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Sarah

Di

Editore: Fazi (Le strade, 42)

3.2
(982)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 178 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Portoghese

Isbn-10: 8881121670 | Isbn-13: 9788881121670 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Martina Testa

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Teens

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Descrizione del libro
Sarah ha dodici anni, è ancora un bambino. Sì, un bambino: il nome d'arte lo prende dalla madre, una "lucertola da parcheggio", come vengono chiamate le prostitute che nel West Virginia battono le stazioni di servizio, una madre adorata e volubile, capace di abbandonarlo per il primo camionista che le offra il miraggio di una vita diversa. Sarah desidera fare il suo stesso mestiere. Lei lo incoraggia: lo traveste per gioco da donna, e lui inizia a rubarle gli abiti dall'armadio. La sua età gli consente di passare facilmente per una ragazzina e Glad, pappone-sciamano di origine indiana, lo prende sotto la sua egida e gli dona l'amuleto delle sue protette. Comincia così un viaggio avventuroso, magico e doloroso.
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  • 2

    Perversione e voglia di scioccare sono gli ingredienti di questo libro. L'autore pensa di essere un novello Palahniuk ma ha fatto male i suoi calcoli, per me rimane un bluff. Chi l'ha più sentito nomi ...continua

    Perversione e voglia di scioccare sono gli ingredienti di questo libro. L'autore pensa di essere un novello Palahniuk ma ha fatto male i suoi calcoli, per me rimane un bluff. Chi l'ha più sentito nominare?

    ha scritto il 

  • 4

    La premessa necessaria è che questo libro non è un capolavoro (tende a essere un po' statico in alcuni momenti della narrazione).
    Trovo, però, che capolavoro non abbia nemmeno la pretesa di esserlo.
    N ...continua

    La premessa necessaria è che questo libro non è un capolavoro (tende a essere un po' statico in alcuni momenti della narrazione).
    Trovo, però, che capolavoro non abbia nemmeno la pretesa di esserlo.
    Non l'ho trovato neanche un romanzo provocatorio, se è per questo.
    Quello che trovo sempre nei romanzi di JT LeRoy (o Laura Albert, che dir si voglia) è una capacità di trasfigurazione straordinaria.
    La situazione di partenza è una fra le più degradate che possano venire in mente: dodicenne figlio di una prostituta, il narratore desidera diventare prostituta a sua volta. Vive la propria vita seguendo le orme di una madre sbandata, sempre pronta a correr dietro al primo uomo disposto a offrirle il miraggio dell'amore, dei soldi o anche soltanto di un bicchiere di whisky. All'età di dodici anni riceve dal pappone Glad un osso di pene di procione, e fa ufficialmente l'ingresso nel mondo delle lucertole da parcheggio. La sua indole curiosa e arrivista lo spingerà, però, ad allontanarsi dalla "bolla" protettiva di Glad. Si troverà così in un altro parcheggio e in un'altra - ben diversa - situazione.
    Noi lettori ci troviamo ad avere a che fare con una variopinta umanità "di margine", un mondo legato esclusivamente al denaro ma in cui non mancano i sentimenti veri. Anzi, forse c'è più verità lì che non nell'ipocrisia del mondo "standard".
    Ciò che è davvero interessante nel libro, molto più del protagonista in sé, è il festoso e a tratti inquietante nugolo di personaggi secondari, uno più sciroccato dell'altro, con cui si trova ad avere a che fare. Glad, Pooh, Madre Shapiro, Sundae e Pie, Stacey e molti altri, formano una variopinta serie di scampoli di umanità e una galleria di personaggi colorati e grotteschi, di cui è a tratti davvero godurioso leggere (si veda, ad esempio, l'indimenticabile, divertentissima, cinematografica corsa in camion della geisha e della cheerleader). Tra rituali sciamani e roghi cristiani da inquisizione, tra dogma e superstizione, si dipana la favola nera di Sarah, santo e demonio, bambina e ragazzo.
    Di squallore ce n'è tanto in queste pagine, ma i toni si mantengono sempre sopra le righe. La narrazione scorre serrata, la mano è sicura e non sfocia mai nel volgare o nello scandalistico. Oh, Laura Albert sa scrivere. E tutto viene, appunto, trasfigurato con gli occhi del ragazzino. L'effetto è straniante, quasi magico, psichedelico. Soltanto il finale è un po' amaro, ed è giusto che sia così visto tutto ciò che accade. Sembra davvero di leggere un qualche remake di "Alice nel paese delle meraviglie". E ci si trova a credere nei poteri del Cervoconiglio anche se è solo un finto trofeo da stazione di servizio. Anche se sono tutte coincidenze. Anche se Pooh non ha realmente il "sesto senso".
    I personaggi, insomma, sopra al degrado ci galleggiano, in qualche caso ci nuotano, sempre vogliono (o credono di) innalzarsene. A prendere la narrazione da un altro punto di vista, ci sarebbe probabilmente soltanto da piangere perché sì, questa è gente che la vita ha rovinato. Meglio se JT non esiste, significa che un bambino in meno ha dovuto vivere certe esperienze. E, tuttavia, il punto di vista è quello dell'infanzia. Ogni esperienza viene sublimata e ne risulta un effetto di grande tenerezza, di levità, anche di delicatezza malgrado l'ambientazione.
    L'unico vero, grande dolore, è l'assenza della madre: quella madre volubile, infantile, bellissima e assolutamente incapace di badare a se stessa, con cui il protagonista si identifica al punto da assumerne il nome. L'ombra di Sarah rimane sempre tra le righe, nei pensieri. C'è questa certezza che, per quanto lontani, si ritroveranno. Perché è come se madre e figlio fossero parte uno dell'altra, attirati come calamite. E sembra che la sola consapevolezza che lei sia da qualche parte e sia viva basti a rendere il giovane narratore più felice.
    Questa, ricapitolando, è una favola. Una favola anche molto ironica sulle fragilità umane, una storia di sentimenti sinceri - come l'amore di un bambino per la madre, o come l'amore e basta - che fioriscono là dove la disumanità dovrebbe essere completa. Un misto inebriante di colorata innocenza e di fumosa decadenza, notturno e colorato. E, al di là di qualsiasi giudizio sulla vicenda truffaldina di JT, non posso non sperare che Laura Albert torni a scrivere, stavolta col suo vero nome, perché la trovo davvero un'ottima narratrice.

    ha scritto il 

  • 3

    Mi piacciono in uno strano modo perverso le storie di degrado, e questa lo è sicuramente. In un'ottima traduzione di Martina Testa, seguiamo le disavventure di Sarah, o Cherry Vanilla, o Sam, o come l ...continua

    Mi piacciono in uno strano modo perverso le storie di degrado, e questa lo è sicuramente. In un'ottima traduzione di Martina Testa, seguiamo le disavventure di Sarah, o Cherry Vanilla, o Sam, o come lo vogliamo chiamare. Abituato fin da piccolo a vestirsi da donna insieme alla madre prostituta, il protagonista sogna a sua volta di diventare la migliore "lucertola" da parcheggio, la più ricercata dai camionisti, e ovviamente si infilerà in un mare di guai. È veramente strano leggere di qualcuno che vuole vivere una vita come questa, anche solo per sentirsi più simile e più vicino alla madre. E JT Leroy non ci risparmia nulla. Sicuramente leggerò Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, di cui ho già visto il film: penso che la storia, per quanto simile a questa, mi appassionerà di più.

    ha scritto il 

  • 5

    Lo divorai.

    Il sequel dell'"Ingannevole è il cuore più di ogni cosa", letto un anno prima, mi trascinò nuovamente in quella che (credevo fosse) la vita di un bambino/adolescente sfortunato.
    Ai tempi mi piacque.
    O ...continua

    Il sequel dell'"Ingannevole è il cuore più di ogni cosa", letto un anno prima, mi trascinò nuovamente in quella che (credevo fosse) la vita di un bambino/adolescente sfortunato.
    Ai tempi mi piacque.
    Oggi, che ho 8 anni in più, non so se apprezzerei.

    ha scritto il 

  • 5

    bisogna lasciarsi alle spalle il fenomeno J.T. Leroy e l'irritazione per il bluff. Per la mia esperienza è uno dei pochi casi editoriali meritati, grazie alla scrittura che riesce a reinventare il gen ...continua

    bisogna lasciarsi alle spalle il fenomeno J.T. Leroy e l'irritazione per il bluff. Per la mia esperienza è uno dei pochi casi editoriali meritati, grazie alla scrittura che riesce a reinventare il genere epico in un contesto di realtà e superstizione che ha toni felliniani.

    ha scritto il 

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