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Resurrection

By

Publisher: Penguin Books Ltd

4.1
(1092)

Language:English | Number of Pages: 560 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Chi simplified , Chi traditional , Italian , German , French , Spanish

Isbn-10: 0140424636 | Isbn-13: 9780140424638 | Publish date: 

Translator: Anthony Briggs

Also available as: Hardcover , Mass Market Paperback , Others , eBook

Category: Crime , Fiction & Literature , Religion & Spirituality

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Book Description
"Resurrection" (1899) tells the story of a nobleman's attempt to redeem the suffering his youthful philandering inflicted on a peasant girl who ends up a prisoner in Siberia. Tolstoy's vision of redemption achieved through loving forgiveness, and his condemnation of violence, dominate the novel. An intimate, psychological tale of guilt, anger and forgiveness, "Resurrection" is at the same time a panoramic description of social life in Russia at the end of the nineteenth century, reflecting its author's outrage at the social injustices of the world in which he lived.
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  • 3

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    Tutto quello che ha scritto Tolstoj merita di essere letto.
    Quest'opera - l'ultima della sua vita - non mi ha tuttavia entusiasmato come altri suoi romanzi.
    insomma non il migliore di uno dei migliori ...continue

    Tutto quello che ha scritto Tolstoj merita di essere letto.
    Quest'opera - l'ultima della sua vita - non mi ha tuttavia entusiasmato come altri suoi romanzi.
    insomma non il migliore di uno dei migliori, ma ne consiglio comunque la lettura.

    said on 

  • 5

    Prolissa,incazzata e culturalmente reazionaria.

    La prenderò un po’ alla larga. Tantissimo alla larga: con Adorno, nientemeno. Che c’azzecca ( la parola torna in auge: da due tre giorni circola sui media colui che, ignorante com’è, osò buttar fuori ...continue

    La prenderò un po’ alla larga. Tantissimo alla larga: con Adorno, nientemeno. Che c’azzecca ( la parola torna in auge: da due tre giorni circola sui media colui che, ignorante com’è, osò buttar fuori dai più il fratello di fratello Lupi) Resurrezione con Adorno e la sua “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”?
    C’entra, c’entra… anche perché una come me, strutturata per entrare nella coppola del padre eterno (impresa notoriamente impossibile), glielo fa entrare!
    Se si da un’occhiata (e qua su anobii di occhiate se ne danno parecchie) alla letteratura mondiale del dopoguerra non si può che rimanere allibiti davanti alla deriva dei “poeti”.
    Dopo la scorpacciata di ombelichi più o meno intonsi con cui si sono dilettati dalla Bella Epoque in giù, questi nuovi poeti hanno deciso con cotanto alibi, non potendosi liberare dal vizio di scrivere, che sulla realtà e della realtà non si può/deve parlare, prendendo alla lettera Theodor W. Adorno.
    Non tenendo conto della rettifica dello stesso: "La sofferenza incessante ha tanto il diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare; perciò sarà stato un errore la frase che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie".
    Perché, (sono consapevolmente e deliziosamente ipocriti i nuovi maître à penser), l’esercizio di stile è sicuramente più abbordabile del concepimento di un mattonazzo in cui s’incontrano/scontrano personaggi e idee, nel caos del reale di cui qualcosa si deve pur conoscere, per scriverne.

    Abbiamo assistito, pertanto, a un proliferare di sedicenti scrittori che non avranno più niente da dire, ma da prendere sì: fama, soldi, premi. E migliaia di visualizzazioni dei loro blog (o dei blog dei sacerdoti idolatri) indice di sicuro successo.

    Se riduciamo all’osso la trama di Resurrezione ci viene da ridere. Lui, il giovane erede di una fortuna, seduce lei, la domestica delle zie, per poi abbandonarla con 100 rubli in mano e un figlio nella pancia. La rivede in tribunale dieci anni dopo: lui, Nechljudov tra i giurati e lei, la Maslova, tra gli imputati. Lei è una prostituta accusata di veneficio, lui è un nobile fancazzista che ha appena ereditato una fortuna. Lui si sente responsabile del disastro della donna e, in cinquanta delle circa cinquecento pagine, si trasforma da aristocratico puttaniere in novello Messia convinto di poter riparare all’antico torto sposandola. Ma Katiuscia, per un errore della giuria di cui Nechljudov stesso fa parte, viene condannata a 4 anni di lavori forzati. Il principe la segue da un carcere all’altro, fino in Siberia, prodigandosi per aiutare anche gli altri carcerati.E trova pure il tempo di regalare parte delle sue terre ai disorientati contadini ma lei, redenta e innamorata, per amore ne rifiuta il sacrificio. Lui giunge alla conclusione che l’amore soltanto può salvare il mondo, altro che i soviet!

    ‘Na cosa d’altri tempi, suvvia! I pochi bambini scampati alla contraccezione trovano nonne, assistenti sociali, asili nido, tribunali dei minorenni a prendersi cura di loro, a volte anche il padre suo malgrado!

    Il fatto è che nelle rimanenti 442 pagine (nella mia edizione Bur febbraio 1952, presa in prestito dalla biblioteca di classe V A, nel 1965 e mai restituita) Lev ci da uno spaccato della società Russa del 1899 i cui rapporti di classe, con le relative sofferenze dei “vinti”, sono rimasti immutati e non risolti (non risolvibili?) in questi centosedici anni in tutto l’occidente.
    Un potere che ha mutato pelle, prima latifondista e ora finanziario ma con gli eterni cani da guardia: servi che emanano leggi all'uopo, forze del disordine, sistema carcerario disumano, magistratura sottomessa (che se non riga dritto, riempiendo le patrie galere di vittime del sistema, se la vede brutta assi) a cui si è aggiunta una sovranazionale legge di stabilità.

    Cosa è cambiato, che ci fa dire: esagerato? Lo sguardo diventato cieco ( Saramago docet).
    Infatti le relazioni interumane sono ora pura apparenza; la vita individuale dipende in tutto e per tutto dalle forze economiche che governano la società di massa (lo spread! ); gli individui sono meri consumatori e la loro felicità o infelicità viene misurata in quantità di beni consumati. La condizione umana, mediata dall'ideologia di questo sistema sociale dell’avere e non dell’essere (tanto per citare un’ovvietà) ha introiettato la virtualità che inevitabilmente si traduce nella disumanizzazione dei rapporti sociali in cui l'indifferenza domina.
    Soprattutto “La cultura si riduce a industria cultural,- dice il solito Adorno - la scienza è asservita al profitto, strumento di dominio sulle cose e sugli uomini.”
    Non è che Tolstoj sia vecchio o sclerotico, siamo noi che abbiamo la mente eternamente giovane ”non umana”, incapace di riflettere sui mali privati e pubblici. I ministri del parlamento U.E. non sono cattivi e men che meno quelli del Bundestag. Sono solo servi sciocchi. La cattiveria, come categoria mentale non esiste più, così come la bontà.
    Il loro stupore per le rivendicazioni “umane” della Grecia è frutto di questa virtualità, di questa nuova struttura mentale.
    La storia è morta. Le storie sono morte. Spero ardentemente che qualche mente dotata possa essere sfuggita alla mutazione e all’imitazione. Sicuramente, per ora, nessun “intellettuale” in circolazione è immune dall’omologazione. Una noia mortale travestita da ammirazione per la divina “forma”scaturita delle infinite possibilità della struttura del linguaggio.
    Pertanto, buone letture post moderne (o, in alternativa, periombelicali ) a tutti. Io, con orgoglio babucchista, mi rifaccio lo spirito (vocabolo archeologico) con i vecchi bacucchi.

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  • 3

    Molto profondo. L'ultimo libro dell'autore è forse un racconto della sua resurrezione. Molti temi e pensieri sviluppati con precise riflessioni...sull'etica, la morale, la politica. Una scrittura esem ...continue

    Molto profondo. L'ultimo libro dell'autore è forse un racconto della sua resurrezione. Molti temi e pensieri sviluppati con precise riflessioni...sull'etica, la morale, la politica. Una scrittura esemplare e una descrizione saggia dei vari personaggi compensano, a parer mio, una trama lenta che è la cornice che racchiude il pensiero e lo "sfogo" dell'autore. Nel complesso lo consiglio fortemente a chiunque voglia porsi alcuni interrogativi morali che, nonostante l'ambientazione remota, sono perfettamente riconducibili all'attuale contesto storico.

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  • 5

    Splendido

    capolavoro di Tolstòj, questo libro parla del cammino esteriore di Nehliudov, il protagonista, riflesso di quello interiore. Un uomo, dal passato peccaminoso, che giunge al perdono verso se stesso e g ...continue

    capolavoro di Tolstòj, questo libro parla del cammino esteriore di Nehliudov, il protagonista, riflesso di quello interiore. Un uomo, dal passato peccaminoso, che giunge al perdono verso se stesso e gli altri. Il libro è lungo, ma coinvolgente e scorrevole. Merita arrivare in fondo per gustare le ultime pagine, intense di significato e di commozione.

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  • 3

    Ultimo romanzo di Tolstoj, ispirato a un fatto realmente accaduto, parzialmente autobiografico, il libro racconta la storia di Ljubaša o Katjuša Maslova e di Dmitri Ivanovic Necljudov (accidenti quant ...continue

    Ultimo romanzo di Tolstoj, ispirato a un fatto realmente accaduto, parzialmente autobiografico, il libro racconta la storia di Ljubaša o Katjuša Maslova e di Dmitri Ivanovic Necljudov (accidenti quanti nomi!), sullo sfondo della società russa di fine Ottocento e del sistema giudiziario e penitenziario dell’epoca, descritto nella sua ingiustizia, crudeltà e corruzione.
    Superata l’immediata impressione di intento educativo dell’opera, piano piano sono stata presa dalla vicenda e dal mutamento interiore dei due personaggi principali. La registrazione dei loro pensieri mostra il percorso tutt’altro che lineare del cambiamento (dubbi, rimorsi, rimozioni, determinazione, paura, cedimenti, autocompiacimento, rabbia, convenienza, orgoglio, vergogna, compassione…) e lo rende in modo autentico e credibile, sia nella “caduta” che nella “redenzione”.
    I tagli purtroppo si sentono e probabilmente mancano alcuni passaggi nella trasformazione di Katiuscia che, avendo letto la trama, era la parte che mi interessava di più.
    Delusione per il finale, quando Necljudov, leggendo il “Discorso della montagna”, pare che trovi finalmente la strada da percorrere, quando in realtà si è già incamminato su quella strada da un pezzo e ci è arrivato attraverso un lavorio della coscienza tutto umano e tutto suo. Sembra quasi un pezzetto appiccicato a posteriori, per accontentare chissà quale esigenza. Mi è capitato di osservare in alcuni religiosi cristiani molto modesti e che stimo molto la ferrea determinazione nell’attribuire a un ente superiore tutto ciò che di giusto e buono l’uomo può compiere, onde evitare la vanità e l’adorazione di santi che distoglie da Dio (un riferimento alle recenti canonizzazioni? nooooooooo). Potrebbe essere una spiegazione. Ma se un Dio doveva esserci, io avrei comunque preferito il Dio che agisce attraverso la coscienza, che attraverso le sacre scritture.
    La Mandracchia è brava, l’ho sentita in altre letture e mi è piaciuta ma, personalmente, trovo il suo stile più adatto a testi meno profondi e cupi.
    [I classici della letteratura. Il terzo anello. Ad alta voce. Legge Manuela Mandracchia. Traduzione di Emanuela Guercetti. Tempo 7 ore e mezza. Sicuramente una riduzione.]

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  • 5

    Resurrezione

    Titolo: Resurrezione
    Autore: Lev Tolstoj
    Anno di pubblicazione: 1899
    Genere: Romanzo
    Voto: 5/5

    Suggerirei di incominciare dal titolo, per due semplici ragioni : voler iniziare da un qualsiasi punto ch ...continue

    Titolo: Resurrezione
    Autore: Lev Tolstoj
    Anno di pubblicazione: 1899
    Genere: Romanzo
    Voto: 5/5

    Suggerirei di incominciare dal titolo, per due semplici ragioni : voler iniziare da un qualsiasi punto che sia convenzionalmente accettato come un punto da cui iniziare (Temo di aver perduto la capacità di scrivere, tant'è che non mi ci sforzo) , e in secondo luogo, voler esprimere quanto più possibile ci sia da aggiungere su un termine di tale portata, in connessione con i contenuti del romanzo. Tralasciando i particolari che vedono me stessa "risorta" dal letargo dei mesi critici per uno studente, si tratterebbe più propriamente di una personale resurrezione morale non ancora completamente compiuta ma in progressiva via di sviluppo all'unisono con il personaggio principale dell'opera: Necliudov. Solo Necliudov, senza nomi di battesimo; anzi, principe Necliudov, per la precisione.

    La caratteristica peculiare che maggiormente mi colpisce di questo testo, è che non sia possibile spendere ulteriori parole. La lettura del testo basta ad innescare un forte meccanismo di riflessione profonda, impregnata di un religioso silenzio, destinato ad ostacolare ogni tentativo di espressione delle sensazioni provate, dei pensieri scaturiti dalla lettura delle parti in cui è fortemente ripudiato l'uso della violenza nelle carceri, ma non solo : sulla categoria umana in generale, su animali, su cose, sulla coscienza impalpabile della gente. La violenza, fisica e morale che sia, quella che definirei il più alto tradimento che la vita abbia potuto riservarci, è narrata alla luce di una "resurrezione", di un risveglio morale dalle tenebre dell'ingiustizia, dell'iniquità, delle usurpazioni della classe dei possidenti nei confronti di chi non ha. In molti punti è visibile il contrasto tra le classi ricche e la sterminata massa di contadini che si estende sul vasto territorio russo, dominato dalla povertà delle campagne, sfruttate dai latifondisti. Oltre al retroscena politico tolstoiano, ovvero una spiccata tendenza socialista, è ravvisabile un desiderio umanitario di proporzioni immani. Non scambiate un tale nobile tentativo di rabbonire gli animi umani ed estirparvi i fattori che viziano il riavvicinamento al valore supremo della Fede per una storia d'amore finita male. Comprendete che possa essere una metafora, la grande metafora della conflittualità tra giusto e ingiusto, tra rettitudine e immoralità.

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  • 5

    非常細膩地寫出了一個人內心如何從環境逐漸改變的掙扎過程,透過文字更是描繪出了當時社會階層的亂象。 ...continue

    非常細膩地寫出了一個人內心如何從環境逐漸改變的掙扎過程,透過文字更是描繪出了當時社會階層的亂象。

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  • 3

    Polveroso e soporifero

    Momento di panico quando, spulciando il link relativo ai miei libri in lettura, ho trovato Resurrezione. Che in effetti ho finito da un bel po' di mesi ma di cui ricordo poco e niente, se non che è la ...continue

    Momento di panico quando, spulciando il link relativo ai miei libri in lettura, ho trovato Resurrezione. Che in effetti ho finito da un bel po' di mesi ma di cui ricordo poco e niente, se non che è la storia fumosa e pesantissima di un tipo che in passato ha fatto del male a una tipa e ora vuole metterci una pezza.
    Intendiamoci, io amo follemente Tolstoj e il suo Guerra e Pace troneggia al numero 1 nella classifica dei miei libri preferiti di tutti i tempi e i luoghi. Ho amato Anna Kerenina e La sonata a Kreutzer, ho ammirato la perfezione stilistica di La morte di Ivan Il'ic, ho letto con discreto interesse L'adolescente e non vedo l'ora di gustare Felicità familiare.
    Ma Resurrezione no: ho letteralmente arrancato sulle sue pagine, polverose e buie e soporifere.

    said on 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/12/20/resurrezione-lev-nikolaevic-tolstoj/

    “D’un tratto nella sua mente sorse straordinariamente vivida l’immagine delle detenuta coi suoi occhi neri, lievement ...continue

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/12/20/resurrezione-lev-nikolaevic-tolstoj/

    “D’un tratto nella sua mente sorse straordinariamente vivida l’immagine delle detenuta coi suoi occhi neri, lievemente strabici. Come aveva pianto dopo aver finito di parlare. Nervosamente egli schiacciò nel portacenere la sigaretta che stava fumando, ne accese un'altra e si mise a camminare su e giù per la stanza. E uno dietro l’altro presero forma nel suo ricordo i momenti trascorsi con lei. Rammentò l’ultimo appuntamento, la passione che s’era impossessata di lui e la disillusione provata dopo aver soddisfatto i sensi...Ritrovò la propria immagine di un tempo...Enorme la differenza tra l’uomo che era stato allora e quello di adesso...allora egli era un uomo forte e libero, davanti al quale si aprivano possibilità infinite. Ora si sentiva impigliato ovunque nella rete di una vita sciocca, vuota, senza scopo, insulsa. Irretito com’era, non vedeva alcuna via di uscita e gli mancava quasi completamente la volontà di trovarne una. Si ricordò com’era fiero una volta della propria dirittura, come s’era fatto una norma di dir sempre la verità. E la diceva sempre. Ora invece era immerso completamente nella menzogna; nella più tremenda delle menzogne: quella che tutti gli uomini del suo ambiente prendevano per verità”.
    (Lev Nikolaevič Tolstoj, “Resurrezione”, Biblioteca Universale Rizzoli)

    Il mio rapporto con Tolstoj nacque sotto una cattiva stella, quella di “Anna Karenina”, romanzo letto in edizione troppo economica, forse tradotta male, certamente incapace di suscitare in me emozioni tali da indurmi a leggere altre opere dello stesso autore. Più tardi, “La morte di Ivan Il’ic” e “La sonata a Kreutzer” mi fecero capire perché le mie grandi aspettative su Tolstoj non fossero infondate. Un giorno affronterò anche “Guerra e pace”, ma intanto posso già affermare che “Resurrezione” ha confermato, anzi aumentato, la stima che ho verso questo grande scrittore. Spesso, per questioni territoriali e anagrafiche, si paragonano Tolstoj e Dostoevskij, come ad esempio fece Merezkovski nel libro che ho letto qualche mese fa. Personalmente non amo questo genere di paragoni (anche se ora lo sto facendo), ma premesso che Dostoevskij resta, per me, una spanna oltre tutti gli altri romanzieri, devo anche ammettere, oltre al ritardo nella riscoperta di Tolstoj, una sorta d’inconscio pregiudizio che mi teneva lontano da “Resurrezione”. Fuorviato dal titolo e dalla pigrizia che non mi aveva fatto indagare abbastanza, credevo fosse solo una storia di redenzione, magari troppo improntata a una religiosità che non sento mia. Peraltro, già sapevo che questo genere di pensieri sono abbastanza stupidi, perché proprio Dostoevskij mi aveva già ampiamente dimostrato, con “I fratelli Karamazov”, che l’argomento Dio, comunque la si pensi al riguardo, può essere oggetto di romanzi strepitosi, non apologetici né dogmatici.
    Tolstoj aveva settantuno anni quando scrisse, nel 1899, "Resurrezione", quindi la morte avrebbe potuto coglierlo da un momento all'altro (in realtà la morte può sempre coglierci da un momento all'altro, ma non c'entra con l’articolo, n.d.r.). Bene, se anche avesse scritto solo trenta pagine di questo romanzo, avrebbe comunque lasciato una grande opera, questo il pensiero che mi è venuto in mente dopo averne letto i primi capitoli. In realtà, lo completò con altre 460 paginette (dell’edizione che ho letto) e campò altri undici anni, alla faccia di questa mia gufata postuma. Dalla biografia è possibile capire come nella fase finale della sua vita egli si battesse per una religiosità lontana dagli stantii e falsi dogmi della chiesa ufficiale, per il miglioramento delle condizioni di vita degli umili e più in generale per un distacco dai beni materiali che culminò nella celebre fuga dalla famiglia poco prima della morte. Tolstoj riteneva che il romanziere dovesse, con la sua opera, assumersi un impegno non solo di tipo estetico, ma anche morale, etico. “Resurrezione”, sotto questo profilo, è uno specchio esemplare di una tale concezione artistica.
    La storia è prospettata, nelle sue grandi linee, sin dalle prime pagine, tanto che non temo, scrivendone, di rovinare la lettura agli eventuali lettori di quest’articolo. Il principe Necliudov fa parte della giuria popolare di una Corte d’Assise e deve giudicare, tra gli altri casi, anche quello di Katia Maslova, una prostituta accusata ingiustamente di aver derubato e avvelenato un ricco mercante suo cliente, in combutta con altri due ambigui personaggi. Necliudov riconosce, nella Maslova, una giovane che egli, oltre dieci anni prima, aveva sedotto e abbandonato, quando lei era appena diciottenne. La Maslova, orfana a soli tre anni, era stata cresciuta e bene educata nella casa di due zie del Necliudov. Lì egli l’aveva conosciuta. Ricco, dedito in gioventù a bagordi e poco incline all’amore romantico, il principe si era invaghito della Maslova ed essa, ingenua, aveva ceduto alla sua corte, restando anche incinta. L’abbandono da parte del principe, dedicatosi alla vita militare, il successivo infruttuoso peregrinare alla ricerca di un lavoro e la morte del piccolo avevano indotto la Maslova a diventare una prostituta. Al momento del processo, quindi, Necliudov si rende conto che è soprattutto per colpa sua se quella ragazza aveva abbracciato quella professione e se si trovava lì, con il rischio di essere mandata in Siberia. Il resto della trama lo lascio alla scoperta del lettore.
    Qualcosa di più posso aggiungerlo, invece, sui temi generali del romanzo. Il principale è certamente quello della redenzione morale di Necliudov e della stessa Maslova. Il principe, che anche al momento del processo è un ricco, stimato, bramato personaggio, si rende conto, nel corso del dibattimento ma soprattutto successivamente, che la sua esistenza era fondata su convincimenti egoistici, e il rimorso lo rode tanto da indurlo a provare nausea per tutto il mondo che frequenta. I ricevimenti in palazzi sontuosi, le relazioni mondane, la relazione con la moglie di un altro, tutto gli appare vuoto, adesso che ha scoperto la tremenda condanna che egli, con i suoi atteggiamenti, ha inflitto a un altro essere umano, alla Maslova, per giunta colei che lo amava. Necliudov, quindi, non solo prende a cuore la sorte della Maslova, ma anche quella di altri detenuti che, in qualche modo, riescono a mettersi in contatto con lui durante le visite che egli fa in carcere alla Maslova. Tolstoj denuncia la condizione inumana nella quale erano tenuti i detenuti, talvolta accusati di delitti inesistenti o messi dentro per motivazioni politiche, o ancora in attesa che la macchina burocratica dello stato si decida a esaminare i loro ricorsi.
    Prima ancora che della drammatica situazione carceraria, l’autore si sofferma sulla fase antecedente, cioè quella del giudizio. Necliudov, prima di entrare in crisi e decidersi ad agire, è paralizzato, in camera di consiglio non solleva obiezioni, non parla, sospeso tra i ricordi e la paura che la sua relazione con la Maslova possa venire alla luce. Per lui, quindi, decidono gli altri giudici, sia popolari che togati, e di questi Tolstoj ci dà un ritratto tragicomico. L’idea che passa è che la vittima, solo perché tale e indipendentemente da tutto, sia un esemplare di russo eroico, mentre la Maslova, se anche non fosse una ladra e assassina (come in effetti non è), sarebbe da biasimare per la sua disonorevole professione. Peccato, però, che nell’aula tutti la guardino con lascivia difficile da dissimulare. L’ipocrisia regna e Tolstoj non manca di rilevarla, con la sua penna lucida. Su un piano ancora più alto, Tolstoj c’induce a riflettere sul tema della giustizia, su come spesso la società nutra in sé stessa i germi del male, salvo poi lavarsi la coscienza con la punizione del reo, infine sul diritto che ci arroghiamo di giudicare il prossimo senza prima aver guardato a fondo in noi stessi.
    Altro argomento del romanzo è la questione della terra. Necliudov, convintosi ad abbandonare tutto per dedicarsi alla causa della Maslova, si reca in campagna, presso i suoi possedimenti, dove ha modo di verificare la condizione disagiata in cui versano i contadini che lavorano le sue terre. La proprietà gli appare così un furto e decide di regalare loro le terre, cercando un modo più equo di ripartire lavori e guadagni.
    Tema cardine del romanzo, però, è certamente la redenzione morale dei protagonisti. Necliudov vuole redimersi, prova schifo per tutto ciò che fino al processo lo aveva sorretto, ma deve scontrarsi con l’inevitabile necessità di rapportarsi ancora a certi personaggi potenti, se non altro per ottenere dagli stessi la revisione del processo alla Maslova e agli altri detenuti che ha preso a cuore. Tolstoj è abile nel rappresentarci il travaglio di quest’uomo dilaniato, che vorrebbe sbattere in faccia la sua nuova verità a tutti coloro che invece continuano a invitarlo a festini vari, ma che deve sopportare questo peso se vuole riscattare anche l’esistenza della Maslova. Le dinamiche psicologiche tra i due non è il caso di svelarle, ma anche sotto questo profilo il romanzo non si smentisce. Tolstoj si scaglia anche contro una religione divenuta ormai di facciata, dogmatica, in mano a predicatori che traviano il messaggio del Cristo, non necessitante, a suo parere, di alcun interprete che s’interponga tra l’uomo e Dio.
    Tutto questo scritto (e tradotto) in maniera impeccabile. A differenza della traumatica esperienza con la Karenina, che mi causò non pochi colpi di sonno (ma ripeto, mi riservo una rilettura), in questo romanzo non ho percepito momenti deboli sotto il profilo narrativo e quindi, nonostante la “soluzione” cui perviene Tolstoj (e il protagonista Necliudov) non mi convinca totalmente, ne devo riconoscere la grandezza artistica e di conseguenza chiudere quest’articolo con la mia personale redenzione su Tolstoj, che con questo romanzo mi ha definitivamente convinto delle sue qualità (ma non avevo molti dubbi, sebbene Dostoevskij...No! i paragoni sono stupidi!).

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