Spingendo la notte più in là

Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo

Di

Editore: Arnoldo Mondadori (Strade blu. Non Fiction)

4.2
(2738)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 131 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8804568429 | Isbn-13: 9788804568421 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati , Altri

Genere: Biografia , Storia , Politica

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Descrizione del libro
È la mattina del 17 maggio 1972, e la pistola puntata alle spalle del commissario Luigi Calabresi cambierà per sempre la storia italiana. Di lì a poco il nostro paese scivolerà in uno dei suoi periodi più bui, i cosiddetti "anni di piombo", "la notte della Repubblica". Quei due colpi di pistola però non cambiarono solo il corso degli eventi pubblici, ma sconvolsero radicalmente la vita di molti innocenti. La storia dell'omicidio Calabresi è anche la storia di chi è rimasto dopo la morte di un commissario che era anche un marito e un padre. E di tutti quelli che hanno continuato a vivere dopo aver perso la persona amata durante la violenta stagione del terrorismo. Mario Calabresi, oggi giornalista di "Repubblica", racconta la storia e le storie di quanti sono rimasti fuori dalla memoria degli anni di piombo, l'esistenza delle "altre" vittime del terrorismo, dei figli e delle mogli di chi è morto: c'è chi non ha avuto più la forza di ripartire, di sopportare la disattenzione pubblica, l'oblio collettivo; e c'è chi non ha mai smesso di lottare perché fosse rispettata la memoria e per non farsi inghiottire dai rimorsi. La storia della sua famiglia si intreccia così con quella di tanti altri (la figlia di Antonio Custra, di Luigi Marangoni o il figlio di Emilio Alessandrini) costretti all'improvviso ad affrontare, soli, una catastrofe privata, che deve appartenere a tutti noi.
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    Penso che convenga accostarsi a questo libro secondo due piani di lettura diversi, quasi ortogonali: uno prettamente letterario, che ne colga la componente emozionale e la capacità nel narrare, ed uno ...continua

    Penso che convenga accostarsi a questo libro secondo due piani di lettura diversi, quasi ortogonali: uno prettamente letterario, che ne colga la componente emozionale e la capacità nel narrare, ed uno mediatico, che ne colga la componente politica e, amio avviso, la finalità manipolatoria.

    Ammetto immediatamente che il mio giudizio complessivo è negativo: il libro mi è piaciuto ma è l'operazione nel suo complesso che mi ha profondamente irritato. In un certo senso se l'A. avesse scritto DUE diversi libri probabilmente le mie perplessità sarebbero cadute ed avrei espresso un giudizio favorevole su entrambi, invece mi è rimasta la spiacevole e disturbante sensazione che la componente emotiva sia servita a far passare una tesi di parte, ambigua, lacunosa e, sebbene non falsa, certamente storicamente e politicamente furviante.
    Da questo la conclusione di trovarmi di fronte ad un'operazione manipolatoria.

    Mi sento in obbligo, a questo punto, di confessare a chi legge la recensione che ho affrontato la lettura prevenuto ed in casi simili, io penso, lottare contro i propri preconcetti è inutile: meglio ammetterli pubblicamente ed anche , e specialmente, di fronte a se stessi, e cercare poi di limitare i danni tentando di valutare in che misura essi abbiano condizionato il giudizio.

    Ma perché prevenuto? E perché "operazione manipolatoria"?

    Sia ben chiaro: tutti hanno il sacrosanto (...anzi il democratico) diritto di maturare le proprie opinioni e di pesare, valutare ed interpretare i fatti secondo coscienza, opportunità e convinzioni ma hanno altresì il dovere di chiarire la propria scelta di schieramento, di riportare tutti i fatti e di non miscelare emotività e razionalità in un cocktail avvelenato.
    Piangere il padre è cosa buona e, in una certa misura, necessaria, onorarne la memoria, apprezzandone la figura e l'azione, altrettanto positivo e meritorio ma confondere le due operazioni può generare confusione e spiacevoli sospetti.
    Perché l'A. non è un semplice congiunto di una delle vittime del terrorismo ma riveste un ruolo di peso tra quelli che indirizzano l'opinione pubblica e producono pensiero politico in Italia, infatti è stato direttore de "La Stampa" ed oggi è direttore de "la Repubblica" dopo una lunga carriera che lo ha visto frequentare i palazzi del potere.
    Dal “semplice” familiare di una vittima sarei stato disposto ad accettare di tutto, di buon grado e comprendendo che la scrittura probabilmente avrebbe avuto uno scopo prevalentemente terapeutico, a lenire un dolore lacerante e terribilmente difficile da superare, piuttosto che essere la "semplice" documentazione dei fatti. Avrei tollerato, compreso e giustificato parzialità, rancore ed invettive. Da un “uomo del potere”, da un giornalista politico pretendevo un approfondimento dei fatti, non una oggettività, comunque impossibile, ma almeno una loro meditata valutazione che tenesse in considerazione il clima politico dell'epoca. E la profonda ambiguità della questione Pinelli-Calabresi-"Lotta Continua".

    Un giornalista di spessore, per esperienza e ruolo nei media italiani, è certamente padrone dei mezzi e degli artifici espressivi ed altrettanto certamente non puo non essere lucidamente consapevole di ciò che scrive e, soprattutto, di COME lo scrive: quindi uno testo che alterni emotività ed informazioni in modo che la prima predisponga uno stato del lettore favorevole all'accoglimento delle seconde lo trovo inaccettabile al limite dell'irritazione.
    Anche perché, a ben guardare, le informazioni sono decisamente di parte e sapientemente censurate.

    E adesso veniamo al commento vero e proprio.

    -> Sul piano letterario esprimo un parere pienamente positivo: non solo mi sembra ben scritto, scorrevole ed al medesimo tempo coinvolgente emotivamente, ma anche sincero e capace di rendere gli stati e la maturazione emotiva dell'A.
    In particolar modo l'incipit precipita immediatamente il lettore nel dramma emotivo, la scena del cimitero poi (con i bambini che salutano il padre e poi giocano) rende pienamente l'incapacità dei piccoli di padroneggiare emotivamente la perdita ed altrettanto potente ed illumunante l'agganciarne la presenza affettiva a quel nastro che si disfa nel tempo. E poi mi sembra assolutamente sincero e plausibile il superamento dell'attaccamento affettivo al maturare dell'età, sostituito da un recupero consapevole della sua figura, basato sulla concretezza dei fatti (vedi la ricerca di documenti e notizie giornalistiche).
    Apprezzo incondizionatamente la capacità di rendere nello scritto questo percorso difficle e complesso, la capacità di affrontare i sentimenti suscitati da un lutto tanto intenso e di superarli in modo positivo (rescindendo li legame affettivo ma conservando il ricordo) ed il coraggio necessario per condividerli e descriverli.

    -> Sul piano mediatico, per quanto detto prima, la mia impressione invece è totalmente negativa. Ma, per sostenere questa mia posizione, penso che occorra entrare nello specifico ed a taleo fine vi invito a ragionare con me sui seguenti fatti.

    * La campagna denigratoria che creò l'ambiente emotivo in cui potè maturare l'omicidio può essere giudicata eccessivamente virulenta, anche per i tempi, e basata su fatti di cui alcuni dubbi o non accertati ma non era affatto inconsistente ed ingiustificata: il comportamento degli organi di sicurezza dello Stato fu deplorevole e ben oltre i limiti della legalità. Verso Calabresi vi fu persecuzione ma attorno a lui vi era un marcio davvero sospetto.
    Non è eccessivo far apparire Calabresi un cavaliere senza macchia e senza paura?
    Insomma, era un commissario della DIGOS a Milano e negli "anni di piombo"!!!

    * Tutti i processi (quelli relativi alla morte di Pinelli, per diffamazione a "Lotta Continua" e per la morte di Calabresi) furono, se non addomesticati, condotti in modo molto favorevole per i funzionari dello Stato e sfavorevolissimo per gli anarchici e per gli appartenenti a "Lotta Continua". Su certe decisioni processuali validi giuristi avanzarono dubbi significativi e fondati e certe soluzioni procedurali del tutto anomale ed inconsuete (ricusazioni di giudici, etc.) . In tutta la vicenda il comportamento della Magistratura non apparve affatto al di sopra di sospetto e censura.
    Perché veicolare l'impressione che i procedimenti furono equilibratissimi e pienamente ortodossi? E che quindi la verità sia stata fatta.

    * Per quanto si possa giudicare il terrorismo “rosso” politicamente insensato, inconcludente e storicamente controproducente ed in certi casi indirizzato verso persone con ruoli politici marginali e, quindi, arbitrario ed inammissibile, è del tutto ingeneroso ed infondato, contrario all'evidenza storica, negare ai terroristi rossi ideali e scopi politici. Non erano criminali comuni, non perseguirono il vantaggio personale e non agirono mai con cieca ferocia.
    Perché farli apparire come “animali” (vedi i ricordi della Custrà) o rivoluzionari insensati (vedi giudizio di Augias)?
    E poi se questo è il pensiero dell'A. perché non esprimerlo direttamente ma porlo nella bocca di altri?

    * Per quanto l'omicidio Calabresi chiamasse in causa il solo terrorismo rosso, ci fu anche quello nero, forse ancor più spietato e sanguinario, probabilmente colluso con i servizi deviati e la malavita organizzata.
    Perché citare quasi esclusivamente i casi di omicidio perpetuati dai rossi?

    A tutte queste domande trovate cenno o risposta nel libro? Bene, io no, non ci sono riuscito.

    E fin qui i fatti ma c'è un altro aspetto fastidioso: c'è una suddivisione tra buoni e cattivi che stride con tutta la mia esperienza di vita. La mia è stata una vita “normale”, direi al limite dell'anonimo, e tuttavia piena di luci e di ombre (di cui alcune spiacevoli ed altre di cui non vado fiero), qui invece tutti i parenti delle vittime sono “esageratamente” buoni e validi. Spesso capaci di sostenere il dolore della perdita con ammirevole forza. Spesso nemmeno rancorosi nei confronti dei colpevoli.
    Le vittime poi o sono politicamente non coinvolte oppure studiosi e magistrati che operavano per il bene dello Stato sempre imparziali e mai schierati nelle lotte sociali che dilaniavano (e dilaniano) la Nazione.
    Insomma, il messaggio sotteso è che: "lo Stato forse si sarebbe dovuto mostrare più sollecito e presente nei confronti dei suoi fedeli servitori caduti nell'adempimento del dovere ma non va certo messo in discussione. Forse lo Stato non è tempestivo ed efficiente, forse è agito da politici della cui onestà è lecito dubitare ma non merita, e nemmeno è opportuno, sottoporne l'operato ad una critica stringente".

    -> In conclusione mi rimane la disturbante sensazione di trovarmi di fronte ad un'operazione “maledettamente furba”.

    Pazienza.

    p.s.: per farsi un'idea di come si svolsero quei tragici avvenimenti, tragici per le persone coinvolte ma anche per la democrazia, conviene risalire anche ad altre fonti.
    Tra queste segnalo:
    * lo scritto di Camilla Cederna, una delle più acerrime accusatrici del commissario Calabresi, che potete trovare qui:
    http://isole.ecn.org/ponte/mediateca/pinelli.pdf
    * la versione che Sofri scrisse a mente fredda (più di 40 anni dopo!), in occasione dell'uscita di un film sull'argomento, che potete trovare qui:
    http://www.millepagine.net/saggi/piazza-fontana/
    * il libro di Marco Sassano "Pinelli. La finestra chiusa" (Marsilio 2009) anche questo pubblicato dopo 40 anni ma che si compone di due due scritti quasi coevi agli avvenimenti.
    * chi poi volesse leggere la "Lettera aperta all'Espresso" citata nel testo, ed i nomi dei firmatari, la può trovare qui:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Lettera_aperta_a_L'Espresso_sul_caso_Pinelli
    * infine, forse il racconto più illuminante di tutta la tragica faccenda è quello fatto da Dario Fo in forma di commedia, gioiosa e macabra insieme, ("Morte accidentale di un anarchico") che potete vedere on-line qui:
    https://www.youtube.com/watch?v=d53F8rQXUnA

    Ve li consiglio tutti caldamente: sono "romanzi dell'orrore" giuridico!

    Se poi pensate che un confronto tra modi di vivere e di raccontare il proprio dolore potrebbe gettare una luce rivelatrice su alcuni dei personaggi coinvolti nei tragici fatti, potete leggere:
    * l'intervista/libro rilasciata da Licia, moglie di Pinelli, "Una storia quasi soltanto mia" (Feltrinelli 2009), anche questo posteriore di 40 anni ma estremamente coinvolgente e dal forte impatto emotivo.
    * il libro di Gemma Capra "mio marito il commissario Calabresi" (Edizioni Paoline 1990)

    ha scritto il 

  • 5

    tanto dolore, ma speranza ancora di più

    Libro bellissimo, ben scritto.
    A mio parere mette bene assieme gli aspetti documentaristici con la descrizione di come una famiglia decida di uscire da un dolore fortissimo. O forse, meglio, spiega qu ...continua

    Libro bellissimo, ben scritto.
    A mio parere mette bene assieme gli aspetti documentaristici con la descrizione di come una famiglia decida di uscire da un dolore fortissimo. O forse, meglio, spiega quale sia l'unico modo per farlo, senza cioè cedere mai alla tentazione dell'odio.
    Pagine di insegnamento civile altissime.
    Altro aspetto forte mettere in evidenza come i familiari delle vittime del terrorismo siano state tenute in poca considerazione dalle istituzioni, mentre l'opinione pubblica abbia scritto (e forse riscritto) la storia del terrorismo (Calabresi dice in modo 'romantico', quasi come fossero persone con alti ideali semplicemente usciti sconfitti dalla lotta), lasciando così che qualche messaggio arrivasse anche alle generazioni successive

    ha scritto il 

  • 4

    Migliorare di un quarto d'ora la vita di un uomo

    Ero piccolo, vivevo in provincia, le immagini in bianco e grigio piombo dei telegiornali di quegli anni sono scolpite nella mia memoria. Ho deciso di leggere il libro di Mario Calabresi perché ero rim ...continua

    Ero piccolo, vivevo in provincia, le immagini in bianco e grigio piombo dei telegiornali di quegli anni sono scolpite nella mia memoria. Ho deciso di leggere il libro di Mario Calabresi perché ero rimasto colpito da quello di Benedetta Tobagi, a cui mi ero accostato con circospezione. Preferisco il punto di vista delle vittime e il motivo è riassumibile in un passaggio di questo libro
    «In Italia si è fatta strada un'illusione, che corrisponde alla fantasia dei terroristi, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo. Ma non può essere così. Pagata la pena si è liberi, ma non sono finite le responsabilità.. E non è questione di volontà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso. Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni. Gli effetti negativi continuano nella nostra vita tutti i giorni, non lo si può dimenticare".

    Mentre leggevo pensavo alle rapine a scopo di finanziamento: nella logica di questi folli, mutilare o uccidere un commerciante per procurarsi il denaro che avrebbe consentito di attrezzarsi per attentare alla vita di un rappresentante dello stato, era un passo necessario. Ho apprezzato molto le parole di Ingrao riportate nel libro:
    "Non si può ammazzare in nome della classe operaia, in nome di un'ideologia. Voi che avete fatto cento anni di lotte sindacali per migliorare di un quarto d'ora la vita di un uomo come potete pensare che poi lo si uccida?"

    Successivamente, un altro brano ha incrociato la mia indignazione e una delle convinzioni che mi sono fatto a proposito del fenomeno terrorista
    ..chi allora uccise scrive memorie, viene intervistato dalla tivù, partecipa a qualche film, occupa posti di responsabilità, mentre alla vedova di un appuntato nessuno va a chiedere come vive da allora senza marito, se ci sono figli che hanno avuto un'infanzia da orfani, se il tempo trascorso ha chiuso le ferite, il rimpianto, il dolore. «Uccisi perché? Per il sogno di un gruppo di esaltati che giocavano a fare la rivoluzione, si illudevano di essere spiriti eletti, anime belle votate a una nobile utopia..

    Mi interessa il punto di vista delle vittime perché coloro che le hanno mietute avranno sempre un ideale con il quale giustificarsi, e l’ideale non terrà conto di un padre sottratto, di un amore spezzato, di una vita che meritava di esser vissuta. La mia convinzione è che non si trattasse sempre di ideale, ma anche di semplice, banale, assurda emulazione. Vi ricordate quanto è bello avere venti anni e quanto si può essere stupidi a quell’età? Al culmine del fenomeno terrorista, in qualità di personaggi pubblici, si rischiava di essere ammazzati solo perché qualcuno doveva dimostrare quanto fosse cazzuta la propria cellula, solo perché la cellula potesse guadagnarsi il rispetto del sottobosco in cui era immersa. I ventenni del ‘77 sparavano come quelli del ‘93 tiravano i sassi dai cavalcavia. (Alcuni, ok. La mia idea non vuole sostituirsi all’IDEALE)
    Il libro di Calabresi conduce dagli albori del terrorismo (Strage di Piazza Fontana) fino al ripresentarsi postumo del fenomeno (delitti D’Antona e Biagi).
    Mario Calabresi è equilibrato nella sua analisi, fra le vittime (giustamente) inserisce anche Giuseppe Pinelli, ovvero l’anarchico che secondo l’opinione comune sarebbe stato ucciso in questura da Luigi Calabresi, il padre di Mario. Calabresi e Pinelli sono rimasti annodati nella storia del nostro paese in un modo che nessuno è riuscito a districare. Qualunque sia la vostra opinione in merito alla vicenda che li ha visti coinvolti, leggete questo libro, non urta nessuna sensibilità.

    ha scritto il 

  • 3

    Anche questo libro è un'elaborazione di un tragico lutto personale. ma qui, a differenza della Tobagi, l'esercizio della scrittura diventa inquadramento storico, tentativo di comprensione, e dalla com ...continua

    Anche questo libro è un'elaborazione di un tragico lutto personale. ma qui, a differenza della Tobagi, l'esercizio della scrittura diventa inquadramento storico, tentativo di comprensione, e dalla comprensione di trarre un insegnamento per arrivare a un superamento del trauma che porti alla costruzione di qualcosa per il futuro.
    Insomma l'elaborazione del lutto in Calabresi diventa insegnamento e impegno civile diventa cioè Memoria condivisa.

    ha scritto il 

  • 5

    biblioteca; XL; NN; «Ha scelto il suo destino e non riusciremo a salvarlo».

    Straordinaria testimonianza.

    (98) I terroristi non sono stati sconfessati come assassini ma troppo spesso descritti come dei perdenti, persone che hanno fatto una battaglia ideale ma non sono riusciti ...continua

    Straordinaria testimonianza.

    (98) I terroristi non sono stati sconfessati come assassini ma troppo spesso descritti come dei perdenti, persone che hanno fatto una battaglia ideale ma non sono riusciti a vincere. In questo modo però sono loro a diventare dei modelli. E le inchieste sugli ultimi epigoni del brigatismo, annata 2007, dimostrano una cosa con chiarezza: che ci sono ancora messaggi capaci di passare alle nuove generazioni.
    In questo i mezzi di comunicazione hanno responsabilità particolari. I giornali e le televisioni non si fanno troppi scrupoli ad accendere un faro sui terroristi, a dar loro la scena, anche quando ciò ha caratteri chiaramente inopportuni. Ma la cosa più fastidiosa e pericolosa sono le interviste standard: dei terroristi che parlano non vengono quasi mai ricordati i delitti e le responsabilità, e questo non è accettabile soprattutto se sono interpellati per discutere proprio sugli Anni di piombo. Sergio Segio, per fare un esempio, viene presentato come esponente del Gruppo Abele, quasi mai come il killer di Galli e Alessandrini; di Anna Laura Braghetti, la brigatista che uccise con sette colpi Vittorio Bachelet alla Sapienza di Roma e partecipò al sequestro di Aldo Moro, si dice che «coordina un servizio sociale rivolto ai detenuti».
    La seconda cosa preoccupante è che si lascia passare un'idea romantica del terrorismo, specie nel paragone con il brigatismo degli ultimi anni, sostenendo che la lotta armata degli anni Settanta aveva dietro di sé delle idee, un progetto rivoluzionario.

    ha scritto il 

  • 5

    fortunatamente ho letto questo libro dopo essermi informato un po' sul caso Calabresi e non posso non apprezzare lo sforzo di Mario Calabresi nel rimanere il più oggettivo possibile , pur parlando dal ...continua

    fortunatamente ho letto questo libro dopo essermi informato un po' sul caso Calabresi e non posso non apprezzare lo sforzo di Mario Calabresi nel rimanere il più oggettivo possibile , pur parlando dal suo punto di vista.

    ha scritto il 

  • 4

    Chissà se ciò che molte volte ci fa tenere le distanze dai precedenti, più o meno recenti, fallimenti del nostro Paese sia più una tendenza all’ordinaria e misera indifferenza o più, come in fondo sol ...continua

    Chissà se ciò che molte volte ci fa tenere le distanze dai precedenti, più o meno recenti, fallimenti del nostro Paese sia più una tendenza all’ordinaria e misera indifferenza o più, come in fondo solo in parte ci assolverebbe, una sorta di intimo pudore, in nome del quale preferiamo girarci dall’altra parte, cambiare discorso, fingerci ciechi, sordi, persino ignoranti, piuttosto che cercare spiegazioni e risposte su un passato che ci riguarda come popolo, e che, se non ha armato la mano della maggior parte di noi, e non ha insanguinato i nostri abiti, ha armato contro noi stessi la nostra capacità di aprire gli occhi, o di tenerli aperti, di “sentire” l’importanza della giustizia, di prendere posizione, sostenerla e perseguirla ogni giorno, di ricordare, con tutto il peso dell’imbarazzo, del dolore, della rabbia e della responsabilità che appartiene sempre ad un popolo intero, il quale ha il Dovere della Memoria. Certo non si può tamponare il sangue altrui né asciugare le lacrime di estranei, ma si deve far propri i sacrifici di chi ha avuto più coraggio di noi, più valore, più amore di onestà, forse persino più dignità, e non certo, o non solo – ma questo non sta a noi dirlo, e in fondo ha anche poca importanza – per vanità, o per autocompiacimento. E’ triste, e non lascia molte speranze, l’idea che chi svolga con diligenza il proprio lavoro, anche quando il proprio lavoro si basi sulla guerra al male, debba essere considerato un Eroe; eppure la storia di un Paese che predilige la furbizia all’onestà, l’indifferenza alla memoria, le ideologie alle realtà oggettive, il tornaconto individuale al senso di giustizia civile, fa sì che persone del tutto prive di superpoteri, o semplicemente di poteri e basta, vengano improvvisamente mascherate da “eroi”, il più delle volte loro malgrado. E a quel punto tocca a chi ne conosceva i difetti, le debolezze, le paure, i limiti, a chi ne conosceva il valore umano, rispogliarli dei finti travestimenti, e ricrearli “uomini” nella loro genuinità, nella loro semplicità anche se a volte un po’ speciale, nella loro vulnerabilità.
    Il figlio di uno di questi uomini travestiti da eroi ci è riuscito. Non ha fatto altro che metterne a frutto gli insegnamenti, sebbene abbia avuto modo di riceverne pochi, affidarsi alla più totale lucidità, trovare l’equilibrio perfetto tra il dolore e il distacco, e darci una lezione di umanità, alla quale non serve l’odio per affermare la giustizia, né la rabbia per manifestare il disaccordo, né la protervia per sottolineare gli errori altrui, né la pretesa compassione per far comprendere il dolore di una famiglia segnata per sempre. Una delicatezza che commuove, una compostezza che restituisce dignità. E’ così che si rende onore ad un uomo onesto, è così che si rende onore a un padre!

    ha scritto il 

  • 5

    "Uccisi perché? Per il sogno di un gruppo di esaltati che giocavano a fare la rivoluzione, si illudevano di essere spiriti eletti, anime belle votate a una nobile utopia senza rendersi conto che i ver ...continua

    "Uccisi perché? Per il sogno di un gruppo di esaltati che giocavano a fare la rivoluzione, si illudevano di essere spiriti eletti, anime belle votate a una nobile utopia senza rendersi conto che i veri 'figli del popolo', come li chiamava Pasolini, stavano dall'altra parte, erano i bersagli della loro stupida follia".

    Letto senza staccare gli occhi dalle pagine, in 4 ore, sulla tratta Padova-Trieste e ritorno. Un racconto intenso e acceso dell'Italia degli anni di piombo, della violenza mediatica e degli slogan, un libro, tra i primi scritti dal punto di vista delle vittime del terrorismo politico, che non lascia spazio all'odio e al rancore, un inno puro alla vita, alla verità e alla memoria. Da inserire nei programmi di scuola.

    ha scritto il 

  • 4

    Adoro Mario Calabresi, il suo stile asciutto e diretto, la sua esperienza vissuta. Il racconto veritiero di quegli anni di piombo getta una luce orrenda sull'Italia vigliacca e garantista di allora. ...continua

    Adoro Mario Calabresi, il suo stile asciutto e diretto, la sua esperienza vissuta. Il racconto veritiero di quegli anni di piombo getta una luce orrenda sull'Italia vigliacca e garantista di allora.

    ha scritto il 

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