Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Di

Editore: Garzanti

3.9
(3388)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 275 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Catalano , Spagnolo

Isbn-10: 8811666422 | Isbn-13: 9788811666424 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Criminalità , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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  • 4

    Tra un pasticciaccio e un maledetto imbroglio...

    Apparso a puntate in “ Letteratura” nel 1946/47 “Er pasticciacccio" rimane una delle opere più discusse e innovative della letteratura italiana del dopoguerra. A ripensarlo, subito mi torna alla mente ...continua

    Apparso a puntate in “ Letteratura” nel 1946/47 “Er pasticciacccio" rimane una delle opere più discusse e innovative della letteratura italiana del dopoguerra. A ripensarlo, subito mi torna alla mente “Un maledetto imbroglio”, ottimo film di Pietro Germi tratto appunto dal romanzo di Gadda. Ma ancor di più il meno celebre “Roma” di Fellini: film-documentario sulla costruzione della metropolitana nella capitale, dove aleggia, tra lo stesso vischioso ribollire di anime, l'indigesta gestione dei splendori archeologici sotterranei del glorioso passato che le macchine del boom economico, quello si "da operetta", incontrano e distruggono durante gli scavi. Gerghi, impulsi e pulsioni, canottiere e acconciature di architetti post-ante-premoderni, sozzure e magnificenze, costruzioni e distruzioni di una città come della sua gente, dove tantissima polvere si decanta come dopo un'eruzione, segnando in modo quasi indelebile lo spirito di chi guarda: la disarmonia e il degrado di un'epoca già storicamente in decadenza. E come nel film-documentario del regista romagnolo, anche nel romanzo dello scrittore/ingegnere milanese, Roma non è mai stata così totalmente Roma. Un opera che, fin dalle prime righe, colpisce il lettore con un linguaggio ancor oggi assolutamente insolito e “traumatizzante”, dove la tecnica del giallo d'indagine è un puro pretesto che permette a Gadda di scandagliare i vari livelli fino al fondo della società italiana del 1927; linguaggio che ha un peso sia nel lessico che nella componente strutturale, dove il laziale si mescola al lombardo, fino al campano e l'abruzzese nonché alle origini molisane del commissario protagonista...e da questa torre di Babele si forma un vero e proprio“pastiche” utilizzando termini e espressioni della lingua colta in cui i concetti filosofici si uniscono alla retorica, ai latinismi, alle parole straniere, al linguaggio burocratico o ai neologismi costruiti nella maniera più stramba e complessa fino a divenire quasi gratuita...quasi, perché in questo caos della definizione, in quella fiera del lei non sa chi sono io e glielo dimostro con un astruso incomprensibile linguaggio vi è lo specchio di quell'Italia liberale, fascista, democristiana, comunista, con una grande intuizione negli anni incerti del fascismo e anche di poi, dove restavano a galla i soliti noti: sempre lo stesso registro, sempre lo stesso pasticcio accomodato, sempre come ieri e l'altro ieri. E' chiaro l'intento dell'autore di utilizzare con una parziale identificazione, il commissario Ingravallo come “mina vagante” del proprio pensiero: egli guarda al mondo e alle sue catastrofi come la conseguenza di molteplici cause convergenti, in cui la realtà non può essere che rappresentata con questo lessico deformante e spiazzante...inoltre sebbene realista e amante del naturalismo di Flaubert, Gadda non può però ridurre la descrizione dell'esistenza ad un oggettivo sguardo, in quanto per lui la conoscenza della realtà ne implica direttamente la modifica. Lo scrittore, appassionato dei dettagli quasi superflui, fuggitivi o mimetici conferma poi la sua presenza, sebbene di riflesso, in controluce, con alcuni elementi prima distanzianti come la terza persona e l'ambientazione romana e non milanese e in seguito da altri che, seppur in un ambiente dispersivo e senza punti di riferimento, si possono ritenere in qualche modo autobiografici. Tralasciando altri indizi è proprio l'io narrante ad assumere di per sé una fisionomia ambigua, distanziandosi dall'autore attraverso un carattere composito e contraddittorio che nasce dalla combinazione tra un linguaggio dallo stile elevato( quasi una parodia manzoniana)e lo stile narrativo popolare tipico di alcuni naturalisti o veristi, incline ad appropriarsi di modi e formule linguistiche delle borgate. E in questo mondo variegato la figura retorica dominante è l'ironia, accompagnata da risvolti grotteschi che ricordano certi quadri di Grosz, l'espressionista tedesco che con i suoi temi impietosi, metteva a nudo i segreti e le bassezze della Germania nazista; E come in un quadro espressionista, Gadda pennella il proprio linguaggio colorito creando i contrasti tra i vari registri linguistici e le diverse sfumature delle moltitudini di espressioni, oppure le tinte uniche, in cui le sottili impressioni del commissario si mescolano alle soluzioni di tono sempre diverse e puntuali del testo. La presentazione dei personaggi poi, si apre quasi come una narrazione tradizionale, ma che presto si coprirà sommersa dalle digressioni e da un discorso diretto e indiretto libero, che collima con l'originale visione del mondo del protagonista-ispettore..l'analisi del delitto è “l'effetto di tutta una voragine di causali, che gli erano soffocate addosso a molinello catturando nel suo vortice del delitto “la debilitata ragione del mondo”...questo pensare che troviamo nelle prime 20 pagine, svela l'onnipresente disarmonia delle esistenze e delle storie degli uomini, tutte connesse in un insieme sussurrante e catastrofico... ma soprattutto, si può solo intuire un'altra verità, dove rimane sospesa ogni cosa, anche la mente di Ingravallo: : «Egli non intese, là pe llà, ciò che la sua anima era in procinto d’intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli dell’ira, nel volto bianchissimo della ragazza, lo paralizzò, lo indusse a riflettere:a ripentirsi, quasi»...tutto rimane sospeso..ed è forse vero che Gadda, come disse in un'intervista, il finale voleva farlo come un breve sequel, dal titolo “venti giorni dopo”...come a lasciar sedimentare i fatti di sangue e di storia... la spietata analisi sociale, infatti, di palazzo Merulana, quell'alveare di ricchezze e incontri proibiti checi gira attorno, diviene analisi psicologica per un freudiano come il nostro autore. Da qui l'assenza di ogni sentimento simile all'amore è ciò che inconsciamente devono pagare i protagonisti, specie le donne, e al posto di esso, come tema centrale, una sessualità repressa e turbata , se non patologica, che offrendo piacere effimero comporta anche un disagio lungo quanto un omicidio....la descrizione della vittima, di ciò che vede Ingravallo, conferma un qualcosa di noir, un inquieto scenario che lo scrittore si permette: E' così che l'indagine dell'ispettore sulla vittima, fa emergere una personalità e un contorno non proprio in armonia con i sentimenti più puri; Gadda nasconde una inquietante ossessione a cui partecipano l'aitante cugino come i “nipotini e nipotine” che girano per casa...una perversione mascherata e sublimata da desideri consci di normalizzazione, ma smascherati per quello che sono veramente, con lo strumento della psicoanalisi. E' questo un prologo del carattere di ogni presunto sospetto o colpevole che, rivivendo nell'esperienza del commissario, mostra l'accaduto per quello che è: un delitto feroce e spietato. Un'anticipazione al rallentatore,carta d'identità senza foto, che non trascura nessun particolare: «Lui, di certo, aveva colpito all’improvviso: e insistito poi nella gola, nella trachea, con efferata sicurezza. La “colluttazione” se pure era da credervi, doveva essere stata nient’altro che un misero conato, da parte della vittima, uno sguardo atterrito e subitamente implorante, l’abbozzo di un gesto : una mano levata appena, bianca, a stornare l’orrore, a tentar di stringere il polso villoso, la mano implacabile e nera dell’omicida, la sinistra, che già le adunghiava il volto e le arrovesciava il capo a ottener la gola più libera, interamente nuda e indifesa contro il balenare d’una lama. Che la destra aveva già estratto a voler ferire, ad uccidere. Da questa prospettiva, vi è come un richiamo a “La cognizione del dolore”, dove anche lì la morte deturpa, vi è un capovolgersi tra bene e male, ricordando la frase dello scrittore, così buona anche per Er Pasticciaccio: «il sistema dolce e alto della vita(...) sovviene all’orrore dei sistemi subordinati, natura, sangue, materia: solitudine di visceri e di volti senza pensiero. Abbandono”. viene naturale passare dai due grandi registi citati all'inizio, ad un ultimo che con“La grande bellezza”ha rinnovato la versione delle notti romane...e anche qui, come nel Pasticciaccio, non c'è apparente giudizio ma è necessario il solo descrivere per arrivare ad una netta conclusione. Il romanzo di Gadda infatti, apparentemente senza un finale deciso e impostato, credo si muova sugli stessi criteri...sembrava infatti che dovesse sempre arrivare l'ultimo capitolo, a chiudere il cerchio, ma invece sono i profili delle protagoniste, specie nel finale, a lasciar aperte le interpretazioni, specie il ruolo strategico della giovane Tina che con le sue due brevi apparizioni all'inizio e alla fine, oltre a completare l'interessante circolarità del romanzo, fa riflettere assai gli appassionati di indizi tralasciati. Indizi che comunque, lasciano un po' il tempo che trovano, essendo l'incompiutezza stessa dell'ultimo capitolo, un richiamo alla fine, sia delle esistenze di quel 1937 del calendario fascista, sia di quell'atmosfera ricostruita con fedeltà maniacale dall'autore dove il triviale si unisce al lirismo e il tragico al comico, e dove l'Italia in camicia nera è la stessa in balia di quella follia sadomasochista che Pasolini, uno dei critici dello scrittore milanese più intelligenti, approfondirà in maniera così completa e complessa con” Salò e le 120 giornate di Sodoma”. Si è discusso molto di questa analisi chiaramente misogina del Pasticciaccio: candore e violazione si mescolano ai loro contrari in un romanzo dove l'unico concetto, indicibile ed assente, sembra essere quello dell'amore come sentimento. Erano gli anni della parabola neorealista, e i critici della sinistra ufficiale più che all'attacco romanzato alle donne, non gradirono molto l'universo sociale costruito dall'ingegnere, in quanto secondo alcuni mancava di prospettive e di impegno politico. Su questi presupposti tanto fragili quanto arroganti, Cesare Cases, autorevole germanista e militante del PCI stroncherà l'opera..di risposta l'autore dichiarò lapidario:“ Il Cases vorrebbe che il Gadda fosse socialista, ma il Gadda non è socialista”. Ma al di là delle censure dell'opera e delle mille critiche e polemiche c'è, forse più importante, questa scrittura deformata e antiretorica, la quale non solo mette a nudo la realtà multiforme, aggrovigliata e in continuo movimento che si cela sotto le apparenze della vita borghese, ma fa anche emergere una molteplicità di punti di vista, mostrando che non basta dare un'unica rappresentazione del mondo e tanto meno giudicarlo. E' già nel mistero di un delitto efferato in un palazzo dall'apparente buon nome a esemplificare un'assenza di certezze e una condizione di oscuro malessere nella caotica realtà del ventennio. “ La grande bellezza” quindi non esiste se non in attimi tanto effimeri quanto preziosi, attimi che lasciano il posto alla violenza della storia, della realtà, qualsiasi essa sia. Calvino sempre dopo quest'opera, si appellava alla “non accettazione della situazione data”, ma era un'utopia, un "pensiero forte" del 1959. C'è da rivelare piuttosto, che non furono pochi i continuatori di Gadda: uno fu Alberto Arbasino che coniò per sé, Pasolini e Testori l'etichetta di “nipotini dell'ingegnere”. Qui si cercò di dare un confine a ogni attribuzione di esperimento linguistico all'autore del “Pasticciaccio”, ma accanto a ciò, la lettura delle avanguardie con in testa il "Gruppo 63" valorizzò nel romanzo e nel suo autore una completa rottura degli schemi romanzeschi tradizionali e della lingua intesa come strumento di comunicazione e cambiamento sociale. Anche nei pensieri che ho gettato quasi a fiume infatti, Carlo Emilio Gadda riesce a rientrare...ripartendo dal bel racconto dalle ragazze americane dirottate dai musei verso le colline dei castelli, dove il buon bianco e i latin lover le faranno innamorare...questo per dire che “Quel pasticciaccio brutto di via Merulana” è si un romanzo di morte, ma anche un romanzo d'amore e sentimenti mimetizzati, come piaceva al loro autore, morto indigente e dimenticato...un romanzo che mentre va a morire con la sua inchiesta sospesa e la sua disumanità, ritorna con coloro che non sanno nulla dell'inconscio e perciò rivivono i loro ricordi e li piangono con l'umanità confusa che ancora una volta richiude la circolarità del testo...e alla fine sono anche i miei pensieri, ad andare oltre, a passare dalla Sardegna alla Liguria, fino a questo nord-est dal sole per sempre tramontato. Che a Gadda, credo sarebbe piaciuto assai...

    ha scritto il 

  • 1

    E' stata, per me, una sofferenza non necessaria.
    Ostico, presuntuoso e pretenzioso. L'interesse per la linguistica mi ha tenuta su per un certo numero di pagine, ma ho ceduto sotto il peso della fatic ...continua

    E' stata, per me, una sofferenza non necessaria.
    Ostico, presuntuoso e pretenzioso. L'interesse per la linguistica mi ha tenuta su per un certo numero di pagine, ma ho ceduto sotto il peso della fatica della traduzione di questo pastiche di lingua, dialetti e parlate lontane anni luce dalla mia lingua, dal mio dialetto e dalla mia parlata... Lo sforzo di interpretare ha soffocato tutto il piacere che ho inizialmente provato per la trama e la scoperta linguistica.

    ha scritto il 

  • 5

    “l’integrale dei fuggenti attimi è l’ora: l’ora impareggiabile, dove un pensiero esatto si deroga a speranza e ad angoscia, come saettata spola, nell’ordito degli sguardi furtivi, dei muti dissensi, dei muti consentimenti.”

    In un miscuglio di dialetti, di neologismi inventati e parole storpiate, hanno luogo le acrobazie verbali con cui Carlo Emilio Gadda opera il dispiegamento della costruzione sintattica nella sua massi ...continua

    In un miscuglio di dialetti, di neologismi inventati e parole storpiate, hanno luogo le acrobazie verbali con cui Carlo Emilio Gadda opera il dispiegamento della costruzione sintattica nella sua massima espressività.
    Gadda usa questa costruzione per scardinare il sistema con i suoi effimeri gerarchi; un apparato linguistico straordinariamente barocco come metafora di una società in stato di quiescenza, ammaliata da falsi miti, che lui, attraverso il dolore estrinseco delle parole cerca di risvegliare dal torpore.
    Lettura di notevole difficoltà che andrebbe, cosa che personalmente ho fatto, diluita, per meglio essere recepita.
    La complessità stilistico linguistica di Gadda non è fine a se stessa, né tantomeno si tratta di inutili ghirigori lessicali, tutto corrisponde a una precisa costruzione con al centro l’uomo e i suoi tanti interrogativi, un autentico gnommero il cui dipanarsi è rappresentativo delle molte vite che si intrecciano intorno a vicende che solo all’apparenza non hanno nulla in comune.
    Lo stesso Don Ciccio, esempio specifico del groviglio narrativo che si svilupperà in seguito ai delitti di Via Merulana, non sarà da solo ad affrontare le indagini che dovranno dimostrare l’inadeguatezza umana, per certi aspetti irrisolvibile, che Gadda vuole portare al centro della sua ricerca.
    La conclusione del pasticciaccio avrà un esito compiuto, ma solo per la ricerca gaddiana, tesa a dimostrare l’imperfezione degli uomini, proprio per questo soggetti a quello che sosteneva Don Ciccio…

    “Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti.”

    ha scritto il 

  • 5

    Sì è lunghissimo, interminabile e scritto in quell'italiano obsoleto, ricercatissimo e arzigogolato che ricorda le letture che aborrivo a scuola. E che oggi invece, recitato da Fabrizio Gifuni, mi è p ...continua

    Sì è lunghissimo, interminabile e scritto in quell'italiano obsoleto, ricercatissimo e arzigogolato che ricorda le letture che aborrivo a scuola. E che oggi invece, recitato da Fabrizio Gifuni, mi è parso meraviglioso, certo non facilissimo ma proprio per questo una goduria. Che Gifuni è bravissimo l'ho già detto?

    ha scritto il 

  • 5

    l'ingegnere della lingua

    Che meraviglia leggere Gadda! In questa ultima ed elegante edizione, la soddisfazione di gustare questo intreccio di parole e fatti nella romanita' piu' autentica e' rimasta viva in me anche a distanz ...continua

    Che meraviglia leggere Gadda! In questa ultima ed elegante edizione, la soddisfazione di gustare questo intreccio di parole e fatti nella romanita' piu' autentica e' rimasta viva in me anche a distanza di anni. L'ingegner Gadda costruisce con il suo solito e rinomato stile un edificio letterario tanto intrigante quanto armonioso, invitandoci cosi' ad entrare e perdersi nella lettura.

    ha scritto il 

  • 4

    Uno dei primi commenti a questo romanzo qui su anobii mette in relazione la lettura dell'opera gaddiana alle fatiche dello svezzamento.Mai analogia fu più calzante.Leggere Gadda equivale a rivivere le ...continua

    Uno dei primi commenti a questo romanzo qui su anobii mette in relazione la lettura dell'opera gaddiana alle fatiche dello svezzamento.Mai analogia fu più calzante.Leggere Gadda equivale a rivivere le sensazioni delle prime letture,della lenta opera di comprensione di un alfabeto e delle sue possibilità lessicali,una piccola epifania resa possibile da un gioco complicato di connessioni e potature sinaptiche.Nei suoi scritti,il professor Tolkien affermava che "la creazione di un mondo è preceduta dalla creazione di un linguaggio" e in tal senso niente esprime meglio questa massima che il Pasticciaccio.Un romanzo in cui la lingua si fa trasfigurazione di un mondo descrivendone le idiosincrasie,i manierismi,il caos multiforme che lo governa.L'arte del raccontare è infatti l'arte del divagare sembra dirci Gadda,perchè solo la divagazione,l'attenzione al dettaglio,l'apertura alle molteplici cause che governano l'universo e rendono la verità un groviglio ineludibile possono darci una fotografia sincera del guazzabuglio in cui nuotiamo.Un romanzo sicuramente difficile dunque,del quale è soprattutto complicato essere all'altezza(la stella mancante è una mancanza mia dico sempre in questi casi) e che necessita di essere gustato con calma,per poter cogliere anche solo una minima parte delle meraviglie che vi sono disseminate.

    ha scritto il 

  • 0

    Senza fine

    Non starò qui a ripetere parole altrui: un giallo senza un finale non può definirsi tale; un poliziesco senza assassino non è un poliziesco. Semplicemente, è altra cosa: e altra cosa vuole essere Il p ...continua

    Non starò qui a ripetere parole altrui: un giallo senza un finale non può definirsi tale; un poliziesco senza assassino non è un poliziesco. Semplicemente, è altra cosa: e altra cosa vuole essere Il pasticciaccio.

    Ecco quindi che mi accingo a scrivere su di uno dei romanzieri prediletti della mia giovinezza, il Gadda da Milano, che qui ambienta nella Roma fascista quello che è il suo ingorgo di parole per eccellenza; il significante portato alle sue estreme conseguenze pur non rinunciando al suo significato, un vero prodigio d'ingegneria scrittoria e di ricerca del vero, del sublime, del parodico, dell'agro, del riso e dell'amaro, rigorosamente Del Capo.

    Un capo che qui è il Mascellone che tutti ben conosciamo, poi anche sbeffeggiato nell'irriverente e geniale pamphlet "Eros e Priapo", dove, anche in quel frangente, la ricerca linguistica andava di pari passo con una vena satirica e dissacrante degna del miglior Bombolo.

    Capolavoro di ieri, di oggi, di domani.
    Se volete il finale, citofonate il signor Pietro Germi, abile rimestatore di trame e fotogrammi, nonché amante del decoupage classico.

    ha scritto il 

  • 4

    Non una vera e propria trama (tanto che a volte ho avuto l'impressione che il furto sia peggio dell'omicidio), non una vera e propria caratterizzazione dei personaggi se non Ingravallo (nel quale ho i ...continua

    Non una vera e propria trama (tanto che a volte ho avuto l'impressione che il furto sia peggio dell'omicidio), non una vera e propria caratterizzazione dei personaggi se non Ingravallo (nel quale ho intravisto lo stesso Gadda), ma uno scontro molto forte tra borghesia e borgate, senza pretese (in ciò però purtroppo l'autore è tratto in inganno) di arrivare ad un finale. Nel linguaggio così vivido, colorato, alternato e barocco - pure barocchesco - troviamo la grinta geniale e la chiave di volta di tutta l'impalcatura. La trama e la storia sono le parole, questo dialetto, questi dialetti, misti ad un italiano che vuole emanciparsi dal fascismo, in una Roma che spesso dimentica di vivere di periferie.

    ha scritto il 

  • 1

    Abbandonato

    Non sono più di 5 i libri he non sono riuscito a finire di leggere ma questo è tra quelli. Ho provato due volte a distanza di un anno ma se in una frase di 10 parole, 3 sono in italiano e comprensibil ...continua

    Non sono più di 5 i libri he non sono riuscito a finire di leggere ma questo è tra quelli. Ho provato due volte a distanza di un anno ma se in una frase di 10 parole, 3 sono in italiano e comprensibili, 3 sono inventate, 2 sono in un qualche dialetto e 1 è una parola che conoscono in 100 persone come faccio ad andare avanti ? Mi sono bloccato più o meno sempre verso pagina 180, una faticaccia immane ...... mi sarei fatta l'idea che sia così famoso (visto che siamo in italia) perchè l'autore era nei cricoli letterari/politici giusti perchè sennò non riesco a capacitarmene ..... e mi ero pure comprato la ri-edizione da 18 euro .....

    ha scritto il 

  • 5

    Finire di leggere un classico fa provare un’eccitazione e uno stupore come se si fosse appena scoperto un continente sconosciuto; invece si è solo gli ultimi ad essersi uniti ad una riunione di lettor ...continua

    Finire di leggere un classico fa provare un’eccitazione e uno stupore come se si fosse appena scoperto un continente sconosciuto; invece si è solo gli ultimi ad essersi uniti ad una riunione di lettori in silenziosa conversazione.
    Sono rimasto incantato dall'uso del dialetto (romanesco ma non solo: vi confluiscono anche il napoletano e il molisano) e dalla costruzione periodale trovandoli estremamente coinvolgenti e fluidi; pur richiedendo lentezza, sentivo più volte il desiderio di leggere ad alta voce, per poterne apprezzare i suoni.

    Nella mia edizione Garzanti è presente, oltre ad una bella prefazione di Pietro Citati (da leggere alla fine, come tutte le prefazioni), soprattutto l'interessante nota di Giorgio Pinotti. In essa si mette in evidenza l'influenza di autori come Giuseppe Gioacchino Belli con i suoi Sonetti romaneschi e di Alessandro Manzoni, amato e riletto decine di volte da Gadda. Si analizza anche, seppur brevemente, la scelta linguistica del dialetto e in cosa si differenzi da altri scrittori a lui contemporanei come Pasolini con Ragazzi di vita e Una vita violenta. Gadda, secondo Pinotti, usa il dialetto per “depotenziare il romanzesco di «Letteratura» [rivista su cui era stata pubblicata a puntate la prima edizione], di limitarne la carica eversiva, in modo da trasformarlo da strumento di parodia linguistica a più efficace e flessibile veicolo di corrosione e polemica”.

    Le continue digressioni su particolari che parrebbero irrilevanti e il finale “anomalo”, se giudicati con il metro dello schema classico di un giallo, sono parte fondamentale dell'intento sia poetico che filosofico di Gadda. Il “fattaccio” non può esaurirsi al delitto né l'opera letteraria al gioco con il lettore del nascondere e infine rivelare il colpevole. Penso che la chiave di lettura sia ciò che Gadda scrive del commissario don Ciccio Ingravallo:

    «Sosteneva, fra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo.»

    ha scritto il 

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