Sotto cieli noncuranti

Di

Editore: Feltrinelli

3.6
(646)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 256 | Formato: Altri

Isbn-10: 8807018004 | Isbn-13: 9788807018008 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Matilde ha dodici anni. Non sopporta i guanti spaiati e compie piccoli, bizzarri rituali per addomesticare la realtà, per darle un ordine. È un dicembre torinese, pieno di neve e di ombre. Pochi giorni prima di Natale, il padre di Matilde, il magistrato Giovanni Corrias, è chiamato a indagare sul caso di un bambino morto in circostanze misteriose. Mentre avvia i primi accertamenti e formula le prime ipotesi sua moglie viene investita da un’auto, ed è come se la sorte disegnasse una sua geometrica contemporaneità. Al colpo durissimo il magistrato risponde facendo leva sul senso del dovere e della professione, aggrappandosi alle indagini in corso. Violaine, una giovane poliziotta laureata in psicologia, lo aiuta a ricostruire la sequenza dei fatti. Matilde, intanto, osserva gli adulti e il loro dibattersi alle prese con la fragilità dell’esistenza. Con ostinata tenerezza si domanda in che maniera curare il dolore del padre e delle sorelle, nella convinzione che spetti a lei tentare di aggiustare quello che si è improvvisamente rotto, e alla geometria oscura della morte se ne sovrappone un’altra, luminosa e impalpabile.
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  • 2

    Senz'anima

    Dalle premesse di questo libro mi sarei aspettata tutt'altro, sembrava una storia interessante, arricchita dai tanti punti di vista narrativi diversi, cosa che solitamente apprezzo, ma invece qui il r ...continua

    Dalle premesse di questo libro mi sarei aspettata tutt'altro, sembrava una storia interessante, arricchita dai tanti punti di vista narrativi diversi, cosa che solitamente apprezzo, ma invece qui il risultato è stato caotico e dispersivo. Le storie narrate da molteplici punti di vista funzionano solo se i tanti personaggi che si avvicendano hanno dei tratti caratteriali ben caratterizzati e distinti gli uni dagli altri, invece qui manca del tutto la distinzione caratteriale, sembrano tutti identici.
    "Sotto cieli noncuranti" (titolo bellissimo) doveva essere una storia di introspezione psicologica, o almeno così avevo capito, invece l'introspezione psicologica è proprio il suo punto debole, del tutto assente a mio avviso. I personaggi reagiscono ai drammi che accadono in maniera completamente superficiale, la narrazione risulta fredda e schematica. Ci sono tante frasi ad effetto durante la lettura, ma non mi hanno impressionata perché risultano solo come un esercizio di stile senz'anima. Il finale inoltre è frettoloso e non si capisce, come non si capisce il personaggio di Matilde, che dovrebbe essere la protagonista, ma è il personaggio più lacunoso di tutti, agisce senza senso, come proprio sul finale, lasciando il lettore veramente deluso.

    ha scritto il 

  • 3

    SOTTO CIELI NONCURANTI

    “…ogni cosa è annientata,
    sotto cieli noncuranti, d’innocenza e di colpa…”
    Dylan Thomas

    Benedetta Cibrario, nata a Firenze da madre napoletana e padre tori ...continua

    “…ogni cosa è annientata,
    sotto cieli noncuranti, d’innocenza e di colpa…”
    Dylan Thomas

    Benedetta Cibrario, nata a Firenze da madre napoletana e padre torinese, ha sempre vissuto tra la Toscana, il Piemonte e l’Inghilterra, facendo della Maremma grossetana il suo rifugio preferito. Sempre discreta e riservata, non ama apparire ed essere sull’onda della ribalta. Nel 2008 vince il Premio Campiello con “Rosso vermiglio”, pubblicato da Feltrinelli nell’autunno del 2007, il suo primo romanzo. “Sotto cieli noncuranti” esce tre anni dopo, nel 2010, sempre per Feltrinelli ed è un romanzo che, per certi versi, può essere definito corale perché gli attori sono rappresentati da un gruppo di persone che cercano di dare un senso agli accadimenti dolorosi e imprevisti che hanno cambiato loro la vita. E’ il caso di Giovanni Corrias, (colpito da un lutto improvviso appena prima delle feste natalizie) il magistrato impegnato nell’indagine sulla morte di Francesco, un bimbo di tre anni, figlio dell’imprenditore Pietro Serra, una moglie a Torino e un’amante a Roma. La mamma di Francesco, Irene, era sola in casa con lui quando il bambino è precipitato dal balcone sfracellandosi al suolo. E’ il caso delle tre figlie del PM Serra: Beatrice di tredici anni, Matilde di dodici e la piccola Caterina di sei. E della poliziotta psicologa Violaine Griot, ex campionessa di sci che un incidente ha messo fuori uso per sempre costringendola a scelte di vita differenti da quelle sperate. E’ il caso di Irene che dopo la morte del figlioletto si rifiuta di parlare, racchiusa in un mutismo incondizionato. O dell’amante di Pietro, sposata ma innamorata follemente di lui, lasciata alla vigilia della tragedia. Ma è senza dubbio la piccola Matilde il personaggio principale del libro, lei che vorrebbe aggiustare tutte le cose che si sono rotte, che vorrebbe curare il dolore del padre e delle sorelle e che si trova a fare i conti con la fragilità dell’esistenza dispiegata sotto cieli noncuranti, indifferenti alla sorte degli uomini costretti a contare solo sulle proprie forze per cercare di recuperare quel che resta della loro vita senza mai ricevere risposte, senza mai capire le ragioni degli accadimenti, o se esista un destino, un disegno ben preciso che li abbia condotti a quel punto così critico, al dolore e allo sconcerto di tutto ciò che non sarà mai più come prima. E’ un libro che parla di morte, che parla d’amore, un libro che parla della condizione umana. Ognuno, per vincere la sofferenza reagisce come sa e come può. Matilde osserva il mondo degli adulti perché, ancora piccola, non sa quale sia il modo giusto per contrastare la disperazione, l’angoscia, l’amarezza sapendo che c’è stato un prima pieno di felicità, un durante pieno di strazio e un dopo che ancora non sa come potrà essere.
    Il libro affronta temi importanti, alcune pagine sono di grande delicatezza, ma dopo un inizio che fa sperare in una struttura narrativa avvincente (anche se non si tratta di un giallo, come tiene a ribadire l’autrice), le storie si stramano, le relazioni tra i protagonisti svaporano, alcune si perdono per strada e il libro sembra un’incompiuta che avrebbe avuto delle potenzialità maggiori se solo si fosse scavato un po’ più in profondità, se solo i fili delle vite che si sono intrecciate davanti ai nostri occhi avessero avuto un punto di ricongiungimento, di incontro. Il dolore, tanto, diventa così un dolore isolato, slacciato, solitario, un dolore di cui non sarà possibile nemmeno indovinare o immaginare che strada deciderà di intraprendere perché il percorso esistenziale possa essere in qualche modo riparato, adattato alle nuove dinamiche createsi. E mentre cade la neve, ricoprendo tutto con il suo manto bianco e raffreddando i cuori e le anime attonite davanti all’inspiegabile, ci si trova all’improvviso davanti ad un finale abbastanza frettoloso e non ben comprensibile, un finale che sarebbe stato più soddisfacente se corredato da qualche chiarimento e da qualche delucidazione in più sulla psicologia e sul significato delle azioni conclusive.

    ha scritto il 

  • 3

    Ma come!?

    Sarà per la mia piemontesità o per il fatto che pure io ragiono tramite il meccanismo della divagazione multipla congenita ma questo libro o, meglio, buona parte di questo libro mi ha fatto rilassare ...continua

    Sarà per la mia piemontesità o per il fatto che pure io ragiono tramite il meccanismo della divagazione multipla congenita ma questo libro o, meglio, buona parte di questo libro mi ha fatto rilassare come un buon massaggio al collo la sera dopo cena. Ero lì, bella rilassata, tranquilla e beata in attesa di un finale degno di questo nome quando l'autrice se n'è andata via, come se improvvisamente il massaggio si fosse fermato, fai per protestare, sollevi la testa e ti accorgi che tuo marito si è imbambolato davanti ad un plastico di Bruno Vespa. Che fare? Al marito rifilo un pizzicotto alla Cibrario che posso fare?
    Ho pure cercato se esiste un seguito, un qualcosa che mi dica che ca...volo di fine hanno fatto i personaggi che si muovevano così bene: nulla. Tutti abbandonati lì in mezzo alla neve...

    I fiocchi scendono giù a migliaia, in perfetta e silenziosa sincronia, con un movimento regolare e pieno di grazia: uno spiraglio di perfezione tra le pieghe del caos.

    ha scritto il 

  • 2

    mi spiace ma mi ha proprio deluso, me lo aspettavo un pò noiosello (come qualunque libro vincitore di premi letterari italiani), e non lo era, ma c'è decisamente troppa voglia di fare lo scrittore fig ...continua

    mi spiace ma mi ha proprio deluso, me lo aspettavo un pò noiosello (come qualunque libro vincitore di premi letterari italiani), e non lo era, ma c'è decisamente troppa voglia di fare lo scrittore figo che lascia le cose dando solo l'imbeccata per il finale...pare troppo brutto accompagnare il lettore ad un epilogo che conluda qualcosa?....e che il finale sia riservato al personaggio più inutile e stereotipato (si vede che l'autrice heidi ce l'ha ancora nel cuore) mi ha fatto proprio arrabbiare...per non parlare poi della scarsa attenzione ai personaggi..ragionano tutti quasi uguale e comunicano tutti allo stesso modo...

    ha scritto il 

  • 5

    L’ultima strofa era quella che amava di più: “Ecco un cane che abbaia alla gente, si volta il foglio e si vede più niente, ecco più niente che fa dispiacere, si volta il foglio e si torna a vedere….” Era diverso, adesso, la filastrocca si interrompeva lì:

    “Si volta il foglio e si vede più niente.” Niente. Non si tornava a vedere. Finiva tutto. Così.

    Intanto il titolo: splendido titolo, nonché splendido esempio di ottonario involontario –credo-, al qual ...continua

    “Si volta il foglio e si vede più niente.” Niente. Non si tornava a vedere. Finiva tutto. Così.

    Intanto il titolo: splendido titolo, nonché splendido esempio di ottonario involontario –credo-, al quale avrei voluto aggiungerne altri –volontari certamente, questa volta, e ricercati assai- ma il libro merita altro. Intanto meriterebbe un sacco di parole, ed allora facciamo così: inizio dalla fine.
    La faccenda dell’insegnamento, intanto. Che tutte le letture ci insegnino qualche cosa è un dato di fatto, che di molte non se ne colga la natura, è un altro. Qui al contrario rimane una verità fondamentale: quando un dolore forte sconvolge la nostra vita, non è necessario inventarsene un’altra perché tutto quello che ci serve è rimasto lì, dov’è sempre stato.
    E’ un libro di amore e sull’amore, su ogni forma e tipo di amore e di empatia. E’ un libro di famiglie, e di solitudini, di dolori scollegati, di avvicinamenti inspiegabili, di sensazioni condivise.
    E’ una storia che si moltiplica nelle storie di un magistrato e delle sue tre figlie dai nomi da principesse, di un professionista coniugato con prole a Torino ed amante a Roma, di un’ex sciatrice agonista di origine e genitori montanari doc da poco in servizio in Polizia, e queste diverse storie ci vengono raccontate da chi le ha vissute o le sta vivendo.
    E’ un libro che mantiene la delicatezza dei racconti di una delle principesse per dire cose che altrimenti sarebbero indicibili:
    “Le cose spaiate si devono appaiare. Le cose rotte si devono aggiustare. E quelle che fanno soffrire si devono curare. Si fa così. Io questo lo so.”
    Una cosa: indimenticabile, come la faccenda dei Radiohead in “Caos Calmo”, l’interpretazione delle targhe delle macchine –ancora più bella, perché sotto la neve.
    Ed ora che mi pare di aver detto una parte delle cose che volevo dire, permettetemi:
    Sotto cieli noncuranti
    son pericoli costanti
    si deve un po’ingegnarsi
    per alla fine trovarsi.
    E ci si ritrova meglio se nel vissuto c’è questo libro, garatito.

    ha scritto il 

  • 4

    Il giallo di Pietro, amante, moglie e figlioletto che muore rimane davvero sullo sfondo, anche troppo. Sono Giovanni con le tre figlie, il loro lutto, il loro cane e la collega Violaine ad avere il ru ...continua

    Il giallo di Pietro, amante, moglie e figlioletto che muore rimane davvero sullo sfondo, anche troppo. Sono Giovanni con le tre figlie, il loro lutto, il loro cane e la collega Violaine ad avere il ruolo principale, una delle ragazze anche in qualità di narratrice.

    Mi è piaciuto; mi sono piaciuti i toni, il lessico, anche i personaggi. Però il finale mi ha lasciata un po' perplessa, forse è stato frettoloso dopo il crescendo in montagna, forse non avevo solo ben compreso io i ragionamenti della piccola Matilde... Il resto mi ha convinto, ma l'avrei concluso con qualche spiegazione in più.

    ha scritto il 

  • 3

    Durante la lettura di questo romanzo di Benedetta Cibrario – vincitrice del Premio Campiello 2007 con Rossovermiglio (che leggerò!) – uscito nel 2010, ho pensato spesso a come lo avrei “classificato” ...continua

    Durante la lettura di questo romanzo di Benedetta Cibrario – vincitrice del Premio Campiello 2007 con Rossovermiglio (che leggerò!) – uscito nel 2010, ho pensato spesso a come lo avrei “classificato” parlandone qui sul blog. Ebbene si tratta di un romanzo che mischia insieme le caratteristiche di una trama drammatica a quelle di un giallo con un sproporzione notevole tra le due cose. Di giallo resta davvero poco e quasi mi chiedo se non fosse anche evitabile questo flebile legame al genere, ridotto a due protagonisti poliziotti e ad un caso di morte infantile.

    È invece la componente psicologica a fare da padrona, i comportamenti dei personaggi sembrano analizzati minuziosamente per ogni dialogo e avvenimento. Diversi sono i protagoinisti che raccontano in prima persona: da una giovane ragazza entrata in polizia ad una bambina rimasta orfana passando per un magistrato, altre due donne (moglie e amante) e tanti altri. Per fortuna i salti temporali sono ridotti al minimo indispensabile e le descrizioni dei luoghi sono piacevoli (parlo in particolare di Torino città in cui ho vissuto durante gli anni di università e che è sempre piacevole leggere attraverso le descrizioni altrui).

    La trama resta comunque originale e molto particolare il fatto che alla narrazione si aggiungano sempre personaggi nuovi, mano a mano che li incontriamo. Piacevole sorpresa il finale, davvero azzeccata la scelta di ambientarlo in questo paesino del Val di Susa con una strana tradizione natalizia.

    Alla fine non me la sento di consigliarvelo o meno, se vi incuriosisce sappiate che è il momento giusto per iniziare a leggerlo visto che è ambientato nelle vacanze natalizie!

    Voto: ★★★✰✰

    Il filo che legava il nostro passato al mio presente si è spezzato, portandosi via tutto. Resta solo un po’ di stupore, del rammarico, una sorprendente assenza di grande dolore, ma è notte, è l’ora del silenzio e di certe verità che si svelano meglio nel buio che le rende, chissà perché, così chiare. La fine di qualcosa non è sempre straziante. Certe volte è solo una fine. Una frase composta secondo le regole, dotata di senso e compiutezza, corretta. Dove non resta che puntare la penna con un breve gesto che assomiglia al bucare di un ago, suggellando la fine.

    http://leggermenteblog.wordpress.com

    ha scritto il 

  • 0

    bellissimo titolo. ho letto rossovermiglio, ma mi sembrava di averlo già letto 20 volte scritto da altri. la storia è strutturata e narrata bene, ma è fin troppo prevedibile.

    le cose spaiate si devon ...continua

    bellissimo titolo. ho letto rossovermiglio, ma mi sembrava di averlo già letto 20 volte scritto da altri. la storia è strutturata e narrata bene, ma è fin troppo prevedibile.

    le cose spaiate si devono appaiare cit

    ha scritto il 

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