto distrutto dalle sue colpe, vinto e ...continua

    È tra i tanti fenomeni dell'anima umana uno de' più comuni e insieme de' più strani da studiare, questo della lotta accanita, rabbiosa, che ogni uomo, per quanto distrutto dalle sue colpe, vinto e disfatto nel suo cordoglio, s'ostina a durare contro la propria coscienza, per non riconoscere quelle colpe e non farsene un rimorso. Che le riconoscano gli altri e lo puniscano per esse, lo imprigionino, gl'infliggano i più crudeli supplizii e lo uccidano, non gl'importa; purché non le riconosca lui, contro la propria coscienza che pur gliele grida! Chi è lui? Ah, se ognuno di noi potesse per un momento staccar da sé quella metafora di se stesso, che inevitabilmente dalle nostre finzioni innumerevoli, coscienti e incoscienti, dalle interpretazioni fittizie dei nostri atti e dei nostri sentimenti siamo indotti a formarci; si accorgerebbe subito che questo lui è un altro, un altro che non ha nulla o ben poco da vedere con lui; e che il vero lui è quello che grida, dentro, la colpa: l'intimo essere, condannato spesso per tutta intera la vita a restarci ignoto! Vogliamo a ogni costo salvare, tener ritta in piedi quella metafora di noi stessi, nostro orgoglio e nostro amore. E per questa metafora soffriamo il martirio e ci perdiamo, quando sarebbe così dolce abbandonarci vinti, arrenderci al nostro intimo essere, che è un dio terribile, se ci opponiamo ad esso; ma che diventa subito pietoso d'ogni nostra colpa, appena riconosciuta, e prodigo di tenerezze insperate. Ma questo sembra un negarsi, e cosa indegna d'un uomo; e sarà sempre così, finché crederemo che la nostra umanità consista in quella metafora di noi stessi.

    ha scritto il 

  • 3

    Serafino Gubbio è un operatore cinematografico all'epoca del muto, che vive la sua condizione con disprezzo di sè e del mondo che lo circonda, sentendosi soltanto "una mano" che gira la manovella ...continua

    Serafino Gubbio è un operatore cinematografico all'epoca del muto, che vive la sua condizione con disprezzo di sè e del mondo che lo circonda, sentendosi soltanto "una mano" che gira la manovella davanti a cui si svolgono vicende artificiali e spesso stupide. Attorno a lui, una serie di personaggi ambivalenti e corrotti, descritti con tono critico, sempre a metà tra il dramma e il comico. Ho faticato a condividere la visione negativa e meccanicistica riservata al cinema, anche se, contestualizzandola storicamente, ha certamente valore e interesse. Certe descrizioni spietate dei personaggi mi hanno colpito ma in generale è stato un libro un po' deludente.

    ha scritto il 

  • 5

    Tempi moderni: Charlot operaio viene risucchiato dalle ruote dentate di un mostruoso macchinario e fluttua circolarmente insieme con gli ingranaggi, ingranaggio egli stesso; Serafino Gubbio, ...continua

    Tempi moderni: Charlot operaio viene risucchiato dalle ruote dentate di un mostruoso macchinario e fluttua circolarmente insieme con gli ingranaggi, ingranaggio egli stesso; Serafino Gubbio, operatore cinematografico, fa girare la manovella della cinepresa, ora adagio ora più in fretta pulsando del suo stesso ritmo, mano automatica, occhio meccanico, e non più persona integra. Succube del suo strumento come per un’ipnosi del corpo e dell’anima, Serafino obbedisce alla fascinazione maligna e riprende sempre e comunque tutto ciò che entra nel campo d’azione, fino alla fine della pellicola, si tratti di insulsi siparietti romantici, di disgustosi filmetti equivoci o di un letale – ma in fondo programmatico – incidente con ingredienti forti ed esotici. Prima di Viale del tramonto, prima di Quinto potere e di Truman Show, soprattutto ben prima dell’era televisiva, questo capolavoro di preveggenza anticipa in modo sconcertante riflessioni crude e finissime sull’ombra funerea emanata dalle immagini fasulle che scorrono sullo schermo: ci catturano, ci imprigionano, ci spodestano di noi stessi, ci sviliscono. Non importa se in fondo le disprezziamo o se proviamo disgusto sia per quelle sia per il nostro sguardo vacuo e fisso: continuiamo a guardare, senza che una sorta di decenza ci soccorra e ci strappi via, come il fumatore cronico è assalito da un sussulto di nausea proprio mentre non rinuncia ad accendere l’ennesima sigaretta. E’ l’arte sfacciata e facile dei tempi cupi – sostiene Pirandello, che si scaglia con parole di fuoco contro il cinema industriale, stupratore del teatro e della scrittura, il sistema più recente per ricavare lucrosi profitti con utilitaristico cinismo. C’è anche tanto di impudicamente biografico, esposto senza ipocriti abbellimenti – anzi, quasi con masochismo disperato - grazie all’interposizione di due personaggi patenti: l’intellettuale antieroe dolente e marginale; la croce privata della moglie patologicamente gelosa, praticamente pazza. La scrittura come rifugio, ricerca, salvezza. Pirandello, maschera nuda egli stesso.

    ha scritto il 

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