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Sogni

Di

Editore: Tranchida (Le piramidi)

4.6
(5)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 484 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 888003197X | Isbn-13: 9788880031970 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Antonella Passaro

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Descrizione del libro
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  • 4

    Cantore di una terra, Kemal.
    La Turchia, sì -Istanbul, l’Ararat, il Tauro, il mar Mediterraneo- ma soprattutto quel lembo dove egli è nato; la patria cui sente di appartenere; il mitico e magico reame della sua infanzia; il luogo del quale conosce ogni sfumatura di colore, ogni profumo, ogni alb ...continua

    Cantore di una terra, Kemal. La Turchia, sì -Istanbul, l’Ararat, il Tauro, il mar Mediterraneo- ma soprattutto quel lembo dove egli è nato; la patria cui sente di appartenere; il mitico e magico reame della sua infanzia; il luogo del quale conosce ogni sfumatura di colore, ogni profumo, ogni albero, ogni ruscello, ogni ciottolo… La Çukurova, l’estesa pianura dove, in primavera, l’odore dei fiori d’arancio è così violento da ubriacare non solo gli uomini ma il corso stesso delle loro esistenze (è l’immagine conclusiva del romanzo breve Tu schiaccerai il serpente) e dove, in autunno, la fioritura del cotone pare un manto di neve. O di soffici nuvole -come quelle che, nel ricordo dell’autore, in estate si accatastavano ogni giorno dall’alto del mare, salendo lentamente, sospinte dal vento. Nuvole bianchissime, dello stesso colore che hanno i calzoni e le scarpe che sogna il piccolo Mustafa nel racconto I calzoni bianchi. E quei calzoni sono anche il campo in riva al ruscello che potrà coltivare e trasformare in giardino; sono le tegole che potrà mettere nel tetto perché non goccioli più; sono l’orologio d’oro che potrà esibire -verbi al futuro, perché sono quel futuro che egli spera e che rendono forte la sua volontà. I calzoni bianchi costano tre lire, costano tre notti senza chiudere occhio, costano tutta la fatica e il sudore che occorrono per affrontare la fornace -o forse la vita- e il fuoco, il calore che mozza il respiro. Ma il sacrificio -pur grande- di un uomo, spesso non basta per raggiungere il suo desiderio; occorre la comprensione e la generosità degli altri uomini, il loro aiuto… Così nell’ultimo, lungo racconto di Kemal, la voce del singolo che si leva per denunciare i soprusi, le ingiustizie e un sistema che ha fatto della corruzione e dell’indifferenza il proprio credo, è voce destinata a rimanere inascoltata, a venir fatta tacere, a essere coperta, soffocata da altre voci -o magari dal rumore di centinaia di teneke. E che sia la voce forte e decisa di Zaino Kari, quando incita gli uomini del villaggio a mostrarsi tali, a impedire che le case e i campi vengano allagati dagli Aga del riso, incapaci di vedere altro che il proprio interesse; che sia la voce indomita del Curdo dallo sguardo fiero e con la temerarietà di opporsi, di rifiutare quei soldi che sono il prezzo della sua libertà; che sia la voce del mite Resul Efendi, diviso tra i rischi che sa di correre nell’opporsi agli Aga e il suo senso della giustizia; che sia la voce del nuovo Kaymakan -una voce traboccante d’amore, ma giovane, ignara, inesperta. Si fida degli uomini, si fida della legge; spera e crede di poter cambiare le cose- poco importa. Non ne resterà che una breve eco, subito inghiottita dal silenzio… Cantore di una terra, Kemal. Una terra forte, aspra, sanguigna, ricca di suggestione. Bellissima. Cantore di una natura che non è mai semplice sfondo, ma “sangue che scorre nelle vene”, calore, forza vitale -e in interazione profonda con l’uomo, poiché ciò che egli fa alla natura, fa a se stesso. Splendide le pagine in cui descrive la grandiosità di una natura ancora selvaggia, dai colori così vivi e intensi da ferire quasi gli occhi -e il cuore. Le montagne viola, le aquile scure come ombre notturne, i fiori di cardo di un blu purissimo, le cicogne dai lunghi becchi arancioni, i serpenti traslucidi e di rubino… E serpenti, insetti, uccelli, rocce diventano anche la quotidiana fuga di Hasan, il bambino che non ha amici. Via dal villaggio -via, via… Come quelle aquile che hanno il nido tra le rocce inaccessibili e volano libere e solitarie nell’azzurro. Via dal silenzio e dall’ostilità che condanna sua madre -così bella! La donna più bella del mondo; la donna che nessun uomo riesce a uccidere, perché ne resta abbagliato o si innamora perdutamente di lei… Via dai pianti, dalle maledizioni, dalle ingiurie -da quelle voci che gli ricordano il suo dovere di figlio, di nipote. Via dai fantasmi che chiedono vendetta. Via… Perché un bambino -un bambino!- non può scegliere tra un affetto e un altro affetto senza perdere l'equilibrio, senza rischiare di precipitare in un abisso più profondo di quello che, tante volte, ha sfidato saltellando tra le rocce... Cantore della sua terra, Kemal. E della sua gente -un popolo dall’anima complessa e contraddittoria, lacerata dai conflitti etnici, religiosi, politici. In realtà cantore della condizione umana di ogni luogo e di ogni tempo. Pagine splendide e magiche, in questi racconti. Sanno di fiaba. Sanno di poesia. Come quegli uccellini colorati che, davanti alle moschee, alle chiese, alle sinagoghe vengono acquistati per poterli restituire all’aria, alla vastità del cielo, e per assicurarsene magari un pezzetto. “Azat buzat… Vola e sii libero…” “Azat buzat!” Perché la parte più autentica dell’uomo -il sogno- non può essere rinchiusa in gabbia e morire.

    Quattro stelle abbondanti, in realtà. Cinque a Tu schiaccerai il serpente e a Teneke. Qualche refuso di troppo. E un glossario inadeguato. Devo ancora capire come sono di preciso questi teneke.

    ha scritto il 

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