Ritorno a Haifa

Di

Editore: Edizioni Lavoro

4.2
(102)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Paperback

Isbn-10: 8879104667 | Isbn-13: 9788879104661 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 5

    Said e la moglie Safyia tornano a Haifa, solo per rivedere la loro terra, da cui erano stati costretti a fuggire vent'anni prima. La loro casa è abitata da un'ebrea polacca sopravvissuta ad Auschwitz. ...continua

    Said e la moglie Safyia tornano a Haifa, solo per rivedere la loro terra, da cui erano stati costretti a fuggire vent'anni prima. La loro casa è abitata da un'ebrea polacca sopravvissuta ad Auschwitz. Tre profughi per ragioni diverse, si ritrovano nel salotto della vecchia abitazione, in cui quasi tutto è rimasto com'era, anche se sbiadito dal tempo e dalla realtà. Un incontro teso e intenso, uno scontro tra anime diverse, in cui la vita ha lasciato ferite profonde e insanabili. Said lascerà Haifa devastato, con la sensazione di essere rifiutato da quel luogo tanto amato e a lungo rimpianto. Haifa non gli appartiene più e lui non appartiene più a Haifa. Cos'è in fondo la patria? Per gente come Said e Safyia, la patria non è altro che il passato, qualcosa ormai "coperta dalla polvere dei ricordi". Vi hanno rinunciato fuggendo. Per i giovani, tra cui il figlio Khaled, è un futuro sconosciuto per cui combattere.
    Uno splendido racconto della diaspora palestinese, molto meno conosciuta di quella ebraica, ma altrettanto dolorosa e struggente.

    ha scritto il 

  • 0

    Continuo che l'approfondimento della letteratura palestinese. Oggi con questo breve, ma intenso, testo di Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa. La storia è semplice, una giovane coppia di Haifa, durante ...continua

    Continuo che l'approfondimento della letteratura palestinese. Oggi con questo breve, ma intenso, testo di Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa. La storia è semplice, una giovane coppia di Haifa, durante la guerra che precedette la fondazione dello stato di Israele, si ritrova a fuggire dalla propria casa, spinti dalla folla e dall'esercito si troveranno ad attraversare il mare, lasciando tutte le proprie cose, la propria casa, ma soprattutto il loro bambino di 5 mesi. Venti anni dopo torneranno a casa, a quella che nei loro ricordi è la loro casa, la troveranno identica, ma estranea, e soprattutto occupata da una famiglia ebrea polacca, fuggita dell'Europa nel 1947, sfuggita al delirio nazista. Questa famiglia ha cresciuto il loro figlio...

    "Dal punto di vista puramente letterario, la prima parte del romanzo è la più riuscita, ed è anche quella tecnicamente più elaborata. I numerosi flashback, utilizzati con maestria dallo scrittore sono abilmente inseriti nel contesto del racconto" (p.XV dall'introduzione di Camera d'Afflitto)

    "Sai, erano vent'anni che immaginavo il giorno in cui la porta di Mandelbaum [segnava il confine tra Israele e Giordania, più che una porta un posto di blocco, che prendeva il nome dalle rovine della casa di un commerciante, distrutta nei combattimenti del 1948] si sarebbe aperta... Però mai, mai avrei sognato che l'aprissero dall'altra parte. Non mi sarebbe mai passato per la testa: è per questo che, quando loro l'hanno aperta, la cosa mi è sembrata terrificante, assurda e assolutamente offensiva... Mi prenderesti per pazzo, se ti dicessi che tutte le porte vanno aperte soltanto da una parte, e se qualcuno le apre dalla parte opposta si devono considerare ancora sprangate; ma è la pura verità" [dice Said, il marito, alla moglie Safiya] (p.5)

    Riferendosi alla donna che ora occupa la loro casa Said pensa: "Non sapeva come spiegarle che non era venuto pe questo [riprendersi la sua casa e le sue cose], che non voleva mettersi a fare una discussione politica, e che sapeva che non era colpa sua. «Non è colpa sua?». No, non proprio." (p.23) L'autore è perfettamente consapevole della grande ingiustizia che ha colpito gli ebrei in Europa, solidarizza con la loro sofferenza, ma crede che un'altra ingiustizia (quella contro il popolo palestinese) non sia la soluzione per ristabilire l'equilibrio. "Miriam [la donna polacca che ora vive nella loro casa] aveva perduto il padre otto anni prima, ad Auschwitz, e prima ancora, quando avevano fatto irruzione nella casa in cui abitava con il marito il fratello ancora bambino" (p.30) rivedeva in ogni bambino palestinese ucciso il suo fratellino. Il dolore non aveva cancellato la sua umanità, per questo fa entrare in casa la coppia tornata dopo tanti anni. Ma la storia ha cambiato la realtà, il mondo dei ricordi non è il mondo del presente.

    Prima di partire per Israele la coppia ebrea aveva fatto tappa in Italia e lì, il marito leggeva Ladri nella notte di Koestler (p. 26)

    ha scritto il 

  • 4

    Ottimo per scoprire Kanafani e la Palestina

    Tutta l'assurda tragedia palestinese viene sintetizzata nell'isterica risata del protagonista, verso la fine. Assurda anche perchè viene accettata senza remore da tutti coloro che ignorano il dolore d ...continua

    Tutta l'assurda tragedia palestinese viene sintetizzata nell'isterica risata del protagonista, verso la fine. Assurda anche perchè viene accettata senza remore da tutti coloro che ignorano il dolore del popolo della Palestina e restano indifferenti dinanzi a cotanta tristezza umana.
    Kanafani va davvero riscoperto, letto e studiato. E questo romanzo breve è un ottimo punto di partenza.

    ha scritto il 

  • 5

    Uno dei capolavori della letteratura palestinese. La scrittura di Kanafani è di una potenza unica. In poco più di 50 pagine riesce magistralmente a condensare tutti i dolori, le aspirazioni, le delusi ...continua

    Uno dei capolavori della letteratura palestinese. La scrittura di Kanafani è di una potenza unica. In poco più di 50 pagine riesce magistralmente a condensare tutti i dolori, le aspirazioni, le delusioni, gli errori e le speranze di un popolo. Con la sua morte , avvenuta per mano israeliana, la Palestina ha perso uno dei suoi più lucidi ed intelligenti figli. Queste pagine ne sono la dimostrazione....resta il rimpianto per ciò che poteva ancora dare alla causa e alla letteratura mondiale....Israele questo lo aveva capito benissimo.

    ha scritto il 

  • 5

    "Il più grande crimine che un uomo possa commettere, chiunque egli sia, è quello di credere che le debolezze degli altri e i loro errori, costituiscano il suo diritto di vivere a spese loro, e che giu ...continua

    "Il più grande crimine che un uomo possa commettere, chiunque egli sia, è quello di credere che le debolezze degli altri e i loro errori, costituiscano il suo diritto di vivere a spese loro, e che giustifichino i suoi errori e i suoi crimini"

    Non sapevo dell'esistenza di questo libro finché non ho letto questa frase, postata da una mia amica su facebook, e ho subito pensato "cavolo, quanti rapporti umani si basano su questa semplice ma spesso invisibile verità?". Non sapevo che il riferimento fosse alla situazione palestinese, e adesso che ho finito di leggere il libro resto convinto che sia la frase-simbolo dell'intero racconto, una frase che descrive alla perfezione lo stato d'animo dei personaggi del racconto e anche molti rapporti umani che si instaurano fra le persone.

    ha scritto il 

  • 5

    Ritorno ad Haifa, breve e intenso, e triste. Abbandoni,ritorni,rimpianti,e il tentativo di mettersi anche un po' nei panni dell'altro. Davvero un bel libro.

    ha scritto il 

  • 5

    Il mattino del mercoledì 21 aprile 1948.
    Haifa era una città che non si aspettava niente di particolare, anche se nell'aria regnava una tensione indefinibile.
    (pag 8).
    L'esercito inglese, che doveva ...continua

    Il mattino del mercoledì 21 aprile 1948.
    Haifa era una città che non si aspettava niente di particolare, anche se nell'aria regnava una tensione indefinibile.
    (pag 8).
    L'esercito inglese, che doveva ritirarsi a maggio, decide di anticipare la partenza al 20 aprile, e ciò lascia via libera all'epurazione della Palestina da parte degli ebrei, di cui gli inglesi sono ben informati. Il generale della brigata Carmeli dà questi ordini: "Uccidete ogni arabo che incontrate, bruciate ogni oggetto infiammabile e buttate giù le porte delle case con l'esplosivo". ( La pulizia etnica della Palestina , Ilan Pappe).
    Haifa viene bombardata e gli arabi costretti a fuggire.

    Kanafani ripercorre questa drammatica vicenda -persone costrette a lasciare le loro case e i loro averi, che verranno poi presi in custodia dall'Ufficio per i beni dei proprietari assenti (... Hanno istituito un ufficio, non so se rendo)- aggiungendovi una vicenda personale altrettanto drammatica e dolorosa.
    E' un testo molto breve (circa 60 pagine), ma carico di sentimenti, dolore, umanità.
    Un libro che dovrebbe essere letto dai più, convinti che gli arabi siano tutti terroristi e integralisti.
    E' bello assai perché -come afferma Gabrieli nella presentazione- l' "altro", l'usurpatore nemico, è raffigurato con tratti umani e civili. [...] Gli ebrei che occupano la casa sembrano avvertire anche loro il disagio e la tristezza della situazione (pag VII).

    Ps: Che bellino il bimbo in copertina ç_ç
    Pps: Il romanzo è gentilmente spoilerato in quattro righe nella sopracitata presentazione di Gabrieli.. Vi consiglio dunque di leggerla alla fine.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Una casa, due diaspore

    Non conoscevo Kanafani, un grazie di cuore a chi mi ha vivamente consigliato e prestato questo libro che restituirò - temo - malvolentieri.

    La storia è terribile nella sua 'linearità': nell'aprile del ...continua

    Non conoscevo Kanafani, un grazie di cuore a chi mi ha vivamente consigliato e prestato questo libro che restituirò - temo - malvolentieri.

    La storia è terribile nella sua 'linearità': nell'aprile del 1948 l'esercito dell'appena proclamato stato di Israele attacca ed occupa Haifa, con la connivenza degli inglesi che deportano (perché, sinceramente, non riesco a trovare termine più calzante) la popolazione locale, spinta verso il mare dall'avanzata delle truppe e dai bombardamenti.

    Said non è a casa quando inizia l'attacco. Cerca di tornarvi senza riuscirci, le strade sono bloccate, il percorso verso il mare è obbligato. Safiya, sua moglie, in preda al panico per l'attacco, esce di casa per cercarlo, lasciando addormentato nella culla il bimbo di 5 mesi.

    Non lo rivedranno - e lo crederanno morto, sulla base delle ricerche effettuate dalle Nazioni Unite - finché non decideranno di tornare ad Haifa, approfittando dell'apertura delle frontiere, per rivedere la casa nalla quale vivevano.

    Che nel frattempo è stata assegnata dal governo ad una coppia di ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, ed ora è abitata solo da Miriam, rimasta vedova, e da Dov, il bambino rimasto in quella casa, che i due polacchi hanno adottato e cresciuto.

    Eccola qui, la tragedia. Ecco il rifiuto del ragazzo, arruolato nell'esercito israeliano, che tratta i genitori come due estranei. Ecco due famiglie diverse, ma accomunate dalla diaspora, dalla fuga, dalla persecuzione. Ecco il 'nemico' dal volto umano, Miriam che inorridisce alla vista del cadavere di un bambino palestinese sbattuto su un furgone da due soldati israeliani, durante l'occupazione di Haifa.

    Le distanze, tuttavia, restano incolmabili. Said si congeda da Miriam dicendole che può restare nella loro casa, che perché Said ci possa tornare ci vorrà la guerra. Il figlio, forse la vera vittima di tutta questa storia, resta comprensibilmente chiuso in se stesso, rifiutando caparbiamente altri stravolgimenti nella sua vita.

    Siamo di fronte, credo - e nonostante il finale, ritengo 'figlio' degli anni 70 - ad un raro caso di tolleranza, alla volontà di non demonizzare l'altro. Una volontà che, 'dall'altra parte', ho letto (comunque tra le righe, appena accennata) soltanto ne 'Ritorno a Gerusalemme' di Mordecai Richler - peraltro sempre estremamente critico nei confronti di Israele.

    Qualche voce conciliante, insomma, comincia a sentirsi. Non quella di Kalafani, però, messa a tacere dal Mossad con un attentato nel 1972. Nella speranza che, presto o tardi, queste voci vengano ascoltate. Insha'Allah.

    ha scritto il 

  • 5

    grande

    Credo che sia il capolavoro di Kanafani. E' in ogni modo un grande libro. Il finale, in termini estetici, rischia di scivolare un po' verso l'ideologia, o in romanzo a tesi, ma credo sia da considerar ...continua

    Credo che sia il capolavoro di Kanafani. E' in ogni modo un grande libro. Il finale, in termini estetici, rischia di scivolare un po' verso l'ideologia, o in romanzo a tesi, ma credo sia da considerare un peccato veniale, comunque comprensibile nel contesto: l'autore è un nazionalista palestinese (se preferite, patriota palestinese) e l'opera è degli anni Settanta. Per almeno tre quarti il libro è un grande libro. Grande materia -tragica- mostrata attraverso una giornata, poche ore anzi, di una coppia in viaggio, e della persona che incontreranno all'arrivo. Un crescendo forte e inesorabile, reso con parole e gesti semplici, capaci di coinvolgere, di suscitare emozioni forti.
    Chi ama la buona letteratura farebbe bene a leggere questo romanzo (anche se ha qualche difetto, forse, come già detto).

    Chi acquieta la sua buona coscienza democratica, oggi, beandosi delle pagine di scrittori israeliani come Yeoshua (per dire uno dei più gettonati) deve farsi un giro anche dall'altra partte della barricata. Essere connazionale dell'aggressore -perché storicamente Israele è lo stato aggressore, primo responsabile dell'espulsione violenta di centinaia di migliaia di palestinesi e della riduzione a profugo di alcuni milioni di essi- non è come essere vittima. Non c'entrano i rispettivi valori letterari. Conosco sociologi o storici isrealiani nelle cui pagine non ci siano ipocrisia o falsa coscienza, per esempio Ilan Pappe o Jeff Halper, ma non ne conosco fra gli scrittori (magari ci sono, ma non vengono tradotti).
    Fra l'altro, si potrebbe fare la lista dei letterati o poeti -dicasi letterati o poeti- palestinesi uccisi dai servizi segreti israeliani. Un giorno tutto questo verrà ricordato (non da pochi semiclandestini). Un giorno la Palestina sarà patria dei palestinesi, liberi e padroni a casa loro.

    ha scritto il 

  • 4

    Frase da ricordare

    "Che strano! Tre paia di occhi che guardano la stessa cosa . Ma come la vedono diversa!"
    "Ti renderai conto che il delitto più grave che possa commettere un uomo chiunque sia,è quello di credere anche ...continua

    "Che strano! Tre paia di occhi che guardano la stessa cosa . Ma come la vedono diversa!"
    "Ti renderai conto che il delitto più grave che possa commettere un uomo chiunque sia,è quello di credere anche per un solo istante che la debolezza e gli errori degli altri gli diano il diritto di esistere a spese loro e di giustificare i propri errori "

    ha scritto il