Hooray! You have added the first book to your bookshelf. Check it out now!
Create your own shelf sign up
[−]
  • Search Digit-count Valid ISBN Invalid ISBN Valid Barcode Invalid Barcode

Revolutionary Road

By Richard Yates

(3)

| Softcover | 9789722626361

Like Revolutionary Road ?
Join aNobii to see if your friends read it, and discover similar books!

Sign up for free

Book Description

O primeiro romance de Richard Yates, Revolutionary Road, tornou-se um clássico logo após a sua publicação em 1961. Nele, Yates oferece um retrato definitivo das promessas por cumprir e do desabar do sonho americano. Continua hoje a ser o retrato da s Continue

O primeiro romance de Richard Yates, Revolutionary Road, tornou-se um clássico logo após a sua publicação em 1961. Nele, Yates oferece um retrato definitivo das promessas por cumprir e do desabar do sonho americano. Continua hoje a ser o retrato da sociedade americana. Um casal jovem e promissor, Frank e April Wheeler, vive com os dois filhos num subúrbio próspero de Connecticut, em meados dos anos 50. Porém, a aparência de bem-estar esconde uma frustração terrível resultante da incapacidade de se sentirem felizes e realizados tanto no seu relacionamento como nas respectivas carreiras. Frank está preso num emprego de escritório bem pago mas entediante e April é uma dona de casa frustrada por não ter conseguido seguir uma promissora carreira de actriz. Determinados a identificarem-se como superiores à crescente população suburbana que os rodeia, decidem ir para a França onde estarão mais aptos a desenvolver as suas capacidades artísticas, livres das exigências consumistas da vida numa América capitalista. Contudo, o seu relacionamento deteriora-se num ciclo interminável de brigas, ciúmes e recriminações, o que irá colocar em risco a viagem e os sonhos de auto-realização.

765 Reviews

Login or Sign Up to write a review
  • 1 person finds this helpful

    Una buona partenza, la storia è interessante e cattura l'attenzione.
    Poi sul finale perde un po' in mezzo ad accuse e malessere.
    Finale non scontato e doloroso..

    Is this helpful?

    chia said on Aug 21, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Ma il bello è che non si tratta nemmeno del miglior Yates...

    Lui è Frank Wheeler, impiegato trentenne (alquanto anonimo e scioperato) in una grande azienda di New York. Lei è sua moglie April, madre e casalinga, non più in fiore ma ancora discretamente carina. Nel tranquillo sobborgo residenziale di Revolution ...(continue)

    Lui è Frank Wheeler, impiegato trentenne (alquanto anonimo e scioperato) in una grande azienda di New York. Lei è sua moglie April, madre e casalinga, non più in fiore ma ancora discretamente carina. Nel tranquillo sobborgo residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut, la loro vita ha tutte le carte in regola per essere definita invidiabile: una bella casa rassicurante, due figli piccoli in piena salute, la stima di tutto il vicinato e un legame di coppia che si direbbe d’acciaio. Ben poco in quest’idillio, tuttavia, corrisponde a verità. Formidabile per eloquio e piacente d’aspetto, Frank passa per essere una mente assai brillante e tende a cadere lui per primo in questo sostanziale equivoco, rivendicando a vanvera vaghe aspirazioni e un impegno intellettuale che sono pura facciata. April, al suo fianco, non coltiva certo più interessi di lui: ex allieva – “scarsamente dotata di talento” e “scarsamente animata d’entusiasmo” – di una scuola di recitazione abbandonata ai tempi della prima gravidanza e del matrimonio, cerca una patetica occasione di riscatto grazie al ruolo di protagonista che si è ritagliata nella filodrammatica locale, la Compagnia dell’Alloro, la cui prima e unica rappresentazione è però destinata a clamoroso insuccesso. Anche la convivenza dei coniugi all’interno della grande periphery newyorkese non è poi chissà quanto armoniosa. Dietro la maschera di una coscienziosa quanto cordiale rispettabilità, si cela il generalizzato disprezzo per una comunità di “omiciattoli pieni di paura”, frequentati controvoglia più per abitudine che per altre ragioni, ma guardati con orrore come specchio di ciò in cui ci si sta rapidamente trasformando. I fantomatici “sobborghi” dove “allevare figli in un bagno di sentimentalismo”, dove i vicini Shep e Milly Campbell rappresentano la spalla ideale (nella loro mediocrità) cui sostenersi quando si sparla di chiunque altro, dove l’agente immobiliare Helen Givings non è seconda a nessuno nel patrocinare con abnegazione la causa di un American Dream già prossimo all’avvizzire, e dove il perbenismo a tutto campo suona più come una condanna che non come l’incanto cui aspirare, i bucolici “sobborghi” della prima provincia, allegri e color pastello all’ombra delle torri metropolitane, sono la gabbia per i fragili sogni e l’inatteso teatro di un dramma silenzioso ma incombente. Il vero problema dei Wheeler è che non c’è amore nella loro vita. Né per il prossimo, né per figli in fondo non voluti, né per una quotidianità soffocante, né – soprattutto – l’uno per l’altra. Il reciproco adulterio, consumato in entrambi i casi per noia, non sarà sufficiente a spezzare l’impasse con moti d’orgoglio o reazioni virtuose. Né sarà abbastanza il progetto di un definitivo trasferimento a Parigi di tutta la famiglia, coltivato dalla donna e accolto dal marito con finto entusiasmo per evitare il rischio di nuovi scontri frontali, salvo poi essere accantonato forzosamente non appena si presenti l’opportunità di una modesta ascesa sul fronte lavorativo (con l’alibi comodissimo di una nuova, indesiderata gravidanza, pronto all’uopo).

    Battuta nella finale del National Book Awards 1962 dal (modesto) “The Moviegoer” di Walker Percy, l’opera prima di Richard Yates possiede già tutte le peculiarità della scrittura “entomologica” e di quel “realismo sporco” che sarebbero diventate le cifre espressive del grande romanziere di Yonkers. Tutte le tematiche a lui care – dall’implosione nervosa della famiglia ai falsi miti del sogno americano, dalla solitudine all’incomunicabilità tra individui nella società contemporanea, sono qui presenti, declinate con una lucidità nello sguardo che sorprende davvero, per un esordiente. Lo stile è già quello potente e asciutto dei lavori successivi, prodigioso il controllo, perfetta l’imperturbabilità nell’osservazione di una tragedia inevitabile, persino umoristico il taglio (solo a tratti però) ma mai incline al cinismo. Da molti “Revolutionary Road” è considerato il capolavoro di Yates, il libro per il quale il Nostro meriterà di essere ricordato. Non sono del tutto d’accordo, gli preferisco ancora i sottovalutati “Cold Spring Harbor” e “Disturbing The Peace”, ma non vi è dubbio che si tratti di un’opera eccezionale, con protagonisti semplicemente memorabili e, col senno di poi, paradigmatici. Anche senza ricorrere a sentimentalistiche forzature “a effetto”, osservati con il necessario, neutro distacco, i Wheeler diventano l’emblema di un fallimento universale. Imprigionati in “un’enorme, oscena illusione, la grande menzogna piccolo borghese, l’idea che, una volta messa su famiglia, si debba rinunciare alla vita reale e sistemarsi”, conducono la loro esistenza in maniera “zelante, sciatta, pretenziosa” e “tutta sbagliata”. Hanno coscienza dei limiti di uno schema che detestano, ma a mancare loro è la forza di ribellarvisi, proprio come tutti i rappresentanti dell’odiato vicinato (tranne il figlio dei Givings, John, il solo a intuire la reale natura delle dinamiche all’interno della coppia e, non a caso, l’unico dei personaggi considerato pazzo a tutti gli effetti). Restano fermi ai buoni propositi (di lei), magari utopici o avventati, come ai bei discorsi (di lui), ma lo scatto positivo della dignità, dell’intelligenza, dell’amor proprio, è strozzato in partenza da quello stesso insinuante conformismo contro il quale si illudono di poter vincere. Al centro della scena, la relazione tra Frank e April: una pericolante architettura di finzioni, una partita a scacchi destinata a chiudersi con una sconfitta condivisa, un raggelante deserto di emozioni e affetto che toglie il fiato al lettore. Se qua e là la tensione pare allentarsi, non si può muovere alcuna critica al finale, eccezionale, che Yates ha confessato di aver scritto prima di tutto il resto e che rivela curiose quanto involontarie (forse) connessioni con quelli dei due più noti romanzi di John Barth, “L’Opera Galleggiante” e “La Fine della Strada”.

    Per il resto non rimane che copincollare quanto già scritto a proposito dell’autore nelle critiche di altre sue opere. Yates non è spietato come molti hanno detto. E’ un umanista che non silenzia la disperazione. Fa recitare a turno i suoi attori (indimenticabile, tra gli altri, la figura di Shep) ma si tiene sempre a debita distanza dal loro dramma, aiutando il lettore a scongiurare il fardello di una completa immedesimazione. Gli interessano gli esseri umani al netto degli artifici letterari. Con pochi tratti brucianti ed essenziali riesce a caratterizzare in maniera miracolosa l’intima sostanza dei diversi personaggi, ed il realismo e l’onestà della sua narrativa si rivelano sin da qui limpidissimi, mirabili, non comuni. Tutti soffrono senza clamore come avvelenati poco alla volta dalla consapevolezza di una frattura non più recuperabile dentro di loro, lo scarto fra ciò che avrebbero voluto (e ancora vorrebbero) essere e ciò che sono in realtà. sulla dipendenza irriducibile dalle proprie e dalle altrui debolezze, sul bagaglio di aspirazioni puntualmente disattese e destinate a languire in una secca di rancore strisciante e sostanziale impotenza. “Revolutionary Road” è l’opera di uno scrittore straordinario, quindi, nel rendere le psicologie e i legami interpersonali – con il loro carico di silenzi, di ellissi, con tutti i relativi impliciti rapporti di forza, con il peso delle convenzioni consolidate – nello svelare il retropalco di ansie, egoismi spiccioli e insoddisfazione che fa da contraltare al perbenismo apparente e radioso delle comuni famiglie della classe media. E non importa che si parli degli anni cinquanta. La sua impietosa indagine su una crisi generalizzata non potrebbe essere più attuale.

    [Una curiosità: per quanto (come sempre in Yates) si beva spesso e volentieri, i Wheeler sembrano quasi delle educande rispetto ai viziosi protagonisti di altri testi dell’autore. Tutto sommato fuori luogo la bottiglia di Whiskey scelta come simbolo per la copertina dell’edizione dei Minimum Classics. Forse la guida di “Francese per principianti” sarebbe stata più indicata.]

    Is this helpful?

    Seashanty said on Aug 21, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》綜合讀後感:剖析人性慣有的懦弱

      「如果我的作品有什麼主題,我想只有簡單的一個:人都是孤獨的,沒有人逃脫得了,這就是他們的悲劇所在。」-理查‧葉慈

      這個暑假一口氣看完了理查‧葉慈全部的中譯本。《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》皆是長篇小說,主角的處境都有些類似;故事情節某些部分也有雷同,在在傳達出一種訊息:人總是慣於逃避真實的自我與過去的傷害,使盡全力去追求所謂「幸福生活」,彷彿是在催眠自己,最後總是徒勞無功。事實上這不就是所有 ...(continue)

    《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》綜合讀後感:剖析人性慣有的懦弱

      「如果我的作品有什麼主題,我想只有簡單的一個:人都是孤獨的,沒有人逃脫得了,這就是他們的悲劇所在。」-理查‧葉慈

      這個暑假一口氣看完了理查‧葉慈全部的中譯本。《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》皆是長篇小說,主角的處境都有些類似;故事情節某些部分也有雷同,在在傳達出一種訊息:人總是慣於逃避真實的自我與過去的傷害,使盡全力去追求所謂「幸福生活」,彷彿是在催眠自己,最後總是徒勞無功。事實上這不就是所有人或多或少都存在著的通病?要去揭露並承認自己的軟弱與傷疤,是何等痛苦的事,而要去接受這世界未必會存在發自內心去愛與真正了解自己的人,更是難以承認的事情。

      理查‧葉慈筆下的人物都很平凡,可說是處處可見,所擁有的想法都和一般人並無不同,才會輕易使人感到蒼涼感,因為真實,所以感受更深,人性常見的醜陋心理,也在各部作品裡面用輕盈的手法揭露出來。若要以個人的喜好來看,這三部作品的喜好順序是《幸福大道》、《真愛旅程》、《年輕的心,哭泣》。

      《幸福大道》以個性迥然不同的姊妹各自以不同方式爭取幸福,道出不同女性的悲傷,感受較深,也可能因為我還未進入婚姻,另兩本著作讀來雖也流暢吸引人,但目前感受就沒有那麼強烈,三本作品都有可讀性,不過建議想看的讀者們不要像我一樣短期間內一口氣讀完,因為作品之間有些類似,也許會有點麻木感,就不能好好感受理查‧葉慈作品的魅力,不過明明具同質性但還是一本一本的讀下去,也是證明了理查‧葉慈作品的魅力吧。

    Is this helpful?

    Emma Lu said on Aug 4, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Frank e April sono giovani, carini, sposati, con una vita apparentemente perfetta.
    Solo che, scava scava, ci si rende conto che è tutt'altro. Vivono in una costante finzione, fatta di recite e buoni costumi, in un dedalo di regole e obblighi dettati ...(continue)

    Frank e April sono giovani, carini, sposati, con una vita apparentemente perfetta.
    Solo che, scava scava, ci si rende conto che è tutt'altro. Vivono in una costante finzione, fatta di recite e buoni costumi, in un dedalo di regole e obblighi dettati dalla morale comune e dalla società.
    A poco a poco si rendono conto di essere tremendamente insoddisfatti, di non avere nulla da dirsi (nè tra loro nè con altri) se non pettegolezzi atti a rendere un pochino meno infelici le loro vite.
    C'era un mio amico che diceva che le persone si dividono in tre categorie: quelle che si accontentano, perchè in fondo non si rendono conto della loro insoddisfazione e mediocrità, quelli che continuano a cercare qualcosa di più, quelli che effettivamente sono felici delle loro vite e sono coscienti della loro felicità.
    Ne nacque una discussione filosofica (anche parecchio pesante) su quale delle tre categorie vivesse meglio. Arrivai alla conclusione che, forse, rimanere nella propria beata ignoranza e accettare quello che la vita ci dà (o quello che scegliamo di darci) fosse la scelta migliore (considerato che la terza categoria non è così facile da individuare e può confondersi con la prima).
    Però...
    Però, anche io come Frank e April mi sono trovata più volte a guardare all'erba del vicino come se quel vicino fosse migliore di me, per poi provare una sorta di morbosa soddisfazione nel vedere che in realtà, quell'erba, a guardarla bene era avvizzita e bruttarella. Insomma, rendermi conto (e rendersi conto) che la vita dorata di certe persone in realtà tanto dorata non è, inevitabilmente accresce la propria autostima. E' così che anche la vita più infelice acquista, per un momento, un sapore migliore.
    E allora, io, non sono tanto diversa da Frank e April. Forse, come diceva Pirandello, siamo uno, nessuno e centomila volti, e il volto vero, alla fin fine, non esiste.
    Ci si ritrova, ad un certo punto, a dover fare determinate scelte: trovarsi un lavoro rispettabile, prendere casa, sposarsi, fare figli. E dopo aver preso tutte queste decisioni e averle messe in atto, ritirarsi pian piano dalla vita sociale. O, almeno, questo è quello che la società vorrebbe che una persona "normale" facesse.
    Una volta fatto tutto per benino, si ritorna al discorso di cui sopra: o ci si accontenta o si cerca qualcosa in più.
    Il paradosso è che quando si pensa di essere migliori di altri, non ci si rende conto di essere esattamente uguali a loro.
    Inutile dire che, secondo me, questo libro è meraviglioso!

    Is this helpful?

    ♫..Lucy in the sky with diamonds..♫ said on Jul 29, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Una volta tanto ho azzeccato la tempistica di lettura.


    “Ci meravigliamo per la sua scrittorialità perfetta, la sua durevolezza quasi elementare di oggetto costruito puramente di parole che sconfigge ogni tentativo di classificazione. Realismo, naturalismo, satira sociale -i raggruppamenti critici standa ...(continue)


    “Ci meravigliamo per la sua scrittorialità perfetta, la sua durevolezza quasi elementare di oggetto costruito puramente di parole che sconfigge ogni tentativo di classificazione. Realismo, naturalismo, satira sociale -i raggruppamenti critici standardizzati -vanno a farsi benedire di fronte a questo splendido libro.” Queste poche righe tratte dalla prefazione di Richard Ford dell’edizione Minimumfax già sarebbero sufficienti a descrivere la grandezza di questo romanzo, ma voglio fare ugualmente qualche piccola considerazione personale.
    Inizio con il dire che sono contenta di aver letto "Revolutionary Road" dopo “Babbitt” (qui puoi leggere la recensione http://lemieletturecommentate.blogspot.it/2013/12/babbi… e “Il grande Gatsby” ( qui puoi leggere la recensione http://lemieletturecommentate.blogspot.it/2014/01/il-gr… e sono pure felice che le mie sensazioni siano state confermate dalle parole stesse di Richard Yates, riportate nell’edizione di Minimumfax.
    “Il grande Gatsby, insieme a buona parte dei libri di Fiztgerald, ha rappresentato la mia iniziazione ufficiale al mestiere di scrittore. <…> Ecco alcuni scrittori senza i quali non sarei riuscito a mettere insieme in maniera decente nemmeno mezzo libro: Dickens, Dostoevskij, Cechov, Conrad, E.M. Forster, Katherine Mansfield, Sinclair Lewis, Ring Lardner, Dylan Thomas, J.D. Salinger, James Joyce. ” (cit. postfazione di Richard Yates )
    Riconoscere delle ispirazioni, dei richiami ad altri autori, dei collegamenti, e poi averne conferma effettiva è una soddisfazione, mi fa pensare che i libri letti sono serviti a creare in me una struttura letteraria funzionante nonostante la mia scarsa memoria. Mentre leggevo questo romanzo ho ravvisato delle somiglianze stilistiche con Il grande Gatsby di Fitzgerald, somiglianze confermatemi poi dalle parole stesse dell'autore con le quali afferma di aver preso ad esempio il romanzo del suo predecessore aspirando ad una perfezione di linguaggio che in un certo qual modo lo emulasse.
    Durante la lettura ho inoltre avuto la sensazione che i protagonisti di "Revolutionary Road" potessero quasi essere gli eredi della società descritta in “Babbitt” di Sinclair Lewis, avrebbero potuto essere proprio i figli di Babbitt stesso! Per tutta la durata della lettura ho sentito i due libri collegati tra loro, come in una prosecuzione generazionale, e poi, sempre dalle stesse parole di Yates ho appreso che Sinclar Lewis è tra gli autori a cui lui si è ispirato. Sono stata fortunata ad aver letto casualmente prima questi due grandi romanzi e ad avere avuto la possibilità di ravvisare delle somiglianze e delle parentele, e per questo sento di consigliare a chi vuole leggere "Revolutionary Road" di dedicarsi prima alla lettura di “Babbitt” e de “Il grande Gatsby”, ne trarrà sicuramente un piacere maggiorato.
    Ho amato da subito questo romanzo, e non perché mi piacessero particolarmente i suoi protagonisti, bensì proprio per la sua ironica e tragica al tempo stesso messa in scena di un’umanità un po’ misera, per la perfezione di stile, per la sua capacità di calare il lettore nel tempo e luogo in cui i fatti avvengono. In fin dei conti si tratta di una storia molto triste, non per ciò che accade ma per la pochezza dei personaggi che invece, come spesso succede, si sentono persone speciali, o forse vorrebbero soltanto esserlo, ma non fanno altro che parte di una massa benestante di gente annoiata e insoddisfatta; Nonostante questa pochezza umana non si riesce nemmeno ad odiarli questi soggetti, fanno quasi tenerezza nel loro essere limitati, nel loro tentativo goffo di salvarsi da una vita che li ha vestiti con dei panni che non sono loro, nel loro adeguarsi in qualche modo a ciò che alla fine si deve fare o nell’isolarsi nel silenzio per non udire più le banalità che offendono il briciolo d’intelligenza rimasta. Alla fine l’unico personaggio savio del romanzo, l’unico che ha il coraggio di dire ciò che pensa è “il pazzo", e pagherà il suo parlar chiaro con la perdita della possibilità di uscire ogni tanto dall’istituto in cui i genitori lo hanno rinchiuso.
    Nessuno esce bene da questa storia, le donne che bene o male sono quelle che prendono più in mano la situazione, in un senso o nell’altro sono deludenti, gli uomini si adeguano, si adagiano ed il massimo della ribellione che hanno è prendere coscienza della pochezza delle loro mogli e di loro stessi.

    Citazioni:

    “abbiamo accettato quest'enorme illusione, perché di questo si tratta: un'enorme, oscena illusione: l'idea che, una volta messa sufamiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e "sistemarsi". È la grande menzogna sentimentalistica piccolo borghese, la menzogna che ti ho obbligato ad accettare per tutto questo tempo”

    “la voce di Milly tradiva un piacere di raccontare un tantino eccessivo. Ci si diverte, si disse Shep, osservandola da sopra l'orlo del bicchiere di whisky mentre lei arrivava al punto in cui riferiva quant'era stato spaventoso il giorno dopo. Perdio, ci sguazza dentro”

    “Piangere aveva senso solo se smettevi prima di diventare melenso. E anche il cordoglio aveva senso solo se lo interrompevi quando era ancora sincero, quando ancora significava qualcosa. Perché era così facile che la cosa degenerasse: bastava lasciarsi andare e si cominciava ad abbellire i propri singhiozzi”

    Is this helpful?

    Monica Spicciani (scambio cartacei-sottolineo a matita) said on Jul 22, 2014 | Add your feedback

  • 4 people find this helpful

    Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia.

    Frank e April Wheeler sono giovani, sposati, hanno due bambini, una casa in un quartiere residenziale che risponde al nome, ambizioso, di Re ...(continue)

    Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia.

    Frank e April Wheeler sono giovani, sposati, hanno due bambini, una casa in un quartiere residenziale che risponde al nome, ambizioso, di Revolutionary Hill. E conducono una vita all’insegna della normalità: lavora (lui), sta a casa (lei). Qualche serata a casa di amici, oppure sono gli amici a raggiungerli nella loro dimora. Per parlare di quello che succede all’America, là fuori, in quegli anni Cinquanta che Hollywood e telefilm hanno celebrato come idilliaci. Ma non erano affatto così, agli occhi di chi voleva vedere.

    Forse April ha una percezione diversa della situazione, Frank è solo lingua e bei discorsi. Perché anche in quel quartiere normale è impossibile ignorare la lenta opera di assimilazione che viene portata avanti. Infatti è April che ha l’idea di piantare tutto, andare a Parigi e ricominciare. L’Europa come via di fuga, Terra Promessa?

    Può darsi, ma ben presto il progetto s’incaglia, svanisce, tutto sembra finire, finché il dramma soffocato da compromessi, pigrizia e paure, esplode nel modo peggiore.
    “Revolutionary Road” di Richard Yates è un’elegante indagine su un massacro che si è consumato nel silenzio.
    Elegante perché la lingua di Yates (ma è impossibile lasciare nell’ombra la traduttrice, Adriana Dell’Orto) cattura il lettore e a condurlo in una discesa nel cuore dell’America con una precisione chirurgica.

    Prende per mano il lettore e lo trasporta, per esempio, nell’ambiente della Knox, l’azienda dove lavora Frank, e dove aveva trascorso la vita suo padre. E rende alla perfezione la noia, i riti quotidiani privi di senso (dove anche l’adulterio consumato con una segretaria è solo una questione da affrontare con correttezza per non turbare l’amore per il conformismo); la struttura mastodontica e inutile dell’azienda, che consuma tempo ed esistenze in attesa di… Qualche bevuta, il ritorno a casa, il pranzo, la moglie, i figli.
    Indagine perché Yates prende quello che lui vedeva (che noi avremmo visto anni dopo al cinema o in televisione), e lo osserva con un’attenzione quasi maniacale fino a farne emergere il volto autentico. Hollywood dopo la Seconda Guerra Mondiale è chiamata a magnificare lo stile di vita americano, l’unico vincente. Televisione (“Niente male come orrore la televisione” dirà infatti Flannery O’Connor), e pubblicità saranno anch’esse della partita.

    E il volto che questo autore propone (e la maggior parte dei lettori americani rifiuteranno) è appunto una realtà piatta, fasulla, dove l’individuo perde i suoi connotati per diventare semplice rotella di un meccanismo che macina benessere, ma produce infelicità. Un massacro, appunto.
    Non per quello che accade a uno dei protagonisti della storia; non è quello il massacro perché in un certo senso, quella fine è un epilogo ovvio, quasi da manuale, terribile eppure quasi atteso.

    Il massacro sta nell’assuefazione alla mediocrità che i vicini di casa di Revolutionary Hill (sono gli ultimi della fila però), adottano. Quasi che la tragedia sia il rimasuglio di un brutto sogno, e basti mettersi all’opera alacremente per cacciarla nel regno delle ombre. Esattamente come fa la signora Givings, brava soldatessa di quel sogno americano desideroso di forze fresche, che si ingegnano ad aumentare il benessere. E l’unico ad avere sufficiente lucidità per comprendere quello che accade attorno a sé, non a caso è un pazzo, rinchiuso in un ospedale psichiatrico; il figlio dei coniugi Givings.

    Ed è con il silenzio che si chiude questo piccolo ma potente romanzo. Non è però quello di chi desidera comprendere, o ha compreso, e allora spinge via tutto quello che turba o distrae. Bensì di chi non ha più forza né voglia, e si sprofonda in un mondo privo di suoni perché la parola è solo chiacchiera senza scopo.

    Is this helpful?

    Marco Freccero said on May 29, 2014 | Add your feedback

Book Details

Improve_data of this book