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Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Di

Editore: Aldo Garzanti Editore ( I grandi libri Garzanti ; 16)

3.9
(3196)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 341 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Catalano , Spagnolo

Isbn-10: A000107927 | Data di pubblicazione:  | Edizione 4

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Crime , Fiction & Literature , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
E' il romanzo più importante di Gadda, con un'avvincente trama di giallo, centrato su un torbido efferato delitto; un capolavoro di sapienza stilistica, di umorismo, di livida satira, di sdegni e di furori ma anche di intensa pietà verso la debilitata ragione degli uomini.
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    Leggo numerose recensioni di lettori scontenti di trovarsi in mano un groviglio simile.
    Se siete curiosi di imparare, di perdervi, di girovagare senza meta, buttatevi.
    Se vi interessa solo come va a f ...continua

    Leggo numerose recensioni di lettori scontenti di trovarsi in mano un groviglio simile.
    Se siete curiosi di imparare, di perdervi, di girovagare senza meta, buttatevi.
    Se vi interessa solo come va a finire, probabilmente questo non è il libro che cercate.
    Ad ogni modo lo trovo un po' bizzarro... Per fare un paragone, sarebbe come ammettere
    che quello che ci interessa della nostra intera vita non è l'esperienza quotidiana,
    il tessuto del romanzo, ma unicamente il giorno in cui ce ne andremo, ossia il finale.

    ha scritto il 

  • 0

    Un giallo? Ma de che? Chi pensasse di leggere un giallo se lo scordi subito. È un viaggio profondo e travolgente nella complessità della società moderna, nel suo intreccio tra miseria e nobiltà tra se ...continua

    Un giallo? Ma de che? Chi pensasse di leggere un giallo se lo scordi subito. È un viaggio profondo e travolgente nella complessità della società moderna, nel suo intreccio tra miseria e nobiltà tra sentimenti alti e miserabili desideri e bisogni. Caso mai un noir.
    Un noir dove gli elementi sono la fragilità umana, anche quella delle vittime, e il tentativo di dipanare una matassa ingarbugliata e con fili sporchi e rotti.
    Ingravallo, don Ciccio, il commissario è protagonista suo malgrado che tenta di mettere ordine nel caos della vita dove i veri protagonisti sono la miseria delle passioni umane ed una società anomica fatta di gelosie, invidie, intrallazzi, perversioni, miseria materiale ed umana. Nobiltà, classi medie impiegatizie, proletariato e sottoproletariato, forze dell’ordine rappresentano con la loro debolezza umana una convincente fotografia di quel caos.
    Il difficilissimo linguaggio, anzi i numerosi piani del linguaggio – il romanesco, il classico e erudito, l’inventato- servono a rappresentare l’incomunicabilità della disordinata ed appunto caotica società italiana.
    Memorabili la scena della “cacca” di gallina ed anche le parole di disprezzo verso la grottesca figura del Duce.

    ha scritto il 

  • 5

    Che gnommero sta vita

    Carissimo commissario,
    «Ove sei / o solo che, forse, potrei amare, amare d’amore»… e chiamare per sempre Ingravallo?
    Niente “tu” – troppo intimo per quegli anni ’20 –.
    Non posso nemmeno darle del “le ...continua

    Carissimo commissario,
    «Ove sei / o solo che, forse, potrei amare, amare d’amore»… e chiamare per sempre Ingravallo?
    Niente “tu” – troppo intimo per quegli anni ’20 –.
    Non posso nemmeno darle del “lei” che, ai “vostri” tempi, il “Truce in cattedra”, il “Mascellone autarchico”, “quer Tale” per intenderci “, l’ha buttato nella “monnezza”: troppo straniero, femmineo, sgrammaticato. Troppo scemo il “predappiofezzo”, ma “Merda” assai come la gallina guercia della Maîtresse Zamira Pàcori, scacazzante dove le veniva.

    Come siete diverso, voi col vostro dialetto marsicano, dal quel raffinato dandy francese che ci impestò con cinquemila “sublimi” pagine di arzigogoli inconsistenti quanto la sua maddleine, senza che ne stillasse fuori una goccia di dolore, quello vero, la vera pelle che riveste gli umani.
    Voi, in trecento paginette scarse, a quel dolore cosmico avete fatto un monumento, guardandovi bene dai buoni sentimenti che la miseria sconosce.

    Troppe cose abbiamo in comune: quell’amore ostinato per la verità dentro una realtà che fugge, invece, da questo aureo modello d’ordine. Il mondo ci esplode sotto gli occhi in un caos labirintico, dove cause e effetti si rincorrono senza criterio alcuno, come le nuvole di quel cielo romano che dovrebbe essere primaverile ma non lo è che voi, ostinato, seguite a naso in su conscio che la ragione non riuscirà a sbrogliarne il corso e a dominare la traiettoria. La vita reale è un gomitolo aggrovigliato in cui, di un fenomeno, non esiste una sola causa, bensì molteplici cause simultanee, che strizzano la debilitata ragione del mondo stillandone dolore e poi dolore e vergogna. Pasticciaccio, nodo, groviglio, gnommero, garbuglio è la vita.

    E Voi, condannato dal vostro puparo Carlo Emilio a una picea, scapigliata e ‘ngrugnata eterna gioventù, rimarrete trentacinquenne per sempre, sospeso alle soglie della verità. Consegnarci il colpevole dell’omicidio di Liliana diventa irrilevante di fronte all’urlata innocenza della bellissima, nera come un demonio, poverissima Assunta Crocchiapani, la cui unica ricchezza è il pitale regalatole dalla generosa Liliana Valdarena in Balducci: scala A, piano 3°. Pitale in ceramica - troppo stridente con la miseria della stanzuccia - in cui giace, è il caso di dirlo, il maleodorante ultimo spruzzo di merda del di lei padre moribondo.

    Voi, carissimo don Ciccio Ingravallo, non ci direte il nome del colpevole. Lo avete intuito. E prima che i carabinieri e voi stesso iniziaste il viaggio in quell’inferno di miseria a fare d’anello all’Urbe, dove ognuno nasconde una colpa dietro il farfugliare un vernacolo incomprensibile (come fargli parlare l’italiano se quell’italiano per quei poveracci era una lingua straniera?).
    E voi, come me, che negli uomini abbiamo cercato la colpa (non la causa, che sappiamo essere sempre oscura) di quel dolore che generava altro dolore, il vernacolo l’abbiamo usato. Eccome!
    Che ci importa se la colpevole può essere stata Virginia Troddu? Quella che mordicchiava l’orecchio della vostra povera Liliana. Quella incorreggibile e che s’approfittava del dolore della bellissima giovane donna, Liliana Valdarena in Balducci, quella della scala A, piano 3°, da voi amata d’amore e ammantata di pietà, che di figli non poteva scodellarne al “maledito merdonio dictatore impestatissimo”, “mascellone autarchico” “gran balcone del santo sepolcro”.
    Per giocare al piccolo commissario bastano i giornali gossip, come si chiamano oggi - ieri, al vostro tempo, forse “cronaca vera”- da dove vi ha pescato fuori l’ingegnere Carlo Emilio.
    Vi ha riplasmato, vi ha illuso e poi vi ha abbandonato a noi (pochi) lettori e principalmente a noi lettrici, che conosciamo bene i gnommeri della vita e che là dentro cerchiamo il bandolo. Mica nelle belle e vuote parole della propaganda del “gallinnaccio con la faccia fanatica”, di cui ogni tempo ne ha almeno uno.

    Sublime.

    ha scritto il 

  • 3

    Non si può commentare un maestro

    Non si può commentare un maestro ma una cosa la devo dire, in tutta onestà: ci vuole impegno e tanta pazienza per leggere questo romanzo. La determinazione non deve abbandonarvi.

    ha scritto il 

  • 0

    5 of 5 stars

    Il "Palazzo degli Ori", allocato nella centralissima via Merulana del periodo fascista è perno di questo pasticciaccio.
    In nomen omen, per citare gli antichi, la narrazione non ha ordine ...continua

    5 of 5 stars

    Il "Palazzo degli Ori", allocato nella centralissima via Merulana del periodo fascista è perno di questo pasticciaccio.
    In nomen omen, per citare gli antichi, la narrazione non ha ordine né linearità e svicola dai consueti canoni del giallo.
    A dispetto di una formazione scientifica dell'autore (Gadda era ingegnere), questo romanzo racchiude il caos del mondo e, caoticamente, lo dispiega ai nostri occhi attraverso un pastiche linguistico raffinato e insieme genuino, in cui cadenze, allocuzioni, lirismi trovano materica ed esatta allocazione.
    Tramite un'aggettivazione immediata si esprime la concezione dell'umano vivere, la deprecazione della dittatura fascista e dei suoi addentellati: il burocratismo stolido ed ottuso, la femminilità fattrice, la virilità quale unica espressione di maschilità.
    Ma la critica sociale e storica è solo uno degli aspetti di quest'opera complessa.
    Cio che preme all'autore è mostrare l'impossibilità di ricondurre i fatti a cause univoche. Rigetta il principio lineare di azione-reazione ed il bozzolo protettivo che esso costituisce per (di)mostrare l'esistenza di una molteplicità di fili che si intrecciano inestricabilmente fra di loro, senza prevedibilità alcuna.
    La lingua segue tale processo spogliandosi di ogni classicità per indossare vesti duttili e barocche in cui l'alto convive felicemente col basso: lo sterco di gallina è plasticamente "intorcolato alla Borromini", la porchetta viene definita "porca d'oro".
    Nessuna semplificazione ma rappresentazione immediata e non filtrata dell'umana commedia, processo in cui la letteratura diviene strumento di conoscenza.
    Per coerenza Francesco Ingravallo (Don Ciccio), il protagonista della storia, che Gadda rende depositario della sua poetica, non addiverrà a compiuta soluzione, il giallo resta aperto come labbra splancate in un urlo.
    Dimostrazione della impossibilità di decrittare con certezza il vivere. Solo ci è data occasione di tentarne l'analisi in un'operazione di mimesi interna ad esso, fusione ed abbandono, accettando, consapevolmente, l'eventuale sconfitta.

    ha scritto il 

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