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Sportswriter

Di

Editore: Feltrinelli (Universale Economica, 1782)

3.8
(318)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 379 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Catalano , Francese

Isbn-10: 8807817829 | Isbn-13: 9788807817823 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Carlo Oliva

Disponibile anche come: Altri

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
In un normale weekend di Pasqua, Frank Bascombe - un uomo ancora giovane cheha rinunciato al mestiere di scrittore per diventare giornalista sportivo -incontra la sua ex moglie sulla tomba del loro primogenito, Ralph, come inoccasione del suo compleanno usano fare da quando è morto. Bascombe, primadella tragedia e del conseguente divorzio, si era sistemato, aveva presomoglie e si era trasferito in una grande casa nella piccola città di Haddam,in New Jersey. Desiderava una vita piacevole, tranquilla nelle sue ripetitiveabitudini, in un mondo provinciale al sicuro da scosse e preoccupazioni, cometanti altri americani middle class. Gli eventi però lo obbligano ad affrontarenuove e impreviste, talora drammatiche, situazioni.
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  • 4

    A mio avviso, gli insegnanti dovrebbero smettere d'insegnare all'età di trentadue anni

    Mi decido, dopo un po' che volevo farlo, ad iniziare a leggere qualcosa di Richard Ford, e lo faccio con il primo tassello della ormai quadrilogia di Frank Bascombe. Faccio fatica a comprendere i giud ...continua

    Mi decido, dopo un po' che volevo farlo, ad iniziare a leggere qualcosa di Richard Ford, e lo faccio con il primo tassello della ormai quadrilogia di Frank Bascombe. Faccio fatica a comprendere i giudizi e i voti così bassi intorno a questo libro. La scrittura è più che buona, quasi sempre scivola via abbastanza bene, il personaggio principale (e così quelli femminili) è piuttosto forte e riuscito, magari c'è qualche pausa di troppo e qualche riflessione che sembra buttata lì, ma a me non pare per nulla male, anzi. Adesso sono ancora più curioso di leggere il secondo libro della tetralogia, che ha fatto vincere al suo autore sia il Pen/Faulkner che il Pulitzer (quindi tanto fesso Ford, mi sa, non dev'essere). Da segnalare invece come decisamente non all'altezza (per usare un eufemismo) l'edizione italiana, piena di refusi e con una traduzione piuttosto discutibile.

    ha scritto il 

  • 2

    In giro - 02 ago 15

    Giusto una settimana fa ne parlavo nel supplemento sulle “Cure”, dove questo libro veniva citato come esempio – modello da non seguire, rispetto al grande problema del “divorzio”. Già in quella sede e ...continua

    Giusto una settimana fa ne parlavo nel supplemento sulle “Cure”, dove questo libro veniva citato come esempio – modello da non seguire, rispetto al grande problema del “divorzio”. Già in quella sede espressi i miei dubbi su come veniva affrontato l’argomento. Ed anche ora, dopo la lettura del libro dell’oramai settantenne Ford (ma quando scrisse il libro ne aveva solo 42), rimango dell’idea che sul divorzio si debba e si possa dire altro. Ma questo non è solo un libro sul divorzio, è un libro sulla grande “fatica” di essere americani. Il protagonista riesce ad incarnare tutti i modi negativi in cui si può presentare “lo spirito americano”. Nei rapporti con gli altri, con le donne, con i figli, con la morte, con la vita. Insomma con tutto. E da questo punto è un libro esemplare (anche se datato, ma i trent’anni si sentono poco). Ma, esauriti gli spunti, il racconto si prolissa per pagine e pagine. E devo dire che ho impiegato quasi due settimane a leggerlo, cosa che qualcosa vorrà pure dire. Frank Bascombe, l’io-narrante delle quasi 400 pagine, è appunto un tipico americano, che vorrebbe sotterrarsi in provincia, vorrebbe non pensare, vorrebbe avere una vita tutta tv – barbecue – lavoro (anche non molto complicato) – qualche avventura con donne compiacenti (e piacenti). E sembra che, con qualche aggiustata, ci stia riuscendo. Da giovane scrisse una serie di racconti con un piccolo successo di critica. Poi cerca il “grande passo” verso la scrittura professionista. Ma molti hanno un solo libro dentro, e Frank forse neanche quello. Allora, ricerca della minima resistenza: matrimonio con la bella signorina X (non è che non ricordo il nome, ma è indicata così per tutto il libro), ripregarsi a scrivere per una rivista di sport (da cui il titolo), e qualche figlio. Qui il nostro normo americano comincia a grippare il suo motore: il figlio maggiore si ammala della sindrome di Reye (malattia infantile dall’esito quasi sempre letale), lui sembra fermarsi a guardare, anche se ha una famiglia ed altri figli, e continua a tradire la moglie. Ma lo fa sempre con quella noncuranza di chi forse non è che sia proprio lì. Ma X alla fine lo manda a ramengo. Pur rimanendo discretamente amici. Pur continuandosi a vedere nell’anniversario della morte di Ralph. Frank cerca di avere un rapporto anche con i figli rimasti, ma sembra sempre essere un passo al di qua della normalità. Tanto che frequenta una “lettrice di futuro” (altra follia americana). E tenta di avere anche altre storie. Lo seguiamo in un viaggio fallimentare a Detroit con un’infermiera anche lei divorziata. Lui nei rapporti non ci mette la testa, ed anche questo è destinato al fallimento. Nella sua prolissa auto-esposizione lo seguiamo da un lato nel ripercorrere momenti della sua vita (incontri, viaggi, i racconti che potevano dargli la fama ma che poi non hanno seguito, il tentativo di insegnare, anche questo senza partecipazione e con il solito finale negativo). E dall’altro ricostruirne alcuni attuali, come il tentativo di intervista ad un campione sportivo ridotto su di una sedia a rotelle. Poteva essere un momento di riflessione (su di sé, sullo sport, sulla vita). Diventa l’esempio dell’ennesimo andamento fallimentare della sua vita. Certo scriverà qualcosa, ma tutto lunga lo linea di minimo sforzo, di minima rottura. Lui ritorna sempre a X, a Ralph. Insomma a tutto quello che poteva essere e non è stato. Ma non si domanda mai, non arriva mai ad interrogarsi su cosa lui potesse fare di diverso, su come lui potesse e dovesse cambiare la propria vita. C’è anche un inciso con lo strano rapporto con un altro divorziato, latentemente gay. Ma ne prenderà coscienza Frank che lo può aiutare? Nulla e sempre più nulla. Arriviamo alla fine di queste quasi 400 pagine con Frank che sta lì a rintontirsi con false idee sul suo futuro. Riuscirà a trovare un affetto? Vivrà ancora in quella cittadina? Continuerà a scrivere di sport, anche se si è stufato? Noi ci siamo un po’ stufati di Frank, delle sue paturnie e dell’irrisolutezza che Ford instilla in tutto il romanzo. Una fotografia della realtà americana, quando ci allontaniamo da Obama e dai palazzi del potere e vediamo la vita reale? Forse, ma ne abbiamo visti esempi migliori e più coinvolgenti. E certo, come manuale per un divorzio ben guidato, abbiamo letto senz’altro di meglio.
    “Avevo idea di scrivere un romanzo da quando avevo letto i diari di viaggio di Joshua Slocum.” (42) [Nota mia: Slocum è il primo viaggiatore in solitario, il primo a circumnavigare il globo dal 1895 al 1898]
    “Ormai avevo scritto tutto quello che potevo scrivere … Se gli scrittori che se ne rendono conto fossero di più, ci sarebbe risparmiata una quantità di brutti libri e molte più persone vivrebbero una vita più felice e meno improduttiva.” (43)
    “Qual è la vera misura dell’amicizia? … Ammonta esattamente alla quantità di tempo prezioso che si sciupa per ascoltare le sventure e i casini altrui.” (104)
    “Ho letto da qualche parte che se un Toro dice che ti ama bisogna credergli.” (134)

    ha scritto il 

  • 2

    Un pippone inenarrabile (e scusate la romanità)

    Difficile dire cosa mi sia spiaciuto di più. Se lo stile piatto e inventariale della scrittura (anche se sospetto ulteriori danni da traduzione), l'assoluta inutilità della storia, la sequela di banal ...continua

    Difficile dire cosa mi sia spiaciuto di più. Se lo stile piatto e inventariale della scrittura (anche se sospetto ulteriori danni da traduzione), l'assoluta inutilità della storia, la sequela di banali riflessioni esistenziali o il protagonista di rara antipatia. Sportswriter è il soliloquio di Frank Bascombe, uomo fin troppo ordinario e ai limiti dello squallore che pure ha goduto delle luci della ribalta per un breve momento ma ha preferito una comoda via di fuga in una vita priva di rischi. Niente di male se non fosse che Frank da perfetto Peter Pan non è mai cresciuto, è incapace di relazioni profonde con i suoi simili, considera le donne poco più che oggetti sessuali e si pavoneggia in una sua personale visione del mondo divisa tra letteralisti e fattualisti salvo poi spostarne continuamente i confini con il risultato che non si sa chi diavolo dovrebbero incarnare (mi spingo a tradurre in realisti e pragmatici?). Il romanzo è la denuncia della solitudine dell'uomo comune, della sua incapacità di accettare l'ordinario agognando uno straordinario che arrivi senza assunzione di responsabilità, intento ambizioso mal riuscito, appesantito da troppa americaneità, da un registro di una verbosità mortale e da personaggi al cui confronto il manichino in una vetrina è più vitale.

    ha scritto il 

  • 1

    appalling - ner senzo che m'appalli

    non tutti hanno vissuto la vita di ulisse, perfino manuel fantoni la sua odissea se l'era inventata. per cui ci sta anche che uno mi racconti la sua vita uguale a tante altre. ma se costui è simpatico ...continua

    non tutti hanno vissuto la vita di ulisse, perfino manuel fantoni la sua odissea se l'era inventata. per cui ci sta anche che uno mi racconti la sua vita uguale a tante altre. ma se costui è simpatico come un cactus su per il culo; se divaga in continuazione; se non ha l'esposizione brillante, o quantomeno coinvolgente; se ti propina banalità sconcertanti con l'aria di uno che ti sta per rivelare il quarto, quinto e sesto segreto di fatima la domanda sorge spontanea: perché te devo legge?

    ha scritto il 

  • 2

    E non c'è momento migliore al mondo, quando le cose stanno per cominciare, non c'è niente di sbagliato, tutto è possibile.

    Non mi è piaciuto, 379 pagine in cui non succede praticamente nulla. Parte bene, Frank Bascombe sembra un tipo interessante ma poi si perde in una serie di elucubrazioni mentali che hanno messo a dura ...continua

    Non mi è piaciuto, 379 pagine in cui non succede praticamente nulla. Parte bene, Frank Bascombe sembra un tipo interessante ma poi si perde in una serie di elucubrazioni mentali che hanno messo a dura prova la mia resistenza! Ogni tanto un passaggio che mi ha fatto sperare in una svolta, in una ripresa della storia e invece niente, solo banali perle di saggezza sparpagliate qua e la. Un romanzo che manca di concretezza, come il suo protagonista che sembra disinteressato a tutto e distaccato da tutto. Per carità ognuno elabora il lutto a modo suo e impara dai propri errori quello che vuole, ma Bascombe con il suo cinismo, la sua pochezza interiore, il menefreghismo che sembra provare verso tutto quello che gli succede mi ha solo infastidito. La sua quasi nuova ragazza lo lascia e lui se ne frega, un amico (quasi amico perché per lui l'amicizia è una delle imposture della vita) si ammazza e la cosa più intelligente a cui riesce a pensare è portare la sua quasi nuova (ma anche quasi ex) ragazza in un motel, perché tanto lui non va più da nessuna parte, ma io sono ancora vivo. Peccato, mi aspettavo di più.......

    ha scritto il 

  • 4

    “Ascolto con gli occhi spalancati, come se fosse la rivelazione di un grande segreto, un messaggio promesso da lungo tempo, che a mia volta devo rivelare in una città lontana. E sento … cosa sento, e ...continua

    “Ascolto con gli occhi spalancati, come se fosse la rivelazione di un grande segreto, un messaggio promesso da lungo tempo, che a mia volta devo rivelare in una città lontana. E sento … cosa sento, esattamente?”

    Questa domanda me la sono posta per tutta la lettura del libro. E, fino a prima della fine, ero sicura di non aver sentito assolutamente nulla. Tre stelle mi sembravano anche troppe, eppure provavo un vago senso di delusione, soprattutto per non aver capito il senso del romanzo.
    All’inizio Ford mi aveva catturata, poi era subentrata la noia per via delle descrizioni eccessive (che in genere apprezzo), per i dettagli che ho trovato inutili, sulle città, sui quartieri e sulle strade d’America.
    E’ con questa insoddisfazione che sono giunta al capitolo fine. Questa è stata per me la vera rivelazione: in poche pagine Ford mi ha spinto a riconsiderare tutto ciò che - in molti casi anche con scarso interesse - avevo letto.
    In fondo, questo è un libro di riflessioni, di introspezione, di dialogo col lettore, e anche di confessione. E non si può non immedesimarsi in Frank Boscombe, che, a modo suo, risulta anche simpatico, con le sue contraddizioni e incertezze, con le sue debolezze, con la sua paura di essere solo a New York dopo il tramonto, o il non sapere cosa gli succederà. Un personaggio che può ricordare lati del proprio carattere, forse anche noi “non sappiamo esattamente cosa dire sul mondo in generale e non pensiamo valga la pena di correre il rischio di rifletterci su”.

    Ho pensato, allora, che la vita di Frank Boscombe può rappresentare, metaforicamente, la vita in generale: l’impossibilità di capire cos’è la vita piacevole che spesso ci si aspetta, la sua incertezza, il senso di solitudine, i momenti di vuoto, i sentimenti fragili, la superficialità dei rapporti. La necessità di vivere tutto quello che si può vivere, cogliere le occasioni che si presentano, pensare a un nuovo oggi e a un nuovo domani, cercando di non farsi sopraffare dai rimpianti.

    “Crediamo sempre che la vita vera sia da qualche altra parte. Alla fine della strada, oltre la curva. Invece è proprio qui.”
    “La vera vita ti guarda in faccia ogni giorno. Non c’è bisogno di andarla a cercare”.
    “Certe volte la vita è solo vita e basta, come certe domande sono senza risposta. Non c’è niente da dire”.

    ha scritto il 

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