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Quello che brucia non ritorna

Romanzo hardcore

Di

Editore: Agenzia X

3.8
(49)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 224 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8895029356 | Isbn-13: 9788895029351 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
Rileggiamo insieme gli appunti, gli articoli di giornale, i testi presi dal web. Gli indico un nome, il nome, quello che ho identificato come causa di ogni male. È un simbolo. Della morte della mia città, della sua rovina, del torpore che la attanaglia.

Smalley vive ad Amsterdam, dove è approdato dopo una fuga da un’Italia che detesta e un passato oscuro da dimenticare. Una voce lontana lo strappa dalla vita clandestina riportandolo a Milano in un viaggio carico di rancore. Per sciogliere i nodi dell’insidiosa memoria che continua a tormentarlo, decide di affrontare una cupa indagine alla ricerca di un’impossibile giustizia. Percorre le strade di una città imbarbarita, tra le macerie di luoghi e persone che lo avevano nutrito con ideali e musica ribelle. I rapidi colpi di scena del presente si mischiano in un mosaico di tracce lasciate dal punk hardcore anni Novanta: gli introvabili vinili di Zabriskie, i concerti al Laboratorio Anarchico, i Gorilla Biscuits, i Sottopressione e gli Indigesti, infine la sua band, i Krakatoa, da cui tutto è cominciato. L’etica straight edge è ancora intatta e nei nervi scorre la stessa determinazione, per Smalley è l’ultima occasione per stanare i nemici di una volta e scoprire se la fiamma di una vecchia amicizia brucia ancora.
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  • 4

    Scrittura scorrevole, veloce, bella.
    Frasi brevi e incisive.
    Storia di amicizia, di fuga, di musica, di Milano, di realtà sconosciuta ai più.
    Grazie, Matteo, per questo romanzo dal titolo evocativo.
    Merita, e tanto.

    ha scritto il 

  • 3

    generazioni

    Ci sono libri che vanno a scavare nella tua testa, che fai fatica a leggerli e nemmeno te ne accorgi. E non dipende dalla scrittura, che sì forse è un po' ingenua, piuttosto dalle realtà che evocano. Gli anni 90, le persone, i luoghi di quella controcultura che adesso è quasi completamente scompa ...continua

    Ci sono libri che vanno a scavare nella tua testa, che fai fatica a leggerli e nemmeno te ne accorgi. E non dipende dalla scrittura, che sì forse è un po' ingenua, piuttosto dalle realtà che evocano. Gli anni 90, le persone, i luoghi di quella controcultura che adesso è quasi completamente scomparsa. E ti accorgi di essere teso, di fianco ai protagonisti, pronto a correre. Con l'amarezza del ricordo di un tempo che non è più.

    ha scritto il 

  • 4

    Quattro stelle perché:
    bisogna incoraggiare gli autori di nicchia, che di sicuro in un mercato editoriale selvaggio come il nostro fanno fatica ad avere visibilità
    moltissimi luoghi del libro sono stati i miei, ho vissuto a due passi dal Laboratorio Anarchico e dalle Colonne, zona del ...continua

    Quattro stelle perché:
    bisogna incoraggiare gli autori di nicchia, che di sicuro in un mercato editoriale selvaggio come il nostro fanno fatica ad avere visibilità
    moltissimi luoghi del libro sono stati i miei, ho vissuto a due passi dal Laboratorio Anarchico e dalle Colonne, zona del cuore, anche se non sono mai stata straight hedge
    sono stata costretta ad andare su youtube a cercare gruppi hardore che non avevo mai sentito nominare
    la Milano cupissima, che se possibile nel frattempo si é incupita ancora di più, possibile che questa città sia sempre più nera?

    ha scritto il 

  • 4

    Sinapsi

    Sarò criptico, o forse no. Solo I’m a fool, come urla la Rollins Band e sicuramente The idiot come l’Iguana. Nella copertina di questo libro vedo la cover dei Minor Threat, che sia Dis03 se riferito al 7” EP oppure Dis12 per il 12” addirittura Dis40 nella “complete discography”. Mi riferisco alla ...continua

    Sarò criptico, o forse no. Solo I’m a fool, come urla la Rollins Band e sicuramente The idiot come l’Iguana. Nella copertina di questo libro vedo la cover dei Minor Threat, che sia Dis03 se riferito al 7” EP oppure Dis12 per il 12” addirittura Dis40 nella “complete discography”. Mi riferisco alla Dischord e allo Straight edge, e chi mi ha seguito sin qui mi ha capito. Vivo un’opera, che sia libro, fumetto, album, quadro, film come The Doors sulla percezione. Potenziali aperture su vari immaginari di rimandi, omaggi, accenni. Another brick in the wall, ma nel muro della conoscenza, dell’elevazione a qualcosa di più Hight (voltage), una Starway to heaven, qualsiasi esso sia. Che porti al Nirvana o fuori come Cowboys from Hell così da dire Benvenuti in Paradiso, di Parker. Are you experienced? Chiedeva Jimi, e la collina dei cipressi rispondeva con spark another owl. Beninteso, non invito nessuno ad assumere sostanze per guardare Girasoli o Guernica, mi bastano Happy songs for Happy people, anche se odio il Killing in the name, sono un brother in arms sino al no justice no peace.
    Ma, e il libro? Beh, ne scrivono altri, e molto meglio di quanto possa fare io, intanto mi faccio trasportare dalla corrente nel fiume del Cuore di Tenebra, confusion is sex …. The end...?

    ha scritto il 

  • 1

    Bisogna mettersi d'impegno per riuscire a non significare nulla in più di cento pagine. Ma proprio nulla. È scritto maldestramente, con un linguaggio infantile, insopportabile, con una capacità introspettiva uguale a zero. Non bastasse, l'autore sembra non aver vissuto, visto che non riesce a des ...continua

    Bisogna mettersi d'impegno per riuscire a non significare nulla in più di cento pagine. Ma proprio nulla. È scritto maldestramente, con un linguaggio infantile, insopportabile, con una capacità introspettiva uguale a zero. Non bastasse, l'autore sembra non aver vissuto, visto che non riesce a descrivere un'emozione che sia una..... Evitatevi la spesa, valà

    ha scritto il 

  • 4

    Cosa resterà di quegli anni 90

    Non avrei mai scommesso cinque centesimi su un libro che parla di punk, centri sociali e soprattutto degli anni '90 (che anni anonimi, quelli, altro che i vituperati anni '80) in una Milano underground arrabbiata e marginale.
    Ebbene, ecco quel che reputo la bravura di uno scrittore; parlare ...continua

    Non avrei mai scommesso cinque centesimi su un libro che parla di punk, centri sociali e soprattutto degli anni '90 (che anni anonimi, quelli, altro che i vituperati anni '80) in una Milano underground arrabbiata e marginale.
    Ebbene, ecco quel che reputo la bravura di uno scrittore; parlare di cose che stanno alla periferia del tuo habitat naturale, del tuo entourage, e saperle mettere a fuoco in modo nuovo, stimolante ed arricchente. Matteo Di Giulio, con la sua prosa rapida fatta di nitidi fotogrammi, è riuscito a coinvolgermi nella storia disperata di Davide 'Smalley', punk straight-edge (no fumo, no alcool), alla ricerca di una vendetta che possa riconciliarlo con i fantasmi del suo passato.
    Una lista infinita di gruppi musicali della scena hardcore milanese e internazionale, i luoghi ormai mitici come lo Zabriskie Point di un mercato sensibile, che curava gli stock in un modo culturale e non commerciale, consigliava LP, promuoveva concerti e perfino inaugurava amicizie. Ora tutto questo è inghiottito nel ventre chiassoso dei centri commerciali, schiacciato da pochi click ed una connessione.
    La storia di amicizia tra Smalley e i vecchi componenti della sua band è esemplare di come un mondo per il quale si era disposti a mettere la mano sul fuoco si sgretoli con l'arrivo dell'età adulta. Ci si ingrassa e si invecchia cercando le proprie sicurezze; gli ideali si spezzano, e quella che era una rabbia sociale diventa tristemente una rabbia privata.
    Certo, questo libro è un noir, ed è pure costruito bene. Ma alla nostra generazione, quella X, che ha vissuto la sua meglio gioventù negli anni '90, questo libro griderà dritto al cuore; o almeno, lo farà a chi in quegli anni ha avuto un ideale, una passione bruciata che, appunto, non torna più.

    ha scritto il 

  • 4

    Fuggire da Milano. Abbandonare la propria famiglia. Separarsi da Max, Lupo e Drew, gli amici di sempre. Quelli con cui ha condiviso la passione per l’hardcore, con cui frequentava il Laboratorio Anarchico e il negozio di Zabrinskie. Gli stessi con cui ha dato vita al gruppo Krakatoa e con cui ha ...continua

    Fuggire da Milano. Abbandonare la propria famiglia. Separarsi da Max, Lupo e Drew, gli amici di sempre. Quelli con cui ha condiviso la passione per l’hardcore, con cui frequentava il Laboratorio Anarchico e il negozio di Zabrinskie. Gli stessi con cui ha dato vita al gruppo Krakatoa e con cui ha scoperto lo straight edge, la sua filosofia di vita, il suo credo.
    Ma a Milano Smalley non può più stare. La città che lo ha visto nascere sta cambiando troppo per lui, e così dopo una disperata fuga da uno scontro con gli sbirri prende un aereo per Vienna e inizia il suo lungo pellegrinaggio per l’Europa, fino ad arrivare ad Amsterdam. Qui ha l’impressione di potersi fermare. Conosce Jan, anche lui con un passato con cui fare i conti. Ha un lavoro, una casa, una parvenza di quiete. “Non so per quanto durerà, ma per il momento me la godo”. E poi quell’articolo sul Corriere della Sera “In via De Amicis, al numero civico 10, c’era un avamposto di mille battaglie in cui siamo cresciuti. Un piccolo centro sociale, il Laboratorio Anarchico. Oggi, al suo posto, c’è la facciata rifatta di un palazzo d’epoca.”
    Il Laboratorio Anarchico non c’è più! E i suoi amici? Perché nessuno lo ha avvisato? Cosa è successo in tutti questi anni?
    Tornare a Milano. Con l’amico Jan sempre al suo fianco. Tornare per sapere, per vedere con i propri occhi cosa è rimasto di quella che un tempo era la sua città. Per capire se gli amici che ha abbandonato ci sono ancora e per scoprire invece che purtroppo “quello che brucia non ritorna indietro”.
    Un romanzo molto forte. Raccontato in prima persona da Davide “Smalley”, il protagonista, che con numerosi flashback ci porta indietro, ci fa conoscere il suo passato. Ci racconta della sua vita prima della fuga, di come erano i suoi amici quando ancora non era stato costretto ad abbandonarli. Dei loro sogni, delle loro serate, delle loro lotte…
    Complimenti a Matteo Di Giulio, perché la sua storia mi ha conquistato, mi ha emozionato e fatto arrabbiare. Perché oltre al romanzo è riuscito a ricostruire con estrema semplicità i profondi cambiamenti degli ultimi anni.
    La perdita di valori, di identità, la globalizzazione, il qualunquismo. Caratteristiche che Matteo Di Giulio nel suo libro attribuisce a Milano, ma che oggi purtroppo appartengono a tutte le grandi città del nostro Paese.
    La rabbia di Smalley è la rabbia di una generazione che credeva di avere un’identità e che se l’è vista portare via.
    Un libro crudo, che fa riflettere. Non so quanto di autobiografico ci sia in questo romanzo perché dal modo in cui Matteo Di Giulio parla di musica, luoghi, politica si intuisce che si tratta di un vissuto che non gli è estraneo ma che al contrario gli appartiene.

    ha scritto il 

  • 4

    Ho inziato pensando di dargli due stelline. Poi sono passato a tre. Alla fine le quattro se le merita tutte.
    Bella la storia. Drammatica, certo, ma snocciolata a poco a poco, lasciando al lettore il gusto di sfogliarlo pagina dopo pagina.
    Bella soprattutto l'ambientazione. La Milano h ...continua

    Ho inziato pensando di dargli due stelline. Poi sono passato a tre. Alla fine le quattro se le merita tutte.
    Bella la storia. Drammatica, certo, ma snocciolata a poco a poco, lasciando al lettore il gusto di sfogliarlo pagina dopo pagina.
    Bella soprattutto l'ambientazione. La Milano hardcore della metà anni '90. Non ho fatto in tempo a viverla perché ero troppo giovane, ma sentivo i miei amici più grandi decantarmi le lodi dei luoghi e delle band citate anche in questo libro: Laboratorio Anarchico, Vittoria, Garibaldi, ecc.
    Certo, la città non ne esce benissimo, non è la "mia" Milano, però la prospettiva è sicuramente interessante.
    Il linguaggio forse non è così rivoluzionario, però si legge bene.
    Unica nota negativa: qualche refuso di troppo. Forse l'editore doveva starci un po' più attento.

    ha scritto il