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Spazi vuoti

Di

Editore: Einaudi (Letture Einaudi)

4.2
(28)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 226 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806193538 | Isbn-13: 9788806193539 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Giuseppe Dierna ; Curatore: Giuseppe Dierna

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
«Adesso ogni cosa è via, e lí è tutto un susseguirsi di spazi vuoti, come se un folletto maligno avesse eliminato tutto quello che io adoravo»

Conclusione della trilogia autobiografica iniziata con Le nozze in casa, Spazi vuoti (1985) racconta gli anni tra il '63 e il '73, la nouvelle vague praghese, il successo letterario, e poi i carri armati sovietici, i libri mandati al macero, l'abbandono forzato della vecchia casa e il trasloco in un anonimo palazzo di periferia. Attraverso la voce della moglie Pipsi, Hrabal si mette a nudo rivelando ciò che si nasconde dietro la maschera dello sbruffone da osteria: le sue piccole vigliaccherie, il narcisismo, l'amore per i gatti, la paura delle malattie e il terrore della morte. Finora inedito in Italia, l'ultimo tassello dell'autobiografia di uno scrittore-personaggio negli anni più belli e più drammatici del suo Paese.

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  • 0

    pipsi

    far parlare di se alla moglie immedesimandosi in essa credo sia una delle esperienze più qualificanti.
    io non ho mai avuto una moglie, e a ben guardare indietro non l’ho mai cercata, ma qualcuna l’ho frequentata. il geniale hrabal, scrittore con la terra in mano, ha scritto una sua biografia mo ...continua

    far parlare di se alla moglie immedesimandosi in essa credo sia una delle esperienze più qualificanti. io non ho mai avuto una moglie, e a ben guardare indietro non l’ho mai cercata, ma qualcuna l’ho frequentata. il geniale hrabal, scrittore con la terra in mano, ha scritto una sua biografia molto particolare. sua moglie racconta lo scrittore e hrabal orchestra tutto. il libro parte dalla sua prima pubblicazione avvenuta all’età di 49anni e attraversa la storia personale e del suo paese ostaggio di farabutti con la maschera da buoni. esilaranti e commoventi le sue bevute, i suoi lavori saltuari, il suo bosco e gli sforzi di essere scrittore. un contadino che ha coltivato sullo stesso terreno popolato da persone, una letteratura pregna di rabbia e strette intorno ad un approdo di istruzione “contro la mia volontà” come dice lui a “sua” moglie. la potenza della scrittura di hrabal sta tutta nella descrizione della luce che penetra nelle sue parole rendendoli pennelli che annunciano perturbazioni poetiche rumorosissime. i suoi libri sono tutti così, miracoli usciti dal linguaggio della gente comune che cerca nel sapere dei libri risposte ad una condizione precaria ad una sovversione necessaria per comprendere il linguaggio scellerato del potere. lui ha attraversato, come tutti noi ogni giorno, i momenti peggiori della storia del novecento, quelli dove un si o un no decidevano della vita delle persone. è stato censurato, controllato ed anche costretto ad una residenza letteraria per lui senza patria.

    lui è un tenero e la “moglie “ che lo racconta un campo di grano che maturando da cittadinanza ai luoghi più ameni.

    ha scritto il 

  • 4

    Ultimo volume di una trilogia di cui il secondo capitolo non è ancora tradotto in italiano, Spazi vuoti è un lungo monologo di Pipsi, la moglie di Hrabal, su un unico argomento: Hrabal stesso. Si può discutere se in questo modo Hrabal aggiri, o invece accentui, il rischio tipico delle auto ...continua

    Ultimo volume di una trilogia di cui il secondo capitolo non è ancora tradotto in italiano, Spazi vuoti è un lungo monologo di Pipsi, la moglie di Hrabal, su un unico argomento: Hrabal stesso. Si può discutere se in questo modo Hrabal aggiri, o invece accentui, il rischio tipico delle autobiografie, e cioè di rivolgere a se stesso uno sguardo troppo indulgente. Ho il sospetto che sia vera la seconda ipotesi. Non mancano giudizi aspri e frasi sferzanti, ma nel complesso il tono è autoassolutorio. Perdonami tu visto che io non posso perdonarmi, sembra che dica lo scrittore alla voce narrante; e non avrebbe potuto fare scelta migliore, visto che Pipsi lo conosce e lo accetta come nessun altro farebbe: “…e sul suo viso era apparso di nuovo un sorriso impertinente, quel sorriso del quale gli piaceva raccontare che, quando da ragazzo qualcuno lo vedeva con quell’espressione sul viso, subito smontava dalla bicicletta e gli spaccava il muso”.

    Così è Hrabal: maestro dell’oralità, spiazzante e incalzante, comico e malinconico. Rispetto ai testi più felici, ai romanzi del periodo d’oro, qui però il tono è più uniforme, e più dolente. La fragorosa creatività di Ho servito il re d’Inghilterra c’è ancora, e ci sono passaggi di straordinaria finezza in ognuno dei brevi capitoli; memorabile la passeggiata per Praga con uno stralunato Heinrich Böll, in mezzo ai carri armati dell’invasione sovietica del ’68. Ma anche nel racconto delle fasi più serene (i primi successi letterari, le storie d'amore con i gatti, le colossali sbronze con la vasta schiera di amici che sempre lo hanno circondato) qui Hrabal comunica un incurabile senso della perdita, degli anni che tutto consumano. Giusta quindi, una volta tanto, la scelta editoriale del brano in quarta di copertina: “Adesso ogni cosa è via, e lì è tutto un susseguirsi di spazi vuoti, come se un folletto maligno avesse eliminato tutto quello che adoravo”.

    ha scritto il 

  • 4

    Mio marito, il mio tesoro, il premio di Stato

    Hrabal scrive di sé per bocca di sua moglie. Una donna che, alla fine del libro, ammette di essersi dimenticata di fare dei figli a forza di stare dietro a quel suo bambino un po' cresciuto... a suo marito, il suo tesoro, il premio di Stato.
    Bella Praga vista con gli occhi (per modo di dire) di P ...continua

    Hrabal scrive di sé per bocca di sua moglie. Una donna che, alla fine del libro, ammette di essersi dimenticata di fare dei figli a forza di stare dietro a quel suo bambino un po' cresciuto... a suo marito, il suo tesoro, il premio di Stato. Bella Praga vista con gli occhi (per modo di dire) di Pipsi, la moglie di Hrabal. C'è anche la rivoluzione di Praga in piazza Venceslao... Ma raccontata in un modo buffo, "alla moglie di Hrabal". Un assaggio: "Di se stesso a mio marito piaceva dire di essere in realtà una signorina travestita da uomo, diceva che il suo umore cambiava diverse volte al giorno [...] poi invece alcune ore ancora era come se stesse ad annusare merda. [...] era l'unica cosa che apprezzavo in mio marito, il fatto che di se stesso, avesse proprio una pessima opinione."

    ha scritto il 

  • 0

    Questo non è un libro. E' qualcosa che gratta via tutto il sudicio accumulato che avevi dentro e ti fa vedere l'animo di un uomo-bambino spaventato.

    Ancora in fase di lettura, scriverò un degno commento alla fine, sempre se ci riuscirò.

    ha scritto il 

  • 4

    Il mondo è bello da impazzire, non che lo sia davvero, ma io è così che lo vedo...

    La frase dello zio Pepin ( qui figura in realtà abbastanza marginale ) che per altro finirà anche nella sua partecipazione per il funerale ( facendolo divergere ancora una volta dalla madre) riassume bene lo spirito del libro dove si vede una Praga altra, sicuramente non da lonely planet nè da ...continua

    La frase dello zio Pepin ( qui figura in realtà abbastanza marginale ) che per altro finirà anche nella sua partecipazione per il funerale ( facendolo divergere ancora una volta dalla madre) riassume bene lo spirito del libro dove si vede una Praga altra, sicuramente non da lonely planet nè da agenzia turistica... Inoltre l'amore per i gatti ( andava ad aprire e lasciava uscire o entrare i gattini, senza mai dire una sola parola, un solo improperio,perché, come ripeteva, loro sono i nostri figli, e i figli quando sono piccoli sono qualcosa di sacro... anche se magari poi non valgono proprio una benemerita mazza, ripeteva mio marito, il premio di Stato.), le sue ossessioni, le piccole e grandi spacconate, il suo eterno prendersi in giro seriamente attraverso gli occhi della moglie ci vengono regalati in questo suo inedito che chiude la trilogia. Prendendosi in giro rincara la dose sul mal di vivere che molto spesso attanaglia troppa gente: ah queste mie paturnie, tutta questa bua che continuo a sentire, questo mio desiderio dio non esistere... mi basta di ricordarmi di Pavlik e di Lothar... [...] loro lo avevano già superato da un pezzo... puntano tutto solo ed esclusivamente sull'arte di vivere... essere costretti a imparare a voler vivere... mentre io sono proprio un vigliacco,ah, e che vigliacco...

    beh hrabal è sempre lui.

    ha scritto il 

  • 0

    Non bisogna in effetti essere dogmatici. In tal senso quindi situarsi nelle aree liminari del testo, aree ove ce-ne viene spiegata la genesi non solo per quanto riguarda la biografia dell’autore, ma anche per la vicenda editoriale e di connessione con la storia al testo contemporanea, cosa quest’ ...continua

    Non bisogna in effetti essere dogmatici. In tal senso quindi situarsi nelle aree liminari del testo, aree ove ce-ne viene spiegata la genesi non solo per quanto riguarda la biografia dell’autore, ma anche per la vicenda editoriale e di connessione con la storia al testo contemporanea, cosa quest’ultima particolarmente probante, data l’area geografica, il momento storico, la temperie sociale.

    E dunque, Hrabal all’inizio del decennio ottanta produsse in un breve torno di tempo un manoscritto di settecento pagine e rotti. Un manoscritto contenente la storia personale dell’autore dalla metà degli anni cinquanta fino all’inizio dei settanta.

    Anni in cui nella vita di Bohumil H. succedono varie cose, dal matrimonio, al tardivo ma subito vincente esordio come scrittore, alla successiva messa in liquidazione di quello stesso scrittore che le opere partorì [questa della messa in liquidazione è una vicenda che ovviamente inerisce ai fatti accaduti nella Cecoslovacchia post sessantotto eccetera].

    Sempre all’inizio del decennio ottanta: il testo una volta scritto poi rimase lì, di settecento pagine. Anni dopo Hrabal lo riprese e lo divise per tre: “Spazi vuoti” risulta, nella cronologia degli eventi narrati, come l’ultimo tratto di questa tripartizione. Le altre due, di cui una in particolare è stata tradotta in italiano, ovvero “Le nozze in casa”, dico subito che non le ho lette.

    Questa invece, uscita nell’ambito dell’interessante collana delle Letture Einaudi, m’interessava in ragione del fatto che sulla quarta di copertina era riportato che in esso volume si “racconta[no] gli anni tra il ‘63 e il ‘73, la nouvelle vague praghese, il successo letterario, e poi i carri armati sovietici, i libri mandati al macero, l’abbandono forzato della vecchia casa e il trasloco in un anonimo palazzo di periferia”.

    Il punto di partenza nel sessantatre, quando uscì il primo libro di Hrabal, il quale aveva già la bella età, per un autore esordiente, di quarantanove anni. Prima di allora pare avesse fatto vari mestieri, i quali avrebbero alimentato, con le esperienze e gli incontri che ne scaturivano via via, la vena picaresca dei libri scritti a seguire, dall’inizio del periodo narrato dentro a “Spazi vuoti” in poi.

    Ora, se penso ad H., a questa scrittura autobiografica, mi viene in mente Paolo Nori. Premetto che non m’appassionano i libri dello scrittore parmense; rispetto il suo lavoro, ma le cose che scrive, come le scrive sono cosa molto lontana da ciò che vorrei leggere.

    Ma non è questo il punto; il punto è che entrambi gli scrittori partono - ognuno a modo proprio, per carità... tenendo anche conto, ma che lo dico affare, che tra Hrabal e Nori ce ne corre ma ce ne corre ma ce ne corre - da una scrittura caratterizzata da un registro basso, colloquiale, attingente, e lo si vede soprattutto qua in questo Hrabal che si descrive direttamente, vicino dunque alla tematica dell’autobiografismo traslato di Nori, a una continua narrazione.

    Tale narrazione sta tra il parlarsi addosso e il riconnettersi ad una tradizione magari anche sotterranea di raccontatori, di bassi aedi, di conta-storie, di buffi, di strambi, d’intronati. Che in Emilia per le fermentazione [bullicante gassosa nebbiogena] delle fasce grasse che inframmezzano le marne del terreno, produce certo stralunamento di personaggi con la cadrega fuori nell’aia. Gli esempi sono innumeri.

    Allo stesso in Boemia, a partire dalle stramberie di Pan Hašek [ma anche del giovane e decadente Rilke che se va d’attorno in Praga con un giglio bianco in mano come uno Za la Mort volto in bello e diafano e esangue e poeta; ma anche del giovane Jiřì Mordecai Langer, che parte, va allo shetl e poi torna a casa di babbo e mamma mutatosi in un reb “abnorme”], per passare traverso i surrealisti che a Praga oltre che andare a mille viaggiavano pure a birra e costine di porco e carpe alla panna acida, già di per loro stessi a tempo debito travolti dalla fascinazione di un Apollinaire in visita di cortesia - allo stesso in Boemia qualcosa di truce/bislacco fermenta. E Hrabal uguale, amico di guardacaccia, e beoni e guardiani di passaggi a livello.

    Pensiamo anche, per restare agli anni cinquanta in oggetto [all’incirca] al “tenero barbaro” Egon Bondy, colui che nell’intimità sfregava la barba contro la potta di Honza Krejcarova, poi saliva in tram con il bigliettaio che suo malgrado inalava l’odore sublime di cui quella barba era pregna e se ne andava, poveretto, fino al deposito col pisello ritto ne’ pantaloni.

    Ma perché Hrabal e Nori? Sottolineando ancora che tra il boemo e il parmense ovviamente ce ne corre ma ce ne corre ma ce ne corre... sottolineando questo, uno mi ricordava l’altro perché dietro questa apparente facilità di stralunamento e di bassura, c’è, lo si avverte anche senza conoscere la figura di detti scrittori per come sono “fuori dalla pagina”, una ferrea griglia culturale, di dati, di letture, di pensiero. V’è la letteratura con le sue leggi, anche se pare che dentro al libro si stia cianciando di chissà che.

    Dunque eccola qui: questo Hrabal nella mia opinione non va preso per un soffice o acuminato clown moravo, poiché in codesta scrittura [con l’artifizio della moglie Pipsi che scrive descrivendo con tenerezza ma anche a volte una certa acredine, il marito Bohumil], in tutta la sua opera c’è un lavoro e una sedimentazione che non si sospetterebbero nello scrittore più palesemente letterario. Non abbandoniamoci dunque ai sentimenti; abbandoniamoci piuttosto alla letteratura, cosa che è pure un’esperienza più intensa assai.

    ha scritto il 

  • 4

    gli amati lillà di un azzurro scolorito dal pianto,lo zio Pepin che ripeteva " il mondo è bello da impazzire, non che lo sia davvero, ma io è così che lo vedo", Boll accanto ad un carrarmato bruciato, simile ad un contadino crocefisso, il gatto Etan e i tre gattini...e Pipsi, la donna che tanto ...continua

    gli amati lillà di un azzurro scolorito dal pianto,lo zio Pepin che ripeteva " il mondo è bello da impazzire, non che lo sia davvero, ma io è così che lo vedo", Boll accanto ad un carrarmato bruciato, simile ad un contadino crocefisso, il gatto Etan e i tre gattini...e Pipsi, la donna che tanto ha sofferto e imparato dalla sua sofferenza, la donna che sa darsi agli altri e a cui Hrabal erige un monumento. E fiumi e fiumi di birra che sembra vogliano lavare il mondo e renderlo limpido e puro come i boschi di Kersko e infine Liben e la "casa" Sull'argine dell'eternità. Tutto questo e tanto altro ancora è Spazi vuoti

    ha scritto il 

  • 5

    “ Il mondo è bello da impazzire, non che lo sia davvero, ma io è così che lo vedo..” ama dire lo zio Pepin, il principe degli stramparloni. E questo altro capitolo, finora inedito, della obliqua autobiografia di Hrabal ne è la conferma: il concitato, vorticoso, cantico alla commedia umana, alla a ...continua

    “ Il mondo è bello da impazzire, non che lo sia davvero, ma io è così che lo vedo..” ama dire lo zio Pepin, il principe degli stramparloni. E questo altro capitolo, finora inedito, della obliqua autobiografia di Hrabal ne è la conferma: il concitato, vorticoso, cantico alla commedia umana, alla alternanza di riso e pianto, alle infinite nozze in casa dove la birra scorre a fiumi ed all’ arte, indissolubile sprone al vivere stesso ed all’agire nel mondo. Ma qualunque cosa di razionale mi venisse da dire per spiegare questo libro, non avrebbe senso. Perché leggere Hrabal è un’avventura, una strabiliante corsa tra le parole e le immagini; il suo periodare è concitato, torrentizio, indentato di virgole e congiunzioni che consentono la tipica accelerazione della narrazione: è così che il ricordo degli infiniti pasticci di Hrabal nel divertente dialogo tra Pipsi (la moglie) e la madre è apparentato con l’esilarante affannarsi dietro i motori di Francin e zio Pepin ne La tonsura. Hrabal dà voce alla moglie Pipsi che racconta, è una autobiografia di sponda, un racconto nel racconto, uno sdoppiarsi, un gioco di specchi dove tutto viene distorto e colorato. Così la vita letteraria del nostro è una eccitata corsa a dimostrare a se stesso ed agli altri di valere, di essere lo scrittore che ha lavorato nelle presse della carta, che ha fatto lavori di fatica, che soprattutto si è conquistato il suo posto nella galleria dei grandi cechi senza mai rinnegare il suo essere uno dei tanti, un uomo che correva tra le birrerie ed i cortili delle cittadine, che sapeva estrarre racconti e poesia perfino dagli intonaci scrostati, dalle betulle ipnotiche dei suoi boschi, dal riso ebbro della vita. Ma come sempre è una narrazione sghemba, dove la cronologia è irriverente, dove i particolari sono sovvertiti. E’ una autobiografia diplopica, dove le figure in realtà sono due, lo stesso Bohumil ma/e soprattutto Pipsi, di cui “essa stessa” rivela particolari della sua giovinezza. In questo terzo capitolo della trilogia autobiografica le case si succedono, quella leggendaria di Liben, le amate case della sua giovinezza, quella piccola e boschiva di Kersko ed infine l’appartamento che coniuga la comodità moderna alla fine dell’età eroica, al principio della fine. Intarsiata ovunque è la vita artistica e la Storia, i carri armati che puntano il loro dito d’acciaio a limitare la libertà e la cultura; gli altri letterati in visita; il dolore di vedersi mandati al macero i propri libri. Amo Hrabal profondamente (e forse questo pregiudica l’imparzialità!) e questo libro mi ha consentito di rinverdire ogni parola ed ogni ricordo dei tanti letti negli anni passati. Amo quel suo repentino farmi passare dal sorriso alla tenera commozione, ad una intima sensazione di esistere in quanto in grado di provare emozione.; godendo la vita come un racconto infinito e la letteratura come il modo per dire il valore funambolico ed imprevedibile della vita stessa. Ma questo è un capitolo in una più vasta e disordinata messe di storie e chi affrontasse questo volume come il primo di questo autore forse non l’amerebbe, non lo capirebbe. Altri sono i leggiadri pertugi attraverso cui entrare nell’opera di Hrabal (Tonsura, la cittadina dove il tempo si è fermato, gli splendidi Inserzione per una casa dove non voglio più abitare ed Una solitudine troppo rumorosa, solo per dare uno spunto). E tra le tante vicende ed episodi sapere esattamente dove la realtà incontri la fantasia, o viceversa, non importa e non serve a nulla: perché leggere Hrabal è anche sedersi a U Zlateho Tygra ed ascoltarlo, chiudere gli occhi e sentire a quel rude, lungo tavolaccio di legno tutta una smisurata umanità, gente comune ed i suoi personaggi, prendere vita e muoversi come in un teatro dove, a volerlo, anche noi possiamo avere una parte. E se non fosse tutto questo sufficiente, se non bastasse la bellezza del suo straparlare perfino di se stesso, basterebbero le pagine su Et’anek, le tante pagine sui gatti: nonostante siano definite “leziose” nella peraltro esaustiva prefazione di Dierna, chi ama i gatti avvertirà la commossa delicatezza di queste righe, non potrà che asciugarsi quella lacrima che è inevitabile quando, leggendo, uno non possa che essere se stesso con quel gatto, il suo gatto, i tanti altri gatti e quello che esiste nei loro occhi. Quei gatti e le tante pagine che, soprattutto nel suo doloroso finale di partita, B.H. ha dedicato loro. Ma questo è un appunto personale, mentre accarezzo il mio.

    ha scritto il 

  • 5

    Cinque stelle.
    Perché, tenendo in mano questo libro -uno finora inedito da noi- oggi mi sembrava di star portando con me un regalo avvolto nella carta della sua copertina rossa.
    Cinque stelle.
    Perché ho guardato a lungo il suo titolo -Spazi vuoti- pensando che la vita può avere molti spazi vuoti ...continua

    Cinque stelle. Perché, tenendo in mano questo libro -uno finora inedito da noi- oggi mi sembrava di star portando con me un regalo avvolto nella carta della sua copertina rossa. Cinque stelle. Perché ho guardato a lungo il suo titolo -Spazi vuoti- pensando che la vita può avere molti spazi vuoti -sono fatti di solitudine, di malattia, di impotenza, di disperazione, di amari compromessi-, ma non sarà mai uno spazio vuoto quella stessa vita, se sempre profondamente autentica come quella di Hrabal. Cinque stelle. Perché camminavo tra le luci indifferenti di questo Natale piene di gente frettolosa sentendo che qualcosa mi scaldava dentro, ed era il pensiero di un nuovo e insperato incontro con lo scrittore amato. Cinque stelle. Perché al semaforo, aspettando che arrivasse il verde, non ho saputo resistere: ho aperto il libro e ho annusato le sue pagine. Sapevano di fresco, di nuovo, di parole ancora sconosciute, di emozioni possibili, di poesia nascosta. Cinque stelle. Perché lo metto in lettura, ma non lo leggerò adesso -voglio prolungare la trepidazione gioiosa dell’attesa- e, quando accadrà, me lo farò durare per moltissimo tempo, assaporandone ogni singola parola, ogni riga, ogni respiro, ogni pensiero. Cinque stelle. Perché ogni volta che leggo Hrabal io mi innamoro di folle e tenero amore.

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    17 gennaio.

    Cinque stelle: Hrabal non mi ha mai delusa, neppure stavolta. E io sono un'innamorata fedele. Cinque stelle. Perché la sua non è scrittura, è voce. E ha il ritmo del suo respiro, il pulsare del suo cuore, l’autenticità dei suoi sbagli e delle sue paure, tutta la forza e tutta la debolezza del suo essere uomo. Cinque stelle. Perché a Hrabal non bastano le osterie, le sbevazzate, le nozze in casa, la vodka, i distillati del signor Kuzník, i boccali di birra e le bottiglie nascoste nel bosco per calmare il tumulto che ha dentro. No. Disteso per terra, nel fieno, nella paglia, nell’erba, o guardando oltre il soffitto, Hrabal deve bersi anche il cielo. Bersi l'infinito. Cinque stelle. Per un libro avvolto nella carta e impacchettato in una pasticceria come un regalo. Per lo zio Pepin chiuso nella bara con il ghiaccio accanto. Per il gatto tigrato di nome Eťan e per tre piccoli micetti che tremano di paura e solitudine. Per quel primo amore che fa ammalare, poichè non si può reggere la grandiosità di un sentimento così potente e bello da travolgere. Per la maialatura. Per il lillà azzurro sbiadito dal pianto, che è il colore dei suoi occhi. Per i poeti, i pittori, gli scrittori, il popolo dei fuoriclasse e quello della gente comune. Per due ombrellini di seta e un paio di scarpette rosse con i tacchi alti. Per la casetta di Kersko e il suo viale di betulle, ma anche per quella di via Na Hrázi, la via Sull’argine dell'Eternità -anche se è un'eternità che non esiste. Per aver saputo indossare doppi abiti femminili -il mio tesoro… il mio figliolo- rimanendo però se stesso. Per quella sua scrittura bellissima, che si impenna, si solleva in aria, trattiene il fiato, fugge via, ritorna sui suoi passi, si fa vortice, riempie di sé ogni spazio e non lascia scampo. Per avermi fatta emozionare, divertire, commuovere, intenerire, sorridere, rattristare -talvolta anche contemporaneamente- pagina dopo pagina. Per avermi riportata "a casa".

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    Questo, naturalmente, non è un commento al libro. Solo impressioni, frammenti, lampi di pensiero e di emozione che mi hanno attraversato la mente, leggendo. Annotazioni a mio uso e consumo... Per fortuna, su aNobii c'è chi ha provveduto a uno splendido commento, fatto con grande competenza e passione, che rende pienamente giustizia a Hrabal e a queste sue pagine.

    ha scritto il 

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