Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Di

Editore: Aldo Garzanti Editore ( I grandi libri Garzanti ; 16)

3.9
(3373)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 341 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Catalano , Spagnolo

Isbn-10: A000107927 | Data di pubblicazione:  | Edizione 4

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Criminalità , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
E' il romanzo più importante di Gadda, con un'avvincente trama di giallo, centrato su un torbido efferato delitto; un capolavoro di sapienza stilistica, di umorismo, di livida satira, di sdegni e di furori ma anche di intensa pietà verso la debilitata ragione degli uomini.
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  • 4

    Uno dei primi commenti a questo romanzo qui su anobii mette in relazione la lettura dell'opera gaddiana alle fatiche dello svezzamento.Mai analogia fu più calzante.Leggere Gadda equivale a rivivere le ...continua

    Uno dei primi commenti a questo romanzo qui su anobii mette in relazione la lettura dell'opera gaddiana alle fatiche dello svezzamento.Mai analogia fu più calzante.Leggere Gadda equivale a rivivere le sensazioni delle prime letture,della lenta opera di comprensione di un alfabeto e delle sue possibilità lessicali,una piccola epifania resa possibile da un gioco complicato di connessioni e potature sinaptiche.Nelle suoi scritti,il professor Tolkien affermava che "la creazione di un mondo è preceduta dalla creazione di un linguaggio" e in tal senso niente esprime meglio questa massima che il Pasticciaccio.Un romanzo in cui la lingua si fa trasfigurazione di un mondo descrivendone le idiosincrasie,i manierismi,il caos multiforme che lo governa.L'arte del raccontare è infatti l'arte del divagare sembra dirci Gadda,perchè solo la divagazione,l'attenzione al dettaglio,l'apertura alle molteplici cause che governano l'universo e rendono la verità un groviglio ineludibile possono darci una fotografia sincera del guazzabuglio in cui nuotiamo.Un romanzo sicuramente difficile dunque,del quale è soprattutto complicato essere all'altezza(la stella mancante è una mancanza mia dico sempre in questi casi) e che necessita di essere gustato con calma,per poter cogliere anche solo una minima parte delle meraviglie che vi sono disseminate.

    ha scritto il 

  • 0

    Senza fine

    Non starò qui a ripetere parole altrui: un giallo senza un finale non può definirsi tale; un poliziesco senza assassino non è un poliziesco. Semplicemente, è altra cosa: e altra cosa vuole essere Il p ...continua

    Non starò qui a ripetere parole altrui: un giallo senza un finale non può definirsi tale; un poliziesco senza assassino non è un poliziesco. Semplicemente, è altra cosa: e altra cosa vuole essere Il pasticciaccio.

    Ecco quindi che mi accingo a scrivere su di uno dei romanzieri prediletti della mia giovinezza, il Gadda da Milano, che qui ambienta nella Roma fascista quello che è il suo ingorgo di parole per eccellenza; il significante portato alle sue estreme conseguenze pur non rinunciando al suo significato, un vero prodigio d'ingegneria scrittoria e di ricerca del vero, del sublime, del parodico, dell'agro, del riso e dell'amaro, rigorosamente Del Capo.

    Un capo che qui è il Mascellone che tutti ben conosciamo, poi anche sbeffeggiato nell'irriverente e geniale pamphlet "Eros e Priapo", dove, anche in quel frangente, la ricerca linguistica andava di pari passo con una vena satirica e dissacrante degna del miglior Bombolo.

    Capolavoro di ieri, di oggi, di domani.
    Se volete il finale, citofonate il signor Pietro Germi, abile rimestatore di trame e fotogrammi, nonché amante del decoupage classico.

    ha scritto il 

  • 4

    Non una vera e propria trama (tanto che a volte ho avuto l'impressione che il furto sia peggio dell'omicidio), non una vera e propria caratterizzazione dei personaggi se non Ingravallo (nel quale ho i ...continua

    Non una vera e propria trama (tanto che a volte ho avuto l'impressione che il furto sia peggio dell'omicidio), non una vera e propria caratterizzazione dei personaggi se non Ingravallo (nel quale ho intravisto lo stesso Gadda), ma uno scontro molto forte tra borghesia e borgate, senza pretese (in ciò però purtroppo l'autore è tratto in inganno) di arrivare ad un finale. Nel linguaggio così vivido, colorato, alternato e barocco - pure barocchesco - troviamo la grinta geniale e la chiave di volta di tutta l'impalcatura. La trama e la storia sono le parole, questo dialetto, questi dialetti, misti ad un italiano che vuole emanciparsi dal fascismo, in una Roma che spesso dimentica di vivere di periferie.

    ha scritto il 

  • 1

    Abbandonato

    Non sono più di 5 i libri he non sono riuscito a finire di leggere ma questo è tra quelli. Ho provato due volte a distanza di un anno ma se in una frase di 10 parole, 3 sono in italiano e comprensibil ...continua

    Non sono più di 5 i libri he non sono riuscito a finire di leggere ma questo è tra quelli. Ho provato due volte a distanza di un anno ma se in una frase di 10 parole, 3 sono in italiano e comprensibili, 3 sono inventate, 2 sono in un qualche dialetto e 1 è una parola che conoscono in 100 persone come faccio ad andare avanti ? Mi sono bloccato più o meno sempre verso pagina 180, una faticaccia immane ...... mi sarei fatta l'idea che sia così famoso (visto che siamo in italia) perchè l'autore era nei cricoli letterari/politici giusti perchè sennò non riesco a capacitarmene ..... e mi ero pure comprato la ri-edizione da 18 euro .....

    ha scritto il 

  • 5

    Finire di leggere un classico fa provare un’eccitazione e uno stupore come se si fosse appena scoperto un continente sconosciuto; invece si è solo gli ultimi ad essersi uniti ad una riunione di lettor ...continua

    Finire di leggere un classico fa provare un’eccitazione e uno stupore come se si fosse appena scoperto un continente sconosciuto; invece si è solo gli ultimi ad essersi uniti ad una riunione di lettori in silenziosa conversazione.
    Sono rimasto incantato dall'uso del dialetto (romanesco ma non solo: vi confluiscono anche il napoletano e il molisano) e dalla costruzione periodale trovandoli estremamente coinvolgenti e fluidi; pur richiedendo lentezza, sentivo più volte il desiderio di leggere ad alta voce, per poterne apprezzare i suoni.

    Nella mia edizione Garzanti è presente, oltre ad una bella prefazione di Pietro Citati (da leggere alla fine, come tutte le prefazioni), soprattutto l'interessante nota di Giorgio Pinotti. In essa si mette in evidenza l'influenza di autori come Giuseppe Gioacchino Belli con i suoi Sonetti romaneschi e di Alessandro Manzoni, amato e riletto decine di volte da Gadda. Si analizza anche, seppur brevemente, la scelta linguistica del dialetto e in cosa si differenzi da altri scrittori a lui contemporanei come Pasolini con Ragazzi di vita e Una vita violenta. Gadda, secondo Pinotti, usa il dialetto per “depotenziare il romanzesco di «Letteratura» [rivista su cui era stata pubblicata a puntate la prima edizione], di limitarne la carica eversiva, in modo da trasformarlo da strumento di parodia linguistica a più efficace e flessibile veicolo di corrosione e polemica”.

    Le continue digressioni su particolari che parrebbero irrilevanti e il finale “anomalo”, se giudicati con il metro dello schema classico di un giallo, sono parte fondamentale dell'intento sia poetico che filosofico di Gadda. Il “fattaccio” non può esaurirsi al delitto né l'opera letteraria al gioco con il lettore del nascondere e infine rivelare il colpevole. Penso che la chiave di lettura sia ciò che Gadda scrive del commissario don Ciccio Ingravallo:

    «Sosteneva, fra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo.»

    ha scritto il 

  • 3

    Son rimasta incantata per l'uso del linguaggio, ma per tutto il resto mi stavo per suicidare dalla noia. Lo considero un straordinario esercizio di stile, da leggere a piccole dosi.

    ha scritto il 

  • 3

    Pietro Citati, "Ricordo di Gadda", prefazione a "Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana", Garzanti, Milano, 2015, XVI-XVII.

    [...] Grazie ai "Promessi Sposi", la morte fu più lieta. Aveva sempre pro ...continua

    Pietro Citati, "Ricordo di Gadda", prefazione a "Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana", Garzanti, Milano, 2015, XVI-XVII.

    [...] Grazie ai "Promessi Sposi", la morte fu più lieta. Aveva sempre provato un "sentimento di venerazione privata" verso la persona di Manzoni. Da ragazzo, tra i nove e i sedici anni, aveva letto dieci volte "I Promessi Sposi", abbandonandosi alla lettura, mi scrisse, "con la semplicità è profonda gioia di chi si disseta in montagna a una fonte di acqua chiara". Ora, giunto alla fine, voleva ripetere l'esperienza di adolescente, e chiese a Ludovica Ripa di Meana, a Giancarlo Roscioni e a me di leggergli "I Promessi Sposi". Ci alternammo al capezzale. Mi ricordo che qualche giorno prima (o il giorno prima) della morte, gli lessi il meraviglioso ottavo capitolo: don Abbondio che non conosce Carneade: Agnese che distoglie e allontana Perpetua chiedendole se era stata rifiutata, come dicevano, da Beppe Suolavecchia e da Anselmo Lunghigna: Tonio e il fratello che, a tarda sera, pagano il loro debito a don Abbondio: la sorpresa di Renzo e Lucia che vogliono farsi sposare, la sorpresa dei bravi nella casa di Agnese e Lucia: il suono delle campane a martello; quel casuale e gioioso formicolio della vita, che Manzoni e Gadda amavano tanto. Disteso sul letto, con la testa rialzata dai cuscini, Gadda rideva sussultando nel suo grande corpo moribondo - il riso, che tante volte lo aveva salvato. Allora pensai che la letteratura è davvero una cosa bellissima, se conserva la vita come la vita non riesce a conservarsi, e se fa ridere di gioia in punto di morte. Infine giunse la gloria: assoluta, incontaminata, quasi incontestata: la gloria dimostrata dal lavoro scrupoloso degli interpreti, come nei "Quaderni dell'Ingegnere", diretti da Dante Isella con tanta attenzione e precisione. Qualche volta rimpiango il fervore cieco dei giovani scrittori del 1957, quando Gadda era la letteratura "vivente": questi giovani sono, adesso, diventati vecchi o vecchissimi, o sono morti. Ma, forse, il vero segno della gloria di Gadda è un altro. Dopo la sua morte, mi raccontò Ludovica Ripa di Meana, la "fedele" ed "eroica" Giuseppina, che aveva servito, venerato e vessato il padrone per tanti anni, tornò a casa, a Ferentino. Aveva ereditato i diritti d'autore, i mobili, i vestiti: non i libri e i manoscritti. Ora, finalmente, Giuseppina dormiva nel letto di Gadda: una specie di consacrazione della sua vita. Tutte le domeniche apriva l'armadio, dove stavano i vestiti e le grandi scarpe di Gadda. Prendeva le scarpe e le lucidava con infinita cura, sino a renderle brillanti, come se Gadda, chissà dove, camminasse per le strade della vita o della sopra-vita. Questo - ne sono certo - è il "tocco" definitivo.

    ha scritto il 

  • 5

    Ori e miseria.

    Ori e miseria: un “topaccio” e una sciarpa verde, straccio da rinfrescare.
    Basteranno questi due particolari per far riaffiorare il contenuto di quest'opera letta con estremo piacere perché, dove la p ...continua

    Ori e miseria: un “topaccio” e una sciarpa verde, straccio da rinfrescare.
    Basteranno questi due particolari per far riaffiorare il contenuto di quest'opera letta con estremo piacere perché, dove la parola guizza, dove c'è musica, dove dialoghi e personaggi sono vividi, sto a teatro.
    Non so dire se per un toscano, abituato alla parola risciacquata in Arno, sia più o meno facile la comprensione dei dialetti regionali rispetto ad altri, so solo che un orecchio allenato, aiuta eccome, quando la parola ne fa di tutti i colori. O la si acchiappa al volo, oppure non importa in un secondo tempo, o se qualcuna mai; conta non perdere il ritmo e godersi la scena.
    Siamo nel 1927, ci troviamo a Roma e andiamo a conoscere per primo “Don Ciccio, lo statale della mobile, sezione investigativa, una certa conoscenza degli uomini e delle donne, onnipresente sugli affari tenebrosi”.
    Tutto si svolge mentre in certa gente “tonificatrici risonanze, suscita la boce del buce”.
    Resta alla fine un grande ritratto di un'epoca e di una città, restano, tra il riso, l'amarezza e la pietà per la povera gente, il disgusto per l'ipocrisia sconfinata della società borghese, a suo modo infelice, resta il cielo di Roma. E la soddisfazione di aver mandato a quel paese, con l'irriverente gesto dell'ombrello, “l'onnivisibile fetente, salutato salvatore d'Italia” insieme a “sto branco de fregnoni e de fiji de mignotte che stanno ar monno”.

    P.S. Dimentico forse, semmai ci fosse necessità, e non credo ce ne sia, la cosa principale: Gadda un genio per la sua ricerca linguistica. Ho pensato all'impossibilità di una traduzione fedele del testo; ho pensato, amando Céline, cosa possa essere arrivato a noi quanto a traduzione. Ho appreso ora quanto a Gadda piacesse Céline, e allora mi chiedo come ho fatto a non accorgermi prima di questo capolavoro. Con gran sollievo di aver fatto in tempo, mi sento del tutto gratificata da questa lettura.

    ha scritto il 

  • 5

    Un unicum per la letteratura italiana

    Uno dei libri più difficili che abbia mai letto. Ma non per questo non godibile. Anzi.
    Un noir ambientato a Roma sul finire degli anni ’20 con protagonista un giovane commissario meridionale, che di n ...continua

    Uno dei libri più difficili che abbia mai letto. Ma non per questo non godibile. Anzi.
    Un noir ambientato a Roma sul finire degli anni ’20 con protagonista un giovane commissario meridionale, che di nome fa Francesco Ingravallo, detto Ciccio.
    Il poliziotto – un tizio sui 35 anni, astuto, cocciuto, perspicace, diffidente, furbo, ma allo stesso tempo prevenuto – si trova ad indagare contemporaneamente su di uno strano furto che avviene in un palazzo di via Merulana e su di un omicidio che avviene pochi giorni dopo nello stesso palazzo, sullo stesso pianerottolo, nell’appartamento di fronte a quello in cui è avvenuto il furto. Peraltro la vittima – la signora Liliana Balducci – è una conoscente di Ingravallo, per la precisione si tratta della moglie di un tizio nella cui casa il protagonista si è trovato a cenare diverse volte e per cui nutre una certa forma di attrazione.
    Il corso della vicenda permette all’autore di descrivere la vita della campagna romana, i primi grandi agglomerati urbani del novecento, i rapporti tra condomini, la vita di due conuigi benestanti, lo stile di conduzione delle indagini (interrogatori soprattutto) da parte della polizia dell’epoca, lasciando che siano i pensieri di Ingravallo a parlare. Ingravallo, che ci si aspetterebbe abbastanza gretto e ignorante, sfodera invece in più occasioni nel suo soliloquio interiore una cultura davvero fuori dall’ordinario, sia per profondità che per varietà.

    Da molti considerato – a buon diritto – un capolavoro della Letteratura Italiana dell’800, “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” è davvero un unicum, qualcosa di mai scritto prima, una grande insalata fatta di termini mutuati (e traslitterati) dal dialetto, dalle lingue straniere, dall’Italiano aulico (e in parecchi casi obsoleto) e parole completamente inventate. Anche la sintassi e la struttura del racconto sono particolarmente ostici e contorti; alcuni passaggi, ad esempio, prevedono incisi lunghi, lunghissimi, capaci di durare anche due o tre pagine.
    Se non l’avete ancora letto, fatevi un favore: prendetene una copia e dedicatevi.

    ha scritto il 

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