Ricordi dal sottosuolo

Di

Editore: Longanesi & C.

4.2
(5595)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 204 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Russo , Catalano

Isbn-10: A000138123 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Tommaso Landolfi

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
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  • 4

    Interessante! Un monologo sincero, molto profondo, anche verso il basso, certo si parla di sottosuolo non per le risorse minerarie... un po' troppo malato di malinconia, un po' troppo malato di solitu ...continua

    Interessante! Un monologo sincero, molto profondo, anche verso il basso, certo si parla di sottosuolo non per le risorse minerarie... un po' troppo malato di malinconia, un po' troppo malato di solitudine... ma super. Nella seconda parte alcune esperienze da sottosuolo relazionali: che angoscia sopportare e ammettere quanto siamo capaci di essere bassi e schifosi come ratti... che fastidio, ma che coraggio sapersi guardare senza ipocrisia... da leggere

    ha scritto il 

  • 5

    Prima di Freud, Joyce, Svevo: la prima parte è opera di un genio incredibilmente moderno, la seconda parte però non è da meno per capacità di descrizione dei personaggi e per la capacità di coinvolger ...continua

    Prima di Freud, Joyce, Svevo: la prima parte è opera di un genio incredibilmente moderno, la seconda parte però non è da meno per capacità di descrizione dei personaggi e per la capacità di coinvolgere il lettore nelle storie narrate.

    ha scritto il 

  • 5

    "A proposito di Dostoievskij

    E meno male che dichiarava che non aveva tempo per scrivere ed aveva la testa altrove in quel tragico 1864, che oltre alla prima moglie Maria Dimitrevna gli porterà via in pochi mesi anche l’amato fr ...continua

    E meno male che dichiarava che non aveva tempo per scrivere ed aveva la testa altrove in quel tragico 1864, che oltre alla prima moglie Maria Dimitrevna gli porterà via in pochi mesi anche l’amato fratello Michail ed il fido collaboratore Apollon Grigor’ev. Ed invece ecco la confessione di “un uomo malato… un uomo cattivo, un uomo sgradevole” i cui contorcimenti e le domande di un uomo inetto e modesto funzionario della Russia zarista anticipa la crisi di quello del secolo successivo, di tutti i secoli , degno di ogni romanzo esistenzialista. Un uomo in eterna tensione con le domande irrisolte e a cavallo fra due mondi, quello oggettivo e reale di ciò che lo circonda e quello interiore di un “anti-eroe” che annaspa e cerca una qualche redenzione, un illuminazione per fuggire dalle proprie nevrosi, con le solite eterne domande sulle grandi verità e questioni umane: volontà contro ragione, azione contro inerzia, luce e oscurità, conscio-inconscio (il sottosuolo). Tutta la prima parte del romanzo è un continuo monologo interiore che spudoratamente si offre al suo pubblico di ipotetici lettori , interrogandoli direttamente sulla stessa liceità del suo ra(sra)gionare (mai ascoltato s-ragionamento più lucido). Con le debite proporzioni e diverse declinazioni sembra il Roth di Lamento di Portnoy o il miglior Thomas Bernhard.
    La seconda parte (A proposito della neve fradicia) si presenta sotto forma di reminiscenza di tre episodi distinti, ed esplicitazione del monologo interiore della prima. Ciò che si palesa nell’agire nel mondo del protagonista del “sottosuolo” sono la voglia di rivalsa e la gratuità del vendicare una supposta offesa subita da parte di un Ufficiale per una semplice spinta in strada, anche solo per noia. Offesa condannata a non essere vendicata eppure così bramata e solo elaborata nelle fantasticherei e speculazioni del protagonista. Viene in mente “Lo straniero” di Camus, o lo stesso “Delitto e castigo”, ma senza l’azione portata a compimento, così come nel secondo episodio quando incontrando un vecchio amico di scuola ed i suoi compagni si trova vilipeso e messo ai margini causando questo i soliti contorcimenti ed elucubrazioni di uomo inetto destinato all’inazione e all’umiliazione, essendo ricacciato nel sottosuolo “schifoso e fetido”. Infine l’incontro al bordello con la prostituta Liza, una possibile via di redenzione ma che anche qui si scontra con la meschinità, la vigliaccheria, la prevaricazione di un essere laido ed incapace di amare.
    Un uomo del nostro tempo, di tutti i tempi condannato all’inettitudine, irrisoluto, candido e tremendo, paranoico e sublime, una paranoia derivante dalla iper-ricettività dei suoi sensi acuiti da una mente girovaga ed indomita che freme, bi–polarmente (diremmo oggi) freme, un uomo condannato allo smacco. Sembra invitarci a guardarci allo specchio, perchè i personaggi di Dostoevskij sono tutti così carnali, vivi, assoluti. Un uomo inetto, incapace di amare, nevrotico, uno come noi, doppio come noi, come minimo.: “ che cosa chiediamo, non sappiamo nemmeno noi che cosa e staremmo peggio se le nostre stravaganti richieste venissero accolte”, quanto è vero!!! Testo fondamentale del gigante russo perché “il sottosuolo” è quello che appartiene un po’ tutti ai suoi personaggi e solo “l’altro”, Il Cristo, dirà nei “grandi” romanzi, (ma questo non è da meno) sarà la vera possibilità di redenzione.

    ha scritto il 

  • 0

    O come dice Nabokov “memorie da una tana di topi”.
    È la lucida ma anche folle autodescrizione della bassezza morale e materiale nella quale si può ridurre un uomo.
    Il protagonista vaneggia per tutta l ...continua

    O come dice Nabokov “memorie da una tana di topi”.
    È la lucida ma anche folle autodescrizione della bassezza morale e materiale nella quale si può ridurre un uomo.
    Il protagonista vaneggia per tutta la prima parte del libro le sue frustrazioni, le sue colpe senza possibilità di redenzione. Un tipico personaggio del sottobosco russo, un misero funzionario dello stato, poverissimo e solo come un cane.
    Umiliato da tutti, deriso, emarginato, invece di ribellarsi si crogiola nella sua disperante condizione, anzi, si impegna affinché la sua condizione sia da una parte motivo di recriminazione ma dall’altra condizione per non cambiare nulla.
    La convinzione di essere intelligente gli fa, ovviamente, considerare che solo le canaglia diventano qualcuno.
    Le disavventure sono cariche di comicità, il protagonista ne fa di tutti i colori, per farsi mancare di rispetto persino dal domestico di casa fino alla tragedia finale dove uno spiraglio di luce che richiamerebbe nobili sentimenti e la possibilità di uscire dal sottosuolo della vita e della società viene respinto, anche se con tanti dubbi, quale giustificazione al proseguimento della miserabile esistenza che è la vita stessa.
    In fondo è una critica al montante positivismo dell’epoca indicando nell’impossibilità di sfuggire al desiderio di sofferenza e di autoumiliazione dell’uomo.

    ha scritto il 

  • 2

    L'"anamnesi di una mania di persecuzione" che fu stroncata da Nabokov (forse a ragione)

    Francamente mi ha lasciato piuttosto interdetto. Fino al punto di essere tentato di sposare del tutto la stroncatura di Nabokov, che fu grande detrattore di Dostoevskij.
    Che pensare di un libro simile ...continua

    Francamente mi ha lasciato piuttosto interdetto. Fino al punto di essere tentato di sposare del tutto la stroncatura di Nabokov, che fu grande detrattore di Dostoevskij.
    Che pensare di un libro simile? No so... Il monologo sembra senza capo né coda, la seconda parte una sfilza di azioni squallide e senza senso, di patologiche autoumiliazioni (come patologici sono i discorsi che il protagonista vi imbastisce sopra).
    Mi ha disturbato, ma forse era proprio questo l'intento. Devo rifletterci. Una cosa è certa: mi ha lasciato più entusiasta "Il sogno di un uomo ridicolo", pur meno ricordato: forse perché consolatorio e perché "Memorie", al contrario, è un nero gorgo verbale pieno di disperazione?
    Provvisoriamente gli do due stelle su cinque.

    ha scritto il 

  • 5

    Bellissimo romanzo il cui protagonista, nella prima metà dell'opera, si trova ad avere a che fare con quella che Dostoevskij chiama "coscienza ipertrofica", intesa quasi come una malattia. Le sue rifl ...continua

    Bellissimo romanzo il cui protagonista, nella prima metà dell'opera, si trova ad avere a che fare con quella che Dostoevskij chiama "coscienza ipertrofica", intesa quasi come una malattia. Le sue riflessioni sulle contraddizioni dell'animo umano, sul dualismo razionalità - istinto, sulla volontà contrapposta alla necessità lo portano a non agire, tanto da ammettere di non essere stato capace nemmeno di diventare un insetto.
    Nella seconda parte del romanzo il protagonista invece si trova a vivere, quasi per sbaglio, una situazione "sociale" all'interno della quale il suo approccio è il risultato delle contraddizioni evidenziate durante le sue riflessioni solitarie.
    Notevole!

    ha scritto il 

  • 5

    Per questo libro posso spendere davvero poche parole. Qualunque pensiero si possa tradurre in frasi, riportate nero su bianco, risulterebbe una triste semplificazione, una magra descrizione dell’opera ...continua

    Per questo libro posso spendere davvero poche parole. Qualunque pensiero si possa tradurre in frasi, riportate nero su bianco, risulterebbe una triste semplificazione, una magra descrizione dell’opera, uno sterile accenno a qualcosa di molto più grande. Poiché non mi sento abbastanza autorevole per tentarne la critica, né sufficientemente sensibile per riportare le emozioni che mi ha suscitato questa lettura, senza che queste sbiadiscano al solo contatto con la tastiera del mio computer, intendo riportare un paio di passaggi che mi hanno maggiormente colpito per la loro forza espressiva e per la loro capacità di tirar fuori qualcosa che mi appartiene visceralmente . “L’uomo si vendica perché trova in ciò una giustizia. Dunque ha trovato la causa primaria, la ragione, cioè: la giustizia. Così si tranquillizza totalmente e di conseguenza applica la sua vendetta con tranquillità e con successo, essendo convinto di fare una cosa onesta e giusta. Ma io non vedo alcuna giustizia, non trovo proprio nessuna virtù, e dunque se mi vendico lo faccio solo per cattiveria.” Chi mai non ha pensato questo? E forse i più arguti l’avranno anche saputo spiegare senza l’aiuto di Dostoevskij. Ma egli poi aggiunge il tema nodale del suo pensiero tormentato “In me la cattiveria, sempre a causa di quelle maledette leggi di natura, subisce una scomposizione chimica. Guardi e l’oggetto in questione si volatizza, le ragioni svaporano, il colpevole non si trova, l’offesa non è più un’offesa ma diventa «fatum», qualcosa come il mal di denti di cui nessuno ha la colpa e allora non ti resta che una soluzione, sempre la stessa: battere più forte contro il muro.”. Questo pensiero, senza speranza (intesa come la intenderebbe Camus), conduce dritti a un vicolo cieco, al punto che l’autore stesso, con un’autoironia drammatica, crudele, spietata e lucida, conclude “Già, signori, l’unica ragione per cui io mi considero un uomo intelligente, forse, è che in tutta la mia vita non ho mai potuto intraprendere né concludere niente.” E chi non si è trovato dinanzi tale labirinto? Ovviamente è una provocazione: non c’è nulla di intelligente in questo paradosso, ma solo una fragilità “umana, troppo umana”. Questo sentimento di impotenza ci conduce a una vita di dolore e incattivisce l’Uomo già esasperato. Questa intelligenza mediocre, che non riesce a oltrepassare i propri limiti, è la condanna dell’uomo moderno. Una pena da scontare attraverso la propria consapevolezza (definita nel testo “malattia”). Non c’è soluzione se non attraverso l’amore “l’individuo ama tenere conto solo del proprio dolore, le gioie non le considera. Se le considerasse come dovrebbe, si accorgerebbe che ci sono molte vie di salvezza” (e qui il riferimento alla salvezza cristiana è palese, come in Delitto e Castigo). Un uomo non può vivere oppresso da questo sentimento: sarebbe come vivere recluso in una bara, in un sottosuolo.

    ha scritto il 

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