Senza perdere la tenerezza

Vita e morte di Ernesto Che Guevara

Di

Editore: Edizione Club degli Editori

4.4
(856)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 798 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000006036 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Gina Maneri , Sandro Ossola

Disponibile anche come: Altri , Paperback

Genere: Biografia , Storia , Politica

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Descrizione del libro
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  • 4

    Senza perdere la tenerezza… e senza neanche prendere tutto per oro colato.

    Oscillo tra le quattro e le tre stelle e mezza: il voto ovviamente è per Taibo - non certo per il Che e la sua vita e la sua esperienza, perché quando si cerca di condensarli in poche parole o immagin ...continua

    Oscillo tra le quattro e le tre stelle e mezza: il voto ovviamente è per Taibo - non certo per il Che e la sua vita e la sua esperienza, perché quando si cerca di condensarli in poche parole o immagini o in un giudizio netto, allora sì che si finisce per rientrare in quel fenomeno di marketing che li ha talmente snaturati.

    Biografia affettuosa e abbastanza obiettiva, che non vuole spiegare il mito, non vuole sbandierare la leggenda ma raccontare l'uomo e cerca anzi di riportare quei piccoli dettagli che possono contribuire a smitizzarlo. "Raccontare" è proprio il verbo giusto quando si parla di una vita che - anche con mille domande e mille dettagli non chiariti - è il più avvincente dei romanzi, una vita che sembra la trama di un romanzo di Dumas o di Hugo.

    La scrittura non è sempre impeccabile: la stesura di tale opera ha certamente richiesto un lavoro da giocoliere per tenere insieme una grande moltitudine di fonti, molte delle quali intervistate direttamente, ma in alcuni passaggi si percepisce come un lieve disorientamento o disordine dell'autore, ci sono raffiche di nomi e luoghi e date piazzati lì in modo talvolta impreciso, in cui il lettore rischia di sentirsi a sua volta spaesato. Nel complesso, Taibo non riesce a essere in tutto il libro un narratore tanto avvincente quanto avrei voluto. Da un punto di vista letterario, l'opera ci avrebbe guadagnato se i tanti episodi e aneddoti fossero stati raccontati esaustivamente e ben amalgamati lungo i suoi sessantotto capitoli, invece di venire relegati tra le note in appendice. Alcuni dettagli sono gustosissimi e descrivono magnificamente lo spirito della guerriglia e della vita alla macchia. Viceversa le considerazioni finali circa la "maledizione del Che", o la sua trasformazione in un santo laico o altri aspetti di questo genere, completano l'opera ma non aggiungono proprio nulla. Mi piace di più pensarlo come laico e basta, senza nessuna forma di santità o stregoneria.

    Al di là del discorso "vita come un romanzo", in virtù del quale la lettura è comunque e sempre piacevole, se si scava sotto la superficie, qual è il messaggio che riceviamo oggi a distanza di tanti anni, quale il senso profondo (parafrasando il commento di Dan78)? Non voglio essere banale e dire che dobbiamo imparare la caparbietà e la concretezza. L'utilità di questa lettura sarebbe di riuscire a capire - anzi, a carpire - in quale momento della storia uno che aveva tutte le carte in regola per essere un pollo da allevamento, per giunta malaticcio, si tramuta in un rivoluzionario, un guerrigliero, un comandante, un uomo duro che più duro non si può. Troppo facile dire il viaggio attraverso il Sudamerica. Troppo facile anche dire che è il passaggio tra infanzia, adolescenza e età adulta. Io mi sono fatta l'idea che si tratti proprio di uno di quei rari casi, tra tutta l'umanità transitata sul globo, in cui il genio e la sregolatezza e l'inquietudine, i pregi e i difetti, sono mixati nel dosaggio perfetto per raggiungere risultati enormemente superiori alla media e per di più senza particolari sforzi, l'equilibrio esemplare e impossibile tra caos e rigore che produce effetti tanto inspiegabili quanto memorabili. E poi c'è un fatto di sangue, o di DNA, o dir si voglia: i sudamericani hanno un tipo di esuberanza che non si trova in nessun'altra latitudine e longitudine. Last but not least, c'è di che analizzare e discutere l'essenza di un carisma fatto tutto di esempio e autorevolezza, rarissimo e ormai lontanissimo da quel che oggi comunemente si intende per "leadership".
    La spiegazione migliore di questo raro e complesso fenomeno l'ha data Sartre, citato proprio tra queste pagine, a lui si può concedere di condensare il Che e la sua vita in una battuta: "Non era solo un intellettuale, era l'essere umano più completo del nostro tempo".
    E lo stesso Che scrive di suo pugno nel '64: "Un po' oltre il caos, forse il primo o il secondo giorno della creazione, ho nella testa un mondo di idee che si scontrano, si intersecano e, a tratti, si organizzano."

    ha scritto il 

  • 4

    "Aprendimos a quererte desde la historica altura, donde el sol de tu bravura, le puso cerco alla muerte"

    Una biografia corposa, densa, minuziosa per una vita - quella di Ernesto Guevara de la Serna, passato alla storia come Che Guevara – che definirei unica, straordinaria.
    Sin da bambino Ernesto aveva ri ...continua

    Una biografia corposa, densa, minuziosa per una vita - quella di Ernesto Guevara de la Serna, passato alla storia come Che Guevara – che definirei unica, straordinaria.
    Sin da bambino Ernesto aveva rivelato una personalità fuori dal comune: volitiva, tenace e in grado di sfidare i limiti di quella malattia fisica che l'opprimeva sin da piccolissimo, cioè un'asma cronica fortemente invalidante. Crescendo, la precoce forza di volontà del giovane si intreccerà a un'incontenibile curiosità, che lo spingerà a voler conoscere ogni cosa, arrivando a divorare, in una fame vorace, libri di ogni sorta.
    Eclettico, rapido, “iperattivo”, riuscirà a laurearsi in medicina, nonostante il suo lunghissimo viaggio attraverso l'America Latina, esperienza questa che lo spingerà a porsi una serie di interrogativi sulla condizione umana, nonché a maturare una fortissima avversione contro ogni forma di ingiustizia sociale, portandolo ad imbracciare le armi e a sposare la causa della rivoluzione cubana di lì a pochi anni.

    Quello che colpisce di quest'uomo e che più affascina, è di sicuro l'aver abbandonato tutto quello che aveva – gli affetti, ogni certezza borghese, ogni pigro privilegio nonché il futuro radioso di medico – solo per votarsi interamente alla causa dei vinti, scegliendo la lotta armata senza essere spinto da alcun vincolo personalistico, né tanto meno da qualche tornaconto egoistico.

    La sua figura carismatica rievoca, seppur in chiave laica, quella di un pallido ed emaciato asceta medievale, pronto a rinunciare agli aspetti materiali della vita per votarsi al totale sacrificio di sé, non per rendere grazia a un Dio, bensì per celebrare l'Uomo, inverando così un'ideale di fratellanza e mettendo fine al grido straziato di un'umanità dolente, troppo a lungo maltrattata, vilipesa, disconosciuta.
    Il Che si trasformerà lentamente in guerrigliero per seguire l'ideale più alto, quello di farsi combattente, spinto dalla rabbia di ravvisare troppe ingiustizie attorno a sé, desideroso di riscoprirsi uomo tra i suoi simili, senza gerarchia alcuna, in una causa sostenuta fianco a fianco degli altri uomini, sentiti sin nelle viscere come fratelli.

    E l'umanità del Che emergerà sempre più fulgida dalla melma della sua lotta quotidiana, fatta di sporcizia, privazioni, fame, stenti, veglie notturne, marce forzate tra le montagne, gli abiti infangati e sporchi di sangue.
    La sua eroica esistenza, in fondo, sarà caratterizzata da tutto questo e da null'altro: da una lunga ed estentuante attesa del nemico, dall'abnegazione costante di sé, dalle esercitazioni quotidiane, dall'essere dei guerriglieri vincolati alla meschinità dei bisogni più elementari; eppure, sarà proprio questa prosaicità a divenire il mezzo attraverso il quale elevare il proprio spirito, nell'anelito infinito di voler rendere l'America latina un unico popolo di uguali.
    E questa vita di stenti e privazioni, votata solo alla causa, sarà intervallata dalle letture solitarie nei boschi della Sierra così come nelle afose radure africane, grazie alle quali il nostro Ernesto cercherà di ingannare i momenti morti della lotta, senza trascurare di nutrire la parte più nobile della propria umanità: il pensiero.

    Azione, pensiero, idealità. Questi i sostantivi che hanno sostenuto le scelte di un uomo unico.
    Volitivo, intransigente, onesto. Questi gli aggettivi che incarnano l'essenza di una personaltà tanto carismatica quanto rara.
    Egli non sapeva ammaliare le masse coi suoi discorsi altisonanti come soleva fare Fidel, né conosceva l'arte della mediazione o della diplomazia politica; era un uomo di puro pensiero idealistico, il quale cercava di tradurre questi semplici ideali in azione.
    Ma l'innegabile carisma emanava dalla sua stessa essenza, pur mancando di quella capacità di comunicare in un certo modo, da leader consapevole del suo ruolo di guida. Eppure, chi lo aveva di fronte, non poteva non riconoscerne la statura morale, amico o nemico che fosse.
    Nei tempi morti della guerriglia Ernesto riusciva a trovare il tempo e la forza per curare i figli dei contadini, per insegnare loro a leggere e a scrivere, senza nulla chiedere in cambio. Sapeva farsi amare quindi per il suo altruismo, ma anche per il suo rigore e la coerenza verso valori che professava a parole, trasformandoli poi, in modo del tutto naturale e cristallino, in azioni.

    Egli incarnava quegli stessi ideali in cui credeva. Ma sarà appunto questo idealismo puro, disancorato dalle spietate logiche del reale che lo porterà in un certo senso alla morte.
    Desideroso di impugnare il fucile per riscattare quei popoli ancora oppressi, deciderà di lasciare Cuba qualche anno dopo la conclusione della rivoluzione, sapendo bene di non essere tagliato per fare il ministro, per fare politica, per governare, per scendere a compromessi. Lui voleva combattere per inverare un'utopia ugualitaria e basta.
    Ma proprio per questo non si renderà conto che la temeraria impresa boliviana non sarebbe potuta risultare vittoriosa senza prima una sapiente e certosina costruzione di alleanze politiche, di appoggi, di costruzione di reti urbane e di contatti coi gruppi di sinistra del paese.
    Idealmente Ernesto pensava che l'impresa dei guerriglieri, con il suo solo esempio e la sua stessa forza intrinseca, avrebbe attratto a sé le masse dei contadini e degli oppressi; non si rendeva conto che, priva di appoggi concreti e di un attento studio della situazione socio-politica del paese, questa avrebbe finito prima o poi con il ritrovarsi isolata, ferocemente incagliata nelle rigide maglie di un'etica troppo astratta, portandola alla disfatta definitiva quel fatidico 9 ottobre 1967.

    Eppure sarà proprio la tragica e prematura morte del Che ad alimentare una leggenda che farà in breve tempo il giro del mondo, travalicando i confini dell'America latina. Le immagini del corpo esangue dell'argentino, interamente crivellato di pallottole e ormai privo di vita, verranno sempre di più associate a quelle di un Cristo martirizzato, contribuendo a erigere l'immaginario di un Santo laico, morto in battaglia e immolatosi per la salvezza degli uomini tutti. E questo mito romantico e disperato al contempo continua tuttora tenacemente a sopravvivere anche alle nostre latitudini, a quasi 50 anni di distanza, forse incarnando l'inestinguibile bisogno di mantenere sempre viva l'Utopia di una resistenza tutta umana, che anela – senza alcun affidamento al divino – a un mondo più giusto ed equo.

    ha scritto il 

  • 5

    una biografia, poderosa, bellissima, dalla quale ne vengono fuori dei personaggi, forti, passionanli, e pieni di umanità, perché è vero che per fare una rivoluzione, ci vuole tanta umanità, e il "che ...continua

    una biografia, poderosa, bellissima, dalla quale ne vengono fuori dei personaggi, forti, passionanli, e pieni di umanità, perché è vero che per fare una rivoluzione, ci vuole tanta umanità, e il "che"ne era l'essenza stessa.

    ha scritto il 

  • 0

    «Noi eravamo dei poveri diavoli che chissà che fine avrebbero fatto; stavamo aspettando di incontrare un uomo come il Che».

    Una biografia “poderosa” (l’aggettivo mi è balzato alla mente prima di rendermi conto che... beh, scopritelo da voi!) che descrive, capitolo dopo capitolo, la nascita di un mito, la formazione di un s ...continua

    Una biografia “poderosa” (l’aggettivo mi è balzato alla mente prima di rendermi conto che... beh, scopritelo da voi!) che descrive, capitolo dopo capitolo, la nascita di un mito, la formazione di un santo laico, che il ’68 (Lui morì l’anno prima) avrebbe trasformato in simbolo immortale. Il volto buono e combattivo della Rivoluzione, riprodotto sullo stendardo rosso che è appeso al muro accanto a me (lo ammetto, anch’io sono inseguito fin dall’infanzia dal fantasma del Che). L’incarnazione della Sinistra ideale, la cui genealogia è molto più lunga e antica di quella che ha il suo padre fondatore in Karl Marx: per la civiltà occidentale inizia forse con Gesù Cristo o magari con Socrate o, forse, con il gesto anonimo di chi per primo si ribellò ad un sopruso, alla violenza del Potere o alla passiva accettazione del Male, trascinando con sè altri, fino ad essere trasfigurato nel mito. Non a caso, fin dalla sua Nota introduttiva, l’Autore contrappone la figura del Che – “un avventuriero, un vagabondo e un romantico” (e utopista, informale, irriverente, egualitario, imprudente), portavoce di “un’etica delle emozioni” – alla “sinistra ‘Neanderthal’ degli anni Sessanta in cui sono cresciuto [che] metteva quelle parole – avventuriero, vagabondo e romantico – nel catalogo delle perversioni” piccolo-borghesi. Il Che fu l’ennesima, brillante, incarnazione di quegli uomini che detennero il potere mondano disdegnandolo, allontanandosene ed ottenendone uno ancor più grande, che lottarono per i propri ideali senza cercare mai compromessi, che furono sconfitti e uccisi, per diventare immortali e continuare a mostrarci che la vittoria, nonostante tutto, è lì, ad un passo da noi.
    L’Autore – d’ora in poi lo chiamerò familiarmente Paco (dopo ottocento pagine di biografia posso permettermelo!) – non sa mostrarsi distaccato nei suoi confronti, anzi dichiara programmaticamente che “la distanza è un metodo da medievalisti”, una piccola caduta di stile che Marc Bloch, dai Campi Elisi in cui possiamo facilmente immaginarlo accanto al Che, saprà perdonargli. Anche per questo, Paco non riesce a muovere la più piccola critica nei suoi confronti e, quando prova a farlo, capiamo subito che lo fa col sorriso sulle labbra e tutto l’affetto di un amico fraterno.
    Il Che è per lui un Eroe e noi non possiamo fare altro che tentare di decifrarne la misteriosa grandezza. Così scopriamo la sua caparbietà, “la sua idea che la chiave della vita è la volontà, e la molla che la mette in movimento è la tenacia”, forgiata fin dalla più tenera infanzia dalla lotta contro l’asma devastante che lo perseguiterà per tutta la vita; il desiderio costante di mettersi alla prova, innanzitutto fisicamente, il suo essere apparentemente spericolato ma pur sempre consapevole dei propri limiti; la passione che mette in tutto ciò che fa, nell’attività sportiva come nella lettura – i libri, gli amatissimi libri, compagni di ogni tappa della sua vita; l’indifferenza per i giudizi altrui rivelata dai difetti che gli imputavano fin dalla gioventù, come la scarsa igiene o l’aspetto trasandato; la crescente consapevolezza, a seguito del suo precoce peregrinare per l’America Latina, delle condizioni di sfruttamento delle masse popolari a causa dello strapotere del capitale americano e dell’asservimento ad esso delle classi dirigenti locali.
    E poi, l’intelligenza lucida e il fervore di chi coltiva dentro di sè una fede, quella nella Rivoluzione anti-capitalista: «La sua immagine mi si impresse negli occhi», disse Raúl Roa, un esponente della sinistra liberale cubana al tempo di Batista, «intelligenza lucida, pallore ascetico, respirazione asmatica, fronte sporgente, capigliatura folta, modi asciutti, mento energico, gesti sereni, sguardo inquisitore, pensieri taglienti, parlata calma, sensi attenti, risata limpida e c’era come un’aureola magica intorno alla sua figura». E soprattutto i suoi occhi, il suo sguardo magnetico e sereno.
    A rendere attraente il Che a noi italiani è anche il suo essere una delle figure di riferimento nella storia della guerriglia novecentesca, condizione che ci consente di associarlo facilmente ai protagonisti della Resistenza italiana. La descrizione dei mesi passati sulla Sierra Maestra durante l’insurrezione cubana - le privazioni subite (la sete attanagliante che, a volte, erano costretti a patire, come la fame che sempre li perseguitava, assai più tenacemente dell’esercito nemico, facendo del cibo uno dei pensieri più ricorrenti anche nella memoria dei sopravvissuti), l’intensità del legame che univa giovani uomini e semplici ragazzi , tutti partecipi di un’esperienza che li sottraeva alla coordinate più consuete della vita comune, lanciandoli verso la follia disperata e tenacemente voluta di chi è tanto innamorato della vita da accettare persino di sacrificarla - riportano alla mente le tante trasposizioni letterarie della nostra guerra partigiana. Come anche quella sottile sensazione di pienezza, inespressa ma chiaramente percepibile, propria di chi sa di aver goduto di un privilegio unico, perchè cosa può esservi di più gratificante che il fatto di aver condiviso con tanti compagni, tra gioie e dolori, un cammino che ha deviato il corso della Storia con la forza di legami irresistibili quanto il sacrificio della propria vita per un ideale? In questa biografia, infatti, non troviamo soltanto il Che - e, ovviamente, Fidel Castro, cui lo univa, sin dal primo incontro, un’ammirazione profonda diventata ben presto autentica amicizia – ma un caleidoscopio di volti che compongono l’album della rivoluzione cubana, un tessuto fitto di amicizie imperiture.
    Il Che ricorderà come “ore felici” quelle trascorse sulla Sierra Maestra quando “in quelle notti dilatate (poichè la nostra inattività cominciava al calar del sole) sotto le fronde di un qualunque bosco cominciavamo a fare piani su piani per l’immediato, per qualche tempo dopo, per la vittoria”: pare un sognare ad occhi aperti, che riporta alle ore liete dell’infanzia, quasi che l’invasione di Cuba sia stata vissuta come un gioco o come l’avventura di un gruppo di ragazzi spericolati. Lì il Che acquisì la sua statura di leader: in ogni villaggio in cui arrivavano tornava ad essere medico per i contadini poveri, conquistando la loro fiducia (lo faceva anche per i soldati nemici feriti), e sosteneva l’innalzamento delle condizioni socio-economiche delle masse contadine attraverso la lotta all’analfabetismo e la redistribuzione delle ricchezze; mentre i suoi compagni guerriglieri erano conquistati dal suo coraggio in combattimento , dal suo egualitarismo - che ribadiva con il rifiuto di privilegi particolari (le stesse razioni di cibo, le stesse regole per tutti) - e anche dal mistero di quest’uomo che lottava al loro fianco ma non apparteneva alla loro terra nè al loro ambiente sociale, si isolava spesso con i suoi libri e i suoi pensieri e pretendeva da loro una superiorità etica rispetto ai nemici che combattevano, fondata, nel suo caso, su una consapevolezza storica, priva di ogni sentimentalismo, della loro missione e del contesto in cui agivano («quelli che bisogna ammazzare sono i cani più importanti, quelli che aizzano questi qui. Questi sono dei disgraziati che si guadagnano la paga e non hanno un ideale al mondo»). In questo modo, il Che “ha creato un’amplissima rete contadina che lo rispetta e ha per lui un’autentica adorazione, e ha innalzato intorno a sè un’aura magica. Il Che è il giusto, l’egualitario, quello che non chiede mai a nessuno di fare qualcosa che lui non fa”.
    D’altra parte, proprio quei lunghi mesi trascorsi sulla Sierra Maestra, immersi nella foresta più fitta, erano serviti a trasfigurare un semplice gruppo di guerriglieri introducendoli in una dimensione mitica, che, come tale, li sottrasse per sempre al tempo storico, ancorandoli al ricordo di ciò che erano stati e di ciò per cui avevano lottato. Sbarcando dal Granma, l’improbabile imbarcazione che li aveva condotti fino alle costa cubana, avevano intrapreso lo stesso cammino dei combattenti della Resistenza europea, della Lunga Marcia di Mao, degli schiavi romani guidati da Spartaco, degli ebrei che Mosè condusse nella Terra promessa, perchè il viaggio come esperienza individuale rende uomini, come esperienza collettiva rende protagonisti della Storia.
    A ciò si aggiunge il fascino tutto novecentesco della guerriglia, in quanto unica tattica militare che consente di annullare la superiorità del nemico in termini di uomini e di armamenti, offrendo agli eterni sconfitti della Storia la possibilità di prendersi qualche bella rivincita.

    ha scritto il 

  • 5

    Ottima Lettura

    Cosa vorreste leggere in una biografia?.
    Presumo dati, dettagli, informazioni oggettive.
    Esposizioni documentate e lucide, possibilmente valorizzate da uno stile coinvolgente.

    Ecco, "senza perdere la ...continua

    Cosa vorreste leggere in una biografia?.
    Presumo dati, dettagli, informazioni oggettive.
    Esposizioni documentate e lucide, possibilmente valorizzate da uno stile coinvolgente.

    Ecco, "senza perdere la tenerezza" è tutto questo e molto altro ancora.

    La lettura è indubbiamente impegnativa, le pagine sono tante ma la vita di Guevara è appassionante e molto umana.
    L'autore, infatti, racconta anche di un Che spiritoso, ironico, informale.
    Ci parla dei dubbi e delle sue contraddizioni e tutto ciò ci permette di avvicinarci a lui in modo più naturale.
    Così da poter vedere l'uomo piuttosto che soltanto il mito.
    E questa - a mio avviso - è una grande, grande, grande qualità.

    Consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 4

    Eccezionale. Quattro stelle solo perchè a metà libro nella mia copia mancavano un centinaio di pagine che mi hanno fatto saltare un pezzo di storia,proprio nel momento in cui ero totalmemte coinvolta ...continua

    Eccezionale. Quattro stelle solo perchè a metà libro nella mia copia mancavano un centinaio di pagine che mi hanno fatto saltare un pezzo di storia,proprio nel momento in cui ero totalmemte coinvolta dalla storia,mamnaggia....

    ha scritto il 

  • 4

    Una bellissima biografia dove si fa conoscenza del mito uomo fragile Guevara, le sue debolezze, gli ideali, la correttezza e l'umanità di una persona che credeva nella libertà e per cui è morto.
    Da le ...continua

    Una bellissima biografia dove si fa conoscenza del mito uomo fragile Guevara, le sue debolezze, gli ideali, la correttezza e l'umanità di una persona che credeva nella libertà e per cui è morto.
    Da leggere per scoprire la bellezza di questa persona/leggenda

    ha scritto il 

  • 0

    "Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo" Che
    Comandante Che Guevara hasta la victoria siempre ..... Mi mancherai ...continua

    "Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo" Che
    Comandante Che Guevara hasta la victoria siempre ..... Mi mancherai

    ha scritto il 

  • 5

    IMMENSO

    Ho letto tantissimo sul "CHE" e posso affermare senza dubbio che questa sia la migliore biografia mai scritta. Un libro ad tenere sempre bene in vista, non un semplice libro, ma una guida. Un esempio ...continua

    Ho letto tantissimo sul "CHE" e posso affermare senza dubbio che questa sia la migliore biografia mai scritta. Un libro ad tenere sempre bene in vista, non un semplice libro, ma una guida. Un esempio.

    ha scritto il 

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