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Revolutionary Road

By Richard Yates

(144)

| Hardcover

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Book Description

765 Reviews

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    “… una gran bella imitazione di Madame Bovary…”

    Accidenti, che libro!
    L’ho iniziato, devo dire, con un certo pregiudizio: troppe lodi, troppo americano, troppe pagine. Temevo una sottostante fregatura, e quindi sono stata all’erta per prenderlo subito in castagna.
    Invece quello che io pensavo (an ...(continue)

    Accidenti, che libro!
    L’ho iniziato, devo dire, con un certo pregiudizio: troppe lodi, troppo americano, troppe pagine. Temevo una sottostante fregatura, e quindi sono stata all’erta per prenderlo subito in castagna.
    Invece quello che io pensavo (anzi, che non avevo ancora compiutamente pensato) lo ha detto lui: è lui che tira fuori quella frase, mi sembra che tu stia facendo una gran bella imitazione di Madame Bovary; sì, il bovarismo, malattia infantile del provincialismo, che permea tutto il romanzo.
    Qui i Bovary sono due, entrambi i protagonisti, un uomo e una donna insopportabili. Lui un manesco sempre sull’orlo dell’ubriachezza, un mediocre che pensa di essere un genio e che si sente molto anticonformista perché anziché sul divano si siede sul tavolino da tè. Lei, la regina delle ambizioni frustrate, priva di qualsiasi talento per qualsiasi cosa, vive all’ombra del marito ed è eternamente occupata a cercare di plasmarlo secondo i suoi desideri, allo scopo di farlo diventare, possibilmente, una persona completamente diversa. Siamo negli anni cinquanta, questi sono due prototipi.
    Il loro è un matrimonio fondato su un amore cannibale, distruttivo e autodistruttivo, rivestito però sempre di una patina odiosa di buone maniere (scusa, mi dispiace, non volevo, è colpa mia, hai ragione, come vuoi tu); si menano, si massacrano psicologicamente, ma dopo sono molto gentili. Probabilmente non si sono mai amati ma si sono trovati un po’ per caso a dividere la vita; anzi, potremmo dire che sono incapaci di amare, come dimostra il fatto che i loro figli sono, in sostanza, la personificazione dei loro sensi di colpa.
    Le ragioni di questa anaffettività credo dipendano dall’insoddisfazione che domina le loro vite: sentono di non aver mai fatto quello che davvero volevano, danno la colpa all’ambiente circostante, vanno alla ricerca di una soluzione altrove, al di fuori di sé stessi.

    Questi due simpaticoni si muovono in un contesto di assoluta ordinarietà, vivono del lavoro di lui e abitano in una bella villettina.
    Il lavoro e il quartiere sono parti essenziali del romanzo: l’uomo, nella sua limitatezza, pensa che per conservare la propria identità si debba evitare qualsiasi lavoro che possa essere “interessante”, quindi coinvolgente. Chiede solo uno stipendio che gli dia modo di fare quello che vuole; il risultato è una vita di noia e monotonia, in cui il tempo è scandito dalle pause pranzo e pause caffè. L’iniziale anelito a un’esistenza libera si è trasformato nella sua prigione, mortificando perfino le sue capacità intellettive.
    L’ambiente casalingo è l’altro fattore determinante. Siamo alla periferia di New York ma sembra di essere in un altro mondo (come forse sono tutte le periferie). L’arredamento è specchio di un “vorrei ma non posso” che anima la vita della coppia (vorrei essere non allineato ma non ci riesco e quindi ho gli stessi mobili che hanno tutti, ma sistemati a casaccio); in compenso, l’unico angolo che emana calore umano è quello che essi non avrebbero mai voluto: la provincia del televisore, geniale espressione! (“Dobbiamo farlo per i bambini, ti pare?”)
    Ma in generale l’architettura in questo libro diviene anch’essa elemento narrativo: la sede dell’azienda dove lui lavora (parallelepipedo squadrato piatto e banale) emana massiccio buon senso; la villetta parla di felici armonie, non prevede ombre ed è inserita in una zona dai colori pastello, un paese dei balocchi artificiale come la vita che è destinata ad accogliere…

    Bene, questo è il quadro d’insieme; l’Autore è abilissimo nel creare una tensione crescente che si annida negli infiniti dialoghi sul nulla, nella banalità di un’esistenza scialba e inconsistente; si percepisce la vibrazione di una tragedia che sta per esplodere sotto l’apparente immobilità; si intuisce la patologia dietro la normalità, tanto che l’unico personaggio che sembra davvero autentico è colui che sta seguendo un programma di uscite graduali dall’ospedale psichiatrico.
    Un libro durissimo perché va a toccare i nervi scoperti di ciascuno di noi, va a scardinare tutto ciò che ci dà conforto e sicurezza e stabilità; là dove usiamo rifugiarci (la casa, la famiglia) può esserci la porta verso l’inferno.

    Bello, non prende il punteggio pieno perché troppe lodi, troppo americano, troppe pagine…

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    Momi said on Aug 29, 2014 | 13 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Una buona partenza, la storia è interessante e cattura l'attenzione.
    Poi sul finale perde un po' in mezzo ad accuse e malessere.
    Finale non scontato e doloroso..

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    chia said on Aug 21, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Ma il bello è che non si tratta nemmeno del miglior Yates...

    Lui è Frank Wheeler, impiegato trentenne (alquanto anonimo e scioperato) in una grande azienda di New York. Lei è sua moglie April, madre e casalinga, non più in fiore ma ancora discretamente carina. Nel tranquillo sobborgo residenziale di Revolution ...(continue)

    Lui è Frank Wheeler, impiegato trentenne (alquanto anonimo e scioperato) in una grande azienda di New York. Lei è sua moglie April, madre e casalinga, non più in fiore ma ancora discretamente carina. Nel tranquillo sobborgo residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut, la loro vita ha tutte le carte in regola per essere definita invidiabile: una bella casa rassicurante, due figli piccoli in piena salute, la stima di tutto il vicinato e un legame di coppia che si direbbe d’acciaio. Ben poco in quest’idillio, tuttavia, corrisponde a verità. Formidabile per eloquio e piacente d’aspetto, Frank passa per essere una mente assai brillante e tende a cadere lui per primo in questo sostanziale equivoco, rivendicando a vanvera vaghe aspirazioni e un impegno intellettuale che sono pura facciata. April, al suo fianco, non coltiva certo più interessi di lui: ex allieva – “scarsamente dotata di talento” e “scarsamente animata d’entusiasmo” – di una scuola di recitazione abbandonata ai tempi della prima gravidanza e del matrimonio, cerca una patetica occasione di riscatto grazie al ruolo di protagonista che si è ritagliata nella filodrammatica locale, la Compagnia dell’Alloro, la cui prima e unica rappresentazione è però destinata a clamoroso insuccesso. Anche la convivenza dei coniugi all’interno della grande periphery newyorkese non è poi chissà quanto armoniosa. Dietro la maschera di una coscienziosa quanto cordiale rispettabilità, si cela il generalizzato disprezzo per una comunità di “omiciattoli pieni di paura”, frequentati controvoglia più per abitudine che per altre ragioni, ma guardati con orrore come specchio di ciò in cui ci si sta rapidamente trasformando. I fantomatici “sobborghi” dove “allevare figli in un bagno di sentimentalismo”, dove i vicini Shep e Milly Campbell rappresentano la spalla ideale (nella loro mediocrità) cui sostenersi quando si sparla di chiunque altro, dove l’agente immobiliare Helen Givings non è seconda a nessuno nel patrocinare con abnegazione la causa di un American Dream già prossimo all’avvizzire, e dove il perbenismo a tutto campo suona più come una condanna che non come l’incanto cui aspirare, i bucolici “sobborghi” della prima provincia, allegri e color pastello all’ombra delle torri metropolitane, sono la gabbia per i fragili sogni e l’inatteso teatro di un dramma silenzioso ma incombente. Il vero problema dei Wheeler è che non c’è amore nella loro vita. Né per il prossimo, né per figli in fondo non voluti, né per una quotidianità soffocante, né – soprattutto – l’uno per l’altra. Il reciproco adulterio, consumato in entrambi i casi per noia, non sarà sufficiente a spezzare l’impasse con moti d’orgoglio o reazioni virtuose. Né sarà abbastanza il progetto di un definitivo trasferimento a Parigi di tutta la famiglia, coltivato dalla donna e accolto dal marito con finto entusiasmo per evitare il rischio di nuovi scontri frontali, salvo poi essere accantonato forzosamente non appena si presenti l’opportunità di una modesta ascesa sul fronte lavorativo (con l’alibi comodissimo di una nuova, indesiderata gravidanza, pronto all’uopo).

    Battuta nella finale del National Book Awards 1962 dal (modesto) “The Moviegoer” di Walker Percy, l’opera prima di Richard Yates possiede già tutte le peculiarità della scrittura “entomologica” e di quel “realismo sporco” che sarebbero diventate le cifre espressive del grande romanziere di Yonkers. Tutte le tematiche a lui care – dall’implosione nervosa della famiglia ai falsi miti del sogno americano, dalla solitudine all’incomunicabilità tra individui nella società contemporanea, sono qui presenti, declinate con una lucidità nello sguardo che sorprende davvero, per un esordiente. Lo stile è già quello potente e asciutto dei lavori successivi, prodigioso il controllo, perfetta l’imperturbabilità nell’osservazione di una tragedia inevitabile, persino umoristico il taglio (solo a tratti però) ma mai incline al cinismo. Da molti “Revolutionary Road” è considerato il capolavoro di Yates, il libro per il quale il Nostro meriterà di essere ricordato. Non sono del tutto d’accordo, gli preferisco ancora i sottovalutati “Cold Spring Harbor” e “Disturbing The Peace”, ma non vi è dubbio che si tratti di un’opera eccezionale, con protagonisti semplicemente memorabili e, col senno di poi, paradigmatici. Anche senza ricorrere a sentimentalistiche forzature “a effetto”, osservati con il necessario, neutro distacco, i Wheeler diventano l’emblema di un fallimento universale. Imprigionati in “un’enorme, oscena illusione, la grande menzogna piccolo borghese, l’idea che, una volta messa su famiglia, si debba rinunciare alla vita reale e sistemarsi”, conducono la loro esistenza in maniera “zelante, sciatta, pretenziosa” e “tutta sbagliata”. Hanno coscienza dei limiti di uno schema che detestano, ma a mancare loro è la forza di ribellarvisi, proprio come tutti i rappresentanti dell’odiato vicinato (tranne il figlio dei Givings, John, il solo a intuire la reale natura delle dinamiche all’interno della coppia e, non a caso, l’unico dei personaggi considerato pazzo a tutti gli effetti). Restano fermi ai buoni propositi (di lei), magari utopici o avventati, come ai bei discorsi (di lui), ma lo scatto positivo della dignità, dell’intelligenza, dell’amor proprio, è strozzato in partenza da quello stesso insinuante conformismo contro il quale si illudono di poter vincere. Al centro della scena, la relazione tra Frank e April: una pericolante architettura di finzioni, una partita a scacchi destinata a chiudersi con una sconfitta condivisa, un raggelante deserto di emozioni e affetto che toglie il fiato al lettore. Se qua e là la tensione pare allentarsi, non si può muovere alcuna critica al finale, eccezionale, che Yates ha confessato di aver scritto prima di tutto il resto e che rivela curiose quanto involontarie (forse) connessioni con quelli dei due più noti romanzi di John Barth, “L’Opera Galleggiante” e “La Fine della Strada”.

    Per il resto non rimane che copincollare quanto già scritto a proposito dell’autore nelle critiche di altre sue opere. Yates non è spietato come molti hanno detto. E’ un umanista che non silenzia la disperazione. Fa recitare a turno i suoi attori (indimenticabile, tra gli altri, la figura di Shep) ma si tiene sempre a debita distanza dal loro dramma, aiutando il lettore a scongiurare il fardello di una completa immedesimazione. Gli interessano gli esseri umani al netto degli artifici letterari. Con pochi tratti brucianti ed essenziali riesce a caratterizzare in maniera miracolosa l’intima sostanza dei diversi personaggi, ed il realismo e l’onestà della sua narrativa si rivelano sin da qui limpidissimi, mirabili, non comuni. Tutti soffrono senza clamore come avvelenati poco alla volta dalla consapevolezza di una frattura non più recuperabile dentro di loro, lo scarto fra ciò che avrebbero voluto (e ancora vorrebbero) essere e ciò che sono in realtà. sulla dipendenza irriducibile dalle proprie e dalle altrui debolezze, sul bagaglio di aspirazioni puntualmente disattese e destinate a languire in una secca di rancore strisciante e sostanziale impotenza. “Revolutionary Road” è l’opera di uno scrittore straordinario, quindi, nel rendere le psicologie e i legami interpersonali – con il loro carico di silenzi, di ellissi, con tutti i relativi impliciti rapporti di forza, con il peso delle convenzioni consolidate – nello svelare il retropalco di ansie, egoismi spiccioli e insoddisfazione che fa da contraltare al perbenismo apparente e radioso delle comuni famiglie della classe media. E non importa che si parli degli anni cinquanta. La sua impietosa indagine su una crisi generalizzata non potrebbe essere più attuale.

    [Una curiosità: per quanto (come sempre in Yates) si beva spesso e volentieri, i Wheeler sembrano quasi delle educande rispetto ai viziosi protagonisti di altri testi dell’autore. Tutto sommato fuori luogo la bottiglia di Whiskey scelta come simbolo per la copertina dell’edizione dei Minimum Classics. Forse la guida di “Francese per principianti” sarebbe stata più indicata.]

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    Seashanty said on Aug 21, 2014 | Add your feedback

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    《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》綜合讀後感:剖析人性慣有的懦弱

      「如果我的作品有什麼主題,我想只有簡單的一個:人都是孤獨的,沒有人逃脫得了,這就是他們的悲劇所在。」-理查‧葉慈

      這個暑假一口氣看完了理查‧葉慈全部的中譯本。《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》皆是長篇小說,主角的處境都有些類似;故事情節某些部分也有雷同,在在傳達出一種訊息:人總是慣於逃避真實的自我與過去的傷害,使盡全力去追求所謂「幸福生活」,彷彿是在催眠自己,最後總是徒勞無功。事實上這不就是所有 ...(continue)

    《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》綜合讀後感:剖析人性慣有的懦弱

      「如果我的作品有什麼主題,我想只有簡單的一個:人都是孤獨的,沒有人逃脫得了,這就是他們的悲劇所在。」-理查‧葉慈

      這個暑假一口氣看完了理查‧葉慈全部的中譯本。《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》皆是長篇小說,主角的處境都有些類似;故事情節某些部分也有雷同,在在傳達出一種訊息:人總是慣於逃避真實的自我與過去的傷害,使盡全力去追求所謂「幸福生活」,彷彿是在催眠自己,最後總是徒勞無功。事實上這不就是所有人或多或少都存在著的通病?要去揭露並承認自己的軟弱與傷疤,是何等痛苦的事,而要去接受這世界未必會存在發自內心去愛與真正了解自己的人,更是難以承認的事情。

      理查‧葉慈筆下的人物都很平凡,可說是處處可見,所擁有的想法都和一般人並無不同,才會輕易使人感到蒼涼感,因為真實,所以感受更深,人性常見的醜陋心理,也在各部作品裡面用輕盈的手法揭露出來。若要以個人的喜好來看,這三部作品的喜好順序是《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》。

      《幸福大道》以個性迥然不同的姊妹各自以不同方式爭取幸福,道出不同女性的悲傷,感受較深,也可能因為我還未進入婚姻,另兩本著作讀來雖也流暢吸引人,但目前感受就沒有那麼強烈,三本作品都有可讀性,不過建議想看的讀者們不要像我一樣短期間內一口氣讀完,因為作品之間有些類似,也許會有點麻木感,就不能好好感受理查‧葉慈作品的魅力,不過明明具同質性但還是一本一本的讀下去,也是證明了理查‧葉慈作品的魅力吧。

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    Emma Lu said on Aug 4, 2014 | Add your feedback

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    Frank e April sono giovani, carini, sposati, con una vita apparentemente perfetta.
    Solo che, scava scava, ci si rende conto che è tutt'altro. Vivono in una costante finzione, fatta di recite e buoni costumi, in un dedalo di regole e obblighi dettati ...(continue)

    Frank e April sono giovani, carini, sposati, con una vita apparentemente perfetta.
    Solo che, scava scava, ci si rende conto che è tutt'altro. Vivono in una costante finzione, fatta di recite e buoni costumi, in un dedalo di regole e obblighi dettati dalla morale comune e dalla società.
    A poco a poco si rendono conto di essere tremendamente insoddisfatti, di non avere nulla da dirsi (nè tra loro nè con altri) se non pettegolezzi atti a rendere un pochino meno infelici le loro vite.
    C'era un mio amico che diceva che le persone si dividono in tre categorie: quelle che si accontentano, perchè in fondo non si rendono conto della loro insoddisfazione e mediocrità, quelli che continuano a cercare qualcosa di più, quelli che effettivamente sono felici delle loro vite e sono coscienti della loro felicità.
    Ne nacque una discussione filosofica (anche parecchio pesante) su quale delle tre categorie vivesse meglio. Arrivai alla conclusione che, forse, rimanere nella propria beata ignoranza e accettare quello che la vita ci dà (o quello che scegliamo di darci) fosse la scelta migliore (considerato che la terza categoria non è così facile da individuare e può confondersi con la prima).
    Però...
    Però, anche io come Frank e April mi sono trovata più volte a guardare all'erba del vicino come se quel vicino fosse migliore di me, per poi provare una sorta di morbosa soddisfazione nel vedere che in realtà, quell'erba, a guardarla bene era avvizzita e bruttarella. Insomma, rendermi conto (e rendersi conto) che la vita dorata di certe persone in realtà tanto dorata non è, inevitabilmente accresce la propria autostima. E' così che anche la vita più infelice acquista, per un momento, un sapore migliore.
    E allora, io, non sono tanto diversa da Frank e April. Forse, come diceva Pirandello, siamo uno, nessuno e centomila volti, e il volto vero, alla fin fine, non esiste.
    Ci si ritrova, ad un certo punto, a dover fare determinate scelte: trovarsi un lavoro rispettabile, prendere casa, sposarsi, fare figli. E dopo aver preso tutte queste decisioni e averle messe in atto, ritirarsi pian piano dalla vita sociale. O, almeno, questo è quello che la società vorrebbe che una persona "normale" facesse.
    Una volta fatto tutto per benino, si ritorna al discorso di cui sopra: o ci si accontenta o si cerca qualcosa in più.
    Il paradosso è che quando si pensa di essere migliori di altri, non ci si rende conto di essere esattamente uguali a loro.
    Inutile dire che, secondo me, questo libro è meraviglioso!

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    Pitulina (ex Lucy in the sky...) said on Jul 29, 2014 | Add your feedback

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    Una volta tanto ho azzeccato la tempistica di lettura.


    “Ci meravigliamo per la sua scrittorialità perfetta, la sua durevolezza quasi elementare di oggetto costruito puramente di parole che sconfigge ogni tentativo di classificazione. Realismo, naturalismo, satira sociale -i raggruppamenti critici standa ...(continue)


    “Ci meravigliamo per la sua scrittorialità perfetta, la sua durevolezza quasi elementare di oggetto costruito puramente di parole che sconfigge ogni tentativo di classificazione. Realismo, naturalismo, satira sociale -i raggruppamenti critici standardizzati -vanno a farsi benedire di fronte a questo splendido libro.” Queste poche righe tratte dalla prefazione di Richard Ford dell’edizione Minimumfax già sarebbero sufficienti a descrivere la grandezza di questo romanzo, ma voglio fare ugualmente qualche piccola considerazione personale.
    Inizio con il dire che sono contenta di aver letto "Revolutionary Road" dopo “Babbitt” (qui puoi leggere la recensione http://lemieletturecommentate.blogspot.it/2013/12/babbi… e “Il grande Gatsby” ( qui puoi leggere la recensione http://lemieletturecommentate.blogspot.it/2014/01/il-gr… e sono pure felice che le mie sensazioni siano state confermate dalle parole stesse di Richard Yates, riportate nell’edizione di Minimumfax.
    “Il grande Gatsby, insieme a buona parte dei libri di Fiztgerald, ha rappresentato la mia iniziazione ufficiale al mestiere di scrittore. <…> Ecco alcuni scrittori senza i quali non sarei riuscito a mettere insieme in maniera decente nemmeno mezzo libro: Dickens, Dostoevskij, Cechov, Conrad, E.M. Forster, Katherine Mansfield, Sinclair Lewis, Ring Lardner, Dylan Thomas, J.D. Salinger, James Joyce. ” (cit. postfazione di Richard Yates )
    Riconoscere delle ispirazioni, dei richiami ad altri autori, dei collegamenti, e poi averne conferma effettiva è una soddisfazione, mi fa pensare che i libri letti sono serviti a creare in me una struttura letteraria funzionante nonostante la mia scarsa memoria. Mentre leggevo questo romanzo ho ravvisato delle somiglianze stilistiche con Il grande Gatsby di Fitzgerald, somiglianze confermatemi poi dalle parole stesse dell'autore con le quali afferma di aver preso ad esempio il romanzo del suo predecessore aspirando ad una perfezione di linguaggio che in un certo qual modo lo emulasse.
    Durante la lettura ho inoltre avuto la sensazione che i protagonisti di "Revolutionary Road" potessero quasi essere gli eredi della società descritta in “Babbitt” di Sinclair Lewis, avrebbero potuto essere proprio i figli di Babbitt stesso! Per tutta la durata della lettura ho sentito i due libri collegati tra loro, come in una prosecuzione generazionale, e poi, sempre dalle stesse parole di Yates ho appreso che Sinclar Lewis è tra gli autori a cui lui si è ispirato. Sono stata fortunata ad aver letto casualmente prima questi due grandi romanzi e ad avere avuto la possibilità di ravvisare delle somiglianze e delle parentele, e per questo sento di consigliare a chi vuole leggere "Revolutionary Road" di dedicarsi prima alla lettura di “Babbitt” e de “Il grande Gatsby”, ne trarrà sicuramente un piacere maggiorato.
    Ho amato da subito questo romanzo, e non perché mi piacessero particolarmente i suoi protagonisti, bensì proprio per la sua ironica e tragica al tempo stesso messa in scena di un’umanità un po’ misera, per la perfezione di stile, per la sua capacità di calare il lettore nel tempo e luogo in cui i fatti avvengono. In fin dei conti si tratta di una storia molto triste, non per ciò che accade ma per la pochezza dei personaggi che invece, come spesso succede, si sentono persone speciali, o forse vorrebbero soltanto esserlo, ma non fanno altro che parte di una massa benestante di gente annoiata e insoddisfatta; Nonostante questa pochezza umana non si riesce nemmeno ad odiarli questi soggetti, fanno quasi tenerezza nel loro essere limitati, nel loro tentativo goffo di salvarsi da una vita che li ha vestiti con dei panni che non sono loro, nel loro adeguarsi in qualche modo a ciò che alla fine si deve fare o nell’isolarsi nel silenzio per non udire più le banalità che offendono il briciolo d’intelligenza rimasta. Alla fine l’unico personaggio savio del romanzo, l’unico che ha il coraggio di dire ciò che pensa è “il pazzo", e pagherà il suo parlar chiaro con la perdita della possibilità di uscire ogni tanto dall’istituto in cui i genitori lo hanno rinchiuso.
    Nessuno esce bene da questa storia, le donne che bene o male sono quelle che prendono più in mano la situazione, in un senso o nell’altro sono deludenti, gli uomini si adeguano, si adagiano ed il massimo della ribellione che hanno è prendere coscienza della pochezza delle loro mogli e di loro stessi.

    Citazioni:

    “abbiamo accettato quest'enorme illusione, perché di questo si tratta: un'enorme, oscena illusione: l'idea che, una volta messa sufamiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e "sistemarsi". È la grande menzogna sentimentalistica piccolo borghese, la menzogna che ti ho obbligato ad accettare per tutto questo tempo”

    “la voce di Milly tradiva un piacere di raccontare un tantino eccessivo. Ci si diverte, si disse Shep, osservandola da sopra l'orlo del bicchiere di whisky mentre lei arrivava al punto in cui riferiva quant'era stato spaventoso il giorno dopo. Perdio, ci sguazza dentro”

    “Piangere aveva senso solo se smettevi prima di diventare melenso. E anche il cordoglio aveva senso solo se lo interrompevi quando era ancora sincero, quando ancora significava qualcosa. Perché era così facile che la cosa degenerasse: bastava lasciarsi andare e si cominciava ad abbellire i propri singhiozzi”

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    Monica Spicciani (scambio cartacei-sottolineo a matita) said on Jul 22, 2014 | Add your feedback

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