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Schiavi delle banche

Di

Editore: Effedieffe

4.5
(11)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 171 | Formato: Altri

Isbn-10: 8885223494 | Isbn-13: 9788885223493 | Data di pubblicazione: 

Genere: Business & Economics , History , Non-fiction

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Descrizione del libro
Il capitalismo trionfante e globale sta raggiungendo la sua razionalizzazione estrema.
Che consiste in questo: retribuire sempre più il capitale, retribuendo sempre meno il lavoro.
Il fenomeno è di portata storica: non emigrano gli uomini, ma i posti di lavoro.
Centinaia di migliaia di posti vengono risucchiati da Cina ed India; non sono solo lavori non qualificati, i meno pagati, che laggiù costano ancora meno; sono posti ad alta qualificazione e contenuto tecnico, perchè nel corpo del terzo mondo indo-cinese esiste un primo mondo (che si contenta però di paghe da terzo mondo) di laureati con invidiabile livello tecnico, alta qualità di educazione e saperi moderni.
Ma così facendo, il capitalismo si dirige verso il proprio suicidio: poichè i lavoratori con potere d’acquisto calante diventano sempre meno capaci di acquistare le merci che il capitalismo produce in volumi sempre maggiori.
E che cosa spinge il capitalismo a correre verso la propria implosione?
Il potere della finanza, della banca.
La frode fondamentale della banca, che lucra l’interesse dal denaro che crea dal nulla per prestarlo, è qui spiegata con chiarezza politicamente scorretta.
Il lettore scoprirà che è la frode bancaria, creando massa monetaria dal nulla, a creare inflazione; e che gli interessi finanziari incorporati nel prezzo di ogni merce costituiscono in media il 50 % del prezzo; dunque ogni merce ci potrebbe costare la metà.
Il sistema bancario-finanziario estrae pertanto da ciascuno di noi, più volte, una imposta occulta, per il solo fatto di esistere e di espandersi.
In queste pagine si discutono le alternative per un’economia sana, non egemonizzata dal profitto finanziario: dall’economia politica di List (a cui l’America di George Washington dovette il suo sviluppo prodigioso) alla creazione del credito di Stato di Alexander Hamilton, fino alla moneta deperibile di Gesell, e alla proposta di abolizione del credito ex nihilo del premio Nobel francese Maurice Allais.
Il denominatore comune però di ogni soluzione proposta dai tanti studiosi “non conformisti” presi in esame consiste nella riconquista, da parte degli Stati, della sovranità monetaria, strappandola alle cosiddette “Banche Centrali”.
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  • 4

    letto a distanza di anni, come si può dargli torto?? ottimo autore come sempre che aspetta di essere smentito. Infatti il tempo gli da sempre ragione. Comunque capire come funzionano le banche e il mondo che gira attorno, fa venire la pelle d'oca.

    ha scritto il 

  • 4

    Denaro virtuale in un mondo reale

    Blondet spiega in dettaglio come funzionano le banche. Le banche lavorano con denaro virtuale, cioè che non esiste nella realtà. Ogni volta che un povero risparmiatore deposita 100 euro sul suo conto corrente, ecco che la banca crea (almeno) 10 prestiti di 100 euro ciascuno, giocando sul fatto ch ...continua

    Blondet spiega in dettaglio come funzionano le banche. Le banche lavorano con denaro virtuale, cioè che non esiste nella realtà. Ogni volta che un povero risparmiatore deposita 100 euro sul suo conto corrente, ecco che la banca crea (almeno) 10 prestiti di 100 euro ciascuno, giocando sul fatto che i risparmiatori non ritireranno tutti i loro crediti contemporaneamente. Se ciò avvenisse davvero (e a Wall Street nel 1929 avvenne...), beh, avete capito!

    ha scritto il 

  • 5

    "Bisogna ripetere ancora una volta che tutta la crescita in campo finanziario è falsa...."

    Estratto :


    Ma la vera grande invenzione per retribuire il capitale a danno di tutti, è la speculazione finanziaria.


    Il gioco della Borsa, continuamente alimentato da nuovi strumenti finanziari creativi.


    Questo gioco, proprio perché non soddisfa alcun bisogno naturale, ma su ...continua

    Estratto :

    Ma la vera grande invenzione per retribuire il capitale a danno di tutti, è la speculazione finanziaria.

    Il gioco della Borsa, continuamente alimentato da nuovi strumenti finanziari creativi.

    Questo gioco, proprio perché non soddisfa alcun bisogno naturale, ma suscita una fame insaziabile di arricchimento, può essere condotto realmente senza fine.

    I fondi e le società d'investimento propongono tassi elevati per attrarre i capitali dei risparmiatori; qui comincia tutta la giostra. Segue, periodica e ineluttabile, una bolla finanziaria, che in sé favorisce ulteriore eccessiva retribuzione del capitale.

    Per un po', gli incauti risparmiatori si sentono ricchi, e vogliono essere più ricchi. I loro consulenti, fondi e banche li allettano con frutti sempre maggiori che in qualche modo, e per qualche tempo, devono anche poter esibire.

    Bisogna ripetere ancora una volta che tutta la crescita in campo finanziario è falsa.

    La finanza non produce ricchezza: chi guadagna con essa, lo fa a spese di qualcun altro, che s'impoverisce.

    In realtà, ricchezze incredibili vengono distrutte dalla Borsa e dalla speculazione.

    Peggio: la bolla finanziaria ha bisogno di sempre nuovi incauti entranti, li risucchia perché è a loro spese che si gonfia e i pochi s'arricchiscono.

    Viene presto il momento in cui il ritorno estremo dei capitali viene perseguito ed ottenuto con ogni mezzo, anche il più disonesto.

    Il caso Parmalat è lì a provarlo.

    Qualcosa come 16 miliardi di euro si sono semplicemente volatilizzati nel grande gioco. Le indagini sono ancora in corso e sconsigliano una descrizione troppo particolareggiata.

    Quel che è certo, è che dal 1997 Parmalat, spinta a crescere dal sistema usurario, si lancia in numerose acquisizioni di aziende nelle due Americhe. Tali acquisizioni furono rese possibili non dai (modesti) profitti dell'attività produttiva, ma da enormi prestiti offerti dalle banche.

    Soprattutto da tre gigantesche banche statunitensi, Bank of America, Citicorp e JP Morgan Chase.

    Ben presto Parmalat, come un paese del terzo mondo, non fu in condizione di guadagnare abbastanza da servire il suo debito.

    Le banche creditrici corsero ad assistere la dissestata azienda: naturalmente, per poter continuare a mantenere il debito Parmalat come un attivo nella loro contabilità.

    Dapprima, le banche provarono a compensare le perdite con prodotti derivati ad alto rischio, degli swap sui tassi d'interesse (2).

    2) Non è il caso di spiegare qui cosa siano questi swap. Basta dire che il rischio dei derivati consiste nel loro titanico effetto-leva: si investe un dollaro ed è come se ne fossero investiti 100 o 500.

    In caso di successo, il ritorno è quindi del 100 o del 500 per cento del capitale investito; ma se le cose vanno male, le perdite sono altrettanto impagabili.

    Sarà il caso di notare che le tre banche che assistono Parmalat sono le più esposte sul mercato dei derivati.

    La Morgan Chase ha un'esposizione calcolata in quasi 34 trilioni ( migliaia di miliardi ) di dollari; la Bank of America è esposta per quasi 14 trilioni di dollari; la Citigroup per 11 trilioni.

    Un incidente in questo mercato speculativo può dunque risucchiare molte volte il capitale di quelle banche, pur colossali.

    Il risultato deve essere stato di ulteriori perdite, perché da un certo punto in poi, attorno al 2001, le banche creditrici architettarono uno schema per attrarre nell'affare (rovinoso) nuovi capitali, ossia altre banche e persino fondi pensione americani.

    Esse offrirono prodotti derivati, tutti fondati su bond Parmalat (titoli di debito, obbligazioni) che non valevano nulla, ma che le banche compilici esibivano come solidi.

    La solidità sembrava assicurata dal fatto che Bank of America era la partner di Parmalat nelle sue acquisizioni.

    A quanto pare, intanto, Citicorp creava la contabilità fraudolenta necessaria, attraverso inesistenti ditte finanziarie con sede in paradisi fiscali.

    Una di queste ditte fantasma era la Bonlat, dapprima con sede nelle Antille Olandesi e poi (dopo che le autorità locali ne imposero la chiusura) riaperta alle Cayman. Là, la Bonlat investì 6 miliardi di euro (una cifra enorme e apparentemente mai esistita) in derivati ad alto rischio, i famosi swap sugli interessi, il cui fondamento e copertura era rappresentato dai bond Parmalat, appositamente creati dalle banche creditrici, e fatti passare con un rating (valutazione di solidità) molto alto.

    Un'altra di queste ditte, creata da Citicorp, era stata battezzata, molto significativamente, buconero. Nonostante il nome italiano, tutta l'architettura è stata inventata a New York, dalle banche esposte.

    "Siamo convinti", ha detto un avvocato di San Diego che rappresenta alcuni degli enti truffati, Darren Robbins, ''che Citicorp, creando strumenti come il tristemente famoso buconero, ha svolto un ruolo fondamentale nell 'aiutare Parmalat a falsificare i bilanci e a celare la sua vera situazione finanziaria.”

    Le imprese acquistate nelle due Americhe furono vendute.

    E poi ricomprate da Parmalat, con denaro proveniente dalle ditte fantasma alle Cayman, fondate sui bond Parmalat senza alcun valore.

    Tutto lo scopo dell'operazione pare essere stato quello di creare liquidità nei libri contabili Parmalat. E su questa spettrale liquidità, proporre ad altre vittime nuovi fantastici derivati, fondati su bond di valore ancora più nullo.

    La responsabilità delle banche creditrici sembra ben provata da un semplice fatto: nel giugno 2003, un dirigente della Bank of America, Luca Sala, entra nel consiglio direttivo di Parmalat.

    Stranamente, sarà la stessa banca a smascherare il trucco: il 19 dicembre, quando Calisto Tanzi esibisce una enorme liquidità - 2,9 miliardi di dollari - depositata presso Bank of America, questa dichiara che né il conto né la cifra risultano nei suoi libri, e rende pubblica la disastrosa insolvenza di Parmalat.

    Perché lo fa?

    Per apparire come la truffata, anziché la truffatrice?

    Può essere avvenuto uno scontro fra i creditori-complici.

    Come è stato fatto notare, pochi giorni prima di quello stesso dicembre il direttore finanziario di Parmalat era cambiato: non era più di Bank of America, ma di Citibank, tale Alberto Ferraris.

    Le indagini in corso (e lo stuolo di avvocati di cui possono disporre i truffatori) ci sconsigliano di dire di più.

    Ma non crediate che il caso Parmalat rappresenti un'eccezione infausta nel panorama del sistema finanziario.

    I casi scandalosi si susseguono da almeno un trentennio, e costantemente le banche - e la loro volontà di mantenere "attivi" fìttizi nella loro contabilità - vi appaiono come attori di primo piano nell'associazione a delinquere.

    ha scritto il