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Seppellite il mio cuore a Wounded Knee

Di

Editore: Mondadori

4.4
(552)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 480 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Russo

Isbn-10: 8804423838 | Isbn-13: 9788804423836 | Data di pubblicazione:  | Edizione 19

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Copertina rigida

Genere: History , Non-fiction , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
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  • 4

    Chi appartiene alla generazione "post-Balla coi lupi" ha imparato che gli indiani non erano poi così cattivi e i cow-boy non erano poi così buoni anzi, il trattamento ricevuto dai nativi americani da parte dei discendenti dei padri pellegrini può tranquillamente essere definito come spietato e cr ...continua

    Chi appartiene alla generazione "post-Balla coi lupi" ha imparato che gli indiani non erano poi così cattivi e i cow-boy non erano poi così buoni anzi, il trattamento ricevuto dai nativi americani da parte dei discendenti dei padri pellegrini può tranquillamente essere definito come spietato e crudele e rientra senza dubbio nella categoria dei genocidi.
    Quando Dee Brown pubblicò Seppellite il mio cuore a Wounded Knee nel 1970 la bilancia dell'opinione pubblica pendeva invece decisamente dalla parte dell'uomo bianco, dipinto in decine di film e romanzi come vittima innocente di selvaggi sanguinari che prendevano scalpi e rapivano i bambini. Brown ribalta questa prospettiva dando voce per la prima volta all'altra parte che, naturalmente, racconta una storia ben diversa, destinata a suscitare un enorme scalpore e infinite accuse di parzialità, tanto che si diede per scontato che l'autore avesse discendenze indiane( non è vero: Dee Brown, bibliotecario, storico e scrittore originario della Louisiana appartiene invece da una famiglia la cui storia si estende fino ai tempi del Far West).

    Certo è innegabile che il libro offra una prospettiva parziale (ma ricordiamo anche che si trattava di una voce solitaria nel mezzo di decine di libri di storia altrettanto parziali), è innegabile che venga data voce solo alla parola degli indiani (e chi mai l'aveva sentita fino ad allora?), è innegabile che non vi sia quasi traccia degli atti di disonestà compiuti dagli indiani mentre sui tradimenti e le crudeltà dei coloni americani si spendono pagine e pagine ma è altrettanto innegabile che le fonti storiche esistono e parlano da sole, i trattati truffaldini e mai mantenuti esistono nero su bianco e parlano da soli, l'esistenza e l'utilizzo delle riserve per rinchiudere gli indiani in regioni in cui era impossibile che potessero sopravvivere è ampiamente documentata così com'è nota la superiorità numerica e militare dell'uomo bianco.
    La narrazione di Brown si concentra capitolo per capitolo su una diversa tribù narrando le circostanze che ne hanno causato l'inesorabile scomparsa. Ogni esperienza ha la sua storia particolare ma tutte presentano dei tratti comuni: man mano che i coloni si espandevano a ovest e individuavano nuovi terreni promettenti per la caccia, l'agricoltura o l'estrazione di metalli preziosi procedevano con l'informare gli indiani del posto che quella non era più casa loro ed erano gentilmente pregati di spostarsi un po' più in là, in cambio di un risarcimento in cibo e armi spesso misero. Ben presto gli "un po' più in là" si fecero un po' troppo frequenti e pretenziosi e risarcimenti inesistenti per cui le popolazioni indigene iniziarono a opporre resistenza firmando così la loro condanna allo distruzione. Nonostante molte tribù dessero prova di coraggio e astuzia impegnando l'esercito degli Stati Uniti per diversi anni in stancanti operazioni di guerriglia e ottenendo storiche vittorie, l'inferiorità numerica e di armamenti era tale che furono davvero poche coloro che sfuggirono alla morte o al confino nelle riserve (dove erano comunque destinati a morire data la scarsità di cibo e l'imperversare delle malattie).
    E' inutile girarci attorno: stiamo parlando dello sterminio di un popolo. Si può obbiettare che gli eventi vanno contestualizzati e dopotutto in ogni invasione il popolo invaso finisce per avere la peggio ma non dimentichiamo che stiamo parlando del diciannovesimo secolo e non del Medio Evo, l'idea di civiltà aveva già raggiunto una certa evoluzione, cosa di cui erano ben consci i coloni americani che infatti hanno tentato di ammantare le loro gesta di un'aurea di legalità fatta di trattati puntualmente invalidati e accordi mai rispettati.
    E' bene chiarire che al di là del titolo poetico non stiamo parlando di un romanzo ma di un saggio storico per cui la lettura non è sempre scorrevole anche perché lo stile di Brown è piuttosto arido e offre poca analisi dei fatti preferendo elencare eventi e battaglie. Ciononostante, non mancano i passaggi commoventi quando si arriva alla narrazione della lenta agonia patita da molte gloriose tribù. Al di là dello stile asciutto dell'autore, la lettura è anche appesantita dal grosso numero di strafalcioni ortografici, impossibile dire se responsabilità del traduttore o di Brown, che in verità vanta un glorioso curriculum come storico e bibliotecario ma sappiamo che la cultura di base degli americani latita un po' per cui tutto è possibile.
    Sicuramente è una pecca di questa edizione italiana la totale assenza di cartine ad accompagnare la lettura: considerando che la geografia degli Stati Uniti è essenziale per comprendere la maggior parte delle dispute sul territorio e la portata dei continui spostamenti a cui sono stati costretti gli indiani, un aiuto grafico sarebbe doveroso e faciliterebbe di molto la lettura

    ha scritto il 

  • 4

    Chi appartiene alla generazione "post-Balla coi lupi" ha imparato che gli indiani non erano poi così cattivi e i cow-boy non erano poi così buoni, al contrario il trattamento ricevuto dai nativi americani da parte dei discendenti dei padri pellegrini può tranquillamente essere definito come spiet ...continua

    Chi appartiene alla generazione "post-Balla coi lupi" ha imparato che gli indiani non erano poi così cattivi e i cow-boy non erano poi così buoni, al contrario il trattamento ricevuto dai nativi americani da parte dei discendenti dei padri pellegrini può tranquillamente essere definito come spietato e crudele e rientra senza dubbio nella categoria dei genocidi.
    Quando Dee Brown pubblicò Seppellite il mio cuore a Wounded Knee nel 1970, la bilancia dell'opinione pubblica pendeva invece decisamente dalla parte dell'uomo bianco, dipinto in decine di film e romanzi come vittima innocente di selvaggi sanguinari che prendevano scalpi e rapivano bambini. Brown ribalta questa prospettiva dando voce per la prima volta all'altra parte che, naturalmente, racconta una storia ben diversa, destinata a suscitare un enorme scalpore e infinite accuse di parzialità, tanto che si diede per scontato che l'autore avesse discendenze indiane(non è vero: Dee Brown, bibliotecario, storico e scrittore originario della Louisiana, proviene invece da una famiglia la cui storia si estende fino ai tempi del Far West).

    Continua su
    http://www.lastambergadeilettori.com/2014/08/seppellite-il-mio-cuore-wounded-knee.html

    ha scritto il 

  • 5

    Amarezza

    Ogni capitolo è una descrizione di una tragedia. E ogni tragedia ci fa sentire un po' sporchi, vergognosi di appartenere all'uomo bianco. E' incredibile come questo genocidio sia sempre passato inosservato. Che amarezza.

    ha scritto il 

  • 5

    è un resoconto storico della lotta degli indiani per difendere la loro terra. Non è una lettura scorrevole, ma ben documentata e raccontata. Peccato che le cose siano andate così, avremmo forse potuto imparare molto dagli indiani.

    ha scritto il 

  • 4

    Sapendo che il film "L'ultimo pellerossa" (2006) è basato su quest'opera di Brown, pensavo che il libro trattasse la stessa storia. Invece si tratta di un'esposizione delle guerre indiane tra il 1860 e il 1890, in particolare dei vari trattati firmati tra esse e il governo e delle infrazioni di q ...continua

    Sapendo che il film "L'ultimo pellerossa" (2006) è basato su quest'opera di Brown, pensavo che il libro trattasse la stessa storia. Invece si tratta di un'esposizione delle guerre indiane tra il 1860 e il 1890, in particolare dei vari trattati firmati tra esse e il governo e delle infrazioni di quest'ultimo. L'autore non delude (direi, come al solito) e il libro si legge senza intoppi. L'argomento è trattato in numerosi altri testi, ma vale la pena affrontare anche questo.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo libro, scritto nel 1970, è una delle più toccanti testimonianze di quello che deve ritenersi un vero e proprio sterminio. Grazie ad un attento lavoro di recupero di testimonianze, verbali e documenti di vario genere Brown consente, per la prima volta, ai pellerossa di raccontarci la loro v ...continua

    Questo libro, scritto nel 1970, è una delle più toccanti testimonianze di quello che deve ritenersi un vero e proprio sterminio. Grazie ad un attento lavoro di recupero di testimonianze, verbali e documenti di vario genere Brown consente, per la prima volta, ai pellerossa di raccontarci la loro versione dei fatti.

    1860-1890, il trentennio che sancì la definitiva distruzione della civiltà e della cultura degli indiani d’America perpetrata da parte dei nuovi americani e nascosta dietro il paravento dell’avvento della nuova civiltà.
    Gli indiani d’America rappresentavano un ostacolo al collegamento tra le due sponde del nuovo grande paese, un impedimento alla ricerca dell’oro e alla fame di terra dei coloni. Grazie a sotterfugi, false promesse, imbrogli, deportazioni, ricatti, calunnie e stermini vennero privati dapprima della loro terra poi del loro futuro. Hanno dovuto imparare a conoscere il termine “frontiera”. Una frontiera che però, nel loro caso, si è dapprima ristretta sempre più ad Ovest poi, proprio dall’Ovest, venne spostata sempre più verso Est.
    Si viaggia nel mitico West partendo dalla fuga dei Navaho ed attraverso la strage di Sand Creek, magistralmente cantata da De André, ed i trasferimenti coatti di Comanche, Cheyenne, Sioux ed altri, leggerete delle guerriglie di Kociss e Geronimo, del trionfo di Little Big Horn per chiudere il tutto con il massacro di Wounded Knee, senza mai lesinare in drammatici dettagli. Troverete, nei vari capitoli in cui è strutturato il libro, tutti gli epici protagonisti di quegli anni. Da Nuvola Rossa, a Kociss, da Custer a Toro Seduto e Cavallo Pazzo, da Geronimo a Manuelito. Perfino Kit Carson, che pensavo fosse una creazione di bonelliana memoria, appare in carne ed ossa seppure in un ruolo diverso da quello che ci saremmo aspettati.
    Sono molteplici le riflessioni, sopratutto amare, che nascono dalla lettura di queste pagine. Dall’analogia tra l’avvento del progresso qui ricordato e la recente esportazione di democrazia, guarda caso promosse dalla stesso stato, ad alcune considerazioni legate alla green economy (gli indiani hanno sempre vissuto nel rispetto della madre terra!) all’episodio della danza degli spettri (leggere per capire), come ricordato da chi è più bravo di me.
    Per chi ha amato “Soldato blu” o “Il piccolo grande uomo” una lettura commovente ed obbligatoria.

    ha scritto il 

  • 2

    Troppe date

    Troppo tecnico, è un saggio storico vero e proprio pieno di date e nomi impossibili. Alla lunga gli occhi si stancano e si perde interesse, forse un pó meno dettagli e più descrizioni di luoghi e personaggi avrebbero alleggerito la lettura che ruota su un argomento che mi desta da sempre interess ...continua

    Troppo tecnico, è un saggio storico vero e proprio pieno di date e nomi impossibili. Alla lunga gli occhi si stancano e si perde interesse, forse un pó meno dettagli e più descrizioni di luoghi e personaggi avrebbero alleggerito la lettura che ruota su un argomento che mi desta da sempre interesse

    ha scritto il 

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