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Ricerche filosofiche

By Ludwig Wittgenstein

(39)

| Mass Market Paperback

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Book Description

16 Reviews

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    Il W. reale, non lo stereotipo del "...bisogna tacere".
    L'uomo, non la brain machine. Bello.

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    Piega27 said on Nov 11, 2013 | Add your feedback

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    Con invidiabile chiarezza, distinzione e precisione Ludwig Wittgenstein conduce le sue Ricerche filosofiche nel tentativo di superare un modello e una rappresentazione classici ma primitivi del modo e della maniera in cui funziona il linguaggio, che ...(continue)

    Con invidiabile chiarezza, distinzione e precisione Ludwig Wittgenstein conduce le sue Ricerche filosofiche nel tentativo di superare un modello e una rappresentazione classici ma primitivi del modo e della maniera in cui funziona il linguaggio, che non è un mero sistema di comunicazione ma un gioco linguistico costituito e intessuto da un'insieme di attività imparentate, legate da affinità e somiglianze di famiglia, come gli strumenti che si trovano in una cassetta di utensili, come nel tessere un filo si intreccia fibra con fibra così che esso è l'ininterrotto sovrapporsi di queste. Un gioco e una famiglia dai contorni forse sfocati, irregolari, ma la purezza cristallina della logica, il suo rigore, sono esigenze che minacciano di trasformarsi in qualcosa di vacuo: "non c'è alcun fuori; fuori manca l'aria per respirare" e si finisce "su una lastra di ghiaccio dove manca l'attrito e perciò le condizioni sono in un certo senso ideali, ma appunto per questo non possiamo muoverci. Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell'attrito. Torniamo sul terreno scabro!"
    Il testo prova anche a dare una risposta alla domanda 'che cos'è la filosofia'. Su questo 'terreno scabro' dove camminiamo incontrando 'attrito', "la filosofia è una battaglia contro l'incantamento del nostro intelletto, per mezzo del nostro linguaggio", contro i pregiudizi, le forme e le immagini che ci tengono prigionieri e attraverso cui ripetutamente e inesorabilmente - "come un paio di occhiali posati sul naso" - seguiamo e guardiamo la natura. La filosofia lascia dietro di sé "rottami e calcinacci" degli "edifici di cartapesta" che ha distrutto, e su di noi lascia gli schietti "bernoccoli" che ci siamo fatti cozzando contro i limiti e gli errori in cui eravamo impigliati quando non ci raccapezzavamo. Lo scopo della filosofia, insomma, è "indicare alla mosca la via d'uscita dalla trappola".

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    nicce said on Sep 28, 2013 | Add your feedback

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    Recensione.

    Quando la quarta di copertina vi annuncia pomposamente che "questo libro rappresenta un vertice del pensiero del Novecento", bisogna cominciare con un paio di premesse doverose: dovete evitare sempre di leggere le quarte di copertina, e dovete prende ...(continue)

    Quando la quarta di copertina vi annuncia pomposamente che "questo libro rappresenta un vertice del pensiero del Novecento", bisogna cominciare con un paio di premesse doverose: dovete evitare sempre di leggere le quarte di copertina, e dovete prendere l'abitudine di confrontarvi con i filosofi leggendo direttamente quello che hanno scritto, invece di manuali e introduzioni.

    Scoprirete così che, tra le cose straordinarie alle quali questo libro riuscirà a portarvi, ci sarà anche una interessante immagine di come il saggismo si sia introdotto nel romanzo fin dalla sua prima comparsa. Mentre Wittgestein compie, e noi con lui leggendo, le sue esplorazioni sul linguaggio naturale, vediamo dispiegarsi davanti a noi anche il tentativo di parlare del linguaggio naturale, cioè un esercizio di metalinguaggio. Ed è quindi naturale che in questo esercizio l'autore ci chieda continuamente di creare storie, e di prendere ad esempio storie e situazioni; di "pensa..." e "immagina..." è piena ogni pagina. Mentre lui indaga lentamente e inesorabilmente il legame tra mondo, linguaggio e pensiero - tra le tante altre cose illuminanti - dice anche qualcosa sul romanzo, e su cosa vuol dire comprendere un romanzo, e perché è necessario comprendere un romanzo, e in che modo dobbiamo intendere al questione del "comprendere un romanzo".

    Per esempio, il paragrafo 531: "Noi parliamo del comprendere una proposizione, nel senso che essa può essere sostituita da un'altra che dice la stessa cosa; ma anche nel senso che non può essere sostituita da nessun'altra. [...] Nel primo caso il pensiero della proposizione è qualcosa che è comune a differenti proposizioni; nel secondo, qualcosa che soltanto queste parole, in queste posizioni, possono esprimere". Ebbene: che cosa capiamo di un romanzo, quello che riusciamo a formulare in un altro modo o quello che, per forza di cose, siamo costretti a citare? E queste due comprensioni sono veramente così diverse?

    Ricerche filosofiche indaga il funzionamento del linguaggio naturale, quindi dice qualcosa anche sulla costruzione romanzesca, e precisamente quando si sofferma sui problemi di rappresentazione delle sensazioni, del rapporto tra linguaggio e comportamento, del legame tra grammatica ed esperienza. Questi sono anche i problemi del romanziere, e questo straordinario libro, per certi versi, non fa che illustrare il motivo per cui ogni romanzo è una scommessa sul linguaggio e una sua ri-creazione. Esattamente come ogni romanzo è un modo possibile di risolvere quei problemi e quelle intricate situazioni linguistiche per cui la comprensione di un testo scritto può essere in rapporto con la realtà. Se c'è un modo per tentare di spiegare non tanto 'come' i romanzi ci insegnino qualcosa sull'esperienza del mondo, ma il fatto 'che' i romanzi ci riescano così bene da secoli, io credo che Wittgenstein abbia fatto anche questo, nel suo libro.

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    Lorenzo Gasparrini said on Jul 17, 2012 | 2 feedbacks

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    scivoloso come una saponetta

    studiato limitatamente ad alcuni paragrafi, la speranza è di tornarci con più calma un domani, tempo permettendo...Wittgenstein è fastidiosamente illuminante, e la sensazione di aver colto il suo pensiero si alterna a momenti di sconforto tra banchi ...(continue)

    studiato limitatamente ad alcuni paragrafi, la speranza è di tornarci con più calma un domani, tempo permettendo...Wittgenstein è fastidiosamente illuminante, e la sensazione di aver colto il suo pensiero si alterna a momenti di sconforto tra banchi della frutta e partite al solitario. Nelle ricerche W. rivede completamente la sua teoria esposta nel Tractatus Logico-Philosophicus, ovvero che la logica costituisce l'essenza del linguaggio e che il significato delle parole sia l'oggetto denotato dalla parola stessa. Qui invece W. paragona il linguaggio, pura attività, a dei giochi, che non sono percorsi da un filo rosso e quindi non hanno un'essenza unitaria. Allo stesso modo il significato delle parole non sta nell'oggetto per il quale esse stanno (per cosa stanno le parole "là", "questo", oppure i numerali?) bensì nell'uso che facciamo di esse..

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    Emanuele de Vito said on May 16, 2012 | Add your feedback

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    "Giochi linguistici"

    Wittgenstein aveva intenzione di pubblicare le “Ricerche filosofiche” insieme al “Tractatus logico-philosopicus”, in uno stesso volume, per meglio evidenziare l’evoluzione del suo pensiero rispetto a quanto aveva scritto oltre venti anni prima nel “T ...(continue)

    Wittgenstein aveva intenzione di pubblicare le “Ricerche filosofiche” insieme al “Tractatus logico-philosopicus”, in uno stesso volume, per meglio evidenziare l’evoluzione del suo pensiero rispetto a quanto aveva scritto oltre venti anni prima nel “Tractatus” stesso. Non gli fu possibile a causa della malattia che lo condusse alla morte e le “Ricerche filosofiche” restarono incomplete.
    Come egli dice nella prefazione, i pensieri raccolti nell’opera sono una serie di “fotografie” filosofiche. Non riuscì a dare una direzione alle sue ricerche, e del resto questo ben si accorda con la non – sistematicità del pensiero filosofico dell’autore, che pure aveva tentato con il “Tractatus” di porre ordine con la logica, salvo poi rivedere tale sua “certezza”.
    Su Wittgenstein la letteratura è ampia, le interpretazioni variegate, le forzature per ascriverlo ai neo – positivisti piuttosto che ai metafisici (!!!) sono note a coloro che sono più “dentro” l’argomento. Io non ho la pretesa di classificarlo in qualsivoglia categoria, mi limito a riportare le “mie” impressioni, e lo faccio sulla scorta della lettura – studio, sia del “Tractatus” sia delle “Ricerche filosofiche”.
    La sensazione immediata è che tra un’opera e l’altra fondamentale sia l’abbandono della disperata ricerca dell’unità, che aveva tentato con la tesi del linguaggio come rappresentazione logica del mondo, per giungere alla consapevolezza, sia pure non assoluta e sempre sottoposta a vaglio critico, che unità non v’è, o meglio, che l’unità è “data” solo nella “molteplicità”, nei particolari, e che la logica è insufficiente ad assolvere quel compito che Wittgenstein le aveva assegnato.
    La corrispondenza nome – oggetto, a fondamento delle proposizioni logiche così fondanti nel “Tractatus”, è messa subito in discussione nei primi passaggi del libro, con la critica alla concezione agostiniana del linguaggio. Attraverso i cosiddetti “giochi linguistici”, disseminati lungo tutto il libro, Wittgenstein va “oltre” la sua stessa costruzione e riconosce il principale errore del suo precedente tentativo filosofico: la ricerca della proposizione logica generale (“le cose stanno così e così”) che possa spiegare e cristallizzare la realtà, dunque l’assoluto, in ultima istanza la brama di “un’essenza” dietro le parole e gli oggetti.
    Le “Ricerche filosofiche” sono un lungo dialogo tra il “filosofo” e il “logico” che era stato nel “Tractatus”. Al di là della classificazione di scuola tra un “primo” e un “secondo” Wittgenstein, è percepibile con nettezza come nel “Tractatus” egli ritenesse necessaria e sufficiente la logica del linguaggio a spiegare il mondo dei fatti, mentre “ora” si rende conto che c’è un “sentire” irriducibile alla mera logica del linguaggio.
    Nel Tractatus “sappiamo perché vediamo”, nelle Ricerche “vediamo perché sappiamo”, cioè è il “sapere”, il “sentire” che sta alla base della logica, e non viceversa. Il “sentire” è “cogliere connessioni, somiglianze, affinità, parentele tra i diversi giochi linguistici, tra le diverse situazioni della realtà.
    Tutto il libro è una critica alla concezione denotativa del linguaggio, quella per la quale, tanto per intenderci, a ogni “nome” corrisponde un “nominato”. Occorre già “possedere” un linguaggio perché possa funzionare la concezione denotativa (l’esempio delle cinque mele rosse, al paragrafo 2 è subito indicativo al riguardo: possiamo sostenere che la parola “mele” denoti l’oggetto-frutta, ma non possiamo dire che “cinque” corrisponda a “quel gruppo” di oggetti, né tanto meno “rosse”, perché “cinque” e “rosse” sono applicabili anche ad altre situazioni, ad altri “giochi linguistici”).
    Di conseguenza, l’essenza del mondo e inafferrabile e sbagliano i filosofi metafisici, che pretendono di stabilire un rapporto tra la parola e l’oggetto corrispondente. La concezione denotativa non è sbagliata in assoluto, ma cessa di essere il modello interpretativo privilegiato.
    All’unità del linguaggio logico del Tractatus, si contrappone, dunque, la molteplicità dei “giochi linguistici”. Resta il problema del “che cos’è il gioco”. Il platonismo è rovesciato, non c’è più un mondo di “idee” più vere dei fenomeni, dei quali noi “vediamo improvvisamente, di colpo”, le somiglianze, che appaiono e scompaiono, e le “vediamo” con la nostra capacità di “sentire”, non con l’intelletto, il quale invece tende all’unità logica, alla semplificazione, al solipsismo che caratterizzava anche il Tractatus.
    La comprensione non è mai definitiva, logica, è sempre un ri-vedere. L’unità si dà nella molteplicità. Il passaggio da una rappresentazione riproduttiva della realtà a una produttiva. La frase “le cose stanno così e così”, che nel Tractatus era il prototipo generale delle proposizioni, qui perde tale ruolo. Ora non possiamo dire “che cos’è una proposizione”, così come non possiamo dire “che cos’è un gioco”, ma solo fare esempi, indicare connessioni, somiglianze.
    Questo è quanto ho inteso di questo magnifico libro. Naturalmente, con la specificazione che sono solo un lettore appassionato, non uno studioso della materia, che potrei avere detto delle sciocchezze, e che in ogni caso dimostrerei di aver capito poco o nulla se non aggiungessi, a chiusura, che questo è uno di quei libri che vanno compresi, ricompresi, letti e riletti a distanza di tempo, che sedimentano dentro e acquisiscono valore, per chi lo legge, forse soprattutto a distanza di anni.

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    Sisifo77 said on Feb 6, 2012 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (39)
    • 5 stars
    • 4 stars
  • Mass Market Paperback
  • ISBN-10: A000049899
  • Publisher: Einaudi
  • Publish date: 1980-09-13
  • Also available as: Paperback , Hardcover , Others
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