Riportando tutto a casa

Di

Editore: Einaudi

3.6
(565)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 292 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8806197126 | Isbn-13: 9788806197124 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Adolescenti

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Descrizione del libro
Giuseppe ha i capelli rossi, i brufoli e un'inesauribile riserva di denaro nel portafoglio. Vincenzo invece è bello e tenebroso, come ogni antagonista che si rispetti. Il terzo amico è quello che racconta: l'occhio inquieto che registra con caustica, millimetrica precisione la vertigine dei loro quindici anni, la lunga inerzia del liceo, il precipizio dentro l'età adulta. Siamo a Bari, e sono gli anni Ottanta. Assassinata l'era delle ideologie, le strade sono piene di ottimismo, le televisioni commerciali stanno ridisegnando la mappa dei desideri, "qualcosa di molto simile alla follia meteorologica percorre l'economia del nostro piccolo paese". Il tempo è rapido, vorticoso, illuminato dal bagliore non del tutto estinto dei tanti risparmi inceneriti. Ma sotto quelle ceneri ci sono altri soldi che bruciano dalla voglia di passare di mano in mano. Eppure, via via che i tre ragazzi affrontano la vita, risulta evidente che le cose non sono cosi semplici. A dispetto delle loro case sempre più lussuose, a dispetto dell'ascesa dei padri (un imprenditore ossessionato dalla scalata sociale, un principe del foro, un ex meccanico dai molti talenti che ha preso denaro in prestito dalle persone sbagliate), a dispetto delle madri - o delle matrigne - che consumano i tacchi davanti alle vetrine, il radar dei loro occhi adolescenti registra vibrazioni inaspettate.
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  • 4

    Un romanzo intenso, forte, nell'assolata Bari degli anni Ottanta...

    Anni ’80. Siamo a Bari ma potremmo essere in qualunque città italiana. Gli anni di piombo alle spalle; l’inchiesta Mani pulite nel futuro.
    La Penisola è in preda ad una strana euforia da vana ricchezz ...continua

    Anni ’80. Siamo a Bari ma potremmo essere in qualunque città italiana. Gli anni di piombo alle spalle; l’inchiesta Mani pulite nel futuro.
    La Penisola è in preda ad una strana euforia da vana ricchezza. In tutte le case una presenza costante: la televisione perennemente accesa. La tivù commerciale inizia la sua scalata.

    Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia, edito da Einaudi nel 2009, racconta un decennio punto di svolta per la cultura, la politica e la società italiana.
    Tre ragazzi, di buona famiglia, percorrono la Bari degli anni ’80, la “Milano del Sud”, come si usava chiamarla a quei tempi. Le vetrine e il lusso del centro, vanno a braccetto con il degrado e il buio dei quartieri periferici e dimenticati.

    Se in Riportando tutto a casa cercate il Nicola Lagioia degli esordi, siete sulla strada sbagliata.
    Il libro del 2009 infatti, è uno spartiacque stilistico tra i primi due libri di Lagioia (Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj – 2001 e Occidente per principianti – 2004) e La Ferocia, racconto edito da Einaudi nel 2014 ma che, nel 2015, gli è valso il Premio Strega.

    Forse non è un caso che, in Riportando tutto a casa, Lagioia abbia deciso di avere come sfondo storico un decennio di passaggio.
    Come nello “strappo del cielo di carta” di pirandelliana memoria, i tre protagonisti e noi lettori, siamo costretti a guardare oltre la bella scenografia fatta di lustrini, boby minimal delle ragazze del Drive In (l’analisi della trasmissione diretta dal giovane Antonio Ricci, è un alto esempio di critica televisiva) e della bella vita pret-à-porter.

    Guardando oltre lo strappo della perfetta scenografia, si scopre l’inizio dell’attrazione morbosa per i primi eventi tragici trasmessi in diretta nazionale; il diffondersi dell’uso della droga e la comparsa dell’AIDS, parola sino ad all’ora sconosciuta; la fine della Prima Repubblica e la costruzione delle basi della crisi politico-economica degli anni 2000.

    Spesso capita che, tra il lettore ed i protagonisti delle storie, si instauri un rapporto di gentile e di cordiale convivenza, che termina con una separazione consensuale; con la voce narrante, Vincenzo e Giuseppe la relazione è diretta, quasi di parentela.
    I quarantenni di oggi, di qualsiasi parte d’Italia, leggendo il racconto, non fanno fatica a riconoscersi nei protagonisti e nelle loro famiglie.

    Riportando tutto a casa è, nel complesso, un libro che, porta a capire come uno scrittore elabora e fa evolvere il proprio stile; è uno di quei racconti che vorresti ricominciare a leggere ancora, ancora e ancora, perché infondo quel recente passato, ci appartiene e abbiamo bisogno di vederlo raccontato per capirlo ogni volta di più.

    Album consigliato: Bob Dylan - Bringing It All Back Home. - See more at: http://www.paperstreet.it/cs/leggi/riportando-tutto-a-casa-nicola-lagioia.html#sthash.IK4cbRJd.dpuf

    ha scritto il 

  • 2

    Non si capisce, al di là del bozzettismo troppo fine a sé stesso per auto-giustificare tutto, il fine di questo progetto di Lagioia. Penna senza dubbio indiscutibile anche se alle volte eccessivamente ...continua

    Non si capisce, al di là del bozzettismo troppo fine a sé stesso per auto-giustificare tutto, il fine di questo progetto di Lagioia. Penna senza dubbio indiscutibile anche se alle volte eccessivamente manierata, riesce come pochi ad elevare in senso elegiaco il racconto pur rimanendo concreto tanto da rendere universalmente fruibile quanto descrive. Il libro però appare privo di una forza che si referenzi, apparendo di conseguenza dispersivo e nebuloso, indefinito come i ricordi che il protagonista riannoda senza che ci sia dato sapere perché. Il "tempo del racconto" appare troppo poco narrato, rispetto al "tempo del raccontato", penalizzando la chiarezza globale anche di quello che viene ben descritto. Purtroppo, seppur classificabile come prodotto di spessore, questo libro non appare scevro dagli atavici difetti che una certa narrativa provionciale presenza cronicamente, un auto-compiacimento troppo forte rispetto alla propria identità che finisce per impedire a questa letteratura di diventare matura, universale, autonoma.

    ha scritto il 

  • 2

    Ambizioso è a dire poco... e che l'ambizione a volte copra il rumore degli scricchiolii di fondo si sa... la casa sta lì lì per crollare e alla fine rimane in piedi ma piuttosto sbilenca.
    Fare un frul ...continua

    Ambizioso è a dire poco... e che l'ambizione a volte copra il rumore degli scricchiolii di fondo si sa... la casa sta lì lì per crollare e alla fine rimane in piedi ma piuttosto sbilenca.
    Fare un frullato cosmico degli anni ottanta, spalmando sulle pagine tutto ma proprio tutto di quell'immaginario collettivo avrebbe avuto bisogno di ben altra architettura e tensione linguistica. Ciò non vuol dire che non ci siano cose buone, ma si risolvono in quelle minime e particolari. Anche l'idea di una vicenda che si inabissa verso il gorgo finale è insoluta, come se alla fine non avesse un vero scopo, se non quello esteriore di mettere un punto fermo al tutto.
    Lagioia dà l'impressione di voler essere un Franzen in sedicesimo (penso alle scene familiari, che sono tra le cose migliori, ma anche all'inizio del libro), per poi virare anche verso altri toni, perfino da suspence, in un saliscendi per tutto il romanzo. È un libro fuori fuoco (fuori fuoco sono i protagonisti), troppo abbondante, ma che non fa dell'abbondanza una vera questione di stile.

    ha scritto il 

  • 3

    Scritto molto bene, ma l'eccessiva ricercatezza appesantisce un po' lo stile.
    Gli anni '80 incombono con prepotenza nell'adolescenza del protagonista, che dopo trent'anni torna nella città natale per ...continua

    Scritto molto bene, ma l'eccessiva ricercatezza appesantisce un po' lo stile.
    Gli anni '80 incombono con prepotenza nell'adolescenza del protagonista, che dopo trent'anni torna nella città natale per fare chiarezza sui lati oscuri di quel periodo. Purtroppo il finale si perde, lasciando un vago senso di incompiutezza.

    ha scritto il 

  • 4

    So solo che Lagioia scrive da Dio. Poi si nota che a volte qua e la esagera con gli effetti speciali o col virtuosismo. O che la trama ha momenti flosci ma ribadisco che Lagioia scrive alla grande. Pu ...continua

    So solo che Lagioia scrive da Dio. Poi si nota che a volte qua e la esagera con gli effetti speciali o col virtuosismo. O che la trama ha momenti flosci ma ribadisco che Lagioia scrive alla grande. Punto e basta.

    ha scritto il 

  • 3

    L'argomento è interessante, e le potenzialità stilistiche dell'autore elevate. Tuttavia l'ho trovato farraginoso, inutilmente ridondante in alcune parti (quasi tutta la parte centrale del libro), il g ...continua

    L'argomento è interessante, e le potenzialità stilistiche dell'autore elevate. Tuttavia l'ho trovato farraginoso, inutilmente ridondante in alcune parti (quasi tutta la parte centrale del libro), il gioco di flash-back e flash-forward non aggiunge nulla. Tre stelle generose.

    ha scritto il 

  • 4

    Esco soddisfatto ma non troppo da questo mio primo accostamento a Lagioia: credo senz'altro di averne intravisto le capacità e le ancor più notevoli potenzialità - da qui, in definitiva, le quattro st ...continua

    Esco soddisfatto ma non troppo da questo mio primo accostamento a Lagioia: credo senz'altro di averne intravisto le capacità e le ancor più notevoli potenzialità - da qui, in definitiva, le quattro stelle - , ma devo pure denunciare un’irritazione, in corso di lettura, per certi virtuosismi della sua prosa, discutibili in sé e comunque tali da renderla poco scorrevole...
    Non mi soffermo e passo oltre: il nuovo romanzo di Lagioia, “La ferocia”, appena uscito, si prospetta come occasione per un mio secondo approccio allo scrittore pugliese - occasione che coglierò presto... anche perché tra le recensioni spicca già quella della vicina anobiana Laura Gotti, molto stimolante: “Era da un bel pezzo che non leggevo un romanzo italiano così”.

    ha scritto il 

  • 4

    continuo a non capire se mi piaccia, questa prosa; il cui tratto caratterizzante sembra essere, se mi si passa l'ossimoro, una sorta di *virtuosismo sgraziato*, e intendo con ciò il modo in cui Lagioi ...continua

    continuo a non capire se mi piaccia, questa prosa; il cui tratto caratterizzante sembra essere, se mi si passa l'ossimoro, una sorta di *virtuosismo sgraziato*, e intendo con ciò il modo in cui Lagioia riesce a inzeppare almeno un periodo ogni due con immagini e tropi al limite del concettoso, a volte azzeccate, a volte grottesche, spessissimo con l'aria di chi vuole strafare, eppure - alla fine - cognitivamente e narrativamente abbastanza efficaci; ma che certo non concorrono a costruire quel che si direbbe uno stile scorrevole, una pronuncia ben calibrata. perché nemmeno, poi, questo accumulo di costrutti spiazzanti e di agudezas si fa così insistito e disinibito da sfociare serenamente in una prosa propriamente barocca e/o espressionista; perché c'è sempre, come a trattenerlo, un minimalismo molto minimum fax (anche se questo è uscito per Einaudi), e allora queste spezie linguistico-cerebrali sono sempre un po' troppe per insaporire garbatamente il piatto, e un po' troppo poche per accomodarlo a pieno titolo in territorio neogaddiano, o manganelliano, o che so io.

    ha scritto il 

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