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Racconti

Di

Editore: Garzanti Libri

4.2
(308)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 354 | Formato: Altri

Isbn-10: 8811583675 | Isbn-13: 9788811583677 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: L. V. Nadai

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 5

    Il male ridicolo; o “il gatto fa ŝju-ŝju- ŝju”.

    Entro nella Bottega Verde e mostro alla commessa il coupon per il cosmetico all’iris e lei mi dice “Questo prodotto è in campagna sconti a fine mese però” e mi sorride, col camice bianco e il viso gen ...continua

    Entro nella Bottega Verde e mostro alla commessa il coupon per il cosmetico all’iris e lei mi dice “Questo prodotto è in campagna sconti a fine mese però” e mi sorride, col camice bianco e il viso gentile. Fossi stato dostoevskiano avrei cominciato a fremere e a fare il gradasso, a dire “Lo compro lo stesso, lo compro subito, chi ha bisogno di un coupon col cinquanta percento di sconto? La mia donna mica la cospargo di creme all’iris a metà prezzo, mi vuole umiliare? Ah, lei è già mia amica, mi aiuti a scegliere!”. Mi sarei fatto dare un carrellino e c’avrei fatto stare un barattolo dopo l’altro. “E cos’altro ha all’iris? Un sapone? Un callifugo? Un rimedio alle emorroidi all’iris?”, perché in Dostoevskij un accenno alle emorroidi non può mancare. “E perché soltanto all’iris? Ha qualcosa al gladiolo? Mi dia tutte le confezioni di crema corpo alla papaya che ha, al tartufo, alla resedra, al rabarbaro come il rabarbaro che prescrivevano i dottori russi! Mi ascolti: li prendo solo se non sono scontati. Se sono scontati, se li tenga. Li voglio a prezzo pieno, pieno, colombella mia!” e avrei afferrato questo stick e quei sali da bagno, allontandando il pensiero tremendo: in tasca giusto i soldi per comprare il cosmetico all’iris a metà del prezzo, contati allo spicciolo. Come fare? Come risolvere? Un attacco epilettico a me non sarebbe venuto mai, per quanto lo invocassi. E quando la commessa, contenta, felicissima per le mie spese, avrebbe iniziato a battere a cassa i miei acquisti, voltarmi di corsa e scappare via sarebbe stato un attimo, dileguandomi come un ladro ormai non si dilegua più, un ladro si bulleggia dei suoi colpi, quindi è più corretto dire che mi sarei vergognato come un dostoevskiano, come un miserabile, per un aver avuto il coraggio di dire “Ah, allora ripasso a fine mese”, sentendomi soffocato dall’indegnità, dall’orgoglio ferito, dall’imbarazzo, dall’incapacità di infrangere il sorriso e la gentilezza della commessa della Bottega Verde. No, non sono dostoevskiano, se non ho i soldi per fare qualcosa non mi addoloro, non sono dostoevskiano perché ho letto Dostoevskik e perché una volta, avrò avuto un cinque anni, con la mia famiglia vivevo ancora l’esilio in periferia, con mia madre entrammo in un negozio di scarpe.

    Me ne serviva un paio da cerimonia, mia madre mi disse di scegliere tra quelle in offerta viste dalla vetrina, io ne vidi un paio che, impossibile a prevederlo!, mi piacquero tantissimo, forse le uniche scarpe di modello classico che mi siano mai piaciute, nemmeno quelle che ho messo per il mio matrimonio mi sono piaciute così al primo colpo (non mi ricordo minimamente come fossero fatte), e mia madre era contenta ne avessi trovato un paio che mi piacessero, chiedemmo al commesso se potevo provarle, le calzai e mi stavano benissimo! Allora gli domandammo il prezzo e lui mostrando una gattesca mortificazione – Ci siamo sbagliati, non sono in offerta, non so come sia potuto capitare, il loro prezzo è…” e ci disse il prezzo pieno. Allora mia madre si zittì un secondo, poi ringraziò il commesso e uscimmo dal negozio, e a me non fregava chissà quanto che non le avessimo comprate, mi piacevano quelle scarpe ma erano comunque scarpe classiche!, in generale per le scarpe non ho una grande considerazione, non è che stiamo parlando di libri o che, sincronizzandomi allora, stessimo parlando di fumetti o di pupazzi di guerra, ma mi dispiaceva quel mutismo di mia madre e quando mia madre mi disse “Ti dispiace se non abbiamo potuto comprare quel paio di scarpe?” io avrei voluto sì piangere, ma per lei, per il suo essere dispiaciuta per me, per il suo sentirsi una madre che non poteva comprare a suo figlio le scarpe che gli aveva detto di scegliersi e io gli dissi che no, non mi dispiaceva, ma lo dissi tra le lacrime, e tra le lacrime la pregai di credermi, e lei mi disse che mi credeva, ma non mi ha mai creduto, e credo sia stato allora che ho capito l’ingiustizia della povertà, la sofferenza emotiva a cui ti sottopone, e credo fu anche in quel momento che decisi che non avrei mai sofferto o mostrato sofferenza, se non mi fossero bastati i soldi per qualcosa, e quando quella stessa vergogna e esasperazione la incontrai nei romanzi di Dostoevskij feci il resto del doloroso apprendistato.

    Quando si parla di Dostoevskij non si possono che dire sciocchezze, si vuole dire una cosa e se ne dice un’altra, a me stesso non è chiaro come mai, fin da piccolo, da prima che diventassi un lettore (e lettore lo sono diventato leggendo i romanzi di Dostoevskij, sono tra le mie prime letture-per-caso e per-casa, in casa non avevo molto altro da fare, fortuna c’è stato lui, c’è lui) mi sia affezionato così tanto alla sua scrittura e alle pessime traduzioni in cui l’ho avvicinata, nonostante sia impossibile memorizzare come si deve il nome dei suoi personaggi. Come ci si può affezionare a un Ordynov, a un Osip Michaylič, un Bobynicyn, un Mozgljakov, uno Stepan Nikoforovič Nikiforov, una Fevron'ja Prokof'evna, un Demid Vasil'evič? Come ci si può sentire a proprio agio in un mondo dove esistono i raznočinec e nel quale i gatti quando miagolano fanno “ŝju, ŝju, ŝju!”? Nei romanzi, e ora nei racconti, di Dostoevskij non ci si sente mai a proprio agio. Sai, è il disagio quello che ci contraddistingue di più. Lo stare in un posto dove non abbiamo deciso di stare, in una vita che non abbiamo scelto. Non eravamo pronti, non lo siamo, non lo saremo. In qualche modo faremo, comunque. Siamo eccentrici.

    Nei racconti Dostoevskij è ovunque e con chiunque, attraversa le situazioni: il bambino povero, lo studente esagitato, l’impiegato sotto stress, il marito con una piccola fortuna, il borghesetto, l’ufficiale, il nobile minore, i potenti, e ovunque il demone del disagio, dell’essere fuori posto, dell’inadeguatezza, del ridicolo di voler essere qualcuno e del ridicolo di pretendere che dietro quel finto qualcuno ci sia un qualcun altro assicurato, uno ‘vero’. Siamo un mistero buffo. Siamo dei sognatori disperati. Vogliamo dimenticarcelo, non riusciamo a dimenticarcelo.

    Ci mangiamo il naso con il pane, siamo stupidi e oscuri, spaventati da “una intollerabile, distruttiva felicità”. Vorremmo vantarci di tutto e non siamo capaci di lustrarci neanche con il nostro dolore. Se leggessimo troppi libri correremmo il rischio di diventare troppo intelligenti: ‘come diciamo noi in russo, tra contadini: “L'intelligenza ha superato il senno”’, bah, in italiano questo detto noi non ce l’abbiamo… La forza tossica e disintossicante delle frasi dostoevskiane mi corona di spine la mente: “Al cuore stupido neppure la libertà giova.”; “Ti addolora, ti riesce difficile essere tu l'unico uomo felice!”, “Perciò si adirava e riscaldava come un samovar.”, “Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni.”, “Oggi è stata una giornata triste, piovosa, senza luce, proprio come la mia vecchiaia futura.”; “Uscii per svagarmi, mi imbattei in un funerale.”.

    Dostoevskij ridicolizza le idee-nuove, coloro che “al posto del cuore hanno il grasso”, i malvagi che sono malvagi perché se fossero benevoli proverebbero troppa vergogna e indegnità, non saprebbero reggere il peso della gioia del bene e della felicità. Carnefici ingolfati, gente del caos, disadattati cronici. La commovente genia di Caino. Il mio popolo, che è quello di tutti, rovinato dalle scarpe ortopediche con cui gli vogliono raddrizzare le gambe così naturalmente storte.

    Meglio scalzi tutta la vita.

    ha scritto il 

  • 5

    "A che mi servono ora le vostre leggi? Io ne esco fuori."

    Uno dei casi che dimostrano che non è necessario scrivere centinaia di pagine per creare opere d'arte. Tutti i racconti sono davvero molto belli (primo tra tutti "le notti bianche", che avevo già lett ...continua

    Uno dei casi che dimostrano che non è necessario scrivere centinaia di pagine per creare opere d'arte. Tutti i racconti sono davvero molto belli (primo tra tutti "le notti bianche", che avevo già letto) e la traduzione scorrevole. Consigliati.

    ha scritto il 

  • 5

    Il signor Procharchin ***
    La padrona ****
    Le notti bianche *****+
    Uno spiacevole episodio ****
    Bobòk ****
    La mansueta *****
    Il sogno di un uomo ridicolo ****+

    La somma fa quattro e qualcosa, ma la sen ...continua

    Il signor Procharchin ***
    La padrona ****
    Le notti bianche *****+
    Uno spiacevole episodio ****
    Bobòk ****
    La mansueta *****
    Il sogno di un uomo ridicolo ****+

    La somma fa quattro e qualcosa, ma la sensazione finale del libro è comunque da cinque.

    ha scritto il 

  • 0

    Se Dostoevskij non avesse scritto altro che i piccoli romanzi che qui vengono presentati, al suo nome spetterebbe senza dubbio un posto notevolissimo nella storia della novellistica mondiale. Ma essi ...continua

    Se Dostoevskij non avesse scritto altro che i piccoli romanzi che qui vengono presentati, al suo nome spetterebbe senza dubbio un posto notevolissimo nella storia della novellistica mondiale. Ma essi non formano nemmeno la decima parte di quel che egli ha scritto.
    (Thomas Mann, “Dostoevskij – con misura”)

    Ha ragione Thomas Mann in questo articolo messo a postfazione del volume. I racconti di Dostoevskij sono dei capolavori. Ma come si può leggerli ei, immensi nelle dimensioni e nel contenuto, nella visione dell’uomo e nell’introspezione psicologica?
    E poi questi racconti non sono certo esercizi di stile, studi di personaggi e situazioni da sviluppare nei romanzi.

    Rispetto ai romanzi, vi è forse una maggior attenzione alla satira sociale. Come nelle due divertenti storie di corna, Romanzo in nove lettere e La moglie altrui e il marito sotto il letto. Oppure Bobok, dove solo da morti è possibile criticare senza remore la società. O l’eterna competizione (ricordando i momenti in cui questo termine si è declinato in maniera brutale e tragica) tra la Russia e la Germania, nell’allegoria del racconto Il coccodrillo in cui il funzionario e burocrate russo è contrapposto all’intraprendente imprenditore tedesco. Una brutta storia racconta di un ricco che si può definire progressista e si accorgerà, sbattendoci il naso, come il dialogo con le persone oggetto delle sue buone intenzioni sia molto più complicato di quanto si pensi. Il sogno dello zio è una satira molto sui generis, in cui le atmosfere comiche si condensano inesorabilmente verso un finale tragico, in cui i protagonisti si dimostrano ben poco innocenti e ben più meschini di quanto lasciavano sospettare.

    Talvolta l’osservazione della società abbandona lo stile della satira per presentare le storture in tutta la sua brutalità. L'albero di Natale e il matrimonio, pur impostato come farsa, denuncia una società basata sull’apparenza e sull’interesse che non esita a sacrificare i suoi bambini. Ma non è solo appannaggio delle classi agiate, Dostoevskij non ha una visione idealizzante dei poveri; in Il bambino “con la manina”. Il bambino sull’albero di Natale da Gesù realizza una fiaba nello stile della Piccola Fiammiferaia partendo da un’osservazione indignata della condizione infantile in Russia, con i bambini abbandonati a loro stessi da genitori più preoccupati di procurarsi una nuova dose di alcool. O ancora in Piccoli quadretti dove l’autore, perso in una San Pietroburgo estiva pigra e svuotata dei suoi abitanti e della sua frenesia abituale, con la scusa di non avere nulla da raccontare, ritrae altre situazioni di povertà e solitudine.

    Nello stesso racconto c’è un richiamo a uno spirito del popolo russo, che si trova anche in Il contadino Marej, con uno sguardo benevolo anche su persone finite in prigione, sapendo che provengono tutte da quel popolo dal cuore grande come il contadino del titolo; ma è anche un popolo che rischia di danneggiarsi da solo per la facilità con cui cede alle istanze radicali, come in Vlas. Forse molte cose della successiva storia russa si comprendono leggendo i testi di chi la Russia e i pericoli a cui da sola era capace di esporsi li aveva ben capiti. Il sogno di un uomo ridicolo è letteralmente una visione su un mondo in cui vivere in pace sembra possibile, con il protagonista che si autonomina profeta di pace – ma il mondo bucolico a cui vuole condurre i suoi simili è realmente possibile?

    Una comprensione che era sociale, storica ma anche psicologica. Dostoevskij aveva la capacità di pensare nel profondo i suoi personaggi. Come Il signor Procharcin, tirchio, scorbutico; ma alla fine della storia ci si domanda se coloro che lo criticano siano veramente migliori. Il burlone Polzunkov, punito con i suoi stessi metodi. Cuore debole, forse il mio preferito, se proprio fosse necessario indicarne uno: la caduta nella paranoia di una persona semplice, circondata da affetti, sulla base di una fantasia distorta (E così, senza motivo alcuno, perisce un uomo!). Il ladro onesto è una “classica” vicenda di perdizione e redenzione, in cui il protagonista si salva con un pentimento sincero, e si salva ugualmente il suo interlocutore accordando il perdono. Il piccolo eroe è una breve educazione sentimentale, molto brutale, in cui il giovane protagonista scopre l’amore ma subito è costretto a interrogarsi se sia possibile l’amore vero, disinteressato, privo di secondi fini personali e sociali.

    Già, l’amore. Negli altri tre racconti dove domina non è certamente cosa semplice. Come nella torbida atmosfera di La padrona, sempre in bilico tra sogno e realtà, tra lucidità e follia. O nel racconto più celebre, Le notti bianche, di cui La mite rappresenta quasi il contraltare, con la sua storia di amore reciprocamente distruttivo tra due persone che trovano la possibilità di un incontro e di un colloquio solo quando è troppo tardi.

    ha scritto il 

  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/06/30/racconti-fedor-m-dostoevskij/

    “Ma tutto ormai procedeva a quel modo, cioè di male in peggio. Esattamente due minuti dopo essersi seduto a tavola uno spave ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/06/30/racconti-fedor-m-dostoevskij/

    “Ma tutto ormai procedeva a quel modo, cioè di male in peggio. Esattamente due minuti dopo essersi seduto a tavola uno spaventoso pensiero pervase tutto il suo essere. Egli all’improvviso si accorse di essere orrendamente ubriaco, cioè non come prima, ma completamente ubriaco. La causa di ciò era stato il bicchierino di vodka bevuto dopo lo champagne che gli aveva fatto immediatamente effetto. Egli avvertiva, sentiva con tutto il proprio essere, di star perdendo definitivamente le forze. Naturalmente la sua spavalderia era molto aumentata, ma la coscienza non lo abbandonava e gli gridava: “Male, molto male, è anzi una cosa del tutto indecente!”. Naturalmente i suoi vacillanti pensieri da ubriaco non riuscivano a concentrarsi su un punto fermo: si erano d’un tratto manifestati in lui, in modo addirittura palpabile per lui stesso, come due aspetti diversi del suo carattere. Il primo era pieno di spavalderia, di desiderio di vittoria, di volontà di abbattere gli ostacoli e di un’incrollabile sicurezza che ancora avrebbe raggiunto il suo scopo. L’altro si faceva sentire attraverso una tormentosa pena nell’anima e una specie di rovello nel cuore. “Che cosa diranno? Come andrà a finire tutto ciò? Che cosa accadrà domani, domani, domani!...”. Dianzi egli aveva come sordamente avvertito di avere dei nemici in mezzo agli invitati. “È perché, probabilmente, anche prima ero ubriaco”, pensò preso da un tormentoso dubbio. Potete immaginare quale fosse il suo terrore quando egli effettivamente ora si convinse, in base a segni inequivocabili, che tra le persone sedute a tavola egli aveva effettivamente dei nemici e che di ciò ormai non si poteva più dubitare. “Ma perché! Perché!”, pensò.
    (Fëdor Michailovič Dostoevskij, “Uno spiacevole episodio”, in “Racconti”, ed. Garzanti)
    Chi ha avuto la pazienza di seguirmi da più tempo, avrà notato che in questo blog c’è una forte presenza di Fëdor Michailovič Dostoevskij, a cominciare dal nome del blog stesso. Il motivo è molto semplice: si tratta del romanziere che porterei con me nella classica isola sperduta, qualora fossi costretto a scegliere. Porterei i suoi libri, almeno, non essendo possibile portare lui. I suoi romanzi li ho letti e riletti diverse volte, cercando, in maniera indegna, di scrivere anche le mie impressioni sui suoi capolavori. Ero convinto di aver letto quasi tutto, pur consapevole che mi mancassero ancora alcuni racconti ritenuti “minori”. Lo spunto per ovviare a parte di questa mancanza, me lo ha fornito Michail Bachtin, nel suo mirabile “Dostoevskij. Poetica e stilistica”; in questo saggio Bachtin cita spesso un racconto, “Bobòk”, proprio uno di quelli che mi mancava e che ho trovato nell’edizione Garzanti.
    Il volume contiene sette racconti, alcuni dei quali ascrivibili a un Dostoevskij giovane, già promettente narratore, ma uomo non ancora segnato da vicende biografiche fondamentali, quali la deportazione in Siberia. La differenza rispetto agli altri racconti, e ancora di più rispetto ai romanzi, è avvertibile, ma, anche se il paragone con i capolavori sarebbe azzardato, Dostoevskij riesce già in queste sue prime prove a farci pregustare ciò che poi lo renderà un grande della letteratura. Più nello specifico, i primi tre racconti furono scritti tra il 1846 e il 1848, e sono “Il signor Procharčin”, “La padrona” e “Le notti bianche”. Su quest’ultimo mi astengo dallo scrivere alcunché, avendolo letto, in passato, almeno sette volte.
    “Il signor Procharčin” è la storia di un impiegato solitario, avaro e che vive in miseria, in un angolo di una stanza, condivisa con altri inquilini; tirchio all’inverosimile, riluttante al contatto con il prossimo, Procharčin cade in un delirio, anticipando, sia pure in maniera meno efficace, altri e ben più celebri personaggi dei romanzi di Dostoevskij. I suoi coinquilini, “commiseratori”, cercheranno di capire perché Procharčin ha perso la testa. Tra quelli che ho letto, mi è parso il meno convincente, sebbene si tratti pur sempre di Dostoevskij.
    “La padrona”, che fu stroncato dalla critica così come il precedente, mi è parso già migliore, anche se in certi passaggi denota una certa ingenuità o lentezza (naturalmente, dico a me stesso che questo mio “giudizio” è un po’ critico solo perché io già conosco cos’altro ha scritto Dostoevskij). Il protagonista è Ordynov, un sognatore debole, angosciato, solitario, malato, che crede di potersi sollevare dalla sua apatia esistenziale quando incontra, per puro caso, Katerina, donna tutt’altro che fatale, anzi piuttosto ingenua, che nello sguardo porta le ferite che l’esistenza le ha inferto e che diventa, qualche giorno dopo l’incontro, la sua padrona di casa. Ordynov, infatti, riesce a farsi affittare un angolo (nel racconto è spiegato cosa s’intende per “affittare un angolo”) nell’appartamento che la donna condivide con Murin, un vecchio dall’aspetto demoniaco, epilettico, del quale la donna è succube. A parte qualche eccesso lessicale, Dostoevskij è già abile, in queste pagine, nel descriverci come la passione possa divorare dall’interno una persona.
    Sorvolando, come scritto, su “Le notti bianche”, ecco “Uno spiacevole episodio”, decisamente più convincente rispetto ai due racconti di cui ho appena accennato qualcosa e che, già di per sé, ha giustificato l’acquisto della raccolta. Questo scritto risale al 1862 e qui si avvertono le prime avvisaglie di ciò che, pochi anni dopo, Dostoevskij troverà nel suo e nel nostro sottosuolo. Qui, però, a differenza che nelle opere della maturità, domina una nota più divertente; il racconto, infatti, è una satira grottesca con la quale l’autore deride l’ottusità dei boriosi burocrati. Nello specifico, il malcapitato protagonista è Pralinski, un consigliere di Stato che ha avuto accesso a questa carica in età abbastanza giovanile, e che ha intenzioni di verificare certe sue idee, per dimostrare alla vecchia nomenclatura che si può essere umanitari e filantropi pur gestendo il potere. La modalità prescelta, tuttavia, non è delle migliori. Pralinski, una sera, un po’ brillo, si autoinvita a un addio al celibato di un suo sottoposto. L’idea è quella di compiere un “bel gesto” agli occhi del suo subordinato, acquisendo al tempo stesso in autorità e in stima personale. Peccato che Pralinski abbia qualche difficoltà a dominare la sua sete d’alcool. Le conseguenze saranno esilaranti.
    “Bobòk” è il più breve tra i racconti contenuti nella raccolta, e come detto aveva attirato l’attenzione di uno dei più grandi studiosi di Dostoevskij, cioè Bachtin. L’espediente narrativo non è originale: i morti che parlano. Un uomo, presente a un funerale, ascolta per caso le voci dei morti che, con un certo sarcasmo, dileggiano l’ipocrisia dei vivi e le loro. Giustamente Bachtin rivela come questo racconto contenga, in pillole, un’idea fondamentale che sarà sviluppata nei grandi romanzi: la polifonia. In un breve passaggio finale, il narratore afferma: “...proprio così, bisogna ascoltare dappertutto e non soltanto da una parte, per potersi fare un concetto.” Chi conosce l’opera di Dostoevskij, sa cosa contiene quest’affermazione all’apparenza innocua.
    “Bobòk” fu scritto negli anni della maturità, così come gli ultimi due racconti, cioè “La mansueta” (o “La mite”) e “Il sogno di un uomo ridicolo”, ai quali è accomunato anche dal fatto di essere tutti e tre scritti in prima persona. Questi ultimi due non li ho riletti in quest’occasione (almeno non ancora), ma avevo avuto modo di conoscerli e apprezzarli in passato. “La mansueta” trae spunto, come spesso accadeva a Dostoevskij, da episodi di cronaca, ed è una concitata, tesa, drammatica ricostruzione che un marito tenta di fare, di fronte al cadavere dalla moglie, morta suicida. “Il sogno di un uomo ridicolo” è un monologo del narratore, il quale sogna di trasportarsi in una terra ancora pura, incontaminata dalla cattiveria e dall’ipocrisia degli umani.

    ha scritto il 

  • 3

    A parte i racconti più conosciuti, quindi "Le notti bianche", "La mite" e "Sogno di un uomo ridicolo", sempre bellissimi, gli unici che mi hanno colpito sono stati "Il sogno dello zio" e "Il contadino ...continua

    A parte i racconti più conosciuti, quindi "Le notti bianche", "La mite" e "Sogno di un uomo ridicolo", sempre bellissimi, gli unici che mi hanno colpito sono stati "Il sogno dello zio" e "Il contadino Marej". Secondo me la maestria insuperabile di Dostoevskij si vede soprattutto nei romanzi.

    ha scritto il 

  • 5

    Come i suoi lavori più noti

    Problematiche, commoventi e enigmatiche, indimenticabili per tutti i temi affrontati, queste novelle sono per me all'altezza dei suoi lavori più celebri.
    Ecco la mia opinione racconto per racconto (le ...continua

    Problematiche, commoventi e enigmatiche, indimenticabili per tutti i temi affrontati, queste novelle sono per me all'altezza dei suoi lavori più celebri.
    Ecco la mia opinione racconto per racconto (le stelle sono date sulla base del livello generale della sua opera):

    Il signor Procharcin 4* (finito il 3/01/2014)

    La padrona 5* (finito il 19/01/2014). Indimenticabile la torva figura di Murin, sedicente mago che "strega" la bella Katerina; una storia piena di simbolismi misterici e un po' foschi, che spero approfondire più in là con una seconda lettura.

    Le notti bianche 5* (già letto singolarmente e una delle mie letture preferite in assoluto)

    Uno spiacevole episodio 4* e 1/2 (finito il 21/01/2014) Molto amaro, mi ha un po' rattristato...

    Bobòk 3* (finito il 22/01/2014). Carino, a un altro avrei dato di più, ma visto che D. ci ha abituato all'eccelso...

    La mansueta 5* (finito il 22/01/2014). Un racconto del miglior Dostoevskij, con un finale tragico ma anche toccante.

    Il sogno di un uomo ridicolo 4* e 1/2 o 5* (finito il 24/01/2014). Utopistico, o forse no.

    ha scritto il 

  • 5

    Aberrazione sociale, depravazione, criminalità, estraniamento urbano, ma anche immersione nel fantastico, satira, umorismo, religiosità e poi amore per l'umanità, tenerezza e pietà per i più deboli, b ...continua

    Aberrazione sociale, depravazione, criminalità, estraniamento urbano, ma anche immersione nel fantastico, satira, umorismo, religiosità e poi amore per l'umanità, tenerezza e pietà per i più deboli, bambini e adolescenti: i temi che rendono eccezionali i suoi grandi romanzi, e che fanno di questo scrittore il più profondo psicologo e conoscitore dell'animo umano della letteratura di tutti i tempi e di tutte le epoche, li ritroviamo, variamente combinati, in questi piccoli, bellissimi racconti, corredati da un eccezionale saggio di Thomas Mann. Come dice Mann, se non ci fossero i suoi grandi romanzi, questi racconti, che non raggiungono il dieci per cento di tutta la sua produzione letteraria, basterebbero da soli a dare all'autore un posto notevolissimo nella storia della letteratura mondiale.

    ha scritto il 

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