Questa è l'acqua

Di

Editore: Einaudi

4.0
(1284)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 200 | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Chi tradizionale , Catalano

Isbn-10: 8858400909 | Isbn-13: 9788858400906 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
I sei racconti di Questa è l'acqua , scritti tra il 1984 e il 2005, offrono uno sguardo di insieme sulla straordinaria avventura artistica di Wallace, e una summa delle sue tematiche e dei diversi stili con cui le ha affrontate ed esaltate. La depressione, vivisezionata nelle sue spietate dinamiche nel doloroso e commovente Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta ; la ricerca di una nuova maturità ed equilibrio nel discorso tenuto davanti agli studenti del Kenyon College, che dà il titolo alla raccolta; il sentimento amoroso in tutte le sue possibili declinazioni, tra goffaggine, tenerezza, crudeltà, nelle due novelle Solomon Silverfish e Ordine e fluttuazione a Northampton ; l'adolescenza come stagione della vita in cui ricerca d'identità e perversione finiscono per coesistere, in Altra matematica ; le nuove complessità del mondo globale e il crollo di ogni logica binaria, nel piccolo gioiello Crollo del '69 . A un anno dalla tragica scomparsa, con questo nuovo libro di racconti torniamo ad ascoltare la voce unica e incomparabile di David Foster Wallace. «Alle 2:30 del mattino, a letto, Solomon Silverfish, sassone segreto, celta teorico, aveva due notizie per Ira Schoenweiss, all'altro capo del filo. La prima era che a sentire le vicende di quella notte il culo troppo-stupido-e-ciccione-anche-solo-per-commentare-quanto-fosse-stupido-e-ciccione di Ira Schoenweiss era ancora il culo di Ira Schoenweiss solo perché stava dentro una grossa imbracatura giudiziaria che glielo teneva attaccato al corpo. La seconda era che se Silverfish non sbagliava quello era il terzo e peggiore arresto in due anni per guida in stato di ebbrezza, e che si credeva, che Silverfish era un superman? Che faceva miracoli giudiziari?» David Foster Wallace
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  • 3

    Disaffinità elettive

    Secondo tentativo di approccio a Foster-Wallace, seconda volta che l'impressione è quella di un diamante che non riesce a scalfire a pieno la scorza delle mie sensazioni.

    Lui innegabilmente bravo. Io ...continua

    Secondo tentativo di approccio a Foster-Wallace, seconda volta che l'impressione è quella di un diamante che non riesce a scalfire a pieno la scorza delle mie sensazioni.

    Lui innegabilmente bravo. Io forse innegabilmente poco adatto al suo modo di scrivere. Le storie si fanno leggere, a tratti in alcuni episodi mi prendono, però qualcosa stride sempre. Almeno per me, s'intende.
    Descrizioni e approfondimenti che portano a vicoli ciechi, perifrasi che alla lunga mi sembrano più un esercizio di forma che uno strumento funzionale alla narrativa. Tutto questo mischiato a spunti davvero interessanti, a tratti geniali per come vengono effettuate le scelte finalizzate al racconto di certe situazioni e realtà.

    Al netto di questo, forse io e lui siamo poco compatibili.

    ha scritto il 

  • 4

    Avevo paura di leggere Foster Wallace. Ne avevo tanta, di paura.
    Un po' facevo bene, un po' sono stata stupidissima, rischiando di perdere qualcosa di speciale.
    Ci sono parti che non ho proprio capito ...continua

    Avevo paura di leggere Foster Wallace. Ne avevo tanta, di paura.
    Un po' facevo bene, un po' sono stata stupidissima, rischiando di perdere qualcosa di speciale.
    Ci sono parti che non ho proprio capito, ma so di essere limitata io. E poi c'è tutto quello che prima ancora di passare dalla testa mi ha trafitta decisamente più in basso.
    C'è una profondità leggera in tutto questo, c'è un'intelligenza sensibile e struggente che a tratti spiazza, togliendo il fiato. Ho pianto, ho sorriso, ho avuto voglia di abbracciare forte l'autore, ma sopratutto ho avuto voglia di leggerlo ancora.
    Che in fondo è ciò che conta.

    ha scritto il 

  • 0

    David maledetto

    SOLOMON SILVERFISH
    * È mio marito e io e lui siamo uniti da una cosa chiamata amore che, casomai non l’aveste ancora sentita nominare, non è solo un sentimento, è un modo di vivere la vita con una per ...continua

    SOLOMON SILVERFISH
    * È mio marito e io e lui siamo uniti da una cosa chiamata amore che, casomai non l’aveste ancora sentita nominare, non è solo un sentimento, è un modo di vivere la vita con una persona
    ** Vi provocherebbe uno choc fisico scoprire quanto tempo Silverfish riesca a tenere una nota.
    Il post-moderno, David? Questa è solo un storia d’amore. “Solo”? Hai ragione: è una storia d’amore. Un filosofo ossessionato dalla matematica, che ha sperimentato tutto lo sperimentabile del linguaggio e ha investito una fatica immane perché quel linguaggio conciliasse vertici della conoscenza e superficialità pop, ecco: perfino lui non resiste al richiamo della storia d’amore, blues triste, power ballad. Infiltrata in una parodia del milieu letterario ebraico americano con due trovate da standing ovation: una bugia mai pronunciata a cui tutti hanno finito per credere e la forza dell’amore che si veste di pudore e ha tanta ritrosia a mostrarsi che è disposto a rischiare che il bello venga preso per sordido. Scusa David. Hai ragione. Non è “solo una storia d’amore”. È una storia d’amore.

    ALTRA MATEMATICA
    (Gioca, gioca col linguaggio, David, ma ci caschi. Amore, amore.)

    IL PIANETA TRILLAFON IN RELAZIONE ALLA COSA BRUTTA
    Fatto sta che secondo me quell’anno se ne sono accorti tutti che ero un soldatino pieno di problemi, me compreso.
    Niente da segnalare. Questa storia avrà un’illustre discendente: “La persona depressa”. Quanto ti sta a cuore la materia, David?

    CROLLO DEL ‘69
    Signora matematica. Concetti perfino semplici, posso dirlo? ovvi. Ma non troppo, visto che non ci pensiamo mai e arriviamo inesorabilmente a conclusioni errate. Il contrario di: una cosa giusta non è: una cosa sbagliata ma: un’infinità di possibili cose sbagliate.

    ORDINE E FLUTTUAZIONE A NORTHAMPTON
    Altro fatto: certe persone, specie le madri, col tempo finiscono per assomigliare sempre più alle loro automobili.
    Gli “ultimi giapponesi” che non si sono rassegnati al fallimento del sogno freak. Regolarmente, ciclicamente spuntano fuori sottoculture, controculture, alternative. Che c’è dietro? Ideali? Amore libero? Qui, David, ci ridi sopra e riveli l’archetipica lotta tra furbastri e sfigati, banale replica del mondo “ufficiale” “mainstream” o come cavolo lo chiamano, solo che la mascherano con gonnelloni e macrobiotica. È alternativo il tizio che indossa i sandali tutto l’anno? (Fingiamo per pudore di ignorare quella stagione in cui li porta coi calzini.) Nessun messaggio di peace and love: semplicemente ha unghie dei piedi laide che non vogliono stare nelle scarpe. E quei bei discorsi sull’amore e sull’armonia cosmica cavalli di battaglia dei post-freak? Qui, David, uno dei tuoi colpi di genio: mentre la storia asintoticamente si avvicina al suo (ridicolo) climax ci informi che nel mondo avvengono cose, fatti, storie, alcune belle alcune tristi, quasi tutte trascurabili. A demolire il sogno americano son buoni tutti (lo hai fatto anche tu, ma in modo opportuno: senza dichiarare che stavi demolendo il sogno americano) ma pochi si ricordano di aggiungere che pure l’antisogno americano non è poi quel granché.

    QUESTA È L’ACQUA
    * Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare. E un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale è che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi.
    ** Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.
    David David Da, David maledetto. Qui dici belle cose, e le dici al pubblico più forte e più vulnerabile che hai trovato: studenti di lettere alla festa di laurea. Pronti a spaccare mondi e culi ma anche a farsi ridimensionare a tempo quasi zero il loro entusiasmo nel passaggio mai non traumatico dall’eden della scuola alla giungla del lavoro. Qui dici belle cose, insegni a questi con toga e tocco che, alt, prima di tutto: vivere. E vivere bene. L’unica plausibile alternativa al suicidio (non soddisfatto ripeti il concetto una seconda volta). Tu sapevi, David. Tu sapevi e ammetti che sai, e nemmeno per un secondo mi viene il sospetto che tu stia mentendo o cercando di ingannare quegli entusiasti. Tu sapevi, David. Che cosa hai sentito quando è stato il crack, sapendo che sapevi? Che cosa hai sentito quando hai ribaltato l’alternativa? David David Da, David maledetto. Ma perché non l’hai, perché non l’hai detto?

    ---

    Lui non ha incanalato le sue doti entro schemi più angusti. Voleva reggere l’urto della vasta, farneticante, ingovernabile onda della cultura contemporanea.
    Ora lo conosciamo come uno scrittore coraggioso in lotta contro la forza che voleva indurlo a rinunciare a se stesso. A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte. Uno dei suoi racconti recenti si conclude con la perentorietà di questa mezza frase:
    Non una parola i più.
    Ma c’è sempre una parola in più. C’è sempre un lettore di più a rigenerare quelle parole. Le parole non smetteranno di pervenirci. Giovinezza e perdita. Questa è la voce di David, americana.

    Don DeLillo, 23 ottobre 2008

    ha scritto il 

  • 4

    Racconti che testimoniano il genio e la sregolatezza dell'autore; una scrittura non facile, uno stile personalissimo e comunque racconti che fanno pensare. Tra tutti "Solomon Silverfish", forte testim ...continua

    Racconti che testimoniano il genio e la sregolatezza dell'autore; una scrittura non facile, uno stile personalissimo e comunque racconti che fanno pensare. Tra tutti "Solomon Silverfish", forte testimonianza di un amore sopra ogni cosa, e "Questa è l'acqua" toccante e profondo discorso tenuto a dei laureati, da leggere e rileggere.

    ha scritto il 

  • 5

    David Foster Wallace: splendido, geniale....NECESSARIO. Credo sia imprescindibile leggere DFW, imprescindibile esimesi dal confronto con questo Autore.
    In particolare ho apprezzato:
    -Solomon Silverfis ...continua

    David Foster Wallace: splendido, geniale....NECESSARIO. Credo sia imprescindibile leggere DFW, imprescindibile esimesi dal confronto con questo Autore.
    In particolare ho apprezzato:
    -Solomon Silverfish
    -Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta
    -Ordine e fluttuazione a Northampton
    -Questa è l'acqua

    ha scritto il 

  • 3

    Questa è il mio primo approccio con gli scritti di Wollace e devo dire di non esserne stato deluso. Sicuramente questo libro sprona a leggere altro di questo autore innovativo nel suo genere e nel mod ...continua

    Questa è il mio primo approccio con gli scritti di Wollace e devo dire di non esserne stato deluso. Sicuramente questo libro sprona a leggere altro di questo autore innovativo nel suo genere e nel modo di pensare. Di seguito riporto il mio parere sui singoli racconti della raccolta e sul discorso fatto ai laureandi dell'anno accademico 2005.

    Solomon Silverfisch: **** Inizialmente è stato un po ostico, dopo aver capito per sommi capo la storia e l'impostazione data dall'autore verso meta lettura ho riletto il racconto da capo apprezzandone l'amore che manifesta. Unica pecca la parte di racconto finale resa dall'afroamericano che ho trovato fastidiosa come imposta letteralmente.

    Altra matematica: ** Racconto breve strano e spiazzante di cui non credo aver colto a pieno il significato.

    Il pianeta Trilafon in relazione alla Cosa Brutta: ***** Il migliore della raccolta. Parla in prima persona dell'esperienza di un ragazzo che soffre di depressione e lo fa in maniera davvero superba.

    Crollo del '69: ** Questo racconto dalla struttura narrativa particolare e dall'idea di base intrigante non mi ha entusiasmato particolarmente, non riuscendo a comprendere appieno il significato del testo.

    Ordine e fluttuazione a Northampton: **** Quando si dice che l'amore offusca il cervello... questo racconto ne è un esempio lampante, magistrale nella trama e nello stile con un pizzico di comicità nell'insieme.

    Questa è l'acqua: *** E' la trasposizione letteraria del discorso che Wollace fa ai laureandi del Kenyon College del 2005. Sicuramente un discorso molto intellettuale che apre la mente su quanto si sia liberi e di come le nostre restrizioni di pensiero incidono nella vita quotidiana di ogni giorno. L'amarezza sta nell'appurare come alla fine Wollace cede suicidandosi, "morendo ancor prima di aver premuto il grilletto", anche se purtroppo questo è da recriminale ai disturbi depressivi di cui era affetto.

    ha scritto il 

  • 2

    Note:道理人人會說;信仰是一種選擇。

    1.人生都是第一人稱。
    2.思想是個優秀的僕人,卻是個糟糕的主人。
    3.水=生活=日常=絮絮叨叨=庸庸碌碌。差別只在如何定義這些瑣碎。
    4.演講稿。厚度應該更薄才對,排版充滿虛胖感。(笑)

    ha scritto il 

  • 4

    La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte.

    Non so davvero se la Cosa Brutta sia davvero depressione. Prima avevo sempre pensato che la depressione fosse come una tristezza davvero profonda, tipo quella che ti prende quando muore il tuo
    bravo c
    ...continua

    Non so davvero se la Cosa Brutta sia davvero depressione. Prima avevo sempre pensato che la depressione fosse come una tristezza davvero profonda, tipo quella che ti prende quando muore il tuo
    bravo cagnolino, o quando in Bambi uccidono la madre di Bambi. Pensavo che t’imbronciassi un po’ e magari se eri una femmina versavi qualche lacrimuccia dicendo: – Per la miseria, sono davvero depressa, – ma poi vengono gli amici, se ce li hai, a tirarti su il morale e a rimetterti in sesto e poi al mattino – come un colore sbiadito e dopo un paio di giorni chi se lo ricorda più. La Cosa Brutta – e mi sa che la depressione è questo e nient’altro – è molto diversa, e indescrivibilmente peggio. Mi sa che dovrei dire più o meno indescrivibilmente, perché nell’ultimo paio d’anni ho sentito le persone più disparate cercare di descrivere la «vera» depressione. Uno della televisione con lo scilinguagnolo ha
    detto che secondo certi è come sott’acqua, sotto una massa d’acqua che non ha superficie, almeno per te, che qualunque direzione prendi trovi soltanto altra acqua, niente aria fresca né libertà di movimento, solo restrizioni e soffocamento, e niente luce.
    (Non so quanto sia azzeccato dire che è come essere sott’acqua, ma provate a immaginare il momento in cui vi rendete conto, in cui improvvisamente capite
    che per voi non c’è superficie, che potete nuotare finché vi pare tanto lì dentro ci affogate; immaginate come vi sentireste in quel preciso istante, come Cartesio all’inizio della sua seconda cosa, poi immaginate quella sensazione in tutta la sua piacevolissima intensità soffocante protrarsi per ore, giorni, mesi… forse questo è più azzeccato). Una poetessa davvero meravigliosa di nome Sylvia Plath, che purtroppo non è più in vita, diceva che è come stare sotto una campana di vetro a cui hanno risucchiato tutta l’aria, e tu non puoi respirare nemmeno un briciolo di aria fresca (e immaginate il momento in cui i vostri movimenti sono invisibilmente impediti dal vetro e voi capite di essere sotto vetro…) Certi dicono che è come avere sempre davanti e sotto un enorme buco nero senza fondo, un buco nero, nerissimo, con dentro qualche spunzone, magari, e tu fai parte di quel buco, e cadi anche quando rimani dove sei (… magari quando capisci che il buco sei tu, e nient’altro…)
    Io non ho uno scilinguagnolo incredibile, ma voglio raccontarvi com’è secondo me la Cosa Brutta. Per me è come una nausea completa, totale, assoluta. Cercherò di spiegarmi meglio. Immaginate di avere una nausea davvero tremenda che parte dallo stomaco. Quasi tutti hanno avuto una nausea davvero tremenda, perciò tutti sanno come ci si sente: è tutt’altro che divertente. OK. OK. Ma quella è una sensazione circoscritta: si accentra grossomodo intorno allo stomaco. Immaginate che tutto il corpo abbia la nausea: i piedi, i grossi muscoli delle gambe, le clavicole, la testa, i capelli, ogni cosa, tutto nauseato come uno stomaco in subbuglio. Poi, se ci riuscite, vi pregherei di immaginare la stessa sensazione ancora più diffusa e totale. Immaginate che ogni cellula del vostro corpo, ogni singola cellula del vostro corpo stia male come quello stomaco nauseato. E non solo le cellule, ma anche gli e.coli e i lactobacilli, i mitocondri, i corpi basali, tutti con la nausea a ribollire infiammati come larve nel collo, nel cervello, ovunque, dappertutto, in ogni cosa. E tutti con una nausea da morire. Ora immaginate che ogni singolo atomo di ogni singola cellula del corpo abbia quella stessa nausea, una nausea insopportabile. E ogni protone e neutrone di ogni atomo… gonfio e pulsante, malaticcio, nauseato, senza speranza di vomitare per liberarsi da quella sensazione. Ogni elettrone ha la nausea, perde l’equilibrio e sbarella negli orbitali da luna park inondati da un turbinio screziato di gas velenosi gialli e viola, tutto stordito e sbarellante. Quark e neutrini fuori di testa che schizzano nauseati
    dappertutto, impazziti. Immaginate questo, immaginate una nausea diffusa capillarmente in ogni vostro minimo frammento, perfino nei frammenti dei frammenti. Di modo che la vostra essenza, la vostra… quintessenza è caratterizzata unicamente dalla nausea; voi e la nausea siete, come si dice, «una cosa sola».
    Ecco pressappoco cos’è in sostanza la Cosa Brutta. Tutto in voi è nauseato e paradossale. E siccome l’unica conoscenza che si ha del mondo intero passa attraverso le varie parti del corpo – tipo gli organi sensoriali, la mente, ecc. – e siccome queste parti hanno una nausea da morire, il mondo intero che voi
    percepite, conoscete e abitate vi arriva filtrato da questa brutta nausea e diventa brutto. E tutto diventa brutto in voi, tutto il bello esce dal mondo come l’aria esce da un pallone rotto. Di questo mondo conoscete solo mefitiche puzze di marcio, visioni tristi e paradossali dai lividi colori pastello, suoni aspri o di una tristezza mortale, situazioni insopportabili e indefinite disposte in un continuum senza
    fine… Idee incredibilmente stupide, disastrose. E succede proprio come quando ti viene la nausea e sotto sotto hai paura che non passerà mai: la Cosa Brutta ti spaventa allo stesso modo, solo peggio, perché la paura stessa è filtrata dalla brutta malattia e diventa più grande, peggiore e famelica di quando è cominciata. Ti squarcia, si insinua e ti si agita dentro. Perché la Cosa Brutta attacca non solo te facendoti sentire male e mettendoti fuori uso, ma attacca in special modo, fa sentire male e mette fuori uso proprio le cose che ti servono a combattere la Cosa
    Brutta, a sentirti magari meglio, a restare vivo.
    Non è facile capirlo, ma è davvero così. Immaginate una malattia davvero dolorosa che, per dire, colpisca le gambe e la gola provocando dolori davvero fortissimi, paralisi e sofferenza di tutte le zone circostanti. Come se non fosse già abbastanza brutta di per sé, questa malattia è anche indefinita; non riuscite a fare niente per contrastarla. Le gambe sono paralizzate e fanno malissimo… ma non riuscite a correre a cercare aiuto per quelle povere gambe, perché quelle gambe vi fanno troppo male per permettervi di correre. La gola vi brucia da morire
    manco stesse per esplodere… ma non riuscite a chiamare un dottore o a chiedere aiuto, perché la gola vi fa troppo male per riuscirci. È così che funziona la Cosa Brutta: è particolarmente brava ad aggredire i vostri meccanismi difensivi. Il modo per combattere o sfuggire la Cosa Brutta sta chiaramente nel pensare in modo diverso, nel ragionare e discutere con voi stessi, giusto per cambiare il vostro modo di percepire, sentire e elaborare le cose. Ma vi serve la mente per farlo, vi servono le cellule cerebrali e i loro bravi atomi, le facoltà mentali e compagnia bella, vi serve il vostro io, ed è proprio quello che la Cosa Brutta ha fatto ammalare troppo perché funzioni a dovere. Ha fatto ammalare proprio quello. Vi ha fatto ammalare in modo da non permettervi di guarire. E voi cominciate a pensare a questa situazione veramente atroce e vi dite: – Mannaggia, come cavolo è riuscita la Cosa Brutta a fare questo? – Ci pensate su, ci pensate davvero bene perché è nel vostro interesse, e poi tutt’a un tratto avete come un’intuizione… la Cosa Brutta riesce a farvi questo perché voi siete la Cosa Brutta! La Cosa Brutta siete voi. Nient’altro: nessuna infezione batteriologica né colpi di spranga o di martello in testa quando eravate piccoli, né scuse d’altro genere; voi siete la malattia. La malattia vi «definisce», specie dopo che è passato qualche tempo.
    Vi rendete conto di tutto questo. Ed è allora, mi sa, che se avete lo scilinguagnolo vi rendete conto che l’acqua non ha superficie, oppure sbattete il muso contro il vetro della campana rendendovi conto di essere in trappola, oppure guardate il buco nero e vedete che ha la vostra faccia. È in quel preciso istante che la Cosa Brutta vi divora, o meglio, che voi divorate voi stessi. Che vi uccidete. Facciamo tante storie quando chi ha una «grave depressione» si suicida; diciamo: – Per la miseria, dobbiamo fare qualcosa per impedire che si suicidino! – Errore. Perché,
    vedete, tutte quelle persone a quel punto si sono già uccise, nel senso che conta per davvero. Quando scolano interi armadietti di medicine, schiacciano un pisolino in garage o che so io, si sono già uccisi da un pezzo. Quando «si suicidano» si dimostrano semplicemente coerenti. Danno semplicemente forma esteriore a un fatto la cui sostanza in loro esiste già da molto tempo. Una volta che ti rendi conto di quello che sta succedendo, il fatto dell’autodistruzione esiste sotto tutti gli aspetti pratici. Rimane ben poco da fare in una situazione simile, a parte «formalizzarla», altrimenti, se non è quello che volete, c’è sempre la TEC o un viaggio che dalla Terra vi porta su altro pianeta. Ma ho detto più di quanto volevo sulla Cosa Brutta.

    *

    Sono passati vent’anni da quando mi sono laureto e nel frattempo ho capito poco alla volta che il cliché secondo il quale le scienze umanistiche «insegnano a pensare» in realtà sintetizza una verità molto profonda e importante. «Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo sucome e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, sarete fregati. Un vecchio cliché vuole che la mente sia un ottimo servo ma un pessimo padrone. Questo, come molti altri cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande, terribile verità. Non è certo un caso che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre… alla testa. E la verità è che erano quasi tutti già morti da un pezzo quando hanno premuto il grilletto. E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedire di trascorrere la vostra comoda vita da adulti da morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.
    Potrà sembrare un’iperbole, o un’astrazione priva di senso. Perciò mettiamola sul piano pratico. Il fatto è che voi laureandi non avete ancora ben chiaro cosa significhi realmente «giorno dopo giorno». Ci sono interi aspetti della vita americana da adulti che vengono bellamente ignorati da chi tiene discorsi come questo. I genitori e i professori di una certa età qui presenti sanno benissimo a cosa mi riferisco. Mettiamo, per dire, che sia una normale giornata nella vostra vita da adulti: la mattina vi alzate, andare al vostro impegnativo lavoro impiegatizio da laureati, sgobbate per nove o dieci ore e alla fine della giornata siete stanchi, siete stressati e volete solo tornare a casa, fare una bella cenetta, magari rilassarvi un paio d’ore e poi andare a letto presto perché il giorno dopo dovete alzarvi e ripartire daccapo. Ma a quel punto vi ricordate che a casa non c’è niente da mangiare – questa settimana il vostro lavoro impegnativo vi ha impedito di fare la spesa – e così dopo il lavoro vi tocca prendere la macchia e andare al supermercato. A quell’ora escono tutti dal lavoro, c’è un traffico mostruoso e il tragitto richiede molto più del necessario e, quando finalmente arrivate, scoprite che il supermercato è strapieno di gente perché a quell’ora tutti gli altri che come voi lavorano cercano di ficcarsi nei negozi di alimentari, e il supermercato è orribile, illuminato al neon e pervaso da quelle musichette e canzoncine capaci solo di abbrutire, e voi dareste qualsiasi cosa per non essere lì, ma non potete limitarvi a entrare e uscire; vi tocca girare tutti i reparti enormi, iperilluminati e caotici per trovare quello che vi serve, manovrare il carrello scassato in mezzo a tutte le altre persone stanche e trafelate col carrello, e ovviamente ci sono i vecchi di una lentezza glaciale, gli strafatti e i bambini iperattivi che bloccano la corsia e a voi tocca stringere i denti e sforzarvi di chiedere permesso in tono gentile ma poi, quando finalmente avete tutto l’occorrente per la cena, scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte anche se è l’ora di punta, e dovete fare una fila chilometrica, il che è assurdo e vi manda in bestia, ma non potete prendervela con la cassiera isterica, oberata com’è quotidianamente da un lavoro così noioso e insensato che tutti noi qui riuniti in questa prestigiosa università nemmeno ce lo immaginiamo… fatto sta che finalmente arriva il vostro turno alla cassa, pagate il vostro cibo, aspettate che una macchinetta autentichi il vostro assegno o la vostra carta di credito e vi sentite augurare «buona giornata» con una voce che è esattamente la voce della morte dopodiché mettete quelle raccapriccianti buste di plastica sottilissima nell’esasperante carrello dalla ruota che tira a sinistra, attraversate tutto il parcheggio intasato, pieno di buche e di rifiuti, e cercate di caricare la spesa in macchina in modo che non esca dalle buste rotolando per tutto il bagagliaio lungo il tragitto, in mezzo al traffico lento, congestionato, strapieno di Suv dell’ora di punta, eccetera, eccetera. Ci siamo passati tutti, certo: ma non rientra ancora nella routine di voi laureati, giorno dopo settimana dopo mese dopo anno. Però finirà col rientrarci, insieme a tane altre squallide, fastidiose routine apparentemente inutili.
    Ma non è questo il punto. Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti e di poco conto come questa. Perché il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giù di corda ogni volta che mi tocca fare la spesa, perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo mentre se ne stanno in fila alla cassa come tanti stupidi pecoroni con l’occhio smorto e niente di umano; e che odiosi poi quei cafoni che parlano forte al cellulare in mezzo alla fila. Certo che è proprio un’ingiustizia: ho sgobbato tutto il santo giorno, muoio di fame, sono stanco e non posso nemmeno andare a casa a mangiare un boccone e a distendermi un po’ per colpa di tutte queste stupide, stramaledette “persone”. Oppure, se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv, Hummer e pickup con motore da 12 valvole che bloccano la corsi bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti, possono riflettere sul fatto che gli adesivi patriottici o religiosi sembrano sempre appiccicati sui veicoli più grossi e schifosamente egoisti, guidati dagli autisti più osceni, spericolati e aggressivi, che di norma parlano al cellulare mentre ti tagliano la strada per guadagnare sei stupidi metri nel traffico congestionato, e posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sperperato tutto il carburante del futuro, mandando in malora il clima, a quanto siamo viziati, stupidi, egoisti e ripugnanti, e a come fa tutto veramente schifo e chi più ne ha più ne metta…
    Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale. È il modo automatico e inconsapevole di affrontare le prati noiose, frustranti e caotiche della mia vita da adulto quando agisco in base alla convinzione automatica e inconsapevole che sono io il centro del mondo, e che sono le mie sensazioni e i miei bisogni immediati a stabilire l’ordine di importanza delle cose. Il fatto è che in frangenti come questo si può pensare in tanti modi diversi. Nel traffico, con tutti i veicoli che mi si piazzano davanti e mi intralciano, non è da eludere che a bordo dei Suv ci sia qualcuno che in passato ha avuto uno spaventoso incidente e ora ha un tale terrore di guidare che il suo analista gli ha ordinato di farsi un Suv mastodontico per sentirsi più sicuro alla guida; o al volante dell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada ci sia un padre che cerca di portare di corsa in ospedale il figlioletto ferito o malato che gli siede accanto, e la sua fretta è maggiore e più legittima della mia: anzi, sono io a intralciarlo. Oppure posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia. Vi prego ancora una volta di non pensare che voglia darvi dei consigli morali, o che vi stia dicendo che «dovreste» pensarla così, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perché è difficile, richieda forza di volontà e impegno mentale e, se siete come me, certi giorni non ci riuscirete proprio, o semplicemente non ne avrete nessuna voglia. Ma quasi tutti gli altri giorni, se siete abbastanza consapevoli da offrirvi una scelta, poterete scegliere di guardate in modo diverso quella signora grassa con l’occhio smorto e il trucco pesante in fila alla cassa che ha appena sgridato il figlio: forse non è sempre così; forse è stata sveglia tre notti di seguito a stringere la mano al marito che sta morendo di cancro alle ossa. O forse è quella stessa impiegata assunta alla Motorizzazione col minimo salario che soltanto ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un problema burocratico da incubo facendole una piccola gentilezza di ordine amministrativo. Non è molto verosimile, d’accordo, ma non è nemmeno da escludere: dipende solo da cosa volete prendere in considerazione. Se siete automaticamente certi di sapere cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti – se volete operare in modalità predefinita – allora anche voi, come me, probabilmente trascurerete tutte le eventualità che non siano inutili o fastidiose. Ma se avrete davvero imparato a prestare attenzione, allora saprete che le alternative non mancano. Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questa, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera cultura, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente che cosa importa e che cosa no. Riuscirete a decidere che cosa venerare…
    Ecco un’altra cosa vera. Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare. È un motivo importantissimo per scegliere di venerare un certo dio o una cosa di tipo spirituale – che sia Gesù Cristo o Allah, che sia YHWH o la dea madre della religione Wicca, le Quattro Nobili Verità o una serie di principi etici inviolabili – è che qualunque altra cosa veneriate vi mangerà vivi. Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita, non vi basteranno mai. Non avrete mai la sensazione che vi bastino. È questa la verità. Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza e la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti, e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva. Sotto un certo aspetto lo sappiamo già tutti benissimo: è codificato nei miti, nei proverbi, nei cliché, nei luoghi comuni, negli epigrammi, nelle parabole, è la struttura portante di tutte le grandi storie. Il segreto consiste nel dare un ruolo di primo piano alla verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere e finirete col sentirvi deboli e spaventati, e vi servirà sempre più potere sugli altri per tenere a bada la paura. Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba, e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere smascherati. E così via.
    Guardate che l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono inconsapevoli.
    Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventato sempre più selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno bene conto di farlo. E il cosiddetto «mondo reale» degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità e libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato. Una libertà non priva di aspetti positivi. Ciò non toglie che esistano svariati generi di libertà, e il genere più prezioso è spesso taciuto nel grande mondo esterno fatto di vittorie, con queste e ostentazione. Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli atri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.
    So che questa roba forse non vi sembrerà divertente, leggera o altamente ispirata come invece dovrebbe essere nella sostanza un discorso per il conferimento delle lauree. Per come la vedo io è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche. Ovvio che potete prenderla come vi pare. Ma vi pregherei di non liquidarlo come uno di quei sermoni che la dottoressa Laura impartisce agitando il dito. Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita primadella morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararvi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: «Questa è l’acqua. Questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra». Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia… adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.

    *

    ...la volontà di confrontarsi con la banalità mai placata della vita quotidiana, con la ripetitività e la noia, nel tentativo di nobilitarle e di cogliere l'umanità inconfondibile e disperata che pullula anche al loro interno. Esattamente l'invito che, in un passaggio particolarmente toccante, DFW rivolgeva agli studenti del Kenyon College, ma anche a se stesso, e probabilmente a noi: perseguire "la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che che è così reale ed essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: Questa è l'acqua".

    ha scritto il 

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