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Quando viaggiare era un piacere

By Evelyn Waugh

(144)

| Others | 9788845919862

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Book Description

In questo libro Waugh raccolse tutto ciò che desiderava conservare dei libridi viaggi scritti fra il 1929 e il 1936: l'esilarante racconto di una crocieranel Mediterraneo; l'incoronazione a imperatore d'Etiopia del negus Hailé Selassi&e Continue

In questo libro Waugh raccolse tutto ciò che desiderava conservare dei libridi viaggi scritti fra il 1929 e il 1936: l'esilarante racconto di una crocieranel Mediterraneo; l'incoronazione a imperatore d'Etiopia del negus Hailé Selassiè; un complicato viaggio di ritorno, denso di significati e di rivelazioni, attraverso il cuore dell'Africa Nera; una serie di strabilianti avventure nella Guyana Britannica, che si conclude in Brasile; una seconda visitaa Addis Abeba, come corrispondente di guerra, nell'attesa dell'invasione italiana.

13 Reviews

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    Resoconti di viaggi anni '30 molto piacevoli e con interessanti curiosità

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    Violet said on Jul 23, 2014 | Add your feedback

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    Sicuramente la traduzione di questo libro è stata penalizzante, così come la mancanza di trama. Peccato, perchè poteva essere un bel libro.

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    Fitzroy said on Sep 10, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    I primi decenni... - 19 dic 10

    Ed era cosa buona l’andare, più che il viaggiare come si intende ora (e dice il titolo originale “going was good”), in quegli anni trenta per chi poteva ed era curioso del mondo. E sapeva renderlo in modo efficace, da ottimo scrittore quale sicuramen ...(continue)

    Ed era cosa buona l’andare, più che il viaggiare come si intende ora (e dice il titolo originale “going was good”), in quegli anni trenta per chi poteva ed era curioso del mondo. E sapeva renderlo in modo efficace, da ottimo scrittore quale sicuramente era. Waugh riprende, manipola e raccorda varie esperienze dei suoi viaggi di gioventù, fatti dai 26 ai 33 anni di età. Non è il viaggio di scoperta, alla Burton, né quello, più tardo, del contatto con l’uomo e la sua specie, con il nomadismo di Chatwin. Sono viaggi a zonzo per il Mediterraneo, o in Africa abissina, o in Brasile, fatti da un benestante curioso del mondo, e che, con onestà e coerenza, ce ne riporta il senso sul filo delle parole. Sono momenti di incontri con gli altri (bellissimi gli armeni che lo accompagnano all’incoronazione del ras etiopico), di descrizione di posti dove non è comodo stare, disagevoli, ma intensi. Incontri con europei sparsi per i quattro angoli del globo. Ma quello che più mi ha attirato di questo mastodontico libro (più di 400 pagine) è proprio la capacità di meravigliarsi di tutto, di essere contento di una buona cena sull’orlo sperduto di una pista africana. O di aspettare un treno per il Brasile che non passerà. O di attraversare l’Africa dall’Eritrea verso il Congo perché forse lì c’è una nave che torna in Europa. Certo, questo è un po’ lo snobismo del giramondo britannico, ma non è mai alterigia. E quella bellissima frase che riporto sotto, mi dà il senso di questo viaggiare. Quando, tornato in patria, viene coinvolto in una cena in un pub londinese, con quanta grazia, ma con quanto infinito rimpianto, ripensa al caldo di Zanzibar o all’ospitalità delle più sperdute taverne della Tanzania. Così io ripenso e rivado a quelle cene ad Amman sui panchetti del ristorante Al-Quds, o alle crèpes di Orléans davanti alla statua della pulzella, o al pollo di colore indefinito nelle valli dell’Hadramut yemenita o alla cena da Wharton a Londra. Meglio un’aragosta ben cotta a Bruxelles o del pesce quasi crudo a Pukhet? Ai postumi (della sbronza) l’ardua sentenza, io torno a sedermi sulla mia panchina (e un giorno se ne parlerà) ripensando a Waugh e rimandandogli che going is always good!
    “Io non ho mai aspirato a essere un grande viaggiatore. Sono stato, più semplicemente, un giovane tipico del mio tempo: si viaggiava perché ci veniva naturale farlo” (15)
    “mi rendo conto che, qualunque cosa possa accadermi, e per quanto io possa dispiacermene, … non riuscirò mai a diventare, nella realtà, un ‘uomo di mondo’, di quel tipo che si legge nei romanzi” (199)
    “Mi trovavo di nuovo… [a Londra] in un posto dove andavano tutti … [ma] dove il caldo era più insopportabile di quello di Zanzibar, il fracasso più assordante di quello del mercato di Harar, e le regole della decenza e dell’ospitalità più disattese che nelle taverne di Kabalo” (271)
    “Quando si viaggia (e anche quando ci si innamora) non lo si fa certo per collezionare materiale. Lo si fa semplicemente perché fa parte della vita” (273)
    “Esistono pochi piaceri più completi, e almeno per me più rari, di quello che arreca il fare acquisti sfrenati a spese di qualcun altro” (363)
    Arthur Evelyn St. John Waugh fu un grande scorpione dalla vena satirica, e, come tutti di queste trame, ormai tra i più da più di quaranta anni.

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    Giogio53 said on Dec 21, 2010 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Nonostante ci abbia messo quasi due mesi a finirlo (!!!!!) questa raccolta di diari di viaggio mi è piaciuta moltissimo.
    Trovo la scrittura dell'autore molto ironica e pungente, sopratttutto nell'ultimo diario sulla guerra in Abissinia.
    Una domanda ...(continue)

    Nonostante ci abbia messo quasi due mesi a finirlo (!!!!!) questa raccolta di diari di viaggio mi è piaciuta moltissimo.
    Trovo la scrittura dell'autore molto ironica e pungente, sopratttutto nell'ultimo diario sulla guerra in Abissinia.
    Una domanda mi ha accompagnato per tutta la lettura: come mai leggendo questo genere di libri ho l'impressione che viaggiare in posti oggi considerati "difficili" era così facile?

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    stefania_b said on May 12, 2010 | Add your feedback

Book Details

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  • ISBN-10: 8845919862
  • ISBN-13: 9788845919862
  • Publisher: Adelphi
  • Publish date: 2005-01-01
  • Also available as: Paperback
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