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Se questo è un uomo di Primo Levi

Introduzione all'opera, riassunto e analisi, approfondimenti, vita e opere dell'autore

Di

Editore: Antonio Vallardi

4.5
(12846)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 141 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Spagnolo , Svedese , Catalano , Olandese , Portoghese

Isbn-10: 8882116859 | Isbn-13: 9788882116859 | Data di pubblicazione: 

Adattatore: Silvia Tomasi

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , Rilegato in pelle , CD audio

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 5

    ✰✰✰✰✰ eccellente

    Fiumi di parole su questo libro.
    C’è chi ha messo 5 stelle e chi non ne ha messa alcuna: comprendo entrambi.
    Comprendo meno chi ne ha infilate due o tre. Forse ha pensato di doverne giudicare la fluidità narrativa o chissà che altro.

    Giovani menti racchiuse in spiriti liberi ha ...continua

    Fiumi di parole su questo libro.
    C’è chi ha messo 5 stelle e chi non ne ha messa alcuna: comprendo entrambi.
    Comprendo meno chi ne ha infilate due o tre. Forse ha pensato di doverne giudicare la fluidità narrativa o chissà che altro.

    Giovani menti racchiuse in spiriti liberi hanno mal digerito imposizioni scolastiche. Confido che siano altrettanto indipendenti nelle scelte politiche o in quelle di quali beni consumare.

    Confido anche in chi ha appreso qualcosa che non conosceva sull’Olocausto o chi spera che la conoscenza di ciò che accadde serva ad evitarlo nel futuro.

    Confido che chi ha potuto commentare (il commento non è obbligatorio, né scriverlo, né leggerlo)
    che “””non ha uno stile lieve, è impegnativo, poco scorrevole. Roba di ebrei. Sopravvalutato
    Stilisticamente è un libro molto brutto””” ritorni a leggersi le solite mediocrità, lasciando perdere Levi o altri. Mi fanno ricordare il Kapo (triangolo verde) violento, infido, furbo e aguzzino “natural”, orgoglioso del suo sangue puro, che ostentava altero disprezzo per i suoi chimici cenciosi e affamati Ihr Doktoren! Ihr Intelligenten!

    Confido che lo scambiare Buna con il nome di un campo quando Buna era il nome della fabbrica vicino alla quale era stato costruito il campo di lavoro (Monowitz) sia solo una svista. La precisione sembra irrilevante (e forse lo è), ma significa che il campo era un campo di lavoro non Birkenau. Consiglio di evitare le domande su yahoo e sprecare qualche minuto su wikipedia.

    Ma la cosa che spero venga compresa è che Levi non parla del genocidio del popolo ebreo avvenuto in quel tempo in Europa. Quello è stato qualcosa di cui lui ha potuto dare una parziale testimonianza. Parziale perché era in un campo di lavoro e non di sterminio. Parziale perché scritta di getto, senza il supporto di informazioni che sarebbero venute solo con il tempo.

    A lui interessa soprattutto il meccanismo che annulla un uomo come individuo.

    Qualcuno ha studiato a tavolino: vecchi, giovani, nudi di fronte a tutti, gli altri vestiti alcuni in corazze di uniformi nere e spaventose, i vestiti che vengono distribuiti sono di altri, non i propri che comunque possono mantenere un legame con il “prima”, un numero invece di un nome che non verrà mai più detto, una rasatura completa che rende tutti somiglianti gli uni agli altri. Il freddo, la fame, la fatica provvedono alla definitiva eliminazione di ogni dignità, di ogni individualità. Si impara ad essere diversi da ciò che si è stati perché la sopravvivenza insegna il furto, la menzogna, la paura, la viltà.
    E sempre quel qualcuno dal suo tavolino ha studiato il modo di dare a criminali comuni, a mezze cartucce frustrate, a incapaci, una divisa, anche minima, ed un ruolo di potere sul nulla.
    Il sistema era perfetto: si reggeva da solo. Bastava un numero contenuto di guardiani per gestire un campo.

    Frederick Winslow Taylor (che ho scoperto essere nato in una cittadina USA di nome Germantown) studiò la produzione industriale a catena di montaggio, i nazisti l’applicarono allo sterminio di uomini.

    Altri genocidi vi furono e ci sono tuttora (l’odio è merce molto comune), ma nessuno ha avuto o ha l’algida organizzazione nazista.
    E l’antico odio verso i semiti è vivo ancora dopo duemila anni e il maggiore responsabile storico è la Chiesa apostolica romana. Lei per prima ha versato alcool sul fuoco per motivi religiosi, da lì si è passati a motivazioni razziali. La propaganda è stata così lunga e così parcellizzata da essere entrata nel mondo culturale di molti (per cultura qui intendo usi e consuetudini).

    Ieri ho letto che gli ultras di una squadra di Budapest cantano canzonette a base di ossa, sapone e treni per Auschtwitz, simulando con un fischio il gas che esce dalle condutture.
    Oggi ho letto che i tedeschi vorrebbero non parlare più di giorni della memoria. Be’ potrei essere d’accordo: tra sei milioni di anni si potrebbe non parlarne più.
    Ho letto anche che molti tedeschi sono contro la politica d’Israele (in questo discorso la ragione non è contemplata.)
    Sarebbe come dire: visto? quelli sopravvissuti sono anche loro cattivi. Cosa è sottinteso in un discorso così, che se li avessero ammazzati tutti sarebbe stata cosa buona e giusta?

    Alla fine di un capitolo dedicato alla “selezione” Levi racconta del vecchio Kuhn che nella sua cuccetta prega e ringrazia Dio perché non è stato scelto.
    Non vede, nella cuccetta accanto, il ragazzo che dopodomani andrà al gas, sdraiato muto e forse senza già più pensieri.
    Non sa il vecchio che la prossima volta toccherà a lui?
    Non capisce che quello che è accaduto è un abominio che nulla potrà risanare?
    “” Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.”

    Se solo riuscissimo a capire che ognuno di noi può essere Kuhn o il ragazzo, un domani…… siamo tutti gli ebrei di qualcuno.

    Aggiungo che a Oswiecim ci si dovrebbe andare, obbligatoriamente, a gennaio. L’anima dello sterminio nazifascista, anche sotto il sole di agosto, è un’entità invernale: ammette solo il gelo.

    rilettura 27.01.2015

    Incuriosita dalla possibilità (?) di aggiungere un commento ulteriore, ho deciso di dire qualcos'altro. Un tantinello debordante, lo so. Ma l’inserimento come commento al mio commento fa schifo.

    La spersonalizzazione (studiata sempre su quel tavolino) aveva tra gli obiettivi quello di togliere dalla mente degli aguzzini l’idea di aver a che fare con persone, gente, uomini. Più diventavano “pezzi” tutti uguali, più era facile procedere al’eliminazione.
    Già in Ucraina erano nati (o burocraticamente segnalati) problemi relativi all’uccisione tramite colpo di pistola. Oltre al costo delle munizioni ci si era accorti che una parte degli addetti manifestava forme diverse di rigetto: chi si sentiva male, chi rifiutava altre corvée etc.
    Il monossido dei camion richiedeva troppo tempo. L’uso dell’antiparassitario Zyklon risultò ottimale.

    ha scritto il 

  • 5

    La recensione non va tanto al libro quanto piuttosto a ciò che rappresenta. Un libro che merita di essere letto per conoscere e suscitare profonde riflessioni. Consiglio anche la lettura di questa lettera di Primo Levi: http://www.lastampa.it/2015/01/23/cultura/gli-avevo-chiesto-come-potevano-ess ...continua

    La recensione non va tanto al libro quanto piuttosto a ciò che rappresenta. Un libro che merita di essere letto per conoscere e suscitare profonde riflessioni. Consiglio anche la lettura di questa lettera di Primo Levi: http://www.lastampa.it/2015/01/23/cultura/gli-avevo-chiesto-come-potevano-essere-cos-cattivi-yujG71cq0e9HlC0SBwQMGP/pagina.html

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Se questa è una vita

    Lo so che mi sono dilungata moltissimo con questa recensione, ma non potevo fare diversamente.
    Non potevo in poche righe spiegare tutto quello che questo libro racconta, non ci sono riuscita.

    Questo libro è considerato un romanzo di testimonianza ed è stato scritto da Primo Levi nel ...continua

    Lo so che mi sono dilungata moltissimo con questa recensione, ma non potevo fare diversamente.
    Non potevo in poche righe spiegare tutto quello che questo libro racconta, non ci sono riuscita.

    Questo libro è considerato un romanzo di testimonianza ed è stato scritto da Primo Levi nel biennio 1945- 1947.
    L’autore non scrisse questo libro per smuovere accuse verso qualcuno, ma per il bisogno di far sapere alla gente cosa accadeva e cosa hanno realmente passato milioni di ebrei e non solo in questi luoghi intrisi di morte.
    Attraverso questo libro l’autore ci racconta la sua angosciante esperienza: una lotta quotidiana per la vita.
    Una vita vissuta nei campi di concentramento sotto gli sforzi, le malattie, le intemperie, senza cibo o acqua a sufficienza e sotto le molte angherie inflitte dalle guardie della SS.
    Levi è sopravissuto alla deportazione nel campo di Monowitz, un lager minore che faceva sempre parte del complesso di Auschwitz.
    Nella prefazione lo scrittore spiega al lettore che è stato un bene per lui essere stato internato solamente nell’anno 1944, quando le condizioni dei prigionieri erano già migliorate di molto rispetto agli anni precedenti.
    La maggior parte degli eventi è stata descritta in ordine cronologico, tranne per qualche eccezione.
    Dopo la prefazione ci troviamo ad affrontare il primo capitolo contrassegnato con il titolo “Il viaggio” attraverso questo ci viene spiegata la situazione delle persone che sono state deportate nel campo di transito di Fossoli in provincia di Modena.
    Ci spiega con precisione le tappe che fa questo treno carico di gente che viene trattata come le bestie, se non peggio e come devono stare, cioè in condizioni a dir poco vergognose.
    Ci narra anche che molti dei “compagni” di questo sventurato viaggio moriranno nel tragitto a causa delle condizioni in cui sono costretti a sopravvivere.
    Nei successivi capitoli intitolati “Sul fondo” e “Iniziazione” cominciamo a scorgere le prime scene del campo di concentramento.
    Tutti i prigionieri verranno spogliati dei loro averi e verrà consegnato loro la “divisa” a righe, verranno rapati a zero e non verranno più chiamati con il loro nome di battesimo, ma attraverso un numero seriale che gli verrà impresso a fuoco sull’avambraccio.
    Subito dopo il lettore scoprirà e capirà tutte le leggi di sopravvivenza del campo e incontrerà le varie ostilità e difficoltà di comprensione che c’erano tra le guardie ed i deportati.
    Nel quarto capitolo “Ka-Be”, l’infermeria, verremo a conoscenza che Levi è stato assegnato a questo blocco, nel quale capirà che molti dei suoi compagni hanno già perso la vita.
    Tutto ciò lo farà abbattere ancora di più e gli darà la certezza che molto probabilmente anche la sua fine non è molto lontana.
    Nei capitoli successivi, l’autore illustrerà i suoi stati di dormiveglia, la poca predisposizione ai lavori pesanti e le poche volte in cui riuscirà a mangiare fino quasi a saziarsi anche se il cibo non era dei migliori.
    Nell’ottavo capitolo si apprende la nascita del mercato nero che si era sviluppato all’interno di questi luoghi. Il valore di scambio era soggetto a molti sbalzi in base alla disponibilità ed all’utilità del prodotto richiesto.
    Nel nono, Levi farà comprendere che solamente chi riusciva a conquistarsi un posto di prestigio all’interno del campo aveva qualche possibilità di sopravvivenza in più rispetto agli altri.
    Nel successivo si sottoporrà ad un esame di chimica che lo salverà da morte certa perché in questo modo si era conquistato un posto di prestigio ed utilità all’interno del campo.
    Ne “I fatti dell’estate” ci fa conoscere il tracollo militare che subirono i tedeschi, mentre nei successivi capitoli ci viene illustrata la sua continua “ricerca”della sopravvivenza e le sue prime impressioni come chimico.
    Per terminare, la “Storia di dieci giorni” descritta sotto forma di diario costituisce l’epilogo di tutta questa vicenda.
    L’arrivo dell’Armata Rossa è già alle porte, i tedeschi evacuarono il campo facendo partire a piedi tutti i prigionieri sani.
    Levi, nel frattempo, in questo periodo si era ammalato per cui il suo trasferimento non avvenne. Tutti i prigionieri trasferiti andarono incontro alla morte perché oramai i loro corpi erano troppo provati per uno sforzo di questo livello.
    Verso la fine di questo racconto il protagonista ed altri prigionieri si daranno da fare per tenere in vita i compagni ammalati che non potevano provvedere da sé.
    Lo stile dell’autore permette al lettore di immedesimarsi nei fatti, di scoprire e rivivere tutte le disgrazie che si abbatterono su milioni e milioni di individui.
    L’autore descrive i fatti con molta precisione e scioltezza questo fa sì che la lettura sia veloce e leggera anche se i temi trattati non lo sono.

    Questo libro è nato per far riflettere il lettore e per far si che non accada di nuovo un altro genocidio simile.
    L’autore in tutto il libro non esternerà mai nessuna espressione di cattiveria sui suoi aguzzini o su quello che ha passato nei mesi interminabili che ha trascorso all’interno del campo.

    Dovendo scegliere la citazione che mi ha colpito di più, mi sento di riportare questa frase “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.” proprio perché anche se i fatti descritti nel libro sono molto forti e talvolta il libro stesso è difficile da digerire bisogna che tutti lo leggano per poter comprendere tutto quello che i deportati han dovuto subire e per far sì che tutto ciò non accada un’altra volta.

    Vi auguro buona lettura e mi scuso ancora per essermi dilungata così tanto!

    ha scritto il 

  • 5

    la verità di primo levi

    tutti ne prlano ma chissà quanti lo leggono, io l'ho fatto.un libro testimonianza verità molto importante, l'esperienza in un lager di primo Levi e come riuscì a sopravvivvere in un campo di concentramento, parole crude , vere che vnno lette nella vita prima o poi.

    ha scritto il 

  • 5

    Una testimonianza straordinaria

    Confesso di aver letto integralmente questo libro solo qualche anno fa.
    Ebbene: meglio tardi che mai. Qualsiasi età abbiate, se non l'avete fatto, leggete questa straordinaria testimonianza che, anche e soprattutto in alcuni particolari apparentemente secondari, spiega perfettamente che cos ...continua

    Confesso di aver letto integralmente questo libro solo qualche anno fa.
    Ebbene: meglio tardi che mai. Qualsiasi età abbiate, se non l'avete fatto, leggete questa straordinaria testimonianza che, anche e soprattutto in alcuni particolari apparentemente secondari, spiega perfettamente che cos'era un lager e a quale livello di "disumanità" può scendere l'essere umano (la ripetizione è puramente voluta).
    Purtroppo la storia ci conferma tristemente (vedi ex-Jugoslavia o Ruanda...) che l'abisso è sempre in agguato.

    ha scritto il 

  • 0

    Il Lager come distillato paradigmatico dell'esistenza

    Il Lager come distillato paradigmatico dell'esistenza. Fatte le debite e imprescindibili proporzioni in scala 1:100.000, l'opera di Levi racchiude intrinsecamente proprio quest'esemplare valenza: la descrizione d'un'umanità in balia d'illogiche forze superiori che l'asservono a darwinistiche legg ...continua

    Il Lager come distillato paradigmatico dell'esistenza. Fatte le debite e imprescindibili proporzioni in scala 1:100.000, l'opera di Levi racchiude intrinsecamente proprio quest'esemplare valenza: la descrizione d'un'umanità in balia d'illogiche forze superiori che l'asservono a darwinistiche leggi di ferina convivenza, nell'ambito d'un contesto dove la lotta persevera inesorabile sia fra soggetto e soggetto che fra soggetto e ambiente. Disseminati qua e là, sporadici barlumi di coesione solidale che, tuttavia, sarebbero bastevoli a dare adito alla massima calviniana sul "cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio" ("Le città invisibili"). Ma, al termine dell'inenarrabile esperienza di vessazione nazista, solo uno sparuto gruppo di deportati, ormai ridotti al limite dello stato vegetativo -inter faeces et urinam, riuscirà a trovare la via di casa: epilogo d'una cruda realtà storica che ben può estendersi, per sineddoche, alla fase conclusiva della (in sé) insignificante vita d'ogni uomo.
    Passando in area filmica, i momenti cruciali dei lungometraggi bellici "The way back" (P. Weir) e "Va e vedi" (E. Klimov) presentano, rispettivamente, una progressione e una regressione diegetico-diacroniche che rimandano a 2 nuclei tematici essenziali: la salvezza può davvero definirsi tale se porta dietro una sconfinata scia d'omicidi e barbarie? E cosa conduce un popolo o un singolo individuo, che pur sempre affondano le radici nella presunta innocenza della (prima) infanzia, a macchiarsi d'atroci empietà?
    Domande cui può tentarsi d'abbozzare potenziali risposte, le quali, comunque, lascerebbero ancora nello spaesamento dell'indecidibile. Ragion per cui, nonostante il sin qui perdurare ciclico d'una Storia infida e infausta, nulla può ipotecarsi con matematica certezza per l'avvenire, tanto in negativo quanto in positivo. A fortiori se si considera che addirittura un ex prigioniero delle SS, vissuto tra ineffabili torture e nefandezze, è giunto a formulare un pensiero di così vigorosa postmodernità:
    "Se fossimo ragionevoli, dovremmo rassegnarci a questa evidenza, che il nostro destino è perfettamente inconoscibile, che ogni congettura è arbitraria ed esattamente priva di fondamento reale. Ma ragionevoli gli uomini sono assai di rado, quando è in gioco il loro proprio destino; essi preferiscono in ogni caso le posizioni estreme; perciò, a seconda del loro carattere, fra di noi gli uni si sono convinti immediatamente che tutto è perduto, che qui non si può vivere e che la fine è certa e prossima; gli altri, che, per quanto dura sia la vita che ci attende, la salvezza è probabile e non lontana […]".

    ha scritto il 

  • 5

    Auschwitz e Primo Levi

    Ho dovuto e ho voluto rileggere Levi con "Se Questo è Un Uomo" perché un mese fa (il 28/10/2014) sono andata per la prima volta in vita mia a vedere i campi di concentramento di Auschiwitz - Birkenau. Accomunando le due cose, prima l'una e poi l'altra, l'esperienza è stata del tutto "completa", n ...continua

    Ho dovuto e ho voluto rileggere Levi con "Se Questo è Un Uomo" perché un mese fa (il 28/10/2014) sono andata per la prima volta in vita mia a vedere i campi di concentramento di Auschiwitz - Birkenau. Accomunando le due cose, prima l'una e poi l'altra, l'esperienza è stata del tutto "completa", nuova. Ho saputo "vedere" alcune cose descritte nel libro (come la scritta "Il lavoro rende Liberi"); prima qualcosa era solo nella mia immaginazione, ora vedo tutto più chiaramente. In questo caso le mie parole impoveriscono le sensazioni provate, ma solo perchè non ci sono parole adatte per scrivere quello che realmente si sente dopo un'esperienza del genere: ci si sente più consapevoli, ecco.
    Questo piccolo grande libro descrive con minuzia la vita nei campi di sterminio, ricca di particolari, di contro alla "disumanizzazione" dell'uomo, fino a renderlo un non-morto. Le immagini descritte toccano il profondo, a tratti mi sembra che Levi mi stia raccontando tutto a faccia a faccia. E tante immagini descritte mi trasportano lontano, come se in quelle scene ci fossi stata anche io. E in questo Levi è stato magistrale. Ecco pechè il suo libro rimarrà sempre attuale per aiutarci a non dimenticare.

    ha scritto il 

  • 4

    E' stata un'esperienza traumatica ma istruttiva..l'orrore visto attraverso gli occhi di chi ci è passato... mi ha fatto pensare ed ho iniziato ad aver paura dell'uomo, perchè dopo aver letto il libro (avevo dodici anni) e studiato ciò che è stato l'olocausto mi sono resa conto di come egli possa ...continua

    E' stata un'esperienza traumatica ma istruttiva..l'orrore visto attraverso gli occhi di chi ci è passato... mi ha fatto pensare ed ho iniziato ad aver paura dell'uomo, perchè dopo aver letto il libro (avevo dodici anni) e studiato ciò che è stato l'olocausto mi sono resa conto di come egli possa essere una bestia senza scrupoli.

    ha scritto il 

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