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Signori del mondo

Ideologie dell'impero in Spagna, Gran Bretagna e Francia 1500-1800

Di

Editore: Il Mulino

3.5
(20)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 362 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8815125094 | Isbn-13: 9788815125095 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Vincenzo Lavenia

Disponibile anche come: Copertina rigida

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Descrizione del libro
Come l'Europa ha giustificato le sue conquiste coloniali: in questo libro Pagden studia le teorie che accompagnarono e sostennero le imprese imperialistiche spagnole, inglesi, francesi. In Spagna prevalse una visione imperiale che sottolineava la missione evangelizzatrice, in Inghilterra e in Francia, viceversa, si videro le colonie come fonte di profitto per l'agricoltura e il commercio. Alla fine del Settecento però si generalizzò una visione degli imperi coloniali come costosi e brutali strumenti di sopraffazione. L'ostilità al colonialismo si trasformò nell'aspirazione cosmopolita a sostituire gli imperi con una federazione di stati uguali e indipendenti.
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  • 3

    Non un libro piacevole a leggersi, appesantito dalle continue citazioni dirette dei vari ideologi dell'imperialismo o dell'antimperialismo spagnoli, inglesi e francesi dei secoli XVI-XVII. Riesce comunque bene a far comprendere al lettore le differenze strutturali, sia di tipo economico che ideol ...continua

    Non un libro piacevole a leggersi, appesantito dalle continue citazioni dirette dei vari ideologi dell'imperialismo o dell'antimperialismo spagnoli, inglesi e francesi dei secoli XVI-XVII. Riesce comunque bene a far comprendere al lettore le differenze strutturali, sia di tipo economico che ideologico, che correvano tra i tre maggiori imperialismo della prima età moderna. La Spagna visse la costituzione del proprio impero sudamericano come una nuova Conquista a completare la Reconquista appena conclusasi con la cacciata dalla penisola iberica di ebrei e mussulmani, e per questo mandò in America fieri e violenti hidalgos; inglesi e francesi, almeno a parole, puntavano di più sulla forza del commercio; alla fine, però persero l'impero anch'essi, i primi ad opera dei loro coloni, i secondi per opera delle altri potenze. In comune: lo sterminio dei nativi, al di là dei troppi proclami e della buona volontà di qualche idealista.

    ha scritto il 

  • 4

    Signori del mondo, scritto da Anthony Pagden, è un’accurata ed esaustiva analisi delle teorie imperiali sviluppatesi in Spagna, Gran Bretagna e Francia durante l’età moderna. Fin dall’introduzione, l’autore chiarisce che la sua indagine, pur abbracciando un’area geografica particolarmente estesa, ...continua

    Signori del mondo, scritto da Anthony Pagden, è un’accurata ed esaustiva analisi delle teorie imperiali sviluppatesi in Spagna, Gran Bretagna e Francia durante l’età moderna. Fin dall’introduzione, l’autore chiarisce che la sua indagine, pur abbracciando un’area geografica particolarmente estesa, si caratterizza come uno studio eurocentrico.
    Nel primo capitolo Pagden dimostra come i tre imperi traessero le loro radici ideologiche dalla Roma antica e dal suo potente impero; Roma rappresentava una realtà insuperabile, con la quale tutti si dovevano inevitabilmente confrontare. Nella pratica il concetto romano di “imperium” era ben differente da quello delle tre potenze europee prese in esame: la spinta espansionistica di queste ultime sorgeva, infatti, dalla bramosia di metalli preziosi e dalla volontà di convertire le popolazioni amerinde alla fede cattolica. L’aspetto religioso, pur rivestendo un ruolo fondamentale nel mondo romano, non costituiva certo lo “jus belli”.
    Ogni aspetto dell’espansione nel Nuovo Mondo era in qualche misura connesso con la missione evangelizzatrice, tra chiesa e impero vigeva un rapporto di stretta interdipendenza: la prima conferiva sacralità all’impero, e quest’ultimo le assicurava protezione. La Spagna poteva vantare il diritto di convertire gli indigeni grazie alle bolle papali concesse da Alessandro VI; anche i francesi cercarono, seppur con meno vigore, di ricondurre i pagani sotto la fede cattolica. Appare invece poco convincente la missione evangelizzatrice promossa dall’Inghilterra, soprattutto se si considera il distacco tra cristianesimo inglese e papato romano verificatosi dopo lo scisma anglicano. Ad ogni modo, tutto ciò finiva per giustificare le violenze perpetrate ai danni degli indigeni, violenze in qualche modo ammissibili perché attuate in nome di un bene superiore.
    Pagden afferma che il desiderio inarrestabile di espansione che caratterizzava questi imperi era strettamente legato ad un codice di valori aristocratici fondati sulla gloria militare e sulla promozione sociale. La prima fase di queste espansioni nel continente americano risulta essere piuttosto simile per le tre potenze europee, solo successivamente emergono le differenze, legate a peculiarità climatiche, culturali e sociali. Il principale interesse che nutriva la Spagna per le sue colonie era legato all’arricchimento in termini di metalli preziosi, Francia e Inghilterra erano più attratte dal commercio e dall’agricoltura. Nel lungo periodo, l’oro e l’argento si rivelarono la rovina della corona spagnola, gli spagnoli, infatti, si erano dimostrai ciechi nel porre in secondo piano l’agricoltura e il commercio in favore della continua ricerca di metalli preziosi, e nel non considerare che il valore di questi beni dipendeva prima di tutto dalla loro scarsità. La torrenziale immissione di oro e argento in Spagna finì per determinare una fortissima inflazione che causò il declino della corona di Castiglia. A differenza di quelle francesi e spagnole, le colonie inglesi erano il frutto di iniziative private, risultavano quindi meno vincolate dal punto di vista politico con la madrepatria.
    Il quarto capitolo del libro viene dedicato al tema del’espansione e conservazione. Tutta la storia, fin dall’antichità, è ricca di esempi che dimostrano come espansione e decaduta fossero caratteristiche comuni a tutti gli imperi. L’espansione celava l’insidia di numerose minacce, ma garantiva anche notevoli vantaggi. In primo luogo rappresentava una valvola di sfogo per le attività militari e per le tensioni sociali interne e secondariamente poteva garantire enormi guadagni. Raggiunti certi limiti però era necessario arrestare l’onda espansionista, altrimenti l’impero sarebbe crollato su se stesso, proprio come era successo all’impero romano. La prima fase, quella legata all’acquisizione territoriale, era un atto relativamente semplice se posto a confronto con l’opera di conservazione che implicava difficili processi di coesione sociale. Molti teorici del XVIII secolo ritenevano che per conservare un dominio fosse necessario sostituire la conquista con il commercio, in particolare, negli anni ’60 del ‘700 si invocava a gran voce la liberalità economica applicata al commercio marittimo. In termini di possedimenti territoriali la Spagna si configurava come l’impero più forte, ma altrettanto non si poteva dire sotto il profilo economico, nel tardo ‘500 iniziò il declino dell’economia spagnola, eccessivamente dipendente dai metalli preziosi.
    Il rapporto tra le colonie e la madrepatria non era riconducibile ad un unico modello: i possedimenti spagnoli e francesi erano soggetti all’imperium delle rispettive madrepatrie, l’Inghilterra invece esercitava una forma di protettorato sui suoi domini. Francia e Spagna agivano secondo uno schema che per molti aspetti era paragonabile a quello romano, la politica coloniale inglese invece era assai più simile a quella dell’antica Grecia. Il popolo inglese appariva così come il più illuminato nel gestire i propri rapporti con il Nuovo Mondo, tuttavia dopo la guerra dei Sette anni la situazione mutò radicalmente. La corona britannica aumentò l’imposizione fiscale e diminuì l’indipendenza politica delle colonie, queste ultime percepirono tali provvedimenti come una palese violazione alla propria libertà, nell’arco di breve tempo la situazione si inasprì fino al punto di esplodere nella Rivoluzione Americana, grazie alla quale le colonie britanniche raggiunsero l’indipendenza.
    Dopo aver analizzato con estrema perizia le diversità delle tre potenze coloniali, l’autore sposta il campo d’indagine sui mutamenti ideologici e politici che caratterizzarono l’Europa tra il XVII e il XVIII secolo. I concetti di onore e gloria militare iniziarono a lasciare il posto alla riflessione sulla “pubblica felicità”, l’idea secondo cui la potenza di uno stato si misurava secondo la felicità dei propri sudditi. Conseguentemente, gli imperi coloniali iniziavano ad apparire agli occhi dell’opinione pubblica come dei brutali strumenti di sopraffazione, emergeva tutta la drammaticità della schiavitù e delle malattie che imperversavano nel Nuovo Mondo.
    L’accusa più intensa al trasferimento forzato dei popoli è contenuta nell’opera Idee per la filosofia della storia dell’umanità di Herder, tuttavia il contributo più significativo e razionale su quest’argomento si deve all’Histoire dell’abate Thomas Raynal. L’Histoire da un lato esaltava gli effetti civilizzatori propri del commercio internazionale, e dall’altro condannava il colonialismo europeo. Contrariamente alle altre potenze coloniali, gli inglesi venivano descritti positivamente, essi non si erano avventurati in America per l’avidità d’oro ma per cercare la libertà. Addirittura i coloni inglesi avevano sviluppato un tale interesse per la libertà che finirono col superare una madrepatria sempre più dispotica. Diderot sperava che l’esempio di tali coloni potesse servire agli europei per rifondare la loro società malata e corrotta. Egli mise in luce tutta la drammaticità della disumanizzazione dei popoli africani, popoli che venivano condannati moralmente a causa del colore della loro pelle, molti intellettuali iniziarono a pronosticare una futura rivolta degli schiavi di proporzioni notevoli.
    Un altro intellettuale, Richard Price, asserì che era sbagliato glorificare gli inglesi e considerarli meno sanguinari e meno affamati di guadagni rispetto ai loro vicini cattolici, bastava volgere lo sguardo all’India per rendersi conto che anche l’Inghilterra aveva portato alla rovina e alla fame milioni di persone innocenti.
    L’idea che il commercio internazionale potesse assicurare la pace tra i popoli era caldeggiata da molti intellettuali, essi si basavano sull’assunto che la ricchezza di una nazione dipendesse dal benessere delle altre. Si diffuse l’idea che se i moderni imperi volevano bloccare il loro declino avrebbero dovuto trasformarsi in una sorta di federazione, qualcosa di simile alla lega Achea. Una sorta di confederazione di stati autonomi, diversi per usi costumi e lingue ma uniti nei fini politici ed economici.
    In generale, i modelli delle ideologie imperiali erano stati rivolti eccessivamente all’antico, erano incapaci di adattarsi alle dinamiche evolutive del mondo moderno. La Rivoluzione americana così come la rivolta del Messico furono la prova evidente di questo.
    Complessivamente l’opera di Anthony Pagden è un tentativo, decisamente riuscito, di capire come gli europei percepissero gli imperi che avevano costruito e le conseguenze che essi avevano causato. L’aspetto più interessante di questo libro, tuttavia, non è rappresentato dalla percezione degli imperi in se, ma dalla sua evoluzione nel corso dei secoli, e Pagden riesce a coglierla con precisione, indicandone cause ed effetti.

    ha scritto il 

  • 4

    A fine '400 è iniziata l'era delle scoperte geografiche e un secolo più tardi sarà già ampiamente comune lo sfruttamento (e la colonizzazione) delle terre scoperte.


    Con quale diritto i Paesi conquistatori europei hanno potuto arrogarsi la libertà di appropriarsi di continenti non vergini? ...continua

    A fine '400 è iniziata l'era delle scoperte geografiche e un secolo più tardi sarà già ampiamente comune lo sfruttamento (e la colonizzazione) delle terre scoperte.

    Con quale diritto i Paesi conquistatori europei hanno potuto arrogarsi la libertà di appropriarsi di continenti non vergini? Secondo quali norme? Come amministrarono poi i loro possedimenti oltremare? E cosa fece si che questi siano poi arrivati all'indipendenza?

    Un testo che si occupa di definire la forza che l'idea di imperialismo ha esercitato sulle monarchie europee e quindi i riscontri nell'epoca del colonialismo.

    A tratti un mattone nozionista (molte le citazioni di filosofi, economisti, storici sia dell'epoca che dei giorni nostri), ma di indubbio interesse per avere una visione variegata dell'argomento.

    ha scritto il