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Rumore bianco

Di

Editore: Einaudi

3.9
(2532)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 394 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata , Tedesco , Francese , Svedese , Spagnolo , Sloveno , Chi tradizionale

Isbn-10: 8806147277 | Isbn-13: 9788806147273 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Mario Biondi

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Social Science

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Descrizione del libro
Il "rumore bianco" del titolo è il suono che ossessiona il protagonista delromanzo: forse è una semplice emissione della "partitura panasonica" in cuisiamo immersi ogni giorno, oppure un minaccioso messaggio in codice. JackGladney, studioso di Hitler e direttore di un dipartimento di studihitleriani nella sua università, tiene un corso sul fascino ipnoticoesercitato dai discorsi del Fuhrer, dai canti e dagli inni del TerzoReich; e finisce per calarsi nella materia delle sue ricerche al punto diricavarne una specie di nicchia da cui non vuole più uscire. Il romanzo èappunto lo studio di questa perversione. Sino al giorno in cui una nuvoladi gas tossico lo costringe a uscire dal suo rifugio...
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Il libro sulla morte e sul timore per essa. Più che per la trama, l'opera colpisce per le innumerevoli riflessioni, talvolta scaturite solo da paranoie, sull'unica nostra certezza.
    Ottima anche la con ...continua

    Il libro sulla morte e sul timore per essa. Più che per la trama, l'opera colpisce per le innumerevoli riflessioni, talvolta scaturite solo da paranoie, sull'unica nostra certezza.
    Ottima anche la conversazione sul tema dell'aldilà e sui credenti. Ottimi temi, un po' meno lo stile, ma sicuramente un grande libro (il finale fa capire quanto D. F. Wallace sia stato ispirato da DeLillo).

    ha scritto il 

  • 3

    Rumore bianco è un libro sulla paura della morte. Sulla ferocia della tecnologia, sull'esigenza che noi crediamo di averne, sulla tossicità che non sappiamo di trarne. È un libro sull'illusione, su co ...continua

    Rumore bianco è un libro sulla paura della morte. Sulla ferocia della tecnologia, sull'esigenza che noi crediamo di averne, sulla tossicità che non sappiamo di trarne. È un libro sull'illusione, su cosa succederebbe se esistesse un farmaco che ci distraesse dalla paura della morte, che riuscisse a immunizzarci, ancora meglio, e ancora più totalmente, del nostro rumore artificiale. È un libro sulla paranoia che ci assale quando il presentimento di morte si insinua, vero, inaspettato, nelle nostre apparenti immortalità. Quando accade qualcosa, una catastrofe, che non possiamo ignorare, che ci mette di fronte all'evidenza che no, non siamo eterni.

    http://startfromscratchblog.blogspot.com/2015/03/rumore-bianco-don-delillo.html

    ha scritto il 

  • 5

    calligrammi

    "A volte penso che il nostro amore sia privo di esperienza. La questione del morire si fa saggio strumento di memoria. Ci guarisce dalla nostra innocenza nei confronti del futuro. Le cose semplici son ...continua

    "A volte penso che il nostro amore sia privo di esperienza. La questione del morire si fa saggio strumento di memoria. Ci guarisce dalla nostra innocenza nei confronti del futuro. Le cose semplici sono fatali, o è una superstizione?"

    La cecità toglie l'aria, a quanto vedo.
    La prima e forse l'unica minaccia è l'asfissia, posto che può non esserci (più) nulla (da vedere).
    Il disegno che appare qui, a fine lettura, è un occhio ordinario. In buona salute e mio. Lo so per il fatto che respiro.
    Oltre a costruire immagini, questo libro fa fare utili e faticosi sogni. Che comprendono gli equivalenti simbolici locali del bisogno di catastrofi, gli "emanatori di oscurità", gli "estremi personali di un grigiore urbano postbellico", i "giochi da spiazzo libero con precedenti logici", lenzuola lanciate via con le caviglie, il sentiero del Bright Angel, nel canyon.

    ha scritto il 

  • 2

    Non mi è piaciuto. Colpa del traduttore o dello scrittore? Non saprei rispondere. Certo è che la necessità di rendere ogni minuto della vita di Jack e Babette eccezionale, perché in America tutto dev' ...continua

    Non mi è piaciuto. Colpa del traduttore o dello scrittore? Non saprei rispondere. Certo è che la necessità di rendere ogni minuto della vita di Jack e Babette eccezionale, perché in America tutto dev'essere vissuto sempre sopra le righe altrimenti non sei nessuno, lo porta a rendere poco credibili personaggi, luoghi e situazioni. Alcuni esempi: il protagonista fonda un Dipartimento di Studi Hitleriani presso l'Università in cui insegna, ma non parla una parola di tedesco; oppure, tra lui e Babette si ritrovano a gestire quattro figli, tre dei quali avuti da precedenti matrimoni di entrambi, ma lei è sempre imperturbabile, nonostante il caos domestico e la giovane età dei ragazzi. Inoltre, le ex mogli di Jack non potevano non avere vite “eccezionali”: una fa la spia e recensisce libri per la Cia in cerca di codici segreti, un'altra abbandona tutto per diventare Madre Nonsoche in un ashram ed insegue la pace nel mondo dimenticando suo figlio. Jack però, come se non bastasse, ha anche altre due figlie, una delle quali appare e scompare verso la fine del libro, citata in due righe. E poi gli elenchi e le liste che appesantiscono la trama, come Franzen in "Le correzioni", intollerabili: liste di oggetti da buttare, di notizie riportate dal giornale, di farmaci e composti chimici da sperimentare, liste ed elenchi noiosissimi. Il capitolo 26 segna una svolta, spiega il titolo, ma muore lì. Le aspettative rimangono deluse e il finale, deludente e insignificante, porta a chiedersi perché si è deciso di leggere questo libro.
    In estrema sintesi, è un libro di raccomandazioni:
    a) è bene condurre una vita sana e tornare alle cose semplici
    b) il progresso è solo fonte di problemi e danneggia la salute
    c) la paura della morte si vince solo cercando di non pensarci
    d) meglio guardare un tramonto che stare appiccicati alla TV.

    ha scritto il 

  • 5

    Eccitazione, ondata, tremore.

    "credo che sia un errore perdere il senso della morte, persino la paura. La morte non costituisce proprio il limite di cui abbiamo bisogno? Non ti sembra che dia una consistenza preziosa alla vita, u ...continua

    "credo che sia un errore perdere il senso della morte, persino la paura. La morte non costituisce proprio il limite di cui abbiamo bisogno? Non ti sembra che dia una consistenza preziosa alla vita, un senso di chiarezza? Bisogna chiedere a se stessi se tutto ciò che si fa in questa vita avrebbe le stesse caratteristiche di bellezza e significanza senza la consapevolezza che si tende a una linea finale, a un confine, a un limite."
    Il consumismo elevato all'ennesima potenza come riflesso della consunzione interiore, fisica e psichica, dei personaggi e dell'uomo moderno. Inquietante e penetrante come uno stridore. Bellissimo romanzo.

    ha scritto il 

  • 0

    Contenta di averlo letto ma anche di averlo finito...
    Lettura che trasmette (almeno a me) un malessere profondo. L’autore scava impietosamente nel male di vivere che abita in ciascuno di noi e restitu ...continua

    Contenta di averlo letto ma anche di averlo finito...
    Lettura che trasmette (almeno a me) un malessere profondo. L’autore scava impietosamente nel male di vivere che abita in ciascuno di noi e restituisce il ritratto feroce di un’America in disfacimento, disperata nella sua mancanza di fondamenti, istericamente aggrappata a parvenze di verità.
    I vari personaggi sono sfaccettature dello stesso personaggio, voci disincantate e disperate. Ciascuno di essi, in un orizzonte minaccioso in cui le possibilità di male invisibile sono infinite, cerca di dare a modo suo un senso alla propria vita.
    Il protagonista si afferra a quanto di più ferocemente ordinato e formale possa concepirsi, il nazismo, il cui interprete principale, Hitler, è visto al di fuori di qualsiasi considerazione etica. Babette non riesce, nonostante la sua calda carnalità e l’ancoraggio alla banalità quotidiana, a scrollarsi di dosso la paura più atavica e astratta, quella della morte. Heinrich filosofeggia sull’incombenza della catastrofe, che per lui diventa ricerca di senso e stimolo a trovare la sua maturità. Denise simula, dietro parvenze di sicurezza, il suo faticoso costruirsi. Murray è l’alter ego disincantato, doppio, specchio del protagonista. Gray è il taumaturgo che non sa curare se stesso e che frantuma il proprio io con le sue stesse armi.
    Il tutto sullo sfondo di un mondo virtuale, fatto di non-luoghi, a cominciare dalla casa che è piuttosto un insieme di nicchie, di bolle di individualismo, su ciascuna delle quali domina uno schermo televisivo. Non-luogo per eccellenza è il supermercato in cui regnano sovrani, oltre ai prodotti che non hanno nulla di naturale, i tabloid che regalano false speranze a un’umanità che le ha perse e si è persa.
    Unico personaggio ancora autentico è il piccolo Wilder che, nella fase pre- linguistica della sua vita, in cui non è ancora capace di dare un nome alle cose, passa incontaminato all’interno di questo mondo virtuale che, quasi per una forma di rispetto verso la sua natura ancora vergine, lo lascia miracolosamente incolume.
    Pieno di un senso di tragedia imminente o dilazionata ma comunque veicolata da agenti invisibili - che si tratti dei neuroni del proprio cervello o delle molecole di una nube tossica - questo romanzo porta al parossismo l’angoscia del XXI secolo, se per angoscia si deve intendere ancora la paura indistinta di un nemico cui mancano i connotati, come la nuvola avvelenata o l’escrescenza nel corpo dell’io narrante.
    Una vera distopia, romanzo importante ma difficile da sostenere. 1985

    «Rumore bianco» di Don De Lillo è un romanzo suddiviso in tre parti, dai capitoli brevi ed efficaci. La prima parte è la più scorrevole e dà una vivace lettura della vita quotidiana di una famiglia allargata tipicamente americana in cui già emergono elementi di quelle paure che verranno meglio trattate nella terza parte; è già presente la fragilità del protagonista nella opinabile scelta di Hitler come personaggio da presentare ai suoi giovani studenti. La terza parte del libro denota eccessi tipicamente “americani”, lontani dalla nostra cultura tanto che sono stati per me di difficile comprensione. Sono ben delineati i personaggi dei figli che emergono con personalità propria.
    Per quanto riguarda l’argomento della paura dell’uomo verso la morte, l’autore non esprime la sua personale opinione in merito, ma lascia spazio a svariate tesi con cui si può essere in disaccordo o far proprie anche solo in parte. 1992
    Strano questo tuffo in una letteratura post moderna. Lo possiamo definire un romanzo? Solo in minima parte. E’ più una sorta di dialogo platonico moderno, di riflessione sull’uomo e soprattutto sulla sua ansia di fronte alla morte.
    Come Socrate, che nei dialoghi platonici incontrava persone “dotte”a cui chiedeva aiuto per risolvere questioni fondamentali, non trovando però soluzioni vere ma sollevando solo interrogativi, arrivando alla consapevolezza di non sapere, così il protagonista del romanzo di DeLillo vaga alla ricerca di risposte senza trovarne.
    Lo scopo non è la conoscenza pura, il sapere: qui l’anelito fondamentale è placare l’angoscia, una angoscia tremenda che attanaglia e non fa vivere.
    Nel Mito della Caverna di Platone l’uomo incatenato (simbolo dell’anima) vede sulla parete le ombre, che egli reputa gli oggetti reali. Solo una volta che si è liberato, vede finalmente gli oggetti che prima erano ombre e i raggi del sole
    (simbolo del Bene) gli permettono di contemplare per la prima volta il mondo reale.
    Anche in «Rumore bianco» c’è un continuo richiamo a una sorta di raggi: le onde e le radiazioni, forse simbolo più moderno di una civiltà che non ha più come punto di riferimento il sole, elemento naturale, ma un mondo artificiale, con luci create dall’uomo e un insieme di strumenti tecnologici, per noi ormai indispensabili, collegati fra loro da reti invisibili.
    Non a caso il supermercato diventa un luogo forte, a metà strada tra una chiesa di uno strano culto ultra moderno e una astronave, “ con le grandi porte che si aprono scorrendo e si chiudono spontaneamente. Onde di energia, radiazioni incerte. E poi ci sono lettere e numeri, tutti i colori dello spettro, tutte le voci ed i rumori, tutte le parole in codice e le frasi convenzionali”.
    Ma sono solo luci finte, che non hanno il calore dei raggi del sole; non ci aiutano a vedere oltre, a contemplare qualcosa d’altro dalle immagini riflesse.
    Forse l’angoscia della morte è proprio legata a questo staccarsi dalla naturalità, dal ciclo della vita, a questa artificiosità portata agli estremi?
    Jack Gladney, il protagonista, le prova tutte per sconfiggere le sue angosce, ma l’esito è sempre negativo. Nulla può la medicina o la chimica (“Il Dylar ha fallito”), la fiducia nella tecnologia (produce “fame di immortalità” ma contemporaneamente “minaccia l’estinzione universale”).
    Neppure la religione cristiana può fare qualcosa: l’incontro con la Suora in ospedale è un momento molto particolare del libro, in cui cadono anche le speranze di potersi rifugiare in un mondo beato e sereno, fatto di preghiere e “vecchie credenze”.
    E non va meglio con le altre religioni. Si accenna, ad esempio, alla teoria tibetana per cui la morte è solo uno stato di transazione, prima di un’altra rinascita. Ma poi si conclude dicendo che “neanche il Tibet è più quello di una volta”. Si potrebbe provare a rimuovere, ma è una fuga che non funziona. C’è chi prova ad andare in ferie, cercando nei posti nuovi, fuori dalla quotidianità, un modo per dimenticarsi della morte. Ma è solo temporaneo.
    Un altro modo è il rifugiarsi nei miti dei grandi personaggi, che nel loro essere ricordati per quello che hanno fatto sono, in un certo senso, immortali.
    Ad un certo punto addirittura si cerca di vedere la morte come qualcosa di indispensabile perché rende la vita preziosa.
    Ma il tentativo più folle di sconfiggere l’angoscia della fine è l’omicidio (“guarire dalla morte uccidendo gli altri”). Jack proverà questa strada e diventerà un assassino, nelle pagine più surreali del libro, per poi ritornare alla vita di tutti i giorni, compresa la visita al supermercato dove “le casse sono attrezzate di cellule fotoelettriche,che decodificano i segreti binari di ogni articolo, senza fallo”. 2002

    ha scritto il 

  • 3

    Rumore stanco

    Bello è bello, nel complesso. DeLillo trasuda arte, o almeno artigianato di altissima qualitaà. La mano del maestro trapela abbondante, niente da dire; però questo romanzo non mi ha convinto sino in f ...continua

    Bello è bello, nel complesso. DeLillo trasuda arte, o almeno artigianato di altissima qualitaà. La mano del maestro trapela abbondante, niente da dire; però questo romanzo non mi ha convinto sino in fondo. Non è sempre chiaro dove vada a parare, anzi, sembra scritto in momenti diversi, è talvolta prolisso, eccessivo, inutile. L'ossessione per il farmaco uccidi-paure, e tutta la prima parte, quella sull'evacuazione... bella, ma veramente troppo lunga. Non so, questo romanzo mi ha lasciato come la sensazione che Delillo volesse scrivere il capolavoro, più che semplicemente un bel libro; e il risultato mi pare un po' artefatto.

    ha scritto il 

  • 0

    Tripudio del romanzo postmoderno, cui si ispireranno autori del calibro di David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Martin Amis, Rumre bianco è il romanzo che ha portato alla ribalta Don D ...continua

    Tripudio del romanzo postmoderno, cui si ispireranno autori del calibro di David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Martin Amis, Rumre bianco è il romanzo che ha portato alla ribalta Don DeLillo.
    La tranquilla esistenza di Jack Gladney, direttore del dipartimento di studi hitleriani - da lui stesso fondato - dell'università di una bucolica cittadina del Midwest, viene scossa da una nube tossica conseguente a un disastro ferroviario. Sconvolto dall'idea di poter essere stato avvelenato, Jack piomba in un incubo delirante in cui tutta la sua vita gli si spezzetta addosso.

    La recensione, più approfondita e con note biografiche sull'autore, la trovate sul blog:
    http://www.lastambergadeilettori.com/2014/11/speciale-italoamericani-rumore-bianco.html

    ha scritto il 

  • 3

    "E se la morte non fosse altro che suono?"


    "Rumore elettrico."
    "Lo si sente per sempre. Suono ovunque. Che cosa tremenda!"
    "Uniforme, bianco."
    "A volte mi invade," disse lei. "A volte mi si insinua nella mente, a poco a poco. Io cerco di parl
    ...continua


    "Rumore elettrico."
    "Lo si sente per sempre. Suono ovunque. Che cosa tremenda!"
    "Uniforme, bianco."
    "A volte mi invade," disse lei. "A volte mi si insinua nella mente, a poco a poco. Io cerco di parlarle. «Non adesso, morte»."

    Jack Gladney è il direttore del dipartimento di studi hitleriani - da lui stesso fondato - dell'università di una bucolica cittadina del Midwest. La serena routine delle sue giornate, divise tra un lavoro che adora e l'allargato nucleo familiare composto da Babette (la quarta moglie) e da una nidiata di ragazzini frutto dei precedenti matrimoni di entrambi, viene minata dall'aprossimarsi di una nube tossica generata da un disastro ferroviario.
    Jack, esposto alla tossina e ignaro degli effetti che potrebbe avere a lungo termine sulla sua salute, viene brutalmente messo di fronte alla sua mortalità: il professore di successo viene strappato dalla sua privilegiata condizione borghese e gettato in un mondo che gli si disintegra addosso. La famiglia, rifugio e porto sicuro, gli appare adesso estranea, i figli sempre più indipendenti e distanti. Persino Babette, la roccia, il pilastro portante della casa, finisce per gettare la maschera rivelandosi per ciò che è: una donna debole terrorizzata dall'idea della morte, al punto di offrire favori sessuali a un industriale farmaceutico per avere accesso a uno psicofarmaco sperimentale che possa aiutarla.
    Intrappolato nel rumore bianco di mille voci morte, un fruscio indistinto e assordante che sfugge al controllo delle percezioni, Jack non può far altro che arrendersi all'insensatezza della sua esistenza.

    Rumore bianco è il romanzo che ha consacrato al successo Don DeLillo. Considerato una perfetta esemplificazione del postmodernismo, non deve pertanto stupire la quasi totale assenza di trama e la voluta incompiutezza, parzialmente riscattate da una prosa d'altissimo livello messa al servizio di temi tipici della corrente letteraria: il consumismo della società americana moderna, sottolineato da continui riferimenti a marche note e fittizie e dalle frequenti incursioni dei protagonisti in supermarket e centri commerciali; l'ingombrante e invadente presenza dei media - radio, tv, pubblicità - che interrompe dialoghi significativi, spezza le frasi, s'inserisce nei vuoti e distrae i personaggi; la vacuità dell'ambiente universitario, incarnata da vuote convenzioni e da intellettualismi fini a se stessi; l'egoismo alla base di qualsiasi relazione interpersonale, persino quelle familiari; l'emergere della violenza, muta o esplicita, nei soggetti più impensabili; le martellanti teorie complottiste, che ossessionano molti personaggi usciti dalla penna dell'autore. Temi e situazioni ancora spaventosamente attualissimi nonostante il romanzo sia datato 1985.

    "Non c'è motivo di credere che la vita sia più preziosa perché fugge. Riflettiamo su questo. Bisogna che gli venga detto che deve morire, perché uno possa cominciare a vivere in tutta pienezza la propria vita."

    Un'analisi a mente lucida, lontana cioè dal rumore bianco della prosa di DeLillo, vero virtuoso della parola, mi rivela la vacuità della lettura del romanzo, pari a quella dell'american dream tanto additato e denunciato. Se i romanzi fossero fatti solo di parole, Rumore bianco sarebbe un capolavoro. Disgraziatamente c'è ancora chi desidererebbe trovarci anche un po' di trama.

    Recensione pubblicata anche sul blog insieme ad alcune note biografiche sull'autore:
    http://www.lastambergadeilettori.com/2014/11/speciale-italoamericani-rumore-bianco.html

    ha scritto il 

  • 4

    RUMORE BIANCO

    Un romanzo in tre parti. La prima ci parla del professor Jack Gladney che trascorre una monotona esistenza mentre tutto annega in ”un rombo sordo e non localizzabile, come di forma di vita sciamante, ...continua

    Un romanzo in tre parti. La prima ci parla del professor Jack Gladney che trascorre una monotona esistenza mentre tutto annega in ”un rombo sordo e non localizzabile, come di forma di vita sciamante, esterna alla sfera della comprensione umana”. Un’esistenza che sembra rivitalizzarsi, solo nel nucleo familiare, con “una densità colloquiale che fa della vita di famiglia l’unico mezzo di conoscenza sensoriale in cui rientri normalmente un trasalimento del cuore.”
    La seconda parte è caratterizzata da un evento tossico che minaccia la cittadina in cui risiedono i protagonisti, instillando in loro una paura della morte che sarà l’elemento centrale della terza parte. Paura che Jack e la moglie cercheranno inutilmente di combattere assumendo un farmaco sperimentale potenzialmente dannoso.
    L’autore, nel descriverci la cronaca dell’assurdo di una società che galleggia passivamente nel fiume del benessere consumistico, fa frequente uso di dialoghi filosofeggianti che ricercano una profondità senza poi raggiungerla, disperdendosi nel grigiore di quel ronzante rumore in cui tutto sembra affogare.
    Un romanzo che, pur non avendomi entusiasmato, non ha mosso DeLillo dalla mia top five.

    ha scritto il 

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