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Ricordi dal sottosuolo

Di

Editore: Longanesi & C.

4.3
(5085)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 204 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Russo , Catalano

Isbn-10: A000138123 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Tommaso Landolfi

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Biography , Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
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  • 5

    Ho iniziato a leggere questo libriccino quasi per caso, perché partecipando ad un gioco letterario mi è capitato in sorte di dover "adottare" Dostoevskij, e di dover quindi leggere qualche cosa di suo. Di tempo per leggere qualche mattone (per mero numero di pagine) ne avevo ben poco, così ho let ...continua

    Ho iniziato a leggere questo libriccino quasi per caso, perché partecipando ad un gioco letterario mi è capitato in sorte di dover "adottare" Dostoevskij, e di dover quindi leggere qualche cosa di suo. Di tempo per leggere qualche mattone (per mero numero di pagine) ne avevo ben poco, così ho letto rapidamente le trame delle sue opere più brevi, e mi sono decisa per questo.
    Qualche volta mi capita (be', a dire il vero è piuttosto raro, ma qualche volta è successo) di imbattermi in libri che, oltre ad avere un indubbio valore a livello letterario di cui certamente milioni di altre persone più qualificate potrebbero e hanno parlato in maniera più significativa di quanto potrei fare io, sono anche in grado di andare a toccare corde puramente emotive, di andare a premere in quei punti della mia emotività in maniera tale da quasi raddoppiare ai miei occhi il loro valore. Mi è capitato raramente, solo con "La campana di vetro" della Plath, "Le onde" dell Woolf, e, anche se in maniera un po' diversa, anche con alcuni romanzi di Fitzgerald. Ecco, a questo mio personale e del tutto irrazionale "pantheon" credo proprio di dover aggiungere queste "Memorie dal sottosuolo".
    Potrei quindi dire tante cose, parlare di come questo romanzo sia diviso in due parti: nella prima sono riportate le riflessioni apparentemente spontanee del protagonista, è una parte piuttosto lenta, che bisogna assaporare poco alla volta per comprendere a fondo, fermandosi spesso a riflettere. Il protagonista qui si presenta come un uomo cattivo, un uomo malato, malvagio, che è perfettamente cosciente della sua cattiveria e se compiace, quasi se ne vanta, senza nemmeno voler provare a cambiare. E nonostante questo all'inizio possa apparire surreale, quasi grottesco, proseguendo nella lettura ci si rende conto che forse questo personaggio altri non è che un essere umano, con le sue debolezze e i suoi difetti, senza filtri, senza la maschera che sempre, più o meno consapevolmente, tutti gli uomini si trovano ad indossare. La seconda parte è invece molto diversa, è molto più narrariva, e il protagonista si trova a raccontare alcuni episodi appartenenti al suo passato, episodi in cui vorrebbe dimostrare ciò che aveva affermato all'inizio, ossia la corruzione della sua condotta. E certo non si può dire che agisca "bene", in maniera retta e luminosa, ma al tempo stesso è impossibile non provare molta simpatia (etimologicamente parlando) nei confronti di questo ometto piccolo piccolo, delle sue nefandezze, dei suoi brutti pensieri e delle meschinità dietro a cui si nasconde quasi fossero una corazza. Ed è qualcosa di naturale, perché i suoi pensieri sono qualcosa di estremamente coerente con la natura umana più istintiva, quella dove la ragione viene per un attimo messa da parte. Ed è forse in questi momenti che ci sentiamo (o per lo meno, io mi sento) così pericolosamente vicina a questo essere vissuto per quarant'anni nel sottosuolo. Perché poi forse non sempre ci comportiamo in maniera simile, o cediamo ai richiami del sottosuolo, perché qualcosa interviene, perché siamo anche (e lo sottolineerei, anche) esseri razionali. E poi magari ci aggrappiamo a queste ultime risoluzioni razionali, e chiudiamo gli occhi, distogliamo lo sguardo, cerchiamo di concentrarci su altro per scacciare il pensiero di quel marcio che abbiamo respinto, ma che è stato comunque l'impulso primario, quello più, mi verrebbe da dire, naturale.
    Dostoevskij non si vergogna di guardare l'essere umano per quello che davvero (e con questo non voglio dire che l'uomo sia solamente sottosuolo, perché altrimenti personaggi come Lisa non avrebbero ragione d'esistere, ma di nuovo vorrei sottolineare l'importanza di un "anche") e di guardare fino in fondo, senza disogliere mai lo sguardo. Il modo in cui questo guardare mi ha colpito, quello che mi ha portato a vedere anche dentro di me, be', lo terrò per me, ma devo dire che è forse proprio questo quello che mi ha lasciata più sconvolta e provata dopo la lettura di queste poche pagine.
    È una lettura preziosissima, e forse non riuscirò mai (né, credo, vorrò) a spiegare in maniera lucida, ma insomma, è una lettura che consiglierei a chiunque avesse voglia di affrontare un po' della polvere che ha accumulato ai margini della propria coscienza.

    ha scritto il 

  • 5

    "Siamo tutti disabituati alla vita, tutti zoppichiamo, chi più chi meno."

    È sempre interessante leggere (o rileggere) Dostoevskij e nella fattispecie le opere che hanno preceduto i grandi romanzi. Osservare le variazioni nello stile e come vengono delineati i personaggi, la costruzione del discorso diretto e i monologhi introspettivi. Seguirne le tracce, scoprire le id ...continua

    È sempre interessante leggere (o rileggere) Dostoevskij e nella fattispecie le opere che hanno preceduto i grandi romanzi. Osservare le variazioni nello stile e come vengono delineati i personaggi, la costruzione del discorso diretto e i monologhi introspettivi. Seguirne le tracce, scoprire le idee abbozzate da qualche parte e poi abbandonate strada facendo e i percorsi che invece sono stati sviluppati nel tempo.
    Memorie dal sottosuolo aggiunge un ulteriore tassello alla ricerca del grande russo, pur non rappresentando – a mio avviso – un punto di svolta nella sua produzione letteraria (come invece si afferma da più parti), ma piuttosto una continuità con temi che appaiono qua e là in Povera gente e soprattutto nel Sosia e che qui vengono ulteriormente sviluppati. La differenza casomai, come osserva Bachtin, è che in questo romanzo il protagonista è sostenuto da un'ideologia, un pensiero che nella prima parte dell'opera viene espresso in un'inconsueta forma di monologo quasi filosofico e poi sostenuto della seconda parte in forma di racconto.
    Sono cattivo, so di esserlo e non voglio cambiare. Questo è l'assunto dal quale parte il narratore, per poi constatare di essere, in realtà, né buono né cattivo, di non essere nulla: il prototipo dell'uomo del XIX secolo, condannato dalla sua "troppa coscienza" ad essere senza carattere, destinato dall'eccessiva consapevolezza ad imboccare un vicolo cieco che conduce inevitabilmente all'inerzia.
    Troppi dubbi, troppo ragionare, troppa introspezione... in una parola: il sottosuolo.
    Ad ogni angolo sembra di sentire echi di Pessoa, Musil, Bernhard e chissà di quanti altri, ma forse meglio sarebbe dire che nell'opera di Pessoa, Musil, Bernhard e chissà quanti altri ad ogni passo risuona qualche eco di Dostoevskij.
    Autocoscienza, capacità di analisi, consapevolezza di sé... vissute come una colpa, un fardello con il quale convivere, ma anche un dolore che può trasformarsi in una specie di piacere amaro.
    Nella seconda parte dell'opera, come detto, queste tesi vengono espresse in forma di racconto, nel quale Dostoevskij utilizza il dialogo in maniera simile a come aveva già fatto nel Sosia. Ritroviamo le stesse atmosfere febbrili, il ritmo incalzante, l'assenza di equilibrio e di logica nelle parole e nelle azioni del protagonista. Tutto è fuori e tutto è dentro: tutto è apparentemente dialogo, confronto e scontro con l'altro ma in realtà tutto è monologo, contorcimento, avvitamento del personaggio su se stesso in un vortice destinato a portarlo sempre più a fondo.
    L'uomo del sottosuolo è un uomo solo, che vorrebbe avere rapporti con gli altri ma non ci riesce. Non sa come comportarsi e il suo approccio finisce per essere rozzo: nel confronto con l'altro cerca di dominare, di schiacciare il suo interlocutore, atteggiandosi a superiore mentre in realtà è vittima di un complesso di inferiorità, è lui a sentirsi non all'altezza degli altri. Non essendo in grado di vivere una vita vera è costretto a viverne un'altra, a rifugiarsi nel sottosuolo, un mondo solo suo, dove è lui a dettare le regole del gioco e dove anche il dolore che prova sembra un dolore "indotto", che si infligge da solo quasi a dimostrare a se stesso di essere in grado di avere sentimenti, di provare emozioni.

    ha scritto il 

  • 4

    Che cos'è l'essere? Che cosa vuol dire esistere? L’urgenza di porsi fondamentali domande come queste ha infiammato gli animi di filosofi e letterati d’ogni calibro, immolatisi nel sanare la frattura ontologica dell’io rispetto al vivere e all' "essere nel mondo". Se sembra così difficile trovare ...continua

    Che cos'è l'essere? Che cosa vuol dire esistere? L’urgenza di porsi fondamentali domande come queste ha infiammato gli animi di filosofi e letterati d’ogni calibro, immolatisi nel sanare la frattura ontologica dell’io rispetto al vivere e all' "essere nel mondo". Se sembra così difficile trovare una risposta veramente risolutoria è quanto mai meno remota l'eventualità di restare impigliati negli anfratti di una improbabile e controversa spiegazione. E’ però possibile scandagliare l’inconscio con perizia narrativa e lucidità di pensiero, se a scrivere è Dostoevskij, che da grande speleologo della materia cerebrale si addentra alacremente nelle sue viscere. Il sottosuolo non è altro che la piaga purulenta di una società tumorale infestata dai proliferanti germi della corruzione e della nequizia, un campo minato dove si rischia di rimanere impunemente gambizzati. L’era della mente ispirate da un’illuminante positivismo è pertanto messa alla berlina, soppiantata dalla reviviscenza di un sentimento misantropico che il protagonista, dispeptico e ripugnante, caldeggia in modo declamatorio. E’ una lettura spossante, perché da subito ti rendi conto che stai leggendo giorni, settimane e ore di disprezzo e frustrazione, un pezzo di cuore malato, una parte di patologia mentale, un momento orribile e deturpante della vita di qualcun altro che sta lentamente divorando anche te.

    ha scritto il 

  • 5

    "Uno sguardo nell'Abisso"

    Dostoevskij ha anticipato di almeno trent'anni la psicoanalisi freudiana. Il suo personaggio è una chiara e lucida lettura del proprio inconscio, il "sottosuolo"; questo luogo protegge dagli attacchi esterni della società, ma allo stesso tempo soffoca e incrementa il proprio senso di disprezzo. E ...continua

    Dostoevskij ha anticipato di almeno trent'anni la psicoanalisi freudiana. Il suo personaggio è una chiara e lucida lettura del proprio inconscio, il "sottosuolo"; questo luogo protegge dagli attacchi esterni della società, ma allo stesso tempo soffoca e incrementa il proprio senso di disprezzo. E' la storia di una nevrosi, appunto, una "malattia" che vuole se stesso vittima e carnefice. La società paralizza e diviene il palcoscenico in cui mostrare il proprio senso d'inferiorità. L'Io si nutre avidamente di umiliazione e allo stesso tempo cerca di riscattarsi umiliando a sua volta. Il protagonista agisce relazioni sadomasochistiche che autoalimentano la ritirata verso il sottosuolo. E' una vita vissuta all'interno dove ogni possibilità di uscita e di cambiamento viene smontata e fatta a pezzi.
    Può creare disgusto e indurre persino a voltare lo sguardo, ma guardare nel proprio Abisso con sincerità significa proprio questo: soffrire.

    ha scritto il 

  • 3

    Avrò sicuramente sbagliato periodo di lettura, perchè,da amante del Dosto quale sono, è impossibile che questo libro mi abbia lasciato poco e niente . Escludendo la prima parte (quanta volontà ci vuole per finirla!) ,il libro si riprende nella seconda con il protagonista che, con tutti i segni ti ...continua

    Avrò sicuramente sbagliato periodo di lettura, perchè,da amante del Dosto quale sono, è impossibile che questo libro mi abbia lasciato poco e niente . Escludendo la prima parte (quanta volontà ci vuole per finirla!) ,il libro si riprende nella seconda con il protagonista che, con tutti i segni tipici della misantropia, è senza dubbio degno di nota, così come lo sono riflessioni e sentimenti che prova verso vita, società, pseudo amici e così via; (tanto di cappello al Dosto che, ancora una volta, non delude nella capacità di indagare l'animo umano) ma, nonostante questo, non è riuscito a coinvolgermi,purtroppo. Premesso che rimane comunque un libro che va letto, mi sa che lo riprenderò di nuovo in un altro momento: chè,ripeto, credo di aver scelto quello sbagliato .

    ha scritto il 

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