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Respirazione artificiale

Di

Editore: Serra e Riva Editori

4.2
(93)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 208 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese , Portoghese , Greco

Isbn-10: 887798032X | Isbn-13: 9788877980328 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Gianni Guadalupi

Disponibile anche come: Copertina rigida , eBook

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Respirazione artificiale è già considerato un classico della nuova letteratura argentina. In una recente inchiesta fra cinquanta scrittori è stato riconosciuto come uno dei migliori romanzi della storia letteraria di quel paese. Indagando le origini di un antico male argentino - il tradimento giustificato dal patriottismo - Ricardo Piglia racconta in parallelo le vite di due presunti traditori. Uno è Enrique Ossorio, segretario privato, attorno al 1850, del dittatore Rosas, ma anche spia, quindi cercatore d'oro in California e infine suicida proprio alla vigilia della caduta del tiranno. L'altro è un contemporaneo, Marcelo Maggi, ex avvocato radicale che ha sposato la nipote di Ossorio per mettere le mani su un baule pieno di carte di famiglia: ritiratosi in una cittadina di frontiera dopo essere stato in prigione (forse per motivi politici, forse per essere fuggito con una ballerina di cabaret e i soldi della moglie), va scrivendo, da storico dilettante, proprio una biografia di Ossorio. Dal suo confino (che condivide con un certo Tardewski, esule polacco il quale racconta di aver giocato a scacchi con Joyce a Zurigo, studiato con Wittgenstein e scoperto insospettati retroscena della vita di Kafka) Marcelo scrive al nipote Emilio Renzi, cui si appresta a lasciare in eredità il baule di Ossorio prima di finire, forse, tra i desaparecidos: e sarà Renzi a cercare di dipanare questa storia, per risolvere un enigma impossibile fatto a scatole cinesi, in cui la soluzione, forse, non è ciò che più conta.
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  • 3

    Arlt fa il culo pure a Borges e tra Kafka e Hitler poi chi è che pagò il conto al bar? No, perché cambia tutto se ha pagato l’uno per l’altro o viceversa, metasimbolicamente intendo.

    Il dramma degli argentini? È il 2015 e il loro sogno di essere considerati dei patrioti è ancora legittimo. Come gli italiani. Non c’è forza più glocal da sempre della letteratura, che non vuole e non ...continua

    Il dramma degli argentini? È il 2015 e il loro sogno di essere considerati dei patrioti è ancora legittimo. Come gli italiani. Non c’è forza più glocal da sempre della letteratura, che non vuole e non deve rinunciare alle realtà nazionali (e provinciali) e che non ne ha bisogno, per sfiorare gli universali dell’uomo poiché l’uomo, che fortuna per gli scrittori!, si può raffinare quanto vuole, ma quel tocco rude da troglodita gli resta sempre attaccato, quindi i suoi universali non sono mica chissà quanti.

    I libri della SUR sono veramente belli. Fisicamente belli, e io ne volevo uno, almeno uno, anche se costano circa quindici euro al pezzo. Il libro di Piglia è di un azzurro luminoso, un estratto di cielo a primavera, aprile-maggio. Ce l’ho tra le mani, lo apro – una carta spessa, solida!, sostanziosa – e non mi stupirei se ne volassero fuori dei gabbiani o un aeroplano. Sulla stessa linea cromatica, ho notato, si è cimentata la Mondadori per le ristampe dei libri di Fabio Volo, ma non hanno la stessa cura delle edizioni SUR, e poi la SUR ha Arlt, Piglia, Onetti; la Mondadori c’ha Fabio Volo.

    Nel leggere il libro di Piglia non mi sono fatto condizionare da fattori esterni secondari, come il dettaglio che quando Piglia l’ha scritto avrebbero potuto ucciderlo, per il solo fatto che lo stesse scrivendo, e mi sono rassegnato subito: se Piglia è lo scrittore attento alla lingua e alla parola come scrive lui stesso di esserlo, io, leggendolo in traduzione, avrei letto semplicemente qualcos’altro, e quindi sulla bellezza e sulla consapevolezza e sulla capacità estetico-politica di ‘scegliere’ il linguaggio di Piglia non ne so niente, e quindi mi sa che buona parte del pregio del libro mi è preclusa.

    Piglia è uno scrittore che scrive troppo delle cose che sarebbe bene uno scrittore sapesse, per applicarle però e non per dimostrare di conoscerle scrivendone: che la trama deve essere al servizio dalla parola, che è la parola la vera trama delle storie dell’uomo, che è la lingua la vera spia di un’epoca e di chi ci vive dentro; che non si fa letteratura con la propria biografia, per la gioia di chi ha una biografia pallosissisma, tipo quella di Kafka se non è un Kafka a raccontartela ; che ogni potere, e il pre-potere ancor di più, passa dal potere sulle e delle parole, e è una balla che la nostra sia diventata l’epoca delle immagini: sono le parole che le accompagnano o che le introducono a attivarle, di per sé sono del tutto anomiche e buone a tutto e a nulla nella stessa misura; che la parola è inferiore alla vita, che l’espressione linguistica agisce per difetto, per sottrazione, come innesco più che come esplosione. Uno scrittore che sa queste cose deve scrivere rispettandole, non è che le rispetta se le scrive, se dà prova scritta di conoscerle, altrimenti non è uno scrittore, è un letterato che supera un esame di cui ha scritto lui stesso i requisiti per superarlo.

    Il libro di Piglia diventa ben presto il libro di un letterato, con le sue opinioni sulla storia e sulla letteratura dell’Argentina, del Sud America, della civiltà occidentale. E a me chi usa il romanzo come mezzo e non come fine non potrà mai star simpatico, come non mi stanno simpatici quelli che per i propri fini trasformano in mezzi i fini degli altri, dove gli altri, in questo caso, sono gli scrittori che riconoscono alla letteratura la sua indipendenza, la sua autonomia, il suo poter essere comunque strumentalizzata da chicchessia ma senza la sua collaborazione, sua della letteratura, che non è mai propaganda, men che meno delle idee di chi la scrive convinto che scrivendo di sapere quanto sia delicato e pericoloso, il crinale tra la libertà della parola e la violenza della parola, poi non lo varca, tradendo la libertà della parola che se è raggiunta mette a segno un’opera, violandola e perciò trasformandola nel discorso di un letterato, di uno cioè che piega la letteratura a se stesso e non se stesso alla letteratura, ovvero a un lavoro di cui possa giovarsi chiunque lo ripeta leggendola.

    Purtroppo il libro di Piglia è anche colto. Resta usufruibile per chi non conosce la storia dell’Argentina o della sua letteratura, ma per chi non ha nozioni, per dire, su Arlt e Borges, ci sono pagine che andrebbero benissimo su una uscita di AUT-AUT o di Alfabeta2 o su una dispensa universitaria più spigliatella, però messe in un libro diventano una esortazione a leggere Borges o Arlt, a saperne di più su Cartesio, Wittgenstein e Heidegger, e non più di questo. Un libro che si fonda sul sapere pregresso di chi lo legge, sul gioco cripto-citazionistico che fa tanto arte contemporanea a corto di idee, è un libro fallito, e la smenata sull’aspirazione al fallimento, sull’esilio, sul disconocimento, riempie tanta di quella letteratura sudamericana che ormai trovarlo scritto in un libro di Piglia o di qualcun altro non mi fa nessuna differenza, cambia solo da chi lo hai letto prima tu, che allora scambierai l’ordine casuale delle tue letture per il posto da assegnare sul podio allo scrittore da cui l’hai letto.

    Hitler invece lo conoscono un po’ tutti, e anche Kafka è molto più famoso degli scrittori argentini o di Cartesio o di Heidegger, per cui ci credo che uno possa essere più suggestionato dal pippone del polacco filosofo-dilettante verso la fine del libro, ma se io fossi stato in quel nipote che aspettava suo zio (è il casus belli del libro), dopo un annetto che ci scambiavamo lettere a proposito di una biografia che stava scrivendo questo zio su un personaggio ben incistato nella storia nazionale, e bisogna essere proprio un nipote amorevole per voler mantenere una corrispondenza con uno zio che non ha da condividere che la sua ossessione, gliel’avrei detto, al polacco: “Ma porca miseria, che lingua che c’hai! E meno male che c’avevi i problemi dell’immigrato linguistico! Tutti così, voi solitari: sadici!, appena trovate un poveraccio costretto per circostanza esterne a dover aspettare qualcun altro in vostra compagnia, gli rifilate la versione studiata e a puntino della vostra vita e della riflessione in cui ce l’avete fatta stare, ma che palle però! Voi e le vostre biblioteche, i vostri bisticci intellettuali all’università e nei salotti: ci credo che la cosa migliore che ti sia capitata, polacchino, è stata perdere tutto fin quasi alla miseria nera, con l’aiutino dall’ambasciata, e finire a fare le ripetizioni a chi continuerà gli studi superiori, come Zerocalcare. Mille volte più interessante, più letteratura!, il tabaccaio che raccontava di quel menomato uscito non si sa come da galera che ha ucciso cinque fratelli con uno spillone nella gola, o anche la storia di mio zio con quella donna per cui ha perso la testa, o di Ossorio per quella prostituta della Martinica, ma ti prego, o tu polacca rappresentazione dell’influenza europea in Argentina, basta con trifola della tua esistenza come metafora dei tempi, piuttosto dici di saper giocare tanto bene a scacchi: ci facciamo una partitina? Tanto l’ho capito che quell’altro maniaco di mio zio stasera non torna e m’ha fatto prendere un viaggio a vuoto. A che ora riapre il circoletto? Casomai torniamo lì e ci facciamo qualche altra chiacchiera da bar-libreria con quelle altre macchiette da metaromanzo sudamericano.”

    Piglia conosce le struttura con cui un libro può essere composto e le ricompone a suo estro pianificato, giocandoci, magari divertendosi, ma utilizzando sempre questi lunghi pipponi, al suo meglio comunque è ben lontano dalle faville sardoniche di chi questa tecnica la spadroneggia e la sfancula come meglio crede, ovvero Bernhard e dal libro di Piglia si capisce che Piglia ha letto Bernhard e gl’è piaciuto, che ne ha letti molti altri che gli sono piaciuti, che si è messo a giocare con i loro stili, a montarli assieme, a fare una dignitosissima operazione letteraria, ma la letteratura è altra cosa, è dare pensiero ottenendo l’illusione massima di non starsene dando alcuno, la letteratura (per me, dove ‘me’ intendo i lettori che mi possono stare simpatici, ovvero gente che sa che le scienze umane non possono fare a meno della letteratura ma che la letteratura delle scienze umane se la ride alla grossissima) non dice-come-si-fa: la letteratura fa, e te la fa.

    È un libro rigido, dove il pensiero vuole dare bella figura; non ce ne è uno, che parli nel suo dentro, che potresti sperare di incontrare dal-vivo, e se lo incontrassi – perché la realtà supera di sicuro la mia fantasia – sarebbe uno che vivo-non-è, uno che recita la sua vita come fosse un personaggio letterario, e se un personaggio letterario senza vitalità è già uno strazio, un pipponatore, una persona che imita o che si ispira a un personaggio letterario è una pugnalata nei coglioni.

    Questo libro potrebbe essere stato scritto da una macchina a cui fossero stati passati gli schemi e i dati e le istruzioni di mescolamento, tutto è artificiale e lo è volutamente, e se questo è quel che intende Piglia per “terzietà”, per “essere contro se stessi”, ma si risparmi gli accidenti: vada con se stesso, faccia primeggiare il suo io, ma: che scriva! A metascrivere sono buoni in troppi, persino quelli che traspirano nei loro commenti ai libri, che quando sentono la tripletta Kafka-Hitler-Indicibilità sai come si agitano eccitati, perché gli sembrerà di averla capita, e oggi cosa costa scrivere di Hitler l’ha scritto Parente nel suo “Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler”, un romanzo con le sue fiacchezze dove però si sente, come ormai Hitler non sia più l’orrore che è stato ma soltanto un altro luogo comune orribile tra gli altri. Se non sai di che scrivere, scrivi di Hitler, e uno che ti legge e che si emoziona per le tue parole contro Hitler e contro il-male-in-terra lo trovi sempre.

    Piglia è bravo e intelligente e ambizioso e il suo libro merita una lettura (più superficiale che no, però, se l’approfondimento riguarderebbe le nozioni che ti mancano e che sono sono errori del libro, non tuoi, che altrimenti dovresti sentirti fregato e andare filato nel reparto saggistica, la prossima volta, e pure tu: metterti a studiare un po’? Aggiornarsi il minimo? Se sei ignorante poi non ti lamentare se ignorano te e i tuoi diritti! L’Argentina, dell’Italia, tante volte è un’anteprima, se non una intimidazione), altrimenti mica mi mettevo a chiarirmi tra me e me il cos’è di lui che mi ha irritato e quali sono le ragioni per cui gli sono debitore, di questa irritazione.

    ha scritto il 

  • 4

    Dittici

    Premessa: questo libro richiede attenzione e concentrazione, non è la tipica lettura estiva (per questo, visto che ho avuto la bella idea di portarmelo in spiaggia, ho dovuto rileggerlo un paio di vol ...continua

    Premessa: questo libro richiede attenzione e concentrazione, non è la tipica lettura estiva (per questo, visto che ho avuto la bella idea di portarmelo in spiaggia, ho dovuto rileggerlo un paio di volte).

    Ê un libro originale, forse anche troppo. Originale nello stile, con la narrazione che passa dalla prima alla terza persona e poi a una stranissima “narrazione riferita” (non saprei come definirla diversamente): “una sera, raccontò Marconi, mi racconta Tardewski”, “apro, e nel farlo, dice Tardewski che gli raccontò Marconi”, e originale nella struttura, che assembla il romanzo epistolare, la biografia, la saga familiare, il giallo, il saggio storico-filosofico-letterario...
    Ho faticato ad orientarmi, a trovare un “centro” nel libro. Se volessi riassumere la trama potrei dire che è la storia dello scrittore Emilio Renzi che scrive la biografia dello zio Marcelo Maggi, il quale a sua volta tenta di ricostruire la biografia di Enrique Ossorio partendo dai suoi scritti... semplificazione estrema e rozza ma che credo renda bene le difficoltà che ho incontrato, anche considerando che poi la trama non si risolve, nel senso che quando Renzi parte per incontrare di persona Maggi, quest'ultimo sparisce.
    Un romanzo nel quale la narrazione mi sembra procedere per dittici, per coppie di personaggi (Maggi/Renzi, Maggi/Tardewski, Renzi/Tardewski, Borges/Arlt, Cartesio/Hitler, Kafka/Joyce, Kafka/Hitler) visti in continuità o in contrapposizione e nel quale la parte più convincente mi è sembrata la seconda, quella meta-letteraria, dove Piglia costruisce una specie di mappa della letteratura argentina esprimendo giudizi spesso tranchant su un sacco di scrittori e poi mescola realtà e fantasia a disegnare una trama verosimile, non vera ma più affascinante del vero.
    Respirazione artificiale è tante cose: un romanzo sull'esilio, sulla solitudine e sull'utopia, sul fallimento consapevole (non solo quello di Tardewski), sul Caso che interviene a modificare il corso delle vite, sulla ricerca delle radici, sul bisogno di fare ordine nel passato per cominciare a comprendere, sulle storie che ci raccontiamo per immaginare che ci sia successo qualcosa nella vita, ma soprattutto sul bisogno e sulla difficoltà di scrivere la musica che sentiamo dentro.
    Questo credo che sia, se non il trait d'union, almeno uno dei fili importanti che legano la storia:“Sento una musica e non posso suonarla, diceva, credo, Coleman Hawkins”, scrive Emilio Renzi a Maggi per spiegare l'impasse in cui si trova, “c'è qualcosa che ho compreso: la ragione che spiega questo disordine potrà essere formulata in una sola frase. Ma ho una sola paura, arrivare a concepirla e non poterla esprimere” dice il senatore Luciano Ossorio a Renzi, “tormentato dalle sue idee, perché voleva pensare bene e perché incontrava enormi difficoltà a scrivere. Lo faceva disperare la sola possibilità di non poter arrivare alla verità”, così si esprime Tardewski a proposito di Wittgenstein.
    Un romanzo sulla difficoltà di dire, di trovare le parole che mettano ordine tra le cose, di riuscire a restituire all'esterno quello che sentiamo nella maniera più precisa e compiuta possibile.
    Un romanzo sull'impossibilità del dire bene tutto ciò che deve essere detto (parafrasando Valery).

    ha scritto il 

  • 5

    capolavoro del narrare in terza persona al quadrato (egli dice che quello dicesse), esplorando questa possibilità da tutti i lati senza mai perdere in chiarezza o eleganza della frase. Il piano del na ...continua

    capolavoro del narrare in terza persona al quadrato (egli dice che quello dicesse), esplorando questa possibilità da tutti i lati senza mai perdere in chiarezza o eleganza della frase. Il piano del narratore si fonde con quello del personaggio che è a sua volta narratore. Un gioco letterario condotto con tecnica strepitosa.

    ha scritto il 

  • 5

    Posiblemente esta sea una novela para escritores. No me cabe la menor duda. Piglia consigue fundir acertadamente, en mi opinión, el relato policial a la novela histórica. El momento más intenso de la ...continua

    Posiblemente esta sea una novela para escritores. No me cabe la menor duda. Piglia consigue fundir acertadamente, en mi opinión, el relato policial a la novela histórica. El momento más intenso de la novela se da en una discusión "literaria" donde se exponen una serie de teorías sobre Roberto Arlt y Jorge Luis Borges, que convierten el relato casi en un ensayo literario. Libro intenso, híbrido. Donde la escritura adopta formas distintas, con una capacidad proteica asombrosa. Merece una relectura.

    ha scritto il 

  • 3

    Lettura complessa, a tratti incostante e con tendenziale assenza di un filo conduttore.
    Secondo me, perde molto nella traduzione e le argomentazioni sulla letteratura argentina di '800 e '900 sono un ...continua

    Lettura complessa, a tratti incostante e con tendenziale assenza di un filo conduttore.
    Secondo me, perde molto nella traduzione e le argomentazioni sulla letteratura argentina di '800 e '900 sono un poco pedanti.
    Interessante la parte su Hitler e Kafka.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro particolare, colto, erudito, che parla di storia, di letteratura , di filosofia, a tratti ostico, certamente non di immediata fruizione, ma geniale.

    "Bisogna pensare contro se stessi e viver ...continua

    Un libro particolare, colto, erudito, che parla di storia, di letteratura , di filosofia, a tratti ostico, certamente non di immediata fruizione, ma geniale.

    "Bisogna pensare contro se stessi e vivere in terza persona"

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Para comprender en su totalidad esta lectura es necesario conocer alguno estudio sobre ella, ya que si no, hay muchas cosas que se te escapan. Es una novela que evita hablar de lo más importante de su ...continua

    Para comprender en su totalidad esta lectura es necesario conocer alguno estudio sobre ella, ya que si no, hay muchas cosas que se te escapan. Es una novela que evita hablar de lo más importante de su trama: la represión argentina y para poder comprender esto hay que estar muy pero que muy atento. Además, la voz narradora cambia de un personaje a otro sin ningún aviso previo, y para darte cuenta de ello y poder seguir el hilo de la trama, también tienes que estar muy atento. La obra se divide en dos partes: la primera está formada, sobre todo, por la correspondencia entre el profesor Maggi y el sobrino que nunca conoció, Renzi. Maggi le habla sobre un archivo histórico de Enrique Ossorio en el que lleva trabajando mucho tiempo, conciertan una cita para verse y entregarle ese archivo histórico al chico. La segunda parte empieza con la llegada de Renzi a Concordia, pueblo en el que vivía Maggi hasta que se marchó, lo único que pasa en esta parte es una larga conversación entre Renzi y un amigo de su tío, mientras esperan a que llegue Maggi. No hay apenas acción, pero el libro no es demasiado largo y el lenguaje bastante sencillo de comprender por lo que se lee rápido y no se hace pesado. Mi opinión, es que no pasa nada y eso lo hace aburrido, aunque la intención del autor de destacar la represión mediante eludirla hablando de cualquier otra cosa me parece muy interesante.

    ha scritto il 

  • 2

    Abbandonato dopo un centinaio di pagine.
    Sicuramente un libro complesso, colto per certi versi, caratterizzato da lunghi monologhi che sembrano vaneggiamenti e dai quali non sono stata in grado di tra ...continua

    Abbandonato dopo un centinaio di pagine.
    Sicuramente un libro complesso, colto per certi versi, caratterizzato da lunghi monologhi che sembrano vaneggiamenti e dai quali non sono stata in grado di trarre un filo.
    Una bella idea iniziale che si perde in una scrittura contorda e di difficile decifrazione.
    Adoro la letteratura latino americana e sono sempre attenta a trovare nuovi autori ed opere che non conosco, ma questa (sicuramente anche per un mio limite culturale) mi è sembrata decisamente oscura e inutilmente contorta

    ha scritto il 

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