Skippy Dies

A Novel

By

Publisher: Macmillan

4.0
(417)

Language: English | Number of Pages: 672 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Italian , Dutch , French , German

Isbn-10: 0865479437 | Isbn-13: 9780865479432 | Publish date: 

Also available as: Softcover and Stapled , Paperback , eBook

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Teens

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Book Description
After 14-year-old Skippy ends up dead on the floor of a local donut shop, a number of suspects emerge at Skippy's school in Dublin, including Skippy's drug ...
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  • 3

    Hanno ammazzato Skippy!!! Brutti bastardi!!!

    Dublino, primi anni del nuovo millennio. Con la sua tetraggine e i suoi pretacchioni anziani da museo delle cere, lo storico Seabrook College appare oggi più che mai un’istituzione di stampo anacronis ...continue

    Dublino, primi anni del nuovo millennio. Con la sua tetraggine e i suoi pretacchioni anziani da museo delle cere, lo storico Seabrook College appare oggi più che mai un’istituzione di stampo anacronistico. Una grave malattia ha messo fuori gioco l’inossidabile direttore Furlong, membro dell’ordine del Paracleto che da sempre gestisce la scuola, e il preside ad interim Greg Costigan ha ambiziosi piani di rilancio “laico” per il prestigioso convitto che ormai da svariate generazioni forgia i giovani dell’alta borghesia dublinese. L’enfasi è spinta come mai prima d’ora sul conformismo, il futuro e le straordinarie possibilità di carriera offerte, con meno implicazioni religiose e un ostinato risalto dato al carattere esclusivo dell’offerta formativa. Ma per ingessato che sia il collegio, a popolarlo sono ragazzini in piena detonazione ormonale e insegnanti già minati a fondo da una disillusione senza quartiere. Uno di loro in particolare, il giovane professore di storia Howard “The Coward” Fallon, è un ex allievo del Seabrook nel bel mezzo di una logorante crisi esistenziale: divorato dai sensi di colpa per un vecchio incidente a un compagno e per il tradimento inferto alla sua partner statunitense, Halley, si aggrappa al sogno della propria vocazione di docente e riversa tutte le sue energie nelle lezioni sulla prima guerra mondiale, e sugli sconvolgimenti che questa produsse sulle giovani generazioni di un secolo prima, persino lì in Irlanda. Uscire dal seminato non riuscirà a scardinare la cronica apatia del suo uditorio e gli costerà anche piuttosto caro.

    Nella classe di “The Coward” e dell’inquietante professore di francese, padre “Pere Vert” Green, Daniel “Skippy” Juster è un quattordicenne che ci si aspetterebbe comunque spensierato, anche per via di un talento non comune quando si tratta di dare il massimo nelle gare di nuoto, eppure qualcosa decisamente non va: l’interesse per l’attività sportiva sembra svanito dalla sera alla mattina, i buoni voti cui era abbonato sono scesi in picchiata, il suo tempo libero è offerto quasi per intero al Nintendo e alla mattanza di zombie & demoni con lo sparatutto “Hopeland”, mentre a lezione comincia a essere vittima di una strana catatonia e di qualche occasionale malessere. Si tratta esclusivamente della grave malattia che sta portando alla tomba sua madre, o c’è dell’altro? Un manipolo di coetanei trascorre le giornate al suo fianco, anche se non si può dire che ci sia davvero qualcuno pronto a dannarsi per leggere nel suo cuore: non il compagno di stanza Ruprecht Van Doren, studente e musicista ben sopra la media ma con qualche bugia di troppo in curriculum, a tal punto assorbito dai suoi vagheggiamenti di scienziato in erba da ignorare in via sistematica i propri problemi con la bilancia o soffocarne le derivanti delusioni in interi vassoi di ciambelle acquistati da Ed’s; non l’italo-irlandese Mario Bianchi, ossessionato dal sesso più parlato che praticato e vissuto ancora secondo schemi profondamente infantili; non Dennis Huey, per il quale parla il cinismo di facciata, l’essere a parole sempre contro tutto e tutti, mentre Geoff Sproke è sì empatico ma anche piuttosto ingenuo e incline ai giochi di ruolo.

    Se anche gli amici fidati non hanno modo di tirare Daniel su di morale, un’insperata ancora di salvezza è offerta allora dalla splendida coetanea Lorelei “Lori” Wakeham, a lungo spiata con un telescopio mentre giocava a frisbee e conquistata contro ogni previsione (e contro il volere del più acceso tra i suoi spasimanti, il bullo sciroccato Carl) ad una festa organizzata in collegio per Halloween in cui tutto sembra possibile. Non sarà così. Il tentennare e l’immaturità della fanciulla, indotta dalle suggestioni del facile ribellismo a imboccare la strada meno rassicurante rappresentata dal poco di buono Carl, farà precipitare gli eventi e condannerà il fragile Skippy, già vittima di molestie su più fronti, all’inabissamento. Che segni lasci poi la sua scomparsa in coloro che pure faticavano a vederlo quando era presente, nei genitori da tempo appartati in tutt’altra privata agonia o in chi si era addirittura spinto a eleggerlo a capro espiatorio per le frequenti intemperanze nella scuola, lo scopriamo in una lunga parte finale particolarmente dolorosa e disincantata che costituisce il vero fulcro di questo romanzo.

    Si perdoni la celeberrima citazione dalla serie animata “South Park” che ho scelto per il titolo di questa disamina senza pretese. L’idea della vittima innocente e predestinata, qui scaraventata sul lettore ancor prima dell’acquisto in libreria, nonché ogni stramaledetta volta che si torna con gli occhi su quella laconica copertina biancoverde, mi ha riportato quasi per riflesso condizionato all’incappucciato Kenny che, invariabilmente, ci rimetteva le penne prima della fine di ogni episodio. Quattro amici inseparabili ma non proprio così affezionati l’uno all’altro, come in “South Park”, uno dei quali orrendamente sovrappeso e bersagliato dal pubblico dileggio; professori inetti, autorità dementi quando non proprio malevole, genitori persi in un loro altrove di ricordi nostalgici o impegni inderogabili. Poi dentro ci si può leggere moltissimo altro, è chiaro. L’alienazione dei ragazzini in collegio, le ossessioni del risultato sportivo e della carriera inculcate dagli adulti mandano flebili echi da “Infinite Jest”, per dirne una. E così gli orchi, nascosti dove ci si aspetta ma non solo (accludiamo quelli di Pennac per completezza di suggestioni).

    Ma “Skippy Muore” è anche e soprattutto l’opera di un Douglas Coupland europeo, ancora non compromesso dai sempre più stucchevoli riferimenti alla cultura pop da tardo impero (che qui pure non mancano, ma vengono dispensati con opportuna parsimonia) ormai cronicizzati nel lavoro del canadese. Molte impressioni lo ricordano, dal disorientamento di giovanissimi un po’ abbandonati a loro stessi alle tante amarezze dei figli ormai cresciuti della “Generazione X”, i cui sogni sono andati a rotoli per colpe non esclusivamente proprie. Così è l’altro protagonista del romanzo, Howard, che assieme alla partner vive una relazione “come due attori alle ultime repliche di uno spettacolo che non va più a vedere nessuno”, che si lascia sviare dalla più telefonata delle fate morgane e quando tutto è perduto – il suo idealismo in confezione famiglia prima del resto – si reinventa eroe quasi fuori tempo massimo per regalarsi il riscatto di un’autoassoluzione.

    Il ritratto più affettuoso e insieme impietoso è però quello che Paul Murray riserva agli adolescenti come entità collettiva: un soggetto amorfo, indifferente, privo di memoria come della coscienza o della responsabilità delle proprie azioni, oltre alla capacità e all’interesse di comprendere il passato (anche quello personale) per poterne fare tesoro. Skippy e i suoi compagni sono entrati a tutti gli effetti nella stagione che rappresenta la “vera materia costitutiva della crescita”, quella dell’amaro esproprio dei sogni, delle possibilità a suo tempo idealizzate che ora, come porte, iniziano a chiudersi loro una dopo l’altra proprio sul grugno. Vivono “in un presente perpetuo carburato dagli zuccheri, nel quale quella di ricordarsi è una scocciatura delegata al computer” e l’elaborazione del lutto sembra la più alta delle montagne da scalare. Un romanzo sull’assenza quindi, sullo spreco di qualità ed entusiasmo, sui tormenti silenziosi della colpa e sui danni che questa può arrecare a individui ancora in via di maturazione. Il taglio, grazie al cielo, non è per nulla cinico. La sincerità dell’autore, nient’affatto incline al sentimentalismo di comodo, non può essere messa in discussione e consente a queste ottocento pagine abbondanti di scorrere via persino con leggerezza, a dispetto della gravità di certe riflessioni. L’accoglienza entusiastica con cui “Skippy Muore” è stato salutato è forse troppo generosa ma il risultato rimane sufficientemente fresco e convincente per meritarsi la vostra attenzione.

    (7.2/10)

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  • 3

    Bello e triste

    Diciamo che la valutazione è un tre e mezzo. Sono stata molto indecisa fra tre e quattro perché la trama è soprattutto i contenuti di questo romanzo sono molto belli, però trovo che sia eccessivamente ...continue

    Diciamo che la valutazione è un tre e mezzo. Sono stata molto indecisa fra tre e quattro perché la trama è soprattutto i contenuti di questo romanzo sono molto belli, però trovo che sia eccessivamente prolisso. Se solo avesse avuto qualche centinaio di pagine in meno la mia valutazione sicuramente sarebbe stata più alta.
    In ogni caso la storia fa riflettere, soprattutto sui bisogni inespressi di attenzione che hanno gli adolescenti. Purtroppo gli adulti qui ne escono veramente male. Prima della morte di skippy sono persi dietro i loro problemi personali, le loro ambizioni e i loro impulsi. Dopo il tragico evento pensano solo a mettere a tacere la loro coscienza e a trovare facili scappatoie per evitare le proprie responsabilità. Un personaggio che ho detestato fin dall'inizio è il preside ad interim. Ignorante, insensibile e arrivista come pochi. Howard il codardo, invece, alla fine trova un minimo di riscatto, anche se avrebbe potuto fare molto di più.
    E poi ci sono i ragazzi che frequentano questo prestigioso collegio irlandese. Ragazzi che si trovano a vivere situazioni più grandi di loro senza avere delle solide guide accanto. E allora c'è chi cerca conforto nel cibo, chi nell'autolesionismo, chi nelle pillole. E purtroppo quando si è così fragili c'è sempre qualcuno pronto ad approfittarne.
    Bello e triste.
    Ultima annotazione: la versione cartacea ha dei caratteri microscopici che non invogliano certo alla lettura. Fare un'edizione diversa?

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  • 5

    Tutto è noto fin dall'inizio, eppure... ho pianto come una fontana.
    Indimenticabili Skippy e tutti i suoi amici.
    Bello, fresco, emozionante, a tratti divertente. E straziante.

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  • 5

    C'è sempre qualcuno che ha bisogno di aiuto...

    In un college irlandese, ragazzini quattordicenni vispi e allegri vivono, studiano, scherzano, interagiscono, si picchiano, dicono scurrilità, chiacchierano, si divertono.

    Come non rimanere catturati ...continue

    In un college irlandese, ragazzini quattordicenni vispi e allegri vivono, studiano, scherzano, interagiscono, si picchiano, dicono scurrilità, chiacchierano, si divertono.

    Come non rimanere catturati da questa atmosfera fatta di battute esilaranti, di prime esperienze, di feste di Halloween, di bulletti che spadroneggiano, di inviti al cinema al fine settimana, di secchioni occhialuti e timidi senza speranza?

    L'attenzione si fissa su uno in particolare, Skippy, che come qualsiasi adolescente problematico, è timido; non parla, si cela, si defila. Non sappiamo ciò che pensa, non sappiamo le sue esperienze passate.

    Skippy è però illuminato di luce riflessa; il suo sentire ci arriva tramite il comportamento degli "altri".

    Tutti sanno qualcosa di lui, ma non tutto, perché nessuno ha tempo per approfondire, né voglia di chiedere, né attenzione da dedicare. Non i professori, non il padre, non la madre, non gli amici, non il compagno di stanza, non il prete, non il preside. E in effetti non è quello che succede anche a molti di noi? Siamo attenti a noi stessi e al nostro mondo, ci interessiamo degli altri tendenzialmente solo se a loro volta ci prestano attenzione, se ci danno quello che cerchiamo, se ci fanno sentire importanti.

    Quando Skippy muore il quadro, dapprima confuso, comincia a delinearsi. Skippy non si vedeva, ma c'era. E in questo ambiente di incomunicabilità e disinteresse per il prossimo, la sua mancanza diventa improvvisamente assordante. Troppo tardi, il tempo non può tornare indietro.

    Terribile assistere a questo punto alle riflessioni del professor Howard e del prete, al lasciarsi andare della bella e debole Lori, allo sbandamento del pericoloso bulletto Carl, alla disperazione dei genitori e alla devastazione del geniale e grassoccio compagno di stanza Ruprecht. Tutti realizzano improvvisamente di avere lasciato Skippy solo con i suoi problemi, con i suoi timori, con i suoi drammi. Solo nell'indifferenza generalizzata.

    Perché leggerlo? Perché è un romanzo potente, che lascia un segno profondo perché ci tocca come genitori, come figli e come esseri umani.

    Bello il linguaggio, bella la freschezza, belle le sensazioni che trasmette, bello per come è scritto, bello perché insegna a guardarsi attorno; perché c'è sempre, sempre, qualcuno che ha bisogno di aiuto...

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  • 2

    Noioso.

    Come raramente capita mi sono dovuto forzare per finirlo. E ho DOVUTO finirlo, perché avevo letto tante recensioni di persone entusiaste e perché, tutto sommato, il libro non è scritto male. Solo è te ...continue

    Come raramente capita mi sono dovuto forzare per finirlo. E ho DOVUTO finirlo, perché avevo letto tante recensioni di persone entusiaste e perché, tutto sommato, il libro non è scritto male. Solo è terribilmente noioso: per 800 pagine non succede nulla e anche quando c'è qualche guizzo porta sempre ad un esito scontato. Intrigante la struttura Fatto-Prefazione-Postfazione, non mi è piaciuto invece dover passare da un personaggio all'altro, entrare nella loro vita, per poi rendermi conto che non accade nulla.

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  • 5

    La cecità

    Ce l’avevo lì da tempo, in cima a una pila infinita di libri in attesa della mia libreria. E ogni tanto gli lanciavo un’occhiata furtiva, senza però decidermi a cominciarlo. Anche perché la trama mi f ...continue

    Ce l’avevo lì da tempo, in cima a una pila infinita di libri in attesa della mia libreria. E ogni tanto gli lanciavo un’occhiata furtiva, senza però decidermi a cominciarlo. Anche perché la trama mi faceva presagire qualcosa di buffo e leggero, che probabilmente non mi avrebbe lasciato il segno. Poi, un giorno, ho letto per caso la recensione di un’anobiana, una recensione molto ben scritta e argomentata, che diceva di aver terminato la lettura col nodo alla gola e gli occhi lucidi, chiedendosi come è possibile che nella vita riusciamo a essere tanto ciechi. Tanto ciechi. La recensione mi ha incuriosita al punto da iniziare il libro. E, man mano che leggevo e sorridevo, prima per la simpatia e la tenerezza, poi per l’amarezza, ho capito tutto. Tutto. Tutto ciò che voleva dire quella lettrice anobiana e tutto ciò che di tristemente vero è racchiuso in questo romanzo potente e meraviglioso. Uno di quei romanzi che non leggevo da tempo, che trovo sempre più rari e nascosti, che sanno avvolgerti e stordirti e che sanno farti bene ma anche molto, molto male.
    E’ una storia dei giorni nostri, quella di Daniel Juster, detto Skippy. Vediamo il suo volto in copertina, quasi fosse sulla pagina di un articolo di giornale, quasi lui, un ragazzo timido, impacciato, un po’ emarginato, insomma, sì, l’eterno sfigato, esistesse realmente. Ebbene, Skippy muore subito, in un locale della periferia di Dublino, dove ha fatto a gara col suo compagno di stanza del college, Ruprecht, a chi riusciva a mangiare più ciambelle, e qualcosa non è andato per il verso giusto (ma capiamo anche noi lettori, che, al di là della bizzarra e buffa situazione, è come se, qualcosa non tornasse…cioè, si può davvero morire così?!). Ma il presente si ferma qui. Paul Murrey torna indietro, e ci racconta tutti gli antefatti di questo episodio tragicomico col quale ha aperto la sua storia. E per Skippy iniziamo a provare un misto di sentimenti, simpatia, affetto, commozione, tenerezza, pena (sì, anche quella!), e vorremmo essere lì accanto a lui, per sussurrargli che noi ci siamo. Anche se ci accorgiamo, nella vita reale, che di Skippy ne incontriamo fin troppi, e nonostante tutti i segnali che ci arrivano, restiamo ciechi. Rieccoci qua, a questo aggettivo che ci fa così male, perché la cecità di cuore è una della cattiverie più inconsapevoli, nascoste, sottovalutate. Quante volte siamo ciechi, ciechi a ciò che ci passa sotto agli occhi, per egoismo, per pigrizia, per ignoranza? Quante stonature osserviamo pur facendo finta di niente? E di quante non ci accorgiamo nemmeno, chiusi nelle nostre convinzioni? Quanta sensibilità ci manca? E quanto può cambiare un nostro semplice gesto di apertura, di comprensione, di dialogo? Quanto potremmo fare, aiutare, cambiare, aggiustare, se solo fossimo meno ciechi e più aperti a parlare, senza veli, senza paure, senza schermi? Skippy viene ucciso dal mondo che lo circonda, cieco a tutto. Ma, dopo la sua dipartita, è questo stesso mondo, fatto di bugie, di falsità, di violenza psicologica e di indifferenza, che muore a sua volta. E il Seabrook College, il prestigioso istituto dublinese in cui lui viveva, o sopravviveva, si sgretola, schiacciato da un senso di colpa che pesa come un macigno, sui suoi compagni, su Howard, il suo professore di storia (un pallido rimando al professore di “L’attimo fuggente”, solo a sua volta più cieco e vittima della cecità altrui), su Lori, la sua presunta ragazza. Tutti iniziano ad aprire gli occhi, ma è troppo tardi, per Skippy e per loro. Solo il preside del college, Gregory Costigan (denominato “L’automa”), il personaggio più disprezzabile della storia, mantiene gli occhi chiusi e continua a vivere, sino alla fine, senza alcun senso di colpa e dunque serenamente, salvando le apparenze di un mondo finto e “assassino”.
    E’ un romanzo triste e feroce, questo. Al di là delle risate che potrete fare fino a quando gli antefatti tornano al presente, alla morte di Skippy. Poi il sorrisetto vi scomparirà dalle labbra. E tutto acquisterà il peso che voleva avere, svelando le fragilità di tutti i personaggi, tutte vittime di se stessi e degli altri.
    Un grazie all’anobiana che con la sua recensione mi ha indirettamente spinto a leggere questo romanzo.
    Un grazie a Paul Murrey, per averlo scritto, e per avermi fatta emozionare e riflettere.
    Un applauso alla casa editrice Isbn, non è il primo romanzo che leggo da essa pubblicato e mi sono sempre trovata fra le mani romanzi spettacolari.
    Non siamo ciechi, cerchiamo di non esserlo. Mai.

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  • 5

    "A sentire la gente, si direbbe che tutti non fanno altro che amarsi a vicenda."

    Finito il libro. Auricolari. Canone di Pachelbel nelle orecchie. Un nodo in gola. Occhi lucidi.

    Mannaggia a me. Ma si può farsi ridurre così da un libro?

    "Skippy muore" mi ha proprio straziato. Non p ...continue

    Finito il libro. Auricolari. Canone di Pachelbel nelle orecchie. Un nodo in gola. Occhi lucidi.

    Mannaggia a me. Ma si può farsi ridurre così da un libro?

    "Skippy muore" mi ha proprio straziato. Non perché Skippy muoia, perché la cosa è nota già dalla copertina. E da un certo punto di vista meglio che la sua morte sia annunciata e avvenga subito senza dare il tempo al lettore di affezionarsi al personaggio.

    Questo libro mi ha straziato perché è una storia di assenze. Una storia in cui a mancare sono in prima istanza gli adulti tutti schierati. I genitori, gli insegnanti, il preside, gli allenatori e tutte le persone implicate e coinvolte in quel compito difficilissimo che consiste nell'accompagnare i ragazzi a diventare grandi.

    Non ci sono scuse, non ci si può tirare fuori, sono tutti responsabili. I genitori in primis, ma anche chiunque giochi un ruolo nei confronti dei ragazzi. E forse non solo gli adulti partecipano alla responsabilità, ma pure i coetanei. I compagni.

    Questo libro mi ha toccato perché mi ha fatto ragionare sulle mie assenze. Sulle mie quotidiane mancanze.

    Leggevo e mi risuonava una frase di un altro (bel) romanzo di formazione:

    "Sei responsabile nei confronti di chi ti ama". [Acqua di mare - Simmons]

    Difficile da accettare questa cosa. C'è sempre qualche scusante, qualche obiezione che si frappone tra noi e questo pensiero. In realtà nel momento in cui qualcuno per un qualche motivo a noi si appoggia, ci riconosce un ruolo, io credo che in quell'istante il senso di responsabilità debba scattare. O almeno dovrebbe scattare. O quantomeno io vorrei che per me funzionasse così.

    "Se qualcuno si fosse interessato a questo ragazzo, questo non sarebbe successo, ti assicuro – ti assicuro» aggiunge coprendo i borbottii di protesta di Howard «ma nessuno si è preoccupato, perché non gliene frega niente a nessuno"

    Ma lo sfacelo non è solo la morte di Skippy. Lo sfacelo è la deriva che causa la morte di Skippy. Come un bullone invisibile di un ingranaggio che viene improvvisamente a mancare. Come i freni di una macchina che improvvisamente smettono di funzionare.
    Tutto precipita. E solo una cosa rimane: il senso di colpa. Per non aver capito. Per non aver agito. Per non esserci stati quando c'era bisogno di una presenza. Per essersi approfittati della fiducia di un ragazzino. O per avere semplicemente pensato di approfittarsene.

    La disperazione di Ruprecht (il migliore amico di Skippy ) che non si fa una ragione. Che cerca un colpevole per scaricare la rabbia e la frustrazione. Di non aver saputo. Di non aver chiesto. Di non averci proprio pensato.

    Questo ragazzino geniale disperato, che affoga l'angoscia nelle ciambelle, si deforma nel fisico e nella mente e cerca un modo per rimediare ciò che è irrimediabile.

    E forse capisce che per evitare la deriva, si può far ricorso a un'unica preziosa risorsa. Risorsa che gli si palesa grazie all'aiuto di un ragazzo cresciuto e divenuto un tormentato insegnante che ha vissuto, durante l'adolescenza, esperienze simili.

    "Rimasero amici, e il fatto di avere amici al proprio fianco, molti sostengono, fu proprio quello che gli permise di non crollare del tutto."

    Dentro quello che siamo oggi c'è quello che eravamo ieri.

    "Quelli come noi che credono nella fisica sanno che la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’ostinata illusione." - Albert Einstein

    Un libro bellissimo.

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  • 5

    A sentire la gente, si direbbe che tutti non fanno altro che amarsi a vicenda. Quando lo vai a cercare, quando cerchi di trovarlo questo amore di cui tutti parlano, non lo trovi da nessuna parte.

    Quando un libro è bello molte volte non te ne rendi conto mentre lo stai leggendo. Te ne accorgi quando sono passati parecchi giorni da quando l' hai terminato e ancora ci pensi, ancora senti di esser ...continue

    Quando un libro è bello molte volte non te ne rendi conto mentre lo stai leggendo. Te ne accorgi quando sono passati parecchi giorni da quando l' hai terminato e ancora ci pensi, ancora senti di essere dentro...

    said on 

  • 4

    L'amarezza del crescere

    Un libro del quale ho pensato, nei primi momenti: "Si sta dilungando"; altre volte: "Manca un baricentro". Poi però tutto ha cominciato a scorrere: i volti dei ragazzi mi sembrava di vederli sotto i m ...continue

    Un libro del quale ho pensato, nei primi momenti: "Si sta dilungando"; altre volte: "Manca un baricentro". Poi però tutto ha cominciato a scorrere: i volti dei ragazzi mi sembrava di vederli sotto i miei occhi, percepivo i loro turbamenti e talvolta ne ridevo; mi imbattevo nella confusione degli adulti, nelle loro delusioni e nelle loro ipocrisie, nel senso di sconfitta e nella loro incapacità di vivere dentro le cose e di far diventare autentica la loro vita. E mentre vedevo e sentivo, veniva fuori la poesia insieme alla tristezza e alla cupa disperazione. Per poi vedere una luce e una ostinata volontà di vita. Che è in quel verso di Paul Eluard citato alla fine "C'è un altro mondo, ma è dentro di questo".
    Leggetelo.

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