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Racconti di Pietroburgo

By Nikolai Gogol

(321)

| Paperback | 9788804525189

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Book Description

"Il naso", "Il cappotto"; "Il ritratto": i racconti più famosi dello scrittore russo. Un barbiere trova un naso nel panino che sta mangiando; un impiegato mite e solitario viene derubato del cappotto nuovo e sarà vendicato dal suo fantasma; un uomo s Continue

"Il naso", "Il cappotto"; "Il ritratto": i racconti più famosi dello scrittore russo. Un barbiere trova un naso nel panino che sta mangiando; un impiegato mite e solitario viene derubato del cappotto nuovo e sarà vendicato dal suo fantasma; un uomo solo scrive un diario di fatti e date impossibili... Maestro del grottesco e del realismo fantastico, Gogol' reinventa la vita a ne rovescia il senso in una scrittura vivacissima, di pirotecnica originalità.

138 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    L'aura di Nikolaj Gogol' mi ha sempre ispirato un timore reverenziale. Da quando il suo nome ha iniziato a circolare nell'orbita del mio universo letterario non è stato possibile scrollarselo di dosso. È uno di quegli autori che, pur non avendolo mai ...(continue)

    L'aura di Nikolaj Gogol' mi ha sempre ispirato un timore reverenziale. Da quando il suo nome ha iniziato a circolare nell'orbita del mio universo letterario non è stato possibile scrollarselo di dosso. È uno di quegli autori che, pur non avendolo mai assaporato, stregano la tua attenzione e creano nella tua mente una convinzione irreversibile; sai che non rimarrai deluso dal frutto del suo ingegno. Certo, ogni tanto finisce con un buco nell'acqua, ma ovviamente non è questo il caso.

    "Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol'"

    Fëdor M. Dostoevskij

    Ho avuto l'onore di conoscere il signor Nikolaj Gogol' direttamente dalla penna di un altro maestro, colui che mi ha introdotto, mano nella mano, nel meraviglioso mondo della letteratura russa: Fëdor M. Dostoevskij. Poche parole, ma incisive. È bastata quella citazione, riportata sopra, per scatenare la tempesta intellettuale descritta nel primo paragrafetto. E da allora, per vie traverse, quel nome ha continuato a ripresentarsi.

    Il momento è maturato lentamente, ma con l'arrivo del nuovo anno ho sentito il richiamo definitivo. Con la fermezza e il rispetto necessari mi sono cimentato nella lettura dell'opera considerata il suo apice letterario, cioè le Anime Morte, seguita a ruota dalla raccolta I racconti di Pietroburgo. E proprio a quest'ultimi dedicherò qualche parola.

    I racconti inseriti in questa raccolta furono composti tra il 1836 e il 1842, e, come si può intuire dal titolo, l'unico filo conduttore che li lega l'uno all'altro è la città di Pietroburgo; una città che dalla penna dell'autore appare dotata di vita propria, magica e ingannatrice allo stesso tempo.

    È questo soprattutto il caso de La Prospettiva Nevskij, dove la descrizione di una delle strade più famose al mondo spicca per la vividità del tratto. Gogol', nell'introduzione, ci presenta l'universo che farà da sfondo all'intera vicenda, seguendo di ora in ora l'avvicendarsi delle diverse figure tipiche che lo popolano. E giunti a sera l'inganno ha inizio. I protagonisti, il giovane artista Piskarëv e il tenente Pirogov, affronteranno in modo opposto la menzogna intrinseca di quel mondo nel mondo. E alla fine, quel che rimane, è uno stralcio come tanti; la padrona della scena risulta quella stessa Prospettiva Nevskij rappresentata nelle prime pagine.

    Nel secondo racconto, Il cappotto, il protagonista, Akakij Akakievič, è un modesto impiegato che si accontenta di vivere una vita invisibile. Un giorno il suo cappotto si rompe e spendendo i pochi spiccioli che compogono l'esiguo patrimonio se ne fa confezionare uno su misura. Il triste svolgersi degli eventi lo vedranno alle prese con il trauma della rapina del suo nuovo cappotto, che lo porteranno a eccessi di febbre e, infine, alla morte. Ma il suo fantasma continuerà a girare per Pietroburgo, finché una particolare vendetta sarà compiuta.

    Ne Il naso vienne narrata la strana storia dell'assessore di collegio Kovalëv e del suo naso, che un giorno decide di scappare. Seguiranno una serie di peripezie che porteranno il protagonista a uno strampalato inseguimento.

    Il quarto racconto è Il ritratto, diviso in due parti. Il protagonista della prima è Čartkov, un giovane artista che insegue un ideale di perfezione artistica. Un giorno capita tra le sue mani un particolare ritratto che sembra possedere un fascino e un magnetismo particolare, che segnerà l'inizio del suo declino. Nascosta nella cornice trova infatti un'ingente quantità di denaro, che utilizza per affittare un nuovo appartamento e per entrare nel mondo della vità mondana, tradendo in questo modo i suoi ideali artistici. Avanti con l'età ripercorre il suo cammino e in seguito a un eccesso di invidia si lascia trasportare in un vortice di malignità che lo porterà alla morte. Nella seconda parte verrà svelata la storia che ha portato alla creazione di questo ritratto.

    L'ultimo racconto è Le memorie di un pazzo, redatto in forma di diario. Il grottesco percorso verso la follia di un impiegato incastrato nella grande e oppressiva macchina burocratica russa.

    Dalla penna di questo originalissimo e, allo stesso tempo, profondo autore scorrono immagini, non parole. Gogol' è dotato di una caratteristica unica, riesce a sintetizzare in un solo tratto elementi tipici del magico e del grottesco con un cinico realismo, restituendo un contrasto di forme che non stride affatto per questa scelta azzardata. Un'esperienza da provare, insomma!

    http://karmasreadings.blogspot.it/

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    Alan Karma said on Aug 20, 2014 | Add your feedback

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    Il Naso

    Qualche giornofa, non ricordo più, forse per una di quelle associazioni che nel dormiveglia sembrano così logiche e calzanti…mi prese il ghiribizzo del “Il Naso” di Gogol.
    E il “Naso” io non ce l’ho ben piantato in un libro come si deve a tenuta di t ...(continue)

    Qualche giornofa, non ricordo più, forse per una di quelle associazioni che nel dormiveglia sembrano così logiche e calzanti…mi prese il ghiribizzo del “Il Naso” di Gogol.
    E il “Naso” io non ce l’ho ben piantato in un libro come si deve a tenuta di tempo; come il maggiore Kòvalev ho rischiato di inseguirlo tra le paginette ingiallite scollatesi una a una non appena ho aperto il “Garzanti per tutti”, comprato trecentocinquanta lire, non ancora sedicenne, nel gennaio ’67, un secolo fa.
    Che cosa mi abbia allora impressionato è facile capirlo pensando che, se si leggeva, le letture erano scrupolosamente realiste, o se immaginarie catalogate banalmente come tali. A digiuno di Freud, come Gogol del resto, le allucinazioni avevano a che fare più col demonio che con la psichiatria.
    Con il tempo “la struttura” del racconto gogoliano era scomparsa, o più verosimilmente non vi avevo fatto caso sembrandomi quel naso, come le vere allucinazioni, reale.
    Reale un naso, scomparso d’improvviso una notte lasciando una superfice liscia sulla faccia dell’aspirante alto funzionario, che se ne va a passeggio tutto azzimato? Ma sì! Non avendo esperienza di stati allucinatori naturali o artificiali, lo rubricai reale come lo è un sogno nei pochi minuti di sonno Rem.
    Poi nel ricordo, e negli anni, si è trasmutato in un racconto del doppio che l’immenso Dosto avrebbe, poi, reificato nel “Sosia”. Un doppio nevrotico e conturbante, il suo, raccontato senza la necessità di seguire lo schema letterario tradizionale, come invece si sente in “dovere” di fare Gogol, che trasforma lo sdoppiamento di una mente disturbata in una grottesca favola, in cui l’incantesimo riguarda un ridicolo provinciale giunto nella metropoli pietroburghese.
    Dopo un attimo di scombussolamento, tolta l’impalcatura canonica, con l’inverosimile prologo del ritrovamento del naso nella calda pagnottella che il barbiere sta per condire con cipolle e la chiosa che invita ad ammettere che “ dov’è che non si verificano delle cose inverosimili”?, dopo quell’attimo, dicevo, tutto torna a posto come cinquant’anni fa, un’allucinazione più reale della realtà: un naso fuggito da una faccia che riesce a raggiungere uno status sociale che l’altro, il suo ex padrone, non sa ottenere. Un naso di successo, successo a lui negato da quella stessa società dove agogna d’inserirsi; naso da cui, nel delirio, pensa di essere perseguitato.
    Il povero provincialotto, depersonalizzato e spaesato nella metropoli dove le carrozze corrono velocissime nella Prospettiva, insegue a sua volta il suo naso che non riesce a più incrociare dopo una fugace apparizione in una chiesa. Un naso che non è che il doppio comparso dal nulla in un giorno di fine marzo e scomparso nei primi di aprile. Un tempo lungo quanto un protratto attacco di panico, come ogni buon psichiatra vi potrà confermare.
    E mi sono chiesta come avrebbe scritto un moderno cantore dell’alienazione questa condizione mentale che è più frequente di quanto si creda. Intanto sarebbe scomparso l’io e l’avrebbe fatta da padrone il naso a cui l’autore avrebbe affidato l’elaborazione del suo sbrindellato sforzo di comunicazione della propria angoscia. Avrebbe fatto strame dell’ironia gogoliana e avrebbe messo in scena un’elucubrazione da fine del mondo profonda quanto basta a farti annegare di noia. Due palle, in aulico.

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    Maria Francesca e basta said on May 22, 2014 | 3 feedbacks

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    Fantastico e grottesco nell’invenzione della trama, ma estremamente realista nella messinscena. Sfociando quasi nel documentaristico e subordinando l’economia della prosa a tale intento, Gogol’ si perde qualche volta nelle descrizioni, allontanandosi ...(continue)

    Fantastico e grottesco nell’invenzione della trama, ma estremamente realista nella messinscena. Sfociando quasi nel documentaristico e subordinando l’economia della prosa a tale intento, Gogol’ si perde qualche volta nelle descrizioni, allontanandosi continuamente dal punto di partenza fino a fare di questo difetto una cifra stilistica. Forma estetica a parte, la caratteristica che lega i cinque racconti, uniti in raccolta solo dopo la morte dell’autore, è la triste ironia, l’amara satira che in maniera sempre delicata, mai troppo esplicita, circonda ogni personaggio e ogni descrizione, permea l’intero testo in ogni frase. Una continua, instancabile critica alla Pietroburgo del tempo, che diventa il simbolo del lento decadimento (la mediocrità, la povertà morale, la volgarità definite dalla parola russa pošlost) dell’umanità tutta, strangolata dall’egoismo. Un egocentrismo totale che si avvolge a spirale intorno ai protagonisti di queste storie. Se Kafka affoga i suoi personaggi nell’oceano confuso della burocrazia, Gogol’ li schiaccia sotto il peso del rango sociale, che fa sentire doppiamente la propria influenza: in maniera diretta attraverso il potere di chi è di grado maggiore e, anche più, in maniera indiretta nel tramite della tensione al miglioramento della propria posizione. Non c’è compassione in Gogol’, perché non c’è speranza che possa dare senso alla pietà. Rimane solo la satira, che chiude perfino la disperata vicenda di Akakij Akakievič che anche dopo la morte tenta di realizzare il suo unico desiderio di rivincita sociale.

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    tiamotiodio said on Apr 28, 2014 | Add your feedback

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    Gogol amava l'Italia e in particolare era innamorato di Roma. Il "frammento" Roma contenuto in questo libro potrebbe perfino essere la sceneggiatura di "una grande bellezza" dell'800. Si fa per dire. In realtà il linguaggio di Gogol è nella traduzion ...(continue)

    Gogol amava l'Italia e in particolare era innamorato di Roma. Il "frammento" Roma contenuto in questo libro potrebbe perfino essere la sceneggiatura di "una grande bellezza" dell'800. Si fa per dire. In realtà il linguaggio di Gogol è nella traduzione accattivante di Landolfi estremamente moderno anche se per me troppo prolisso. Certo che si pensa alla fatica che faceva negli stessi anni il povero Manzoni ad esprimersi in italiano decente si capiscono tante cose del nostro paese.

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    zio vania said on Apr 27, 2014 | Add your feedback

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    La risa que emana de las amargas palabras

    Reseña completa en: http://www.sopadelibros.com/review/3340

    La obra se compone de 5 relatos que tienen como nexo común, y como indica el título, la ciudad de San Petersburgo.
    Comienza con el sensacional “La avenida Nevski” con tres partes diferenci ...(continue)

    Reseña completa en: http://www.sopadelibros.com/review/3340

    La obra se compone de 5 relatos que tienen como nexo común, y como indica el título, la ciudad de San Petersburgo.
    Comienza con el sensacional “La avenida Nevski” con tres partes diferenciadas. La primera versa sobre la descripción de esta hermosa calle, una de las más reconocidas de Rusia, con una exposición que traspasa el paisaje urbano al detallar el torbellino humano que la frecuenta. La relación de personajes extravagantes y típicos que concurren por la avenida es una alegoría sobre la vida y la sociedad rusa de su tiempo. Este episodio descriptivo y didáctico ya contiene numerosas muestras de humor irónico. A continuación el narrador nos presenta dos amigos (cada uno es el foco de las otras dos partes) y narra sus respectivas historias de amor. Las aventuras amorosas se desarrollan como las dos caras de una misma moneda: ambos amigos tiene un carácter y una actitud totalmente opuestas; sus “amadas”, al igual que ellos, son dispares, tanto físicamente, inteligencia, naturaleza y condición social; los sentimientos son opuestos, desde el amor puro hasta la picaresca sensual; el tono narrativo es contrario en ambas tramas, por un lado un cariz trascendental y trágico, y por el otro con pinceladas rufianescas y jocosas.
    Un texto que refleja la cotidiana realidad y, a la vez, tiene cabida sucesos oníricos con gran importancia sobre las apariencias engañosas.

    El último cuento, “El capote”, es su más emblemático texto, no en vano Dostoievski llegó a expresar su famoso aforismo: “Todos venimos de El capote de Gogol”. Este escrito es el “pistoletazo de salida” que inicia el realismo ruso introduciendo la crítica social-gubernamental y el retrato del hombre vulgar y corriente. La influencia que ha suscitado en posteriores autores y tendencias es, para mí, más que evidente.

    Es la tercera vez que me deleito con las desventuras de Akaki, y, por supuesto, no será la última. El literato hace un esbozo de un personaje gris, un burócrata, que tiene como adornos la insignificancia y su nulidad como ente social, incluso el significado de su nombre es un fiel paradigma de su nimiedad. La imagen patética de Akaki está expuesta con mucho humor, pero un humor amargo y lúgubre que incita a la lástima y nos provoca simpatía por el protagonista; un hombre que transmite la idea de un “insecto”, el antecedente kafkiano de George Samsa. Un funcionario que sólo disfruta con su trabajo rutinario y de escasa importancia, una cualidad que recuerda a las figuras obsesivas salidas de la pluma de Zweig. Su único objetivo es pasar desapercibido y tener el menor contacto con los demás compañeros, un “gemelo” de lo que será el memorable Bartleby de Herman Melville, y como éste, tiene su emblemática frase para dirigirse a sus compañeros cuando es objeto de bromas y burlas. Su recalcitrante pasividad soportará todo tipo de injusticias con la más implacable resignación.
    El único hecho que trastoca sus monótonas costumbres, la adquisición de un capote, supone un quebradero de cabeza y, a la vez, será todo un acontecimiento que le cambiará la vida. El capote (personaje que ahora se convierte en principal, símbolo de un espejismo y una loca quimera) logrará una ruptura vital que acarrea una efímera gloria y el replanteamiento de su identidad. En su angustia existencial se mezclarán las visiones febriles y la certeza de que toda notoriedad y pomposidad sólo son trivialidades, un tema recurrente en todas estas narraciones.
    El final, que rompe con el estilo anterior, gira hacia un tono más fantástico, irónico y con cierto grado moral y justiciero que deja, como broche de oro, una sonrisa al lector. Aunque no desentona este desenlace, ¡Dios me libre!, siempre me ha parecido que hubiera sido ideal que Gogol concluyese el relato con el mismo acento ácido, satírico y pesimista empleado desde el principio.

    Un libro recomendable, especialmente por los tres primeros relatos referidos, donde sobresale “El capote”, una obra maestra que es esencial y necesaria su lectura y revisión.

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    FAUSTO said on Feb 16, 2014 | Add your feedback

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