Ritratto dell'autore da cucciolo

Seguito da "Avventure nel commercio della pelle", "Gli inseguitori", "Una storia"

Di

Editore: Einaudi

4.0
(67)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 231 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000061616 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Paperback

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Descrizione del libro
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  • 2

    No Brexit - 02 apr 17

    Secondo leggende che girano sul Web (ma abbastanza accreditate) il premio Nobel per la letteratura 2016, Robert Allen Zimmerman, avrebbe scelto come pseudonimo proprio il nome di questo autore gallese ...continua

    Secondo leggende che girano sul Web (ma abbastanza accreditate) il premio Nobel per la letteratura 2016, Robert Allen Zimmerman, avrebbe scelto come pseudonimo proprio il nome di questo autore gallese. Secondo fonti accertate (lo stesso autore) invece, è sempre dal poeta gallese che prende nome il fumetto Dylan Dog di Tiziano Sclavi. Tutto questo per introdurre un vecchio libro, credo acquistato una quarantina di anni fa, che finì tra le pieghe delle mie biblioteche, e che non fu mai letto. Lo scorso anno, dovendo liberare scaffali per la famiglia di Sara, me lo sono ritrovato (insieme ad altri che ho letto e leggerò, ed altri che aspettano di essere scoperti e che per ora sono a Soriano), e mi è punta vaghezza, come dicono i letterati, di capire di più. Capire perché quelle derivazioni summenzionate. Capire perché questo autore è diventato un riferimento di culto, di cui si parla spesso, ma che io, personalmente non avevo mai letto. Di certo è un personaggio particolare, guardando alla sua biografia letteraria. Figlio di insegnanti, non finisce la scuola, fa un paio di anni il giornalista, ed a 20 anni pubblica poesie che fanno scalpore nel mondo anglo-sassone. Motivo per cui diventa un riferimento. E 20 anni li compie nel 1934, essendo nato in Galles, appunto, nel 1914. Ma pur essendo intimamente gallese scrive sempre in corretto inglese. Scrive affastellando parole, immagini, rendendo vivide situazioni indescrivibili. Il tutto condito da una dose incontrollabile di alcool. Venti, venticinque pinte di birra servono solo ad inumidirgli la gola. Che poi bagna abbondantemente di whisky. Attraversa così altri venti anni in uno stato di etilismo sempre presente, continuando a scrivere poesie che parlano di morte, di incubi, di emarginati, di possibili ma inarrivati riscatti. Così scrive questo libro di cui si dovrà parlare. Così scrive un testo teatrale “Sotto il bosco di latte” che non conoscevo ma di cui ho cercato notizie e, da quello che ho letto, mi sembra interessante. Almeno come spunto. La storia di una cittadina intratessuta dai sogni dei suoi abitanti (ad esempi, il sogno di silenzi che pervade la vita della moglie dell’organista della chiesa). Poi, appena compiuti 39 anni, ai primi di novembre del 1953, muore a New York, dove si era recato per delle letture pubbliche, a causa di una polmonite e di un edema cerebrale, probabilmente dovuti ad abuso alcolico (anche se il fegato non presentava segni di cirrosi). E torniamo allora alla lettura. Anzi al libro, che in questa vecchia edizione Einaudi, oltre alla raccolta del titolo sono presenti l’abbozzo di un romanzo da lui abbandonato (“Avventure nel commercio della pelle” – “Adventures in the Skin Trade”) e due racconti (“Gli inseguitori” – “The Followers” e “Una storia” – “A Story”) tutti del 1953. I racconti li tralascio, che non mi hanno lasciato riflessi. L’abbozzo è fortemente visionario, nello stile Thomas, dove l’autore colpisce forte descrivendo la fuga di casa di un giovane per andare a fare, forse, il giornalista a Londra. Ma prima distrugge tutta una serie di emblemi casalinghi (pelouche, lavori a maglia, conti del padre) iconoclasticamente. Ma quello che più mi colpisce è poi quel suo farsi trascinare da quasi tutto quello che gli succede intorno una volta arrivato nella capitale. Sempre, fin dalla prima bevuta, con una bottiglia che gli si incastra nel dito indice. Un’immagine di una bellezza straniante, ironica e emblematica. Il corpo centrale, o meglio inziale, è invece questa carrellata attraverso dieci racconti della vita di un giovane gallese, nato in una cittadina piccola ma ben individuata nei suoi connotati lavorativi e sociali. Tipo la sua Swansea. Sono dieci bozzetti, in cui rinveniamo il filo rosso della presenza di un io narrante, che in ogni episodio è un po’ più grande. Ne vediamo i primi passi coscienti accompagnando il padre con un carretto, facendo visita al nonno che, sentendosi anziano, vuole andare al cimitero con i suoi piedi. Poi passeggiando con la governante ed assistendo agli approcci amorosi delle bambinaie. Cresce, va in gita, vede ragazze, e soprattutto incontra gente. Gente che beve, gente che non sa perché si è sposata, gente allo sbando. Fino ad un giovane di redazione, alle prese con i “giornalisti” di firma, con situazioni strambe, come la veglia funebre organizzata da una vecchia prostituta per la figlia morta di parto, ma che serve solo a raccogliere i soldi della colletta, ed andarseli a bere, che la figlia non è affatto morta. Fino all’incontro forse decisivo per la sua virilità con la bella Lou, ma che, tra alcool e sogno non pare finisca in gloria come si aspettava. Perché c’è sempre birra a fiumi che scorre per tutte le pagine. Ma c’è, in ogni riga, in ogni immagine, la fantasia sbrigliata di Thomas, che scrive, pensa, fa sogni ad occhi aperti, confonde realtà e volontà. Certo non deve essere stata facile la traduzione. Certo è gradevole il tono ed il modo. Purtroppo non mi coinvolge lo spirito come dovrebbe. La testa è presente, segue, annuisce. Collega, che molto è anche gioco di Thomas che fa la parodia del grande Joyce nel suo “Ritratto dell’artista da giovane”, usando però non il romanzo ma lo stile da racconto, che lo stesso Joyce aveva usato in “Gente di Dublino”. Quasi a voler creare un’epopea gallese da contrapporre a quella irlandese di Joyce. Ma se la testa è soddisfatta, il risultato complessivo, tenuto conto anche degli ultimi tre scritti poco coinvolgenti, rimane, anche se di poco, sotto la mia sufficienza.
    “Com’è bella questa sua attesa di me, benché ella non sappia di attendermi, e io non possa dirglielo.” (127)

    ha scritto il 

  • 5

    Paradossale come solo Dylan Thomas sa esserlo, poetico persino nella sua descrizione degli attacchi di delirio, e in quei momenti diventa difficile non volergli bene lo stesso, nonsotante le paranoie ...continua

    Paradossale come solo Dylan Thomas sa esserlo, poetico persino nella sua descrizione degli attacchi di delirio, e in quei momenti diventa difficile non volergli bene lo stesso, nonsotante le paranoie e le visioni. Da nn perdere. Mai

    ha scritto il