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Si può fare!

Come il business sociale può creare un capitalismo più umano

Di

Editore: Feltrinelli

3.9
(24)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 256 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8807171937 | Isbn-13: 9788807171932 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri

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Descrizione del libro
La nuova scommessa di Muhammad Yunus - dopo aver ribaltato gli assunti di base del mondo dell’economia con la sua idea di microcredito - sta nel pensare un capitalismo diverso, basato su imprese che abbiano per scopo non solo il raggiungimento del profitto ma anche la ricchezza sociale: il business sociale. In Si può fare! Yunus entra nel merito degli esperimenti di business sociale avviati in questi ultimi anni, spiegando cosa ha funzionato e cosa invece è da cambiare, grazie alla sua capacità di sapere sminuzzare i problemi in modo non convenzionale, parlando di continuo con i protagonisti, per ripensare di continuo convinzioni e procedure. Oltre al racconto dei primi passi (e difficoltà) dell’esperienza Danone in Bangladesh, si susseguono il delizioso racconto della vicenda della Mirakle Couriers di Mumbai, un social business di consegna a domicilio gestito da sordomuti poveri organizzati da un giovanotto che studia a Oxford. Oppure l’incredibile vicenda dei medici dell’Ospedale dei bambini di Firenze, che dopo aver messo a punto l’unica cura contro la talassemia a livello mondiale, dal 2007 stanno cercando di esportarne le pratiche anche negli angoli più poveri dell’Asia. O ancora la collaborazione fra la multinazionale francese Veolia e il mondo Grameen per distribuire acqua potabile purificata nel bacino dell’Himalaya in cui l’acqua è sì abbondante, ma contaminata da tracce di arsenico di origine naturale.
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  • 3

    Libro da 3,5 stelline. Molti concetti sono ripetuti, forse per allungare le pagine. Certo riporta esempi importanti ma Yunus non deve mai dimenticare che lui ragiona ed agisce da un punto di vista molto agevolato. Ad altri imprenditori sociali non viene dato lo stesso peso. Certo il business/impr ...continua

    Libro da 3,5 stelline. Molti concetti sono ripetuti, forse per allungare le pagine. Certo riporta esempi importanti ma Yunus non deve mai dimenticare che lui ragiona ed agisce da un punto di vista molto agevolato. Ad altri imprenditori sociali non viene dato lo stesso peso. Certo il business/imprenditoria sociale sarà almeno parte del mix dell'economia futura. Però a mio avviso Yunus non ha capito che per risolvere i problemi dei poveri bisogna dimunuire di molto la potenza del capitalismo e del mercato perchè non è vero che l'Economia ridistribuisce ricchezza, anzi la concentra in poche mani. Secondo me un'impresa sociale deve poter fare qualsiasi tipo di business, ma gli azionisti avranno un dividendo molto piccolo sugli utili che dovranno essere rinvestiti ad utilità sociale vera. Poi il capitalismo è un concentrato di concetti e pratiche cristiane che forse un musulmano non riesce del tutto a concepire. O se ci riesce allora dovrà capire che non è più un musulmano, ok questo è solo un problema suo. Poi lo vedo un pò confuso nelle sue pagine: a volte consente la presenza di speculatori per la compravendita di un futuro mercato azionario di aziende di business sociale, altre volte le considera pratiche da non eseguire. Anche lui deve andare più in profondità per capire come risolvere questi problemi in modo duraturo. C'è sicuramente molto lavoro da fare.

    ha scritto il 

  • 3

    si possono fare affari con i poveri? secondo yunus si! Interessante la prima parte, poi, secondo me, si dilunga troppo e diventa noioso. Certo è una prospettiva diversa dal solito.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante per la logica inversa

    Mi è molto piaciuto per la logica inversa, che è valsa il premio Nobel per la Pace e non per l'economia al suo autore..
    La logica non del guadagno economico per 1, ma del guadagno sociale per molti, dell'importanza sociale dello far star abbastanza bene molte persone e non tanto bene solamente p ...continua

    Mi è molto piaciuto per la logica inversa, che è valsa il premio Nobel per la Pace e non per l'economia al suo autore.. La logica non del guadagno economico per 1, ma del guadagno sociale per molti, dell'importanza sociale dello far star abbastanza bene molte persone e non tanto bene solamente poche! Davvero in controntendenza in un'epoca di corsa al profitto, all'accaparramento, dell'apparire a tutti i costi invece che essere. Non nego che a tratti il libro sia noioso e ripetitivo, ma l'idea geniale di fondo vi apre un nuovo orizzonte!

    ha scritto il 

  • 3

    Sicuramente interessante analizzare questo nuovo tipo di approccio non solo alla soluzione dei problemi sociali, ma anche alle possibili "motivazioni" del nostro lavoro.
    Peccato che a volte nei continui richiami alle esperienze in essere si possa forse intendere un filo di autocelebrazione, ... i ...continua

    Sicuramente interessante analizzare questo nuovo tipo di approccio non solo alla soluzione dei problemi sociali, ma anche alle possibili "motivazioni" del nostro lavoro. Peccato che a volte nei continui richiami alle esperienze in essere si possa forse intendere un filo di autocelebrazione, ... in fondo meritata.

    ha scritto il 

  • 0

    BARCELLONA Nei suoi sogni di giovane, brillante economista Muhammad Yunus non si vedeva banchiere. A poco più di trent' anni, nel 1972, dopo essersi laureato all' università di Dacca e specializzato negli Stati Uniti, era già direttore della facoltà di economia dell' università di Chittagong, la ...continua

    BARCELLONA Nei suoi sogni di giovane, brillante economista Muhammad Yunus non si vedeva banchiere. A poco più di trent' anni, nel 1972, dopo essersi laureato all' università di Dacca e specializzato negli Stati Uniti, era già direttore della facoltà di economia dell' università di Chittagong, la sua città. Il ' 74 fu un anno tragico per il Bangladesh. Morì più di un milione di persone. La grande carestia falciò interi villaggi e su Dacca, la capitale, si riversarono frotte affamate. Fu in quel momento che Yunus iniziò a farsi domande. Decise di frequentare un villaggio, Jobra, vicino al suo campus, per imparare sul campo, per tornarea fare lo studente. «Volevo tenermi aderente al suolo come un verme, invece di librarmi in volo come un uccello», scrisse nel 1997 in Il banchiere dei poveri, il suo primo libro. «A che cosa servivano tutte quelle belle, eleganti e rassicuranti teorie economiche che andavo insegnando se quando uscivo dall' università vedevo la gente morire di fame sotto i portici e lungo i marciapiedi?» si chiede ancora oggi il banker to the poor, il banchiere dei poveri. È un signore calmo, elegante nella sua consueta camiciona quadrettata con lungo gilet. Ha uno sguardo benevolo, ma vivace. Potrebbe essere un guru,o un nuovo Gandhi. «Sono un uomo d' affari», dice, a fugare ogni dubbio new age. Yunus ha appena compiuto settant' anni (il 28 giugno, dichiarato "Social Business Day"). Ne aveva trentasette quando fondò la Grameen Bank, la prima banca senza ufficio legale, la prima banca al mondo che si è fidata a concedere prestiti ai più poveri della Terra. Tutto è iniziato dalla disperazione del villaggio di Jobra nel ' 74. «Avevo chiesto ad alcuni studenti di aiutarmi a stilare liste di persone bisognose. Arrivò Maimuna con un elenco: per ricominciarea vivere, per potersi ricostruire, quarantadue persone avevano bisogno di ottocentocinquantasei taka: ventisette dollari. Ero sconvolto. Diedi i soldi a Maimuna e mandai a dire alle quarantadue famiglie che avrebbero potuto restituirmeli con comodo e senza interessi. Non era ancora quello il mio mestiere». Dopo tre anni lo divenne. Yunus cominciò, con assistenti che andavano di villaggio in villaggio,a prestare denaro ai poverii quali lo utilizzavano peri loro microprogetti. Le statistiche, dal ' 77 a oggi, dicono che il novantasette per cento di questo denaro è restituito nei tempi, il due per cento in ritardo e l' un per cento «non ha restituito, ma un giorno lo farà» dice Yunus. Il quale accoglie le critiche degli economisti contemporanei con il suo sorrisoa labbra chiuse. «Microcredito, miracoloo disastro?» titolava Le Monde nel gennaio scorso. Seguiva un lungo articolo di Esther Duflo, giovanissima star dell' economia francese, la quale - nella parte "disastro" - spiegava come, oggi,i banchieri del microcredito vengano considerati i nuovi usurai e i distruttori delle economie locali; e come i beneficiari del microcredito (più del novanta per cento donne), in realtà, non diventino piccoli imprenditori (come consigliato da Yunus), ma si comprino il frigorifero per casa e, per restituire il prestito, si privino dei miseri surplus della loro vita quotidiana (tè, tabacco, cosmetici). Aggiungendo, però, che soltanto adesso iniziano a essere possibili studi seri e completi sull' argomento. «Una domanda che mi fanno spesso è: non crede che le multinazionali con le quali collabora usino la sua immagine per ripulire la loro?» dice Yunus, riferendosi alle discusse collaborazioni di Grameen con Danone, Veolia, Basfe Adidas. «Rispondo: grazie a queste società i poveri avranno uno yogurt a basso costo che salverà i bambini dalla denutrizione e un villaggio con acqua potabile, migliaia di persone si copriranno con una zanzariera impregnata di un nuovo potente insetticida e calzeranno il loro primo paio di scarpe al prezzo di un dollaro. Non mi interessa sapere se le multinazionali siano "bravi ragazzi", mi interessa che attraverso il "social business" aiutino i poveri senza pensare di guadagnarci su. Quando dai i soldi in chiesa nessuno ti chiede se li hai rubati». Oggi la Grameen Bank ha ventisettemila dipendenti in Bangladesh e ha esportato il suo sistema in una sessantina di paesi, anche in Europa e negli Stati Uniti. In Italia, dal 2006 al 2009, il microcredito è aumentato del cinquecento per cento. Nel 2006 Muhammad Yunus ha avuto il Nobel per la Pace (chissà se lo avrebbe preferito per l' Economia, ma sembra irrispettoso chiederglielo) e nel 2008 è uscito il secondo libro: Un mondo senza povertà in cui propone la teoria del "social business". Al quale il nuovo libro, in uscita il 15 settembre (Feltrinelli, traduzione Pietro Anelli, 240 pagine, 15 euro), è interamente dedicato. Le parole ricorrenti di Si può fare! Come il business sociale può creare un capitalismo più umano sono: capitalismoe business, sociale e umano. Un tempo le pensavamo antitetiche. «Partiamo dall' idea che la povertà sia una imposizione di un gruppo su un altro. La povertàè creata da mancanze imposte per esempio da alcuni istituti finanziari. Le banche di cui parlo rifiutano i loro servizi a due terzi del mondo. Due terzi del mondo, parlo di miliardi di persone. Quando vengono da me una madre analfabeta e una figlia che, grazie al microcredito, va all' università, io penso che anche quella madre avrebbe potuto diventare un avvocato se solo avesse avuto la possibilità di accedere al denaro. Vediamo il capitalismo crollare attorno a noi. La crisi finanziaria ce ne ha mostrato i difetti. Ci ha dimostrato che il sistema del credito così come è oggi può condurci al disastro. Il capitalismo chiede profitti sempre più alti. Il "social business" non chiede profitti e non vuole perdite. Ha obiettivi sociali. Tolte le spese, reinveste ciò che guadagna. Non arricchisce nessuno, ma crede nell' uomo e nella sua capacità creativa (tanto che Yunus viaggerà per un mese seguito da sette giovanissimi studenti dell' Istituto Europeo del Design tra Haiti, l' Albania e la Colombia per creare nuovi strumenti di lavoro con prodotti locali ndr ). Lavora per e con i poveri perché solo quando si siede in mezzo alle macerie, quandoi bisogni sono reali, si ha davvero voglia di ricostruire. Io non sono contro il libero mercato, ma credo che vada conciliato con aspirazioni umanitarie. Solo così la povertà verrà sconfitta». Yunus è certo che grazie al business sociale e alla nascita di "società miste" la povertà sarà sconfitta tra il 2030 e il 2050. Va in giro per il mondo, soprattutto nelle università, a predicarlo. In Bangladesh, che resta il paese del quale si occupa di più (in trentatré anni più del dieci per cento degli abitanti è riuscito a uscire dalla miseria) in molti lo considerano un visionario, un pazzo o anche un rompiscatole. Il governo ha però poco raggio di azione sulla Grameen: quando prova a ostacolarla si trova contro i capi degli ottantamilae più villaggi nei quali la banca è stabilita. Il professor Jeffrey Sachs, fondatore del "Millennium project" attraverso il quale le Nazioni Unite si prefiggono di dimezzare la povertà del mondo entro il 2015, dice che non può esserci progresso senza un sistema politico democratico e onesto. «A nessuno verrebbe in mente di chiedere a un verduraio: che rapporto hai con la politica?È un business. Lui vende verdura al mercato e io denaro. Vado avanti seguendo leggi economiche. La politica va avanti a suo modo, ma io non interagisco con lei. A fine giornata devo solo controllare che il denaro rientri. E questo è tutto». Ma la politica non potrebbe interferire nel suo lavoro? «La polizia può interferire. I religiosi, i professori possono interferire. Viviamo in una società nella quale tutti interferiscono. Ma io credo nell' iniziativa individuale. E allora vado dalla polizia e spiego che quello che faccio è legale. Mostro i documenti, porto gente che spieghi con me. Poi arrivano i religiosi e dicono: perché dai soldi alle donne?». Lei ha iniziato il microcredito concedendo prestiti alle donne, e sulle "Grameen ladies" continua a fare molto affidamento. Sono pochi i paesi musulmani nei quali le donne abbiano accesso al credito. «Ai religiosi spiego che non c' è nulla di male nel dare soldi alle donne, la religione lo permette. La prima moglie del Profeta era una "business woman". E se tu vuoi essere un buon musulmano devi sposare una "business woman" perché il Profeta lo ha fatto. Se non la trovi vieni da noi. Abbiamo un sacco di "Grameen ladies", te le presentiamo, se vuoi». Riesce a convincerli? «Diventano nervosi quando parlo del Profeta. Ma non possono dire: stai mentendo. Perché è così: Maometto lavorava per una signora molto più vecchia di lui, e l' ha sposata. Tutti lo sanno ed è un buon esempio».E la corruzione? «Faccio allo stesso modo. Risolvo individualmente. Scelgo: se la persona con la quale lavoro non fa quello che gli dico, vuol dire che è corrotta e vado da un altro». Quando ha iniziato il suo "business" aveva trentaquattro anni, adesso ne ha settanta e la sua vita è assai più complicata. Non è mai stanco? «Mai. È talmente eccitante quello che faccio. Amo il mio lavoro, lo vedo accadere, tocco la vita della gente». È religioso? «Non esattamente». Segue una dieta? Pratica lo yoga? «Sono molto indisciplinato. Mangio tutto e, di tanto in tanto, mi concedo anche un bicchiere di vino. Non è la mia abitudine o la mia cultura e se non mi piace non lo bevo. Non è una questione religiosa». Perché la Grameen Bank non ha un testimonial importante? Perché lei non ha attorno una corte di star di Hollywood, del calcio o del rock? «Nessuno si è proposto. Forse pensano che non si troverebbero bene. Ma, se proprio devo dire, non mi mancano». - LAURA PUTTI

    ha scritto il