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Sportswriter

Di

Editore: Feltrinelli (Universale Economica, 1782)

3.8
(308)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 379 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Catalano , Francese

Isbn-10: 8807817829 | Isbn-13: 9788807817823 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Carlo Oliva

Disponibile anche come: Altri

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
In un normale weekend di Pasqua, Frank Bascombe - un uomo ancora giovane cheha rinunciato al mestiere di scrittore per diventare giornalista sportivo -incontra la sua ex moglie sulla tomba del loro primogenito, Ralph, come inoccasione del suo compleanno usano fare da quando è morto. Bascombe, primadella tragedia e del conseguente divorzio, si era sistemato, aveva presomoglie e si era trasferito in una grande casa nella piccola città di Haddam,in New Jersey. Desiderava una vita piacevole, tranquilla nelle sue ripetitiveabitudini, in un mondo provinciale al sicuro da scosse e preoccupazioni, cometanti altri americani middle class. Gli eventi però lo obbligano ad affrontarenuove e impreviste, talora drammatiche, situazioni.
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  • 2

    E non c'è momento migliore al mondo, quando le cose stanno per cominciare, non c'è niente di sbagliato, tutto è possibile.

    Non mi è piaciuto, 379 pagine in cui non succede praticamente nulla. Parte bene, Frank Bascombe sembra un tipo interessante ma poi si perde in una serie di elucubrazioni mentali che hanno messo a dura ...continua

    Non mi è piaciuto, 379 pagine in cui non succede praticamente nulla. Parte bene, Frank Bascombe sembra un tipo interessante ma poi si perde in una serie di elucubrazioni mentali che hanno messo a dura prova la mia resistenza! Ogni tanto un passaggio che mi ha fatto sperare in una svolta, in una ripresa della storia e invece niente, solo banali perle di saggezza sparpagliate qua e la. Un romanzo che manca di concretezza, come il suo protagonista che sembra disinteressato a tutto e distaccato da tutto. Per carità ognuno elabora il lutto a modo suo e impara dai propri errori quello che vuole, ma Bascombe con il suo cinismo, la sua pochezza interiore, il menefreghismo che sembra provare verso tutto quello che gli succede mi ha solo infastidito. La sua quasi nuova ragazza lo lascia e lui se ne frega, un amico (quasi amico perché per lui l'amicizia è una delle imposture della vita) si ammazza e la cosa più intelligente a cui riesce a pensare è portare la sua quasi nuova (ma anche quasi ex) ragazza in un motel, perché tanto lui non va più da nessuna parte, ma io sono ancora vivo. Peccato, mi aspettavo di più.......

    ha scritto il 

  • 4

    “Ascolto con gli occhi spalancati, come se fosse la rivelazione di un grande segreto, un messaggio promesso da lungo tempo, che a mia volta devo rivelare in una città lontana. E sento … cosa sento, e ...continua

    “Ascolto con gli occhi spalancati, come se fosse la rivelazione di un grande segreto, un messaggio promesso da lungo tempo, che a mia volta devo rivelare in una città lontana. E sento … cosa sento, esattamente?”

    Questa domanda me la sono posta per tutta la lettura del libro. E, fino a prima della fine, ero sicura di non aver sentito assolutamente nulla. Tre stelle mi sembravano anche troppe, eppure provavo un vago senso di delusione, soprattutto per non aver capito il senso del romanzo.
    All’inizio Ford mi aveva catturata, poi era subentrata la noia per via delle descrizioni eccessive (che in genere apprezzo), per i dettagli che ho trovato inutili, sulle città, sui quartieri e sulle strade d’America.
    E’ con questa insoddisfazione che sono giunta al capitolo fine. Questa è stata per me la vera rivelazione: in poche pagine Ford mi ha spinto a riconsiderare tutto ciò che - in molti casi anche con scarso interesse - avevo letto.
    In fondo, questo è un libro di riflessioni, di introspezione, di dialogo col lettore, e anche di confessione. E non si può non immedesimarsi in Frank Boscombe, che, a modo suo, risulta anche simpatico, con le sue contraddizioni e incertezze, con le sue debolezze, con la sua paura di essere solo a New York dopo il tramonto, o il non sapere cosa gli succederà. Un personaggio che può ricordare lati del proprio carattere, forse anche noi “non sappiamo esattamente cosa dire sul mondo in generale e non pensiamo valga la pena di correre il rischio di rifletterci su”.

    Ho pensato, allora, che la vita di Frank Boscombe può rappresentare, metaforicamente, la vita in generale: l’impossibilità di capire cos’è la vita piacevole che spesso ci si aspetta, la sua incertezza, il senso di solitudine, i momenti di vuoto, i sentimenti fragili, la superficialità dei rapporti. La necessità di vivere tutto quello che si può vivere, cogliere le occasioni che si presentano, pensare a un nuovo oggi e a un nuovo domani, cercando di non farsi sopraffare dai rimpianti.

    “Crediamo sempre che la vita vera sia da qualche altra parte. Alla fine della strada, oltre la curva. Invece è proprio qui.”
    “La vera vita ti guarda in faccia ogni giorno. Non c’è bisogno di andarla a cercare”.
    “Certe volte la vita è solo vita e basta, come certe domande sono senza risposta. Non c’è niente da dire”.

    ha scritto il 

  • 2

    Sfigato post IJ

    Sono circa a metà

    Questo attesissimo (la libreria da cui mi ostino a servirmi, non mi perdonerei mai chiudesse anche l'ultima [esclusa una cartolibreria] nella mia ridente cittadina sul mare d'origi ...continua

    Sono circa a metà

    Questo attesissimo (la libreria da cui mi ostino a servirmi, non mi perdonerei mai chiudesse anche l'ultima [esclusa una cartolibreria] nella mia ridente cittadina sul mare d'origine, ci ha messo tre comodissime settimane a farselo arrivare, meno male che a un certo punto ho inziato IJ e da quel momento in poi gli altri libri hanno perso la loro priorità) Sportwriter mi sta lasciando in un modo che io saprei descrivere sinteticamente, ma per mezzo di un comune detto, così volgare che proprio non me la sento di usarlo. Il detto in questione riguarda le mutande, e quanto talvolta queste siano inopportune.

    Che sfiga essere dopo IJ, cronologicamente parlando. Mica sono una lettrice, in questo periodo. Cosa viene dopo Lui? Povero Ford. Saresti venuto prima se la libreria ti avesse avuto.

    Sto ricercando il mio equilibrio di lettrice, perché David muove qualcosa dentro e di conseguenza l'orientamento diventa complicato. Nella vita di tutti i giorni risulto svagatamente propositiva (so che sembra un ossimoro, ma IJ è un libro così grande che devi provare essere migliore, dopo averlo letto, nel contempo la bussola manda segnali diversi che devi imparare a decodificare). Come lettrice non apprezzo Ford quanto magari si meriterebbe. Da qualcun altro dovevo pur ripartire.

    Io ci ho provato, strenuamente, oserei dire, a dare la colpa del mio rifiuto per Ford, col suo Sportswriter, a Infinite Jest. Ho fatto del mio meglio, mi sono raccontata che venivo da un punto troppo in alto nelle orbite celesti della letteratura (mi fa un po’ effetto scrivere “letteratura”, mi sento in soggezione, io sono una mera fruitrice di libri) per poter apprezzare qualcosa di diverso da DFW, mi sono blandita dicendomi che solo col tempo avrei potuto tornare ad apprezzare anche cose men che eccezionali, poi ho smesso di prendermi per il culo (anche se DFW è effettivamente di più e quindi il confronto è svantaggioso per tutti): Sportswriter non mi è piaciuto.

    Leggendo Canada avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un grande scrittore non particolarmente ispirato, mi si era impresso nella mente con una lentezza esasperante, ma si era scavato la sua nicchia nel mio cervelletto con la proverbiale efficienza della goccia che modella la roccia.

    Ho atteso fiduciosa che Frank Boscombe facesse il suo lavoro, ma ora, a poche pagine dalla fine, sono scoraggiata.

    Io e Frank apparteniamo a due specie diverse. Non ha avuto, per tutto il libro, una reazione che avrebbe potuto nemmeno lontanamente assomigliare alle mie. Non riuscivo a seguirlo come non seguirei le reazioni di un piccione sotto anfetamine. Mi raccontavo che era una cosa voluta, il senso di spaesamento del dolore che ci voleva trasmettere Ford, ma dopo un po’ mi sono rotta le palle. Non posso leggere un libro dove la gente agisce secondo logiche e patemi emozionali che non riesco minimamente a seguire. Un documentario su una nuova specie aliena mi sarebbe stato più familiare. La familiarità non è un requisito fondamentale, ma mi sono immedesimata più nel gatto Lucifero, di Cenerentola, che in Frank, o Vicki. Ora sono infastidita, scocciata, esasperata. Mi mancano pochissime pagine a liberarmi di Frank, ma siccome permane la sensazione del grande scrittore di cui ho letto il libro sbagliato continuerò con la trilogia. Con calma però.

    Finito.

    Dunque. Avete presente quei librini dove prof o studenti raccolgono le giustificazioni più ridicole trovate nel libretto delle assenze? Ecco, questo libro, per me, potrebbe essere definito “il verboso libretto delle giustificazioni di Frank”. Stamani, dentro un libro meraviglioso (Paradiso e inferno), ho letto: “I libri dovrebbero rendere gli uomini buoni, pensa il ragazzo. Eh sì, è ancora così giovane”. Mi sono sentita, insolitamente, tanto giovane anche io. Ecco, forse sono troppo giovane per Frank, e, udite udite, troppo idealista. La vita è piena di dolore e di bellezza, ma io non voglio leggere libretti delle giustificazioni. Nemmeno quando chi li scrive è decisamente bravo. Nemmeno se mi vuol dire che il dolore e la confusione a volte ci precipitano in un pantano da cui è difficile venire fuori (quello me l’aveva detto il cavallo di Atreiu, una lezione indimenticabile). Ma forse sono tutte cavolate. Quando un libro è bello ti dimentichi quasi di quello che è il succo del discorso, però, in questo momento, dopo la botta per IJ che mi sto portando dietro (nonostante, sì, sia vero, Paradiso e Inferno mi sta reinsegnando a leggere, un certo Stucchevole ha indovinato!), ho la sensazione che sia, anche, la resistenza di Don a dare valore a quelle pagine, e la continua lotta che le percorre. Leggere è un affare serio. Ti mette in testa un sacco di domande, a volte anche quando il libro non ti è piaciuto. A Frank per ora non voglio tanto bene, però per Ford il discorso è diverso. E io sono testona, non lo lascio a metà.

    ha scritto il 

  • 4

    Concreto

    'Un buon pranzo tra poco. Una partita in tv. Un pò di sereno tra le burrasche dell'esistenza. Non è poi tanto male, finchè non ci si pensa'.

    Davvero una gran bella scoperta.

    ha scritto il 

  • 3

    L'elaborazione del lutto in salsa anglosassone. Senza eccessi esteriori, tipici dei latini, ma vissuta con un lacerante dolore tutto interno che non smette mai di farsi sentire. Ho fatto una certa fat ...continua

    L'elaborazione del lutto in salsa anglosassone. Senza eccessi esteriori, tipici dei latini, ma vissuta con un lacerante dolore tutto interno che non smette mai di farsi sentire. Ho fatto una certa fatica a completare questo libro, nonostante la mole non certo infinita. Le digressioni nel passato dell'io narrante le ho trovate spesso noiose. E mi è sembrato che tutti i dialoghi si svolgessero fra pazzi allucinati. Probabilmente è una scelta stilistica dell'autore, ma non credo mi lancerò a breve sugli altri romanzi della trilogia di Bascombe.

    ha scritto il 

  • 4

    El protagonista es un claro representante de la clase media norteamericana.
    Trabaja en algo que no le gusta, pero con lo que paga las facturas.
    Tras la muerte de su frágil hijo, el sentimiento de vací ...continua

    El protagonista es un claro representante de la clase media norteamericana.
    Trabaja en algo que no le gusta, pero con lo que paga las facturas.
    Tras la muerte de su frágil hijo, el sentimiento de vacío que queda y la incomprensión, le llevarán a una penosa y triste separación.
    Después no hará otra cosa que engañarse a si mismo, convirtiendo su vida sentimental en un auténtico caos.
    La insatisfacción, el peso de determinadas culpas y las dudas a la hora de tomar decisiones, son el fiel retrato del estadounidense actual; que no sabe tragar el pasado ni el presente, y que tiene miedo al futuro.
    Una crítica ácida a una clase social perdida en valores y que a veces resulta inmadura.

    ha scritto il 

  • 2

    Sportswriter, ovvero giornalista sportivo. Ovvero persona che racconta di partite di football o basket o baseball e scrive reportage su cosa ne è stato di atleti un tempo famosi e poi usciti dal giro. ...continua

    Sportswriter, ovvero giornalista sportivo. Ovvero persona che racconta di partite di football o basket o baseball e scrive reportage su cosa ne è stato di atleti un tempo famosi e poi usciti dal giro.
    Frank Bascombe, narratore e protagonista di questo romanzo che dà il via alla celebre trilogia di Richard Ford, è il tipico caso di scrittore che, pubblicato il primo libro, non è stato più capace di trovare l'ispirazione per il successivo, e si è adattato a fare qualcos'altro. Lo sportswriter, per l'appunto. 
    Le quasi quattrocento pagine (scritte fitte fitte e piene di errori di stampa) di questo libro, fottendosene allegramente dell'equilibrio - per molti scrittori fondamentale - tra tempo della storia e tempo del racconto, narrano di un weekend, un semplice misero weekend pasquale, vissuto dal nostro Frank, alle prese con una nuova fidanzata, una ex moglie, un figlio che non c'è più perché è morto a otto anni di una rara malattia, più un imprecisato numero di altre comparse che si dimenticano in fretta. 
    Convincente - sì, è vero - la ricostruzione del New Jersey, questo luogo liminare, questo limbo popolato di borghesi pendolari distribuiti in cittadine di 10.000 abitanti che la mattina prendono il treno per andare a lavorare, chi diretto a nordest-New York e chi a sud ovest-Philadelphia. 
    Però - lo dico sapendo di tirarmi addosso l'antipatia dei tanti lettori e amici anobiani che hanno parlato entusiasticamente di Richard Ford - io nutro un sincero fastidio verso i divorziati che per spiegare i motivi per cui hanno divorziato usano espressioni come "riprendersi la vita nelle proprie mani" e Frank Bascombe è uno di loro. E nutro un fastidio ancor più grande - che cosa posso farci - per quegli scrittori che devono dispensare perle di saggezza, considerazioni sulla natura umana, pillole di filosofia, eccetera eccetera, al ritmo di una ogni due, tre pagine. 
    Il fastidio poi che nutro per qualsiasi personaggio letterario che, mortogli un figlio di otto anni e con la moglie annientata e istupidita dal dolore, "senza capire che cosa stia succedendo, vada a letto con diciotto donne diverse" nel giro di qualche mese, è, addirittura, di tipo allergico, e Frank Bascombe, maledetto stronzo, è uno di loro. 
    Ma soprattutto, visto che di un libro stiamo parlando, nutro fastidio per i narratori che usano la prima persona singolare e il presente, disseminando le pagine di notazioni come "ne approfitto per fare alcune indispensabili telefonate" o "al Le Mediterranée ordino due uova in camicia, pane tostato e spremuta" e purtroppo Richard Frank Ford Bascombe è uno di loro; in effetti il problema non è tanto la prima persona - al riguardo ho scambiato due interessanti chiacchiere con l'amico anobiano Aldo - quanto il presente: questi narratori che si rifugiano nel presente, cominciano a raccontare  tutto senza un ordine preciso: non narrano, a ben vedere (narrare significa stabilire gerarchie, escludere delle cose, enfatizzarne altre), ma buttano giù quello che passa loro per la mente e scambiano questa furbata per arte. Ma è facile, così. È troppo facile, Richard Frank Ford Bascombe, a pagina.147, al termine di una delicata discussione con la tua Vicky, accendere la televisione e scoprire che, toh, c'è il pattinaggio sul ghiaccio, e mettersi a descrivere questi pattinatori austriaci, i loro volteggi, le loro spaccate, i loro salti (e tanta, tanta, altra roba) e addirittura è irritante fare considerazioni da allievo di corso di scrittura creativa sulla pattinatrice "da vicino non poi così bella, ma sempre esotica come una regina berbera, con due cosce regali e un petto superbo". Divagare è una grande virtù - magari certi narratori la coltivassero di più - però bisogna saper divagare. 

    ha scritto il 

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