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Racconti

Di

Editore: Garzanti Libri

4.2
(292)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 354 | Formato: Altri

Isbn-10: 8811583675 | Isbn-13: 9788811583677 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: L. V. Nadai

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 5

    "A che mi servono ora le vostre leggi? Io ne esco fuori."

    Uno dei casi che dimostrano che non è necessario scrivere centinaia di pagine per creare opere d'arte. Tutti i racconti sono davvero molto belli (primo tra tutti "le notti bianche", che avevo già letto) e la traduzione scorrevole. Consigliati.

    ha scritto il 

  • 5

    Il signor Procharchin *** La padrona **** Le notti bianche *****+ Uno spiacevole episodio **** Bobòk **** La mansueta ***** Il sogno di un uomo ridicolo ****+

    La somma fa quattro e qualcosa, ma la sensazione finale del libro è comunque da cinque.

    ha scritto il 

  • 0

    Se Dostoevskij non avesse scritto altro che i piccoli romanzi che qui vengono presentati, al suo nome spetterebbe senza dubbio un posto notevolissimo nella storia della novellistica mondiale. Ma essi non formano nemmeno la decima parte di quel che egli ha scritto.
    (Thomas Mann, “Dostoevski ...continua

    Se Dostoevskij non avesse scritto altro che i piccoli romanzi che qui vengono presentati, al suo nome spetterebbe senza dubbio un posto notevolissimo nella storia della novellistica mondiale. Ma essi non formano nemmeno la decima parte di quel che egli ha scritto. (Thomas Mann, “Dostoevskij – con misura”)

    Ha ragione Thomas Mann in questo articolo messo a postfazione del volume. I racconti di Dostoevskij sono dei capolavori. Ma come si può leggerli ei, immensi nelle dimensioni e nel contenuto, nella visione dell’uomo e nell’introspezione psicologica? E poi questi racconti non sono certo esercizi di stile, studi di personaggi e situazioni da sviluppare nei romanzi.

    Rispetto ai romanzi, vi è forse una maggior attenzione alla satira sociale. Come nelle due divertenti storie di corna, Romanzo in nove lettere e La moglie altrui e il marito sotto il letto. Oppure Bobok, dove solo da morti è possibile criticare senza remore la società. O l’eterna competizione (ricordando i momenti in cui questo termine si è declinato in maniera brutale e tragica) tra la Russia e la Germania, nell’allegoria del racconto Il coccodrillo in cui il funzionario e burocrate russo è contrapposto all’intraprendente imprenditore tedesco. Una brutta storia racconta di un ricco che si può definire progressista e si accorgerà, sbattendoci il naso, come il dialogo con le persone oggetto delle sue buone intenzioni sia molto più complicato di quanto si pensi. Il sogno dello zio è una satira molto sui generis, in cui le atmosfere comiche si condensano inesorabilmente verso un finale tragico, in cui i protagonisti si dimostrano ben poco innocenti e ben più meschini di quanto lasciavano sospettare.

    Talvolta l’osservazione della società abbandona lo stile della satira per presentare le storture in tutta la sua brutalità. L'albero di Natale e il matrimonio, pur impostato come farsa, denuncia una società basata sull’apparenza e sull’interesse che non esita a sacrificare i suoi bambini. Ma non è solo appannaggio delle classi agiate, Dostoevskij non ha una visione idealizzante dei poveri; in Il bambino “con la manina”. Il bambino sull’albero di Natale da Gesù realizza una fiaba nello stile della Piccola Fiammiferaia partendo da un’osservazione indignata della condizione infantile in Russia, con i bambini abbandonati a loro stessi da genitori più preoccupati di procurarsi una nuova dose di alcool. O ancora in Piccoli quadretti dove l’autore, perso in una San Pietroburgo estiva pigra e svuotata dei suoi abitanti e della sua frenesia abituale, con la scusa di non avere nulla da raccontare, ritrae altre situazioni di povertà e solitudine.

    Nello stesso racconto c’è un richiamo a uno spirito del popolo russo, che si trova anche in Il contadino Marej, con uno sguardo benevolo anche su persone finite in prigione, sapendo che provengono tutte da quel popolo dal cuore grande come il contadino del titolo; ma è anche un popolo che rischia di danneggiarsi da solo per la facilità con cui cede alle istanze radicali, come in Vlas. Forse molte cose della successiva storia russa si comprendono leggendo i testi di chi la Russia e i pericoli a cui da sola era capace di esporsi li aveva ben capiti. Il sogno di un uomo ridicolo è letteralmente una visione su un mondo in cui vivere in pace sembra possibile, con il protagonista che si autonomina profeta di pace – ma il mondo bucolico a cui vuole condurre i suoi simili è realmente possibile?

    Una comprensione che era sociale, storica ma anche psicologica. Dostoevskij aveva la capacità di pensare nel profondo i suoi personaggi. Come Il signor Procharcin, tirchio, scorbutico; ma alla fine della storia ci si domanda se coloro che lo criticano siano veramente migliori. Il burlone Polzunkov, punito con i suoi stessi metodi. Cuore debole, forse il mio preferito, se proprio fosse necessario indicarne uno: la caduta nella paranoia di una persona semplice, circondata da affetti, sulla base di una fantasia distorta (E così, senza motivo alcuno, perisce un uomo!). Il ladro onesto è una “classica” vicenda di perdizione e redenzione, in cui il protagonista si salva con un pentimento sincero, e si salva ugualmente il suo interlocutore accordando il perdono. Il piccolo eroe è una breve educazione sentimentale, molto brutale, in cui il giovane protagonista scopre l’amore ma subito è costretto a interrogarsi se sia possibile l’amore vero, disinteressato, privo di secondi fini personali e sociali.

    Già, l’amore. Negli altri tre racconti dove domina non è certamente cosa semplice. Come nella torbida atmosfera di La padrona, sempre in bilico tra sogno e realtà, tra lucidità e follia. O nel racconto più celebre, Le notti bianche, di cui La mite rappresenta quasi il contraltare, con la sua storia di amore reciprocamente distruttivo tra due persone che trovano la possibilità di un incontro e di un colloquio solo quando è troppo tardi.

    ha scritto il 

  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/06/30/racconti-fedor-m-dostoevskij/


    “Ma tutto ormai procedeva a quel modo, cioè di male in peggio. Esattamente due minuti dopo essersi seduto a tavola uno spaventoso pensiero pervase tutto il suo essere. Egli all’improvviso si accorse di essere orren ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/06/30/racconti-fedor-m-dostoevskij/

    “Ma tutto ormai procedeva a quel modo, cioè di male in peggio. Esattamente due minuti dopo essersi seduto a tavola uno spaventoso pensiero pervase tutto il suo essere. Egli all’improvviso si accorse di essere orrendamente ubriaco, cioè non come prima, ma completamente ubriaco. La causa di ciò era stato il bicchierino di vodka bevuto dopo lo champagne che gli aveva fatto immediatamente effetto. Egli avvertiva, sentiva con tutto il proprio essere, di star perdendo definitivamente le forze. Naturalmente la sua spavalderia era molto aumentata, ma la coscienza non lo abbandonava e gli gridava: “Male, molto male, è anzi una cosa del tutto indecente!”. Naturalmente i suoi vacillanti pensieri da ubriaco non riuscivano a concentrarsi su un punto fermo: si erano d’un tratto manifestati in lui, in modo addirittura palpabile per lui stesso, come due aspetti diversi del suo carattere. Il primo era pieno di spavalderia, di desiderio di vittoria, di volontà di abbattere gli ostacoli e di un’incrollabile sicurezza che ancora avrebbe raggiunto il suo scopo. L’altro si faceva sentire attraverso una tormentosa pena nell’anima e una specie di rovello nel cuore. “Che cosa diranno? Come andrà a finire tutto ciò? Che cosa accadrà domani, domani, domani!...”. Dianzi egli aveva come sordamente avvertito di avere dei nemici in mezzo agli invitati. “È perché, probabilmente, anche prima ero ubriaco”, pensò preso da un tormentoso dubbio. Potete immaginare quale fosse il suo terrore quando egli effettivamente ora si convinse, in base a segni inequivocabili, che tra le persone sedute a tavola egli aveva effettivamente dei nemici e che di ciò ormai non si poteva più dubitare. “Ma perché! Perché!”, pensò. (Fëdor Michailovič Dostoevskij, “Uno spiacevole episodio”, in “Racconti”, ed. Garzanti) Chi ha avuto la pazienza di seguirmi da più tempo, avrà notato che in questo blog c’è una forte presenza di Fëdor Michailovič Dostoevskij, a cominciare dal nome del blog stesso. Il motivo è molto semplice: si tratta del romanziere che porterei con me nella classica isola sperduta, qualora fossi costretto a scegliere. Porterei i suoi libri, almeno, non essendo possibile portare lui. I suoi romanzi li ho letti e riletti diverse volte, cercando, in maniera indegna, di scrivere anche le mie impressioni sui suoi capolavori. Ero convinto di aver letto quasi tutto, pur consapevole che mi mancassero ancora alcuni racconti ritenuti “minori”. Lo spunto per ovviare a parte di questa mancanza, me lo ha fornito Michail Bachtin, nel suo mirabile “Dostoevskij. Poetica e stilistica”; in questo saggio Bachtin cita spesso un racconto, “Bobòk”, proprio uno di quelli che mi mancava e che ho trovato nell’edizione Garzanti. Il volume contiene sette racconti, alcuni dei quali ascrivibili a un Dostoevskij giovane, già promettente narratore, ma uomo non ancora segnato da vicende biografiche fondamentali, quali la deportazione in Siberia. La differenza rispetto agli altri racconti, e ancora di più rispetto ai romanzi, è avvertibile, ma, anche se il paragone con i capolavori sarebbe azzardato, Dostoevskij riesce già in queste sue prime prove a farci pregustare ciò che poi lo renderà un grande della letteratura. Più nello specifico, i primi tre racconti furono scritti tra il 1846 e il 1848, e sono “Il signor Procharčin”, “La padrona” e “Le notti bianche”. Su quest’ultimo mi astengo dallo scrivere alcunché, avendolo letto, in passato, almeno sette volte. “Il signor Procharčin” è la storia di un impiegato solitario, avaro e che vive in miseria, in un angolo di una stanza, condivisa con altri inquilini; tirchio all’inverosimile, riluttante al contatto con il prossimo, Procharčin cade in un delirio, anticipando, sia pure in maniera meno efficace, altri e ben più celebri personaggi dei romanzi di Dostoevskij. I suoi coinquilini, “commiseratori”, cercheranno di capire perché Procharčin ha perso la testa. Tra quelli che ho letto, mi è parso il meno convincente, sebbene si tratti pur sempre di Dostoevskij. “La padrona”, che fu stroncato dalla critica così come il precedente, mi è parso già migliore, anche se in certi passaggi denota una certa ingenuità o lentezza (naturalmente, dico a me stesso che questo mio “giudizio” è un po’ critico solo perché io già conosco cos’altro ha scritto Dostoevskij). Il protagonista è Ordynov, un sognatore debole, angosciato, solitario, malato, che crede di potersi sollevare dalla sua apatia esistenziale quando incontra, per puro caso, Katerina, donna tutt’altro che fatale, anzi piuttosto ingenua, che nello sguardo porta le ferite che l’esistenza le ha inferto e che diventa, qualche giorno dopo l’incontro, la sua padrona di casa. Ordynov, infatti, riesce a farsi affittare un angolo (nel racconto è spiegato cosa s’intende per “affittare un angolo”) nell’appartamento che la donna condivide con Murin, un vecchio dall’aspetto demoniaco, epilettico, del quale la donna è succube. A parte qualche eccesso lessicale, Dostoevskij è già abile, in queste pagine, nel descriverci come la passione possa divorare dall’interno una persona. Sorvolando, come scritto, su “Le notti bianche”, ecco “Uno spiacevole episodio”, decisamente più convincente rispetto ai due racconti di cui ho appena accennato qualcosa e che, già di per sé, ha giustificato l’acquisto della raccolta. Questo scritto risale al 1862 e qui si avvertono le prime avvisaglie di ciò che, pochi anni dopo, Dostoevskij troverà nel suo e nel nostro sottosuolo. Qui, però, a differenza che nelle opere della maturità, domina una nota più divertente; il racconto, infatti, è una satira grottesca con la quale l’autore deride l’ottusità dei boriosi burocrati. Nello specifico, il malcapitato protagonista è Pralinski, un consigliere di Stato che ha avuto accesso a questa carica in età abbastanza giovanile, e che ha intenzioni di verificare certe sue idee, per dimostrare alla vecchia nomenclatura che si può essere umanitari e filantropi pur gestendo il potere. La modalità prescelta, tuttavia, non è delle migliori. Pralinski, una sera, un po’ brillo, si autoinvita a un addio al celibato di un suo sottoposto. L’idea è quella di compiere un “bel gesto” agli occhi del suo subordinato, acquisendo al tempo stesso in autorità e in stima personale. Peccato che Pralinski abbia qualche difficoltà a dominare la sua sete d’alcool. Le conseguenze saranno esilaranti. “Bobòk” è il più breve tra i racconti contenuti nella raccolta, e come detto aveva attirato l’attenzione di uno dei più grandi studiosi di Dostoevskij, cioè Bachtin. L’espediente narrativo non è originale: i morti che parlano. Un uomo, presente a un funerale, ascolta per caso le voci dei morti che, con un certo sarcasmo, dileggiano l’ipocrisia dei vivi e le loro. Giustamente Bachtin rivela come questo racconto contenga, in pillole, un’idea fondamentale che sarà sviluppata nei grandi romanzi: la polifonia. In un breve passaggio finale, il narratore afferma: “...proprio così, bisogna ascoltare dappertutto e non soltanto da una parte, per potersi fare un concetto.” Chi conosce l’opera di Dostoevskij, sa cosa contiene quest’affermazione all’apparenza innocua. “Bobòk” fu scritto negli anni della maturità, così come gli ultimi due racconti, cioè “La mansueta” (o “La mite”) e “Il sogno di un uomo ridicolo”, ai quali è accomunato anche dal fatto di essere tutti e tre scritti in prima persona. Questi ultimi due non li ho riletti in quest’occasione (almeno non ancora), ma avevo avuto modo di conoscerli e apprezzarli in passato. “La mansueta” trae spunto, come spesso accadeva a Dostoevskij, da episodi di cronaca, ed è una concitata, tesa, drammatica ricostruzione che un marito tenta di fare, di fronte al cadavere dalla moglie, morta suicida. “Il sogno di un uomo ridicolo” è un monologo del narratore, il quale sogna di trasportarsi in una terra ancora pura, incontaminata dalla cattiveria e dall’ipocrisia degli umani.

    ha scritto il 

  • 3

    A parte i racconti più conosciuti, quindi "Le notti bianche", "La mite" e "Sogno di un uomo ridicolo", sempre bellissimi, gli unici che mi hanno colpito sono stati "Il sogno dello zio" e "Il contadino Marej". Secondo me la maestria insuperabile di Dostoevskij si vede soprattutto nei romanzi. ...continua

    A parte i racconti più conosciuti, quindi "Le notti bianche", "La mite" e "Sogno di un uomo ridicolo", sempre bellissimi, gli unici che mi hanno colpito sono stati "Il sogno dello zio" e "Il contadino Marej". Secondo me la maestria insuperabile di Dostoevskij si vede soprattutto nei romanzi.

    ha scritto il 

  • 5

    Come i suoi lavori più noti

    Problematiche, commoventi e enigmatiche, indimenticabili per tutti i temi affrontati, queste novelle sono per me all'altezza dei suoi lavori più celebri.
    Ecco la mia opinione racconto per racconto (le stelle sono date sulla base del livello generale della sua opera):


    Il signor Procharci ...continua

    Problematiche, commoventi e enigmatiche, indimenticabili per tutti i temi affrontati, queste novelle sono per me all'altezza dei suoi lavori più celebri. Ecco la mia opinione racconto per racconto (le stelle sono date sulla base del livello generale della sua opera):

    Il signor Procharcin 4* (finito il 3/01/2014)

    La padrona 5* (finito il 19/01/2014). Indimenticabile la torva figura di Murin, sedicente mago che "strega" la bella Katerina; una storia piena di simbolismi misterici e un po' foschi, che spero approfondire più in là con una seconda lettura.

    Le notti bianche 5* (già letto singolarmente e una delle mie letture preferite in assoluto)

    Uno spiacevole episodio 4* e 1/2 (finito il 21/01/2014) Molto amaro, mi ha un po' rattristato...

    Bobòk 3* (finito il 22/01/2014). Carino, a un altro avrei dato di più, ma visto che D. ci ha abituato all'eccelso...

    La mansueta 5* (finito il 22/01/2014). Un racconto del miglior Dostoevskij, con un finale tragico ma anche toccante.

    Il sogno di un uomo ridicolo 4* e 1/2 o 5* (finito il 24/01/2014). Utopistico, o forse no.

    ha scritto il 

  • 5

    Aberrazione sociale, depravazione, criminalità, estraniamento urbano, ma anche immersione nel fantastico, satira, umorismo, religiosità e poi amore per l'umanità, tenerezza e pietà per i più deboli, bambini e adolescenti: i temi che rendono eccezionali i suoi grandi romanzi, e che fanno di questo ...continua

    Aberrazione sociale, depravazione, criminalità, estraniamento urbano, ma anche immersione nel fantastico, satira, umorismo, religiosità e poi amore per l'umanità, tenerezza e pietà per i più deboli, bambini e adolescenti: i temi che rendono eccezionali i suoi grandi romanzi, e che fanno di questo scrittore il più profondo psicologo e conoscitore dell'animo umano della letteratura di tutti i tempi e di tutte le epoche, li ritroviamo, variamente combinati, in questi piccoli, bellissimi racconti, corredati da un eccezionale saggio di Thomas Mann. Come dice Mann, se non ci fossero i suoi grandi romanzi, questi racconti, che non raggiungono il dieci per cento di tutta la sua produzione letteraria, basterebbero da soli a dare all'autore un posto notevolissimo nella storia della letteratura mondiale.

    ha scritto il 

  • 5

    Stupenda raccolta

    22/09/2013


    Ho recuperato questa raccolta di racconti da uno scatolone per leggere "Le notti bianche", un racconto breve di circa 70 pagine. Che dire? Il racconto è triste e malinconico, molto introspettivo. Ho trovato qualche parte di me nel protagonista. Non voglio dilungarmi oltre, fare ...continua

    22/09/2013

    Ho recuperato questa raccolta di racconti da uno scatolone per leggere "Le notti bianche", un racconto breve di circa 70 pagine. Che dire? Il racconto è triste e malinconico, molto introspettivo. Ho trovato qualche parte di me nel protagonista. Non voglio dilungarmi oltre, fare una recensione di questo breve racconto mi metterebbe nella difficile condizione di recensire TUTTI i racconti presenti nella raccolta, cosa che non vorrei fare. Mi limito a dire che il libro, edito da mondadori, è composto da una serie di racconti messi in ordine cronologico, che percorrono quella che è stata la carriera dell'autore dagli albori fino al 1877. Dunque ci troviamo dinnanzi ad una raccolta più che completa, condita da un breve saggio di Thomas Mann.

    Che altro dire? Le cinque stelle sono sia per la raccolta in sé, per come è impostata e per la quantità di racconti presenti, sia per le notti bianche, per ora l'unico racconto che ho letto. ovviamente in futuro leggerò il tutto partendo dal primo racconto.

    ha scritto il 

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