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Robot 64

Rivista di fantascienza - Autunno 2011

By Paul Di Filippo,Giuseppe Lippi,Dario Tonani,Maico Morellini,Allen M. Steele

(43)

| Paperback | 9788865301951

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Book Description

È il momento più triste per la storia di Robot, dopo la scomparsa del suo direttore e fondatore, Vittorio Curtoni, lo scorso 4 ottobre. L'omaggio migliore è andare avanti: far vivere la sua rivista, con un numero ricco di straordinari racconti e di b Continue

È il momento più triste per la storia di Robot, dopo la scomparsa del suo direttore e fondatore, Vittorio Curtoni, lo scorso 4 ottobre. L'omaggio migliore è andare avanti: far vivere la sua rivista, con un numero ricco di straordinari racconti e di brillanti articoli, con il suo ultimo, splendido editoriale e con un'analisi del suo ultimo libro, Bianco su nero, firmata da Salvatore Proietti.
La fantascienza è letteratura di evasione? Il racconto premio Hugo di Allen M. Steele L'imperatore di Marte dà tutto un nuovo significato a questa frase con una storia commovente sul filo della nostalgia. Corre invece sul filo dell'ironia il geniale Paul Di Filippo che in Wikiworld immagina un mondo retto dagli stessi principi della famosa enciclopedia online.
Un racconto, un quasi racconto e altro per il mini-speciale dedicato al curatore di Urania Giuseppe Lippi. E a proposito di Urania, presentiamo il vincitore del premio omonimo Maico Morellini con un racconto che conferma il suo talento. E torna anche Dario Tonani, con un racconto nella Milano di Infect@.
Nelle rubriche da segnalare interviste con Carlo Freccero direttore di Rai 4, con l'artista Brian Despain e con il grande scrittore Ted Chiang.

4 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Di Filippo salva in zona Cesarini

    Attirato da tre nomi (Steele, Tonani, Di Filippo) ho letto questo numero con aspettative piuttosto alte, disattese in realtà fin dal principio.

    Il racconto di Steele, vincitore del premio Hugo 2011, si assesta su una sufficienza anonima che mi fa pe ...(continue)

    Attirato da tre nomi (Steele, Tonani, Di Filippo) ho letto questo numero con aspettative piuttosto alte, disattese in realtà fin dal principio.

    Il racconto di Steele, vincitore del premio Hugo 2011, si assesta su una sufficienza anonima che mi fa pensare che il 2011 non sia stato molto produttivo dal punto di vista della narrativa breve SF. Sì certo, c'è una certa dose di malinconia nel protagonista che si rispecchia anche nella stessa dell'autore per i bei tempi andati (aka "gli anni d'oro della SF"), ma il tutto resta troppo insipido e arido come il vero Marte...

    Degli autori italiani qui proposti salverei Lippi, nonostante il suo risulti più un'articolo di giornale che un racconto fantascientifico, Nappo per l'idea e D'Alessandro perchè nei racconti brevissimi ci vuole un sacrosanto flash finale.
    Gli altri giù dalla torre, deluso soprattutto dall'osannato Dario Tonani che forse dava per scontato che il lettore conoscesse il mondo dei +toons (termine che so solo grazie alle recensioni di Infect@, qui non si capisce 'na sega).

    Il pezzo forte, come già detto, è Wikiworld di Di Filippo che per quanto mi riguarda risulta il salvatore della patria delle antologie scarse (Mirrorshades insegna).
    In poche pagine ti cala in un futuro prossimo vivido, solido e credibile, innestandovi una trama abbastanza fuori dai canoni e che trova un suo perchè nel contesto stesso.
    Lo stile ironico, a tratti dissacrante, che permea l'intera vicenda è la ciliegina sulla torta.

    Per quanto concerne la parte delle rubriche le uniche interessanti mi sono sembrate le interviste: a Ted Chiang, Brian Despain e Carlo Freccero.

    Un amaro sorriso lo strappa l'editoriale del fu Vittorio Curtoni.

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    Andy Dufresne said on Aug 9, 2012 | Add your feedback

  • 9 people find this helpful

    Robottini dispettosi

    Un tempo mi recavo in edicola a scadenze regolari.
    Come un orologio svizzero mi presentavo davanti all'esercente chiedendo, anzi, esigendo l'ultima uscita di questa o quell'altra collezione. Numeri imprescindibili finché non li avevo in mano, letti i ...(continue)

    Un tempo mi recavo in edicola a scadenze regolari.
    Come un orologio svizzero mi presentavo davanti all'esercente chiedendo, anzi, esigendo l'ultima uscita di questa o quell'altra collezione. Numeri imprescindibili finché non li avevo in mano, letti in un battibaleno, dimenticati ancor prima di chiudere la quarta di copertina. Brevi momenti di estasi letteraria.
    C'erano i fumetti Bonelli, qualche manga, le riviste tipo Focus o Art Dossier. Le testate fantascientifiche avevano uno spazio tutto loro, al centro di ogni mia libreria. In primis, ovviamente, Urania e i Classici di Urania, ma anche l’Isaac Asimov's Science Fiction Magazine versione italiana, Analog e Solaria.
    Tante cose sono cambiate da allora. E se, grazie anche alla scoperta dei grandi della graphic novel come Dave McKean e Enki Bilal, oggi come oggi i nuovi volumi Bonelli non li toccherei neanche con un bastone, altre riviste sono ahimè scomparse, si sono disfatte all'interno del variegato panorama editoriale - l'IASFM, Solaria - o si ritrovano moribonde con la testa ficcata in una pozza d'acqua - Urania.
    In questo ultimo decennio, certo non facile, pieno di cambiamenti - dalla carta al virtuale, dal Centro alla Rete - uno spazio tutto suo, messo quasi di traverso, se l'è conquistato proprio Robot. La fortuna di questa fantarivista è sempre stata quella di passare attraverso canali di distribuzione alternativi: prima le poste, poi il download via internet.
    Come la bolognese Futuro Europa, curata dall'instancabile Ugo Malaguti, questa rivista è sempre stata sostenuta da un piccolo ma agguerrito gruppo di estimatori: scrittori, critici, collaboratori saltuari, facenti capo alla milanese Delos. Neri araldi della notte (elettrica) che tramano nell'ombra. Certo, se ascolti i loro discorsi sembra che stiano aggrappati in cima alla Madonnina, davanti a sterminate platee. La verità, piuttosto, è che se la cantano e se la suonano per i fatti loro.
    Tutto ciò ha i suoi pregi e i suoi difetti.
    C'è la resistenza a tutto, anche alla dipartita del curatore storico Vittorio Curtoni (1949-2011), alla mancanza di un ritorno economico degno di questo nome; c'è insomma un certo pelo sullo stomaco. D'altro canto difficilmente gli interventi letterari, e specificamente quelli dei nuovi autori italiani, risultano degni di nota. Molti mancano addirittura di quel minimo di professionalità che si chiederebbe a un testo da consegnare alle stampe.
    Tornando a me, io non colleziono più nulla, la vita è troppo breve e troppo strana per fare santini; accumulare è un po' come morire, il senso del viaggio è viaggiare, ecc. ecc. Insomma, meglio assaggiare a random che intrupparsi in questa o quella fede, fosse anche solo una fede di gusto.
    Se una rivista, un libro, un'antologia, contiene un paio di nomi che mi interessano l’acquisisco, se no… che me ne frega di schiaffarla fra l'11° e il 13° numero, fra la A di "Ah vedi che prezzi!" e la C di "Col cavolo che torno a comprarti"?
    L'ultimo Robot che mi sono comprato, per esempio, conteneva un racconto lungo di Lucius Shepard (avete presente Lucius Shepard, uno dei migliori scrittori di fantaschifezze al mondo!?), ovvero Radiosa stella verde. Quello prima vantava l'unico racconto che mi sia mai veramente piaciuto del dottor Chiang (Ted Chiang, per me l'autore delusione del primo decennio del XXI sec.), Il mercante e il portale dell’alchimista.

    Ebbene, questo numero 64 è rimpolpato, oltreché da articoli privi di qualsiasi interesse - da una parte i doverosi peana sulla figura del Curtoni, dall’altra la pubblicità e le riflessioni intorno a varie figure e attività e merchandising della cricca - da un megaiperstrafantauau racconto di Paul di Filippo.
    Fermo restando che non vedo l'ora di mettere le mani sul seguito di Un anno nella città lineare, che sarà pubblicato proprio dalla Casa Editrice Delos a Maggio del 2012 (La principessa della giungla lineare); un racconto di Paul di Filippo è sempre foriero di sorprese, voli pindarici, accostamenti strampalati; insomma è geek, freak, e ginlemon contemporaneamente.
    Lo gusti, ti dici «cos'è questa schifezza?», poi ti ritrovi a chiederne un altro, e un altro ancora. Alla fine ti risvegli completamente ubriaco sul bordo di una strada sconosciuta, al freddo, con un mal di testa da paura e, quel che è peggio, tastandoti il costato ti rendi conto che qualcuno ti ha rubato un rene, o un polmone. Ripensandoci poi, una settimana dopo, seduto infiacchito sulla poltrona di casa, con un paio di tubi di un complesso macchinario medico che ti scava nelle parti molli e ti consente di vivere a stento, ti dici «Beh dai, infondo ne valeva la pena.» Ecco, questo è Paul di Filippo. L'autore di alcune fra le più pazze e divertenti antologie scifi che io abbia mai letto: La trilogia steampunk e l'Imperatore di Gondwana.
    Di questo Wikiworld non voglio dire nulla se non che tratta di infestazioni di vermoni giganti, di piratesse di ostriche, di recuperatori di tesori dimenticati, di una guerra commerciale al Venezuela e del più complesso e arzigogolato piano per coltivare gangja lunare che mai sia stato attuato negli UWA, gli United Wikiworld of America.

    Come se non bastasse tutto ciò, il primo brano del sessantaquattresimo robot è quel L'Imperatore di Marte di Allen M. Steele, vincitore del premio Hugo 2011, nella categoria miglior novella.
    Ecco Allen M. Steele è un autore che mi ispira un'innata simpatia. In mezzo a truci figuri che scrivono per salvare il mondo, o per blandirlo, e con un anello poi distruggerlo (Sauron rules!), Steele scrive onesti racconti di fantaoperai, di meccanici galattici, di astrotrasportatori in rivolta contro le astrogabelle di qualche Mario Monti interstellare.
    Il suo ciclo del Coyote è uno spasso, mentre questo racconto, che accosta la dura realtà operaia del pianeta rosso alle visioni degli scrittori vintage che di Marte non sapevano quasi nulla (Edgar Rice Burroghs e il suo eroe John Carter, E. A. Van Vogt e il Villaggio incantano…), fa quasi scorrere una lacrimuccia. Ebbene sì, su Marte non ci sono belle imperatrici in costumi discinti, a cavallo di fallici biscioni che entrano ed escono dalle dune, entrano ed escono, entr… ok, ci siamo capiti.

    Il resto di questo numero 64, sfortunatamente, è messo in mano ai nostri italianissimi autori e, devo dire, si raschia il fondo del barile con ogni mezzo, lecito e illecito. Maico Morellini cerca di fare poesia postapocalittik, postcyber, post questo e quello, straparlando di Gabriel, della Mano Sinistra di Dio, del dominatore dei Cherubini, ma anche di Lucifero e della Stella del Mattino.
    Qui le ambizioni sono alte, ci sono teofanie, riflessioni sul senso della vita, l’anima mundi è in pericolo; sfortuna vuole che i mercati cittadini siano “rustici”, i cursori del PC siano “rossi come una lacrima di sangue”, le connessioni informatiche si facciano attraverso “chiavistelli smeraldo e argento”. I suoi Angeli caduti avranno anche percorso chilometri di “brulla pianura” in mezzo a “vegetazione varia” e “profumi dimenticati” ma, per me, sono caduti proprio in basso.
    Finire questo racconto mi ha dato, per dirla alla Morellini: Un senso di perdita talmente radicato da eludere ogni controllo, ogni logica. Mi sarei strappato i capelli, pur di continuare questo viaggio iniziatico…

    Giuseppe Lippi viene ripescato e ripresentato (come se ce ne fosse ancora bisogno) con una ripubblicazione del 1978, sì, il 1978, quando in Italia spopolavano i Cugini di Campagna e il miglior esperimento di moda erano gli zoccoli olandesi col tacco.
    Il suo Antropologia fantastica non sarebbe poi così malaccio, solo che è retto da un’infilata di cliché, è un insieme di quadretti tenuti su con la colofonia. "Lo scenario è il circo, uno dei luoghi ideali per rappresentare "diversità", contrasti, tragedie e meraviglie sulla soglia dell'impossibile."
    La trama, la tramina, è presto detta: il direttore di un circo di freak (freak veri con poteri soprannaturali) enuclea al lettore, e cioè a noi, tre dei suoi fenomeni da baraccone, Il clown beffato dal destino, la donna resuscitata, il diavolo volante; indi narra dell’arrivo in famiglia di un quarto artista, Gerald Pan, un normalissimo prestigiatore, del tutto ignaro dei poteri “fantasy” dei suoi colleghi; il poveretto scopre l’inghippo, ovvero che sotto il cerone è tutto vero, che non ci sono maschere, né trucchi né infingimenti, e lui da chi va a fare la sua bella denunzia? Ovviamente dal direttore del circo, il quale non ci pensa due volte e lo fa fuori. Punto.
    Ovviamente non c’è un luogo, una data, un’ambientazione degna di questo nome… il tutto potrebbe essere successo nella Romagna di Fellini, come a Wichita durante la Grande Depressione.
    Ora, risulta singolare che proprio nell’anno di stesura di questo “capolavoro”, il 1978, Giuseppe Lippi sp*ttanasse allegramente il mago di Waukegan, Ray Bradbury (si veda, intorno alla querelle, il saggio Guida alla fantascienza del duo Lippi e Curtoni o, se proprio non si ha niente da fare, le note in calce alla mia scheda su Il popolo dell’autunno), lo sp*ttanasse, dicevo, e poi lo andasse a imitare cosi spudoratamente… e così malamente.
    Sindromi bipolari o semplice, genuina invidia? Lippi come Salieri e Bradbury come Mozart? Chissà…

    Ci sono poi tre raccontini flash di una pagina e mezza, rimescolati fra loro in modo da risparmiare spazio. Tre schioppi in aria che vorrebbero raggiungere la Luna, ovvero dare un qualche shock alla Fredric Brown, ma il cui unico pregio sta tutto nella loro estrema brevità.
    Laddove i tre autori chiudono con la trovata finale - spot usati come carta valuta, sesso al posto di documenti di identità, Isaac Asimov rinato - rimane una mezza pagina libera e ta-daaa… ecco svelato l’arcano: il direttore responsabile di Robot Franco Forte ci ficca un bel gobbo con la pubblicità del tomo, edito dalla Delos, Il Magazzino dei mondi, antologia di 180 racconti per 250 pagine curata da… Franco Forte.
    «Per chi ama la fantascienza brevissima, fulminante alla Fredric Brown»
    Certo, e come no, non mancherò, vado subito a comprare il tomazzo…

    All’intermezzo pubblicitario - a tradimento - segue l'ennesima incursione nel mondo dei +toon di Dario Tonani: Ascesa in Mongolfiera al Sole di Bart. Ecco, qui avevo qualche speranza ma sono rimasto deluso. Tutto gira attorno a un’unica scena, un’unica trovata (pari pari quella del titolo) per giunta autoreferenziale. O conosci i +toon, o non sei nessuno.
    Lo stile di Dario Tonani mi piace abbastanzucchio. Il suo infect@ era proprio stranetto, secondo me avrebbe meritato di vincere il Premio Urania 2006 (no dai, vogliamo metterlo a confronto con… e qui mi scende un briiiivido lungo la cervicale… Stella cadente di Alberto Costantini?). C’erano un bel po’ di cose che rendevano infect@ una vera e propria singolarità Made in Italy: finalmente una distopia urbana, ambientata in una Milano del futuro, che avesse degli elementi assolutamente originali. Sì certo c’era tanta pioggia, il poliziotto corrotto e droghino, e il noir che invadeva le strade… ma c’erano anche i colori sgargianti dei cartoni, la loro imprevedibilità!
    Toxic@, uscito l’anno scorso, non era di certo al livello di quella prima lisergica indagine di Cletus, ma si poteva anche mandar giù. I racconti degli Infected files, beh… ho cominciato a leggerli con le migliori intenzioni e ho finito di farlo coi piedi, mentre il resto di me girava i rigatoni in padella e pensava ai fatti suoi.
    Arrivati a questo Sole di Bart... diciamo solo che il calcio al carrello gliel'avrei dato io, a Juanito e a Pedro e alle “karognette”, ma per far precipitare i cartoonauti nello sprofondo, altro che per raggiungere le chiappe di Bart.
    Possibile che quando un autore italiano ha una bella idea debba spremerla fino al parossismo!? Qui non si parla, nel bene o nel male, della saga pianificata da un professionista, magari da un mestierante, che ha già un contratto editoriale, che sa quanto tirarla avanti, quante pagine, con che ritmo, attraverso quante e quali uscite programmatiche. Quali le analessi e quali le prolessi, i colpi di scena, i rivolgimenti. Qui si parla di una serie di infiniti strascichi attorno a un’opera autoconclusiva che inaspettatamente ha avuto un certo (?) successo e che non si vuol lasciare andare.
    A questo punto, pur di portare avanti l’impasto, mi aspetto un crossover Dario Tonani plus Massimo Mongai, i +toon nel mondo di Turturro, autopubblicati su Lulu. Non lo so… perché non un’opera teatrale? Un radiosceneggiato? Le vie dell’arte applicata sono infinite…

    Insomma, il mio giudizio è: numero bruttino, ma con due bei racconti piazzati all’inizio e alla fine.

    Fortuna vuole che questo Robot 64:
    1. L’abbia comprato direttamente in formato pdf;
    2. Non l’abbia pagato una lira… ehm, scusate, un euro, visto che l’ho preso con i buoni del Sony Prs-T1;
    3. Non abbia da finire impolverato in un angolo, se non nel fondo della mia micro SD.

    INDICE [delle sole opere di narrativa]

    AUTORE Titolo (numero di facciate) Giudizio personale

    ALLEN M. STEELE L'Imperatore di Marte (20) ****
    MAICO MORELLINI Angeli caduti (21) **
    GIUSEPPE LIPPI Antropologia fantastica (10) **
    SERGIO DONATO E sotto Dio la ruggine (1 e ½) *
    FERNANDO NAPPO Quote Spot (1 e ½) *
    DOMENICO D'ALESSANDRO Seconda vita (1 e ½) *
    DARIO TONANI Ascesa in mongolfiera al Sole di Bart (14) ***
    PAUL DI FILIPPO Wikiworld (27) ****

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    Kalimantan said on Feb 6, 2012 | 6 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Wikiworld

    Ho dato cinque stellette perchè mi sono innamorato di Wikiworld di Paul Di Filippo: racconto che prospetta un mondo stravolto dallo scioglimento dei ghiacci e dove l'organizzazione wiki a preso il sopravvento sulla società.

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    Lpelo2000 said on Jan 9, 2012 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    i racconti (sia italiani che stranieri) non mi sono sembrati eccellenti. "l'imperatore di marte" di Allen Steele avrebbe anche vinto un nebula, e non capisco come sia possibile visto che mi pare piuttosto mediocre. carino, ma ha più valore come "trib ...(continue)

    i racconti (sia italiani che stranieri) non mi sono sembrati eccellenti. "l'imperatore di marte" di Allen Steele avrebbe anche vinto un nebula, e non capisco come sia possibile visto che mi pare piuttosto mediocre. carino, ma ha più valore come "tributo" che come racconto in sé. Maico Morellini confeziona una storia piuttosto banale su cloni e cacciatori, che alla fine non risulta nemmeno del tutto chiara. il racconto di Giuseppe Lippi è in pratica la cronaca di un fatto realmente accaduto. Dario Tonani mette su una breve avventura nell'universo di infect@, divertente ma non incisiva. più interessante "wikiworld" di Di Filippo, ma mi è sembrato troppo leggero rispetto alle potenzialità che offriva l'idea.

    gli articoli sono mediamente interessanti, un po' meno quelli di "critica" che mi pare concludano poco, migliori le interviste.

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    Piscu said on Dec 28, 2011 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (43)
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    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
  • Paperback 192 Pages
  • ISBN-10: 8865301953
  • ISBN-13: 9788865301951
  • Publisher: Delos Books
  • Publish date: 2011-11-xx
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