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Sotto il culo della rana

In fondo a una miniera di carbone

Di

Editore: Mondadori (Piccola Biblioteca Oscar 207)

3.9
(674)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 315 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo

Isbn-10: 8804471107 | Isbn-13: 9788804471103 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Annamaria Biavasco , Valentina Guani

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 4

    tragicomico tentativo di un gruppo di ragazzi di sfuggire alla sfiga della loro condizione di vita, nella Bucarest prima del '56. Divertente e poi ironico e graffiante e infine amaro

    ha scritto il 

  • 4

    Un'intrigante e divertente finestra su una pagina di storia dell'Ungheria

    Humour nero e satira spietata condiscono il racconto delle vicende di un gruppo di giocatori di pallacanestro, in una Budapest vessata dal nazismo e poi dal comunismo fra il '44 ed il '56. Avventure ...continua

    Humour nero e satira spietata condiscono il racconto delle vicende di un gruppo di giocatori di pallacanestro, in una Budapest vessata dal nazismo e poi dal comunismo fra il '44 ed il '56. Avventure al limite dell'assurdo si intrecciano a vicende storiche importanti e spesso tragiche, lungo le quali i vari personaggi più o meno coraggiosi, più o meno opportunisti, spesso caricaturali, fanno di tutto per restare a galla. Gyury (che sarebbe il padre dell'autore) sogna e lotta per fuggire da un mondo al quale sente di non appartenere. Stile piacevolissimo, libro molto interessante.

    ha scritto il 

  • 3

    Frammentario per i due terzi e sebbene la narrazione sia ricca di aneddoti spiritosi e dal fondo amaro, la lettura ha faticato a procedere. Gli ultimi due capitoli, quelli in cui la storia e le ...continua

    Frammentario per i due terzi e sebbene la narrazione sia ricca di aneddoti spiritosi e dal fondo amaro, la lettura ha faticato a procedere. Gli ultimi due capitoli, quelli in cui la storia e le vicende umane si accompagnano con maggior chiarezza, sono a mio avviso quelli meglio riusciti.

    Di tutti i libri di questo genere-storico-drammatico-sociale (in primis mi viene in mente "Eureka street")questo non è fra quelli riusciti meglio, ma le vicende ungheresi magari non a tutti noi sono familiari e sono quindi in grado di richiamare l'attenzione del lettore.

    L'autore scrive in inglese (è nato in Inghilterra) e forse il fatto di narrare qualcosa che non ha vissuto in prima persona, accaduto in un paese che non è quello in cui è stato allevato e in cui vive, che alla fine risulta in un libro carino ma niente di più?

    p.s. "Sotto il culo della rana, in fondo a una miniera di carbone": una mia amica ungherese conferma la veridicità della prima parte del titolo, la seconda è una spiritosaggine dello scrittore, non un modo di dire ;-)

    ha scritto il 

  • 0

    Ho tentato di leggere questo romanzo per ben due volte, ma ho deciso di rinunciare definitivamente, quando mi sono accorta che mi provocava grandi sbadigli. La prosa di Fischer è molto vivace e, con ...continua

    Ho tentato di leggere questo romanzo per ben due volte, ma ho deciso di rinunciare definitivamente, quando mi sono accorta che mi provocava grandi sbadigli. La prosa di Fischer è molto vivace e, con indubbio talento, riesce a rendere ironiche ma non banali questioni altamente drammatiche. Però, qui, manca un filo narrativo: c'è solo un lunghissimo elenco di peripezie. Il che, a conti fatti, non basta.

    ha scritto il 

  • 0

    Recensione

    La trama, per sommi capi.

    Cinque (a volte di più, a volte di meno) amici attraversano la storia dell’Ungheria dal ‘44 al ‘56 - il periodo più brutto per il loro paese e probabilmente per ...continua

    La trama, per sommi capi.

    Cinque (a volte di più, a volte di meno) amici attraversano la storia dell’Ungheria dal ‘44 al ‘56 - il periodo più brutto per il loro paese e probabilmente per l’umanità. Nel momento di massima miseria economica e morale trovano sempre il modo di sorridere anche della loro sfacciata fortuna e del cinismo necessario a sopravvivere a tutto quello schifo. Molto istruttivo sia per loro che per chi legge.

    Fuori l’autore.

    Tibor Fischer (1959) è figlio inglese di due cestisti professionisti ungheresi - quindi in questo suo esordio, come accade spesso, viene pluripremiato e parla molto di se stesso. Dietro questo inizio piuttosto banale c’è un sincero scrittore di un umorismo molto raro.

    La recensione in senso stretto.

    Non vi aspettate grandi artifici formali né complesse architetture, non ce ne sono. Ci sono molte storie raccontate, lasciate e riprese in un arco di tempo molto lungo e sempre senza alcuna morale o lieto fine - finiscono e basta. Sebbene ci sia anche troppo distacco ironico da parte del narratore, è chiaro che quest’ultimo non è uno strumento retorico ma l’unico possibile mezzo per raccontare un paese così assurdo come l’Ungheria degli anni ‘50 - assurdo come tutti i paesi costretti in un’ideologia, qualunque essa sia. Capitalismo, bolscevismo, religione, sono tutte sullo stesso piano e contro l’unica cosa che tiene insieme i protagonisti, i loro difetti e il loro modo - ciascuno ha il suo - di sopravvivere a una società omologante: l’amore. Nell’assurdo quotidiano che si trovano a vivere, i protagonisti non hanno altro mezzo che tutte le sfumature dell’ironia - la bugia, la retorica dissacrante, l’ipocrisia mostrata ad arte - in un campionario che non può non ricordare, data la continua e ingombrante presenza dell’esercito anche se di diversi paesi, che da quelle parti compiva imprese analoghe “il buon soldato Sc’vèik”. Però i tempi sono cambiati, sono meno felici di allora. Ebbene sì, ce n’è da rimpiangere perfino la Cacania. Intanto, ciascuno ama qualcosa: le donne, la libertà, il proprio corpo, i soldi, la disciplina, la razionalità, e così rimangono vivi, in qualche modo, e ancora desiderosi di sopravvivere. La solita vecchia storia, direbbe qualcuno.

    Perché dovrei leggerlo.

    Perché dietro i premi letterari e le recensioni altisonanti ogni tanto c’è anche un buon romanzo. Spento il solito clamore per il “brillante esordio”, si può tornare a leggerlo. Anche questa, dopotutto, è un’ironica storia di liberazione che i romanzi raccontano da sempre.

    ha scritto il 

  • 4

    Il primo capitolo è decisamente divertente: caustico, goliardico, facile. Con l'andare avanti la trama diventa decisamente più tragica e la lettura meno piacevole e leggera. Del resto si tratta di ...continua

    Il primo capitolo è decisamente divertente: caustico, goliardico, facile. Con l'andare avanti la trama diventa decisamente più tragica e la lettura meno piacevole e leggera. Del resto si tratta di una tragedia, non di una commedia, per quanto il libro faccia ridere, e anche spesso.

    Mi ha infastidito la mancanza di una trama scorrevole, non tanto dovuta al fatto che la narrazione non è sempre cronologica (a volte si ritorna al passato, la voce narrante non è sempre la stessa), ma che è frammentata, episodica. Scelta stilistica non inusuale, ma qui mi da la sensazione di essere stata fatta solo per poter inanellare aneddoti e dialoghi divertenti, senza un vero e proprio filo conduttore, se non negli ultimi capitoli, sicuramente i più belli, anche se sono quelli più tragici.

    Gyury, che per la maggior parte del libro è la voce narrante, mi è piaciuto molto. Disilluso, affetto in quasi ogni aspetto della sua vita da una ignavia trabordante, non manca tuttavia di profondità e, anche, di un silenzioso coraggio, certo non privo di prudenza (che a volte sfiora la cosiddetta "viltà" di chi ha la consapevolezza che la cosa più importante è sopravvivere). Mantiene anche un suo rigore morale, che si piega alla necessità della vita, ma non si spezza, come si spezza invece quella di altri personaggi.

    A parte qualche risata (purtroppo quasi sempe un poco greve) mi rimane il racconto di una tragedia di cui, fino a ora, nulla sapevo, di una generazione che si è davvero sacrificata per le strade di Budapest, senza ottenere nulla.

    ha scritto il 

  • 4

    Per sopravvivere alla guerra e alla dittatura con tutte le proprie facoltà mentali intatte occorrono disincanto, pigrizia, lucida visione delle cose, ma soprattutto un umorismo fulminante e ...continua

    Per sopravvivere alla guerra e alla dittatura con tutte le proprie facoltà mentali intatte occorrono disincanto, pigrizia, lucida visione delle cose, ma soprattutto un umorismo fulminante e nerissimo che consenta di mantenere tutte le vicende al proprio posto e nelle adeguate proporzioni, in modo da non farsi sopraffare dagli avvenimenti. Ma tutto questo può funzionare fino a quando lo status quo non viene mantenuto, diversamente, quando si assapora un po' di libertà, si finisce sopraffatti dall'orrore della propria condizione, e ci sono solo due vie di scampo, morire o andarsene.

    ha scritto il 

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