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Sprechi

il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare

Di

Editore: Bruno Mondadori

4.0
(24)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 358 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8861593798 | Isbn-13: 9788861593794 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Pier Luigi Micalizzi

Genere: Non-fiction

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Descrizione del libro
Irrazionale e insensato, lo spreco di cibo è ormai un problema assai diffuso e una priorità non più procrastinabile dell'agenda ambientale. Per la tutela dell'instabile ecosistema terrestre, ridurre gli sprechi è importante almeno quanto combattere l'effetto serra o salvaguardare la biodiversità. Tristram Stuart, ricercatore di Cambridge e anticonsumista sfegatato, con lo spreco di cibo si è voluto sporcare le mani, affrontando il tema da un punto di vista globale: per individuare l'origine di questo fenomeno planetario, l'autore ha viaggiato dall'Europa agli Stati Uniti, passando per la Russia e l'Asia centrale, e poi in Pakistan, India, Cina, Corea del Sud e Giappone. Parte I – Beni deteriorabili Liberi di mangiare - Supermercati - Le menzogne della produzione - Il mito della scadenza è servito - Consumatori che non consumano - La Terra e il clima: alcune conseguenze dello spreco sull’ambiente. Parte II – Raccolti sperperati Agricoltura: le patate hanno gli occhi - La pesca: le proporzioni dello spreco - La carne: buona la corata! - Muffa e tarme: lo spreco in una terra di fame - Le origini evolutive del surplus - Sommiamo il tutto e chiediamoci “Che cosa accadrebbe se…?”. Parte III – Pecunia non olet Ridurre: il cibo si mangia - Ridistribuire: gli spigolatori - Riciclare: compost e gas - Fratelli onnivori: noi e i maiali - Isole di speranza: Giappone, Taiwan, Corea del Sud - Piano d’azione: la strada per Eutrofia.
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  • 5

    Obbligatorio nelle scuole!!!

    Un libro illuminante - anche se redazionato da una capra di montagna, ma poi uno se ne fa una ragione (la mia è deformazione professionale). Da leggere assolutamente, da rendere obbligatorio nelle ...continua

    Un libro illuminante - anche se redazionato da una capra di montagna, ma poi uno se ne fa una ragione (la mia è deformazione professionale). Da leggere assolutamente, da rendere obbligatorio nelle scuole, altro che sussidiario. Ma non solo da leggere, perché non basterebbe, bisogna anche poi mettere in pratica il più possibile il buon vecchio concetto di REDUCE, REUSE, RECYCLE.

    ha scritto il 

  • 3

    La tematica è molto interessante e sorprendente l'approfondita ricerca compiuta dall'autore sull'argomento. Lo stile linguistico però non sempre è scorrevole e talvolta rende un po' "pesante" la ...continua

    La tematica è molto interessante e sorprendente l'approfondita ricerca compiuta dall'autore sull'argomento. Lo stile linguistico però non sempre è scorrevole e talvolta rende un po' "pesante" la lettura.

    ha scritto il 

  • 0

    Sprechi

    http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/07/sprechi/

    “Sprechi” (Bruno Mondadori, 2009) di Tristram Stuart è un libro che parte da lontano. Ma che ci è molto, molto vicino. All’inizio, c’è la ...continua

    http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/07/sprechi/

    “Sprechi” (Bruno Mondadori, 2009) di Tristram Stuart è un libro che parte da lontano. Ma che ci è molto, molto vicino. All’inizio, c’è la considerazione che la nostra civiltà si fonda sui raccolti prodotti grazie alla prima grande rivoluzione dell’umanità: quella agricola, è noto. È invece molto meno noto che oggi “l’avanzata dell’agricoltura minaccia la vita che dovrebbe sostenere”.

    ha scritto il 

  • 4

    La strada per Eutrofia (pubblicato su Slowfood e su Indice dei libri del mese)

    Verso la fine del 2009 il nome di Tristram Stuart ci è diventato sempre più familiare… Prima grazie al suo Sprechi, pubblicato lo stesso anno in edizione originale (Waste. Uncovering the Food ...continua

    Verso la fine del 2009 il nome di Tristram Stuart ci è diventato sempre più familiare… Prima grazie al suo Sprechi, pubblicato lo stesso anno in edizione originale (Waste. Uncovering the Food Scandal); poi grazie ai numerosi articoli e interviste apparsi su riviste e quotidiani; infine per via dell'evento “Feeding the 5000” – un banchetto in Trafalgar Square, 5000 gli invitati, gli scarti dei supermercati (carote storte, patate di dimensioni irregolari e via elencando) gli ingredienti del menù – pubblicizzato e poi raccontato su Facebook, fra gli altri. Non c'è che dire: a questo trentatreenne inglese certo non mancano la capacità di promuoversi e il senso dell'iniziativa. Stuart è freegan da una decina d’anni, cioè si nutre gratuitamente con il cibo scartato, come segno di protesta verso una società che dell’abbondanza a tutti i costi ha fatto un po’ la sua filosofia di vita. E Sprechi, che non è un diario, ma un saggio importante, serio e documentato, insegna anche che in questa maniera è possibile vivere, adottando fra l’altro una dieta varia e completa: panini, insalate di pasta, porzioni di sushi, yogurt e dessert a profusione, pesche, carote, porri, avocadi, cestini di frutti di bosco, piatti pronti di alta qualità… Tutto questo non lo si trova soltanto esposto sugli scaffali del supermercato, ma anche fuori per strada, dentro i bidoni; e tutto questo è scandaloso, se si pensa che una parte del mondo getta quel che ha in eccesso, mentre l’altra arranca per quel che non ha a sufficienza. Gli sprechi sono analizzati da molteplici punti di vista: le tonnellate di cibo buttate via annualmente dai supermercati che, tuttavia, risultano difficili da quantificare con precisione, poiché i supermercati stessi preferiscono non divulgare queste informazioni; i cibi confezionati o coltivati in eccesso dai produttori, spesso completamente succubi dei supermercati, per i quali producono più merce di quanta questi ultimi riescano a vendere; infine i frigoriferi e le dispense e i piatti dei consumatori, attratti dalle offerte “paghi uno, prendi due” e dalle maxiconfezioni che troppo spesso sono lasciate a metà. Atteggiamenti tanto irresponsabili, però, sono gravidi di conseguenze, perché il cibo prodotto e consumato in eccesso, per poi essere gettato, lo sottraiamo a una terra esausta e ad altri individui che al cibo non possono accedere. Eppure un altro mondo è possibile ed Eutrofia, la terra del buon mangiare, non è soltanto un miraggio. Gli sprechi sono davvero un campo in cui tutti possono fare qualcosa di concreto per migliorare, se non per ribaltare, la situazione, senza troppi sforzi né sacrifici. Stuart traccia bene la strada. Seguirla dovrebbe essere facile.

    ha scritto il 

  • 4

    intervista con stuart tristram

    P. Secondo Stuart lo spreco del cibo non solo è profondamente ingiusto e immorale, ma è anche un enorme danno economico e un pericolo per la sopravvivenza dell'ecosistema del pianeta.<br />Il ...continua

    P. Secondo Stuart lo spreco del cibo non solo è profondamente ingiusto e immorale, ma è anche un enorme danno economico e un pericolo per la sopravvivenza dell'ecosistema del pianeta.<br />Il risultato delle sue indagini, condotte in mezzo mondo (Europa, Stati Uniti, Russia, Pakistan, India, Cina, Corea del Sud e Giappone) è sconcertante: il sistema della grande distribuzione arriva a distruggere nei paesi Occidentali ed "economicamente progrediti" circa un terzo del cibo prodotto. Come è arrivato a calcolare questo dato?<br />ST.Si può fare un calcolo empirico sullo spreco misurandolo in supermercati, abitazioni etc... Ma è molto difficile, io invece ho preferito fare una semplice differenza tra cibo prodotto e consumato. In Italia ad esempio c'è un 188% di cibo in surplus rispetto alle effettive necessità.</p><p>P.Nel libro parla spesso della contraddizione tra la sovrabbondanza di cibo nei paesi occidentali e la povertà e fame del mondo che secondo il recente rapporto della FAO (Food Alimentation Organization), colpisce un miliardo di persone. Come si è arrivati a questo paradosso e soprattutto come se ne esce?<br />ST.Questo miliardo di sottonutriti potrebbe essere sfamato solo con un quarto del cibo sprecato in Occidente. Il rapporto tra utilizzo delle risorse alimentari dei paesi abbienti e poveri è molto stretto e si basa sulle materie prime: il grano in tutto il mondo viene attinto delle stesse fonti e se ne produce secondo l'andamento dei consumi. Se i ricchi lo sprecano è ovvio che non ne resta sufficiente per i poveri. Per questo è cruciale la riduzione dello spreco. Anche nei paesi poveri c'è spreco a causa di carenze di infrastrutture sia nella produzione che nella conservazione del cibo. In India nei mercati ci sono montagne di frutta che rimangono sotto il sole e quindi marciscono prima. Gli investimenti internazionali dovrebbero concentrarsi anche su questi aspetti. Questa di cui parliamo sembrerebbe una tragedia, ma in realtà è una grande opportunità per imparare la riduzione degli sprechi a livello domestico e industrale.</p><p>P.Terzo punto fondamentale del libro sono le conseguenze ambientali di questo spreco, in che modo lo spreco inquina e distrugge l'ambiente?<br />ST.Per produrre cibo c'è bisogno di terre, acqua, gas fossili etc. Meno ne abbiamo necessità, meno sprechiamo. Per irrigare cibo in eccesso negli USA si impiega una quantità di acqua che servirebbe a dar da bere a nove miliardi di persone. Un dato gravissimo se pensiamo a quanti nel mondo non hanno un facile accesso alle risorse idriche. Altro problema è quello della deforestazione che procede inarrestabile per far posto a terreni agricoli. In Asia e Sudamerica in questo modo si estendono le coltivazioni di soia che poi viene spedita in Europa per dar da mangiare agli animali. Riducendo il bisogno di soia, ridurremo anche la deforestazione. Altra cosa, i gas tossici dei rifiuti organici derivati della decomposizione del cibo sono molto più tossici dei gas serra per cui tanto ci preoccupiamo. Mi preme sottolineare come questo si potrebbe risolvere facilmente: rinunciare allo spreco non è difficile. Dobbiamo inoltre pensare allo spreco non solo per gli effetti su di noi, ma in ottica globale: le nostre singole azioni influiscono sull'ambiente di tutto il pianeta.</p><p>P.Stuart ha tratto le conseguenze delle sue teorie. L'abolizione dello spreco alimentare è diventato il suo stile di vita: dai tempi dell'univesità vive utilizzando cibo scartato o in procinto di scadenza. Come ha fatto?<br />ST.Ho cominciato dieci anni fa a nutrirmi con il cibo dei cassonetti dei supermercati. Non lo faccio solo per un'avversione anticonsumistica, ma perchè il cibo è ancora buono ed è ingiusto buttarlo. Incontro tante persone povere o senzatetto che avrebbero bisogno di quel cibo e non capisco queste logiche commerciali. La mia protesta diventa grande perchè i supermercati non donino il cibo che gettano via permettendo a tante persone di mangiarlo in maniera sana senza dover frugare nella spazzatura.Marks & Spencer, una delle catene di supermercati più famose del Regno Unito, riduce il prezzo dei prodotti prossimi alla scadenza: lo spreco è calato del 20%. In un'azienda che produce panini, sandwich, ho proposto di vendere il pane non utilizzato destinato al macero, circa 13mila fette al giorno, ad allevatori che l'hanno comprato come cibo per i loro animali. In questo modo non solo hanno risparmiato le 16£ la tonnellata che pagavano per il servizio discaricato, ma adirittura ora ne ricevono loro 25£, il guadagno è evidente. Noi semplici consumatori dobbiamo pensare alla riduzione dello spreco ancora prima di entrare in un negozio a far la spesa, non farci allettare dalle offerte e dalla sovrabbondanza degli scaffali. LastMinute Market a Bologna propone un'alternativa per i supermercati che donano il cibo non ancora scaduto. LastMinute Market poi redistribuisce ai bisognosi e alle associazioni che operano nel sociale.</p><p>P.Come reagiscono i supermercati e le grandi catene alle proposte di donazione?<br />ST.So bene perchè i supermercati si comportano così. Negli ultimi anni c'è stato un incremento del dono non perchè abbiano capito e condiviso il senso della proposta, le vere motivazioni sono ben altre, cioè la crescente diffusione delle campagne sul cibo sprecato che non fanno buona pubblicità. La beneficienza fa fare bella figura. E inoltre così non pagano per portare al macero i rifiuti, o pagano meno le associazioni caritatevoli che ritirano il cibo ad un prezzo vantaggioso.</p><p>P.E' opinione condivisa che tra i fattori del collasso dell'economia ci sia la natura intrinseca del nostro sistema capitalistico basato su accumulo irrefrenabile e incurante delle reali necessità e quindi degli sprechi. Secondo molti la crisi può essere un modo per riflettere e ridurre le nostre abitudini di consumatori. Ma come segnala James Surowiecki (Internazionale n.819 e NewYorker), il consumo negli USA è sì calato, ma solo ai livelli del 2005.<br />ST.Sicuramente eravamo arrivati ad un livello di consumo altissimo perchè il prezzo del cibo era calato e il redditto invece aumentava. Oggi con la crisi la situazione è capovolta: i prezzi salgono e i redditi scendono. La reazione è quindi sprecare e comprare di meno. Mi faccio però questa domanda: dopo la crisi torneremo a quei livelli o avremmo imparato qualcosa? Sono ottimista: in campo energetico abbiamo imparato molto ricorrendo in questi anni ad energie rinnovabili e meno inquinanti. Ci sono poi ragioni non economiche: il cibo è troppo buono per esser buttato via senza ritegno, ed è troppo legato alla nostra cultura e nostra storia.</p><p>P.Oggi è più facile parlare di ambiente, che sicuramente è di moda.<br />ST.Ci sono segnali incoraggianti. La gente vuole sapere più informazioni sulla provenienza del cibo che consuma. La consapevolezza cresce anche su come ciascuno può cambiare le cose. La nostra voce su un'economia sostenibile ad impatto minore oggi può contare di più.

    ha scritto il 

  • 4

    by filippo piredda

    Tristram Stuart , ricercatore a Cambridge, in viaggio in Italia e a Bologna per promuovere il suo saggio "Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare" (Bruno ...continua

    Tristram Stuart , ricercatore a Cambridge, in viaggio in Italia e a Bologna per promuovere il suo saggio "Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare" (Bruno Mondadori).</p><p>Secondo Stuart lo spreco del cibo non solo è profondamente ingiusto e immorale, ma è anche un enorme danno economico e un pericolo per la sopravvivenza dell'ecosistema del pianeta.</p><p>Il risultato delle sue indagini, condotte in mezzo mondo (Europa, Stati Uniti, Russia, Pakistan, India, Cina, Corea del Sud e Giappone) è sconcertante: il sistema della grande distribuzione arriva a distruggere nei paesi Occidentali ed "economicamente progrediti" circa un terzo del cibo prodotto. Come è arrivato a calcolare questo dato?</p><p>Si può fare un calcolo empirico sullo spreco misurandolo in supermercati, abitazioni etc... Ma è molto difficile, io invece ho preferito fare una semplice differenza tra cibo prodotto e consumato. In Italia ad esempio c'è un 188% di cibo in surplus rispetto alle effettive necessità.</p><p>Nel libro parla spesso della contraddizione tra la sovrabbondanza di cibo nei paesi occidentali e la povertà e fame del mondo che secondo il recente rapporto della FAO (Food Alimentation Organization), colpisce un miliardo di persone. Come si è arrivati a questo paradosso e soprattutto come se ne esce?</p><p>Questo miliardo di sottonutriti potrebbe essere sfamato solo con un quarto del cibo sprecato in Occidente. Il rapporto tra utilizzo delle risorse alimentari dei paesi abbienti e poveri è molto stretto e si basa sulle materie prime: il grano in tutto il mondo viene attinto delle stesse fonti e se ne produce secondo l'andamento dei consumi. Se i ricchi lo sprecano è ovvio che non ne resta sufficiente per i poveri. Per questo è cruciale la riduzione dello spreco. Anche nei paesi poveri c'è spreco a causa di carenze di infrastrutture sia nella produzione che nella conservazione del cibo. In India nei mercati ci sono montagne di frutta che rimangono sotto il sole e quindi marciscono prima. Gli investimenti internazionali dovrebbero concentrarsi anche su questi aspetti. Questa di cui parliamo sembrerebbe una tragedia, ma in realtà è una grande opportunità per imparare la riduzione degli sprechi a livello domestico e industrale.</p><p>Terzo punto fondamentale del libro sono le conseguenze ambientali di questo spreco, in che modo lo spreco inquina e distrugge l'ambiente?</p><p>Per produrre cibo c'è bisogno di terre, acqua, gas fossili etc. Meno ne abbiamo necessità, meno sprechiamo. Per irrigare cibo in eccesso negli USA si impiega una quantità di acqua che servirebbe a dar da bere a nove miliardi di persone. Un dato gravissimo se pensiamo a quanti nel mondo non hanno un facile accesso alle risorse idriche. Altro problema è quello della deforestazione che procede inarrestabile per far posto a terreni agricoli. In Asia e Sudamerica in questo modo si estendono le coltivazioni di soia che poi viene spedita in Europa per dar da mangiare agli animali. Riducendo il bisogno di soia, ridurremo anche la deforestazione. Altra cosa, i gas tossici dei rifiuti organici derivati della decomposizione del cibo sono molto più tossici dei gas serra per cui tanto ci preoccupiamo. Mi preme sottolineare come questo si potrebbe risolvere facilmente: rinunciare allo spreco non è difficile. Dobbiamo inoltre pensare allo spreco non solo per gli effetti su di noi, ma in ottica globale: le nostre singole azioni influiscono sull'ambiente di tutto il pianeta.</p><p>Stuart ha tratto le conseguenze delle sue teorie. L'abolizione dello spreco alimentare è diventato il suo stile di vita: dai tempi dell'univesità vive utilizzando cibo scartato o in procinto di scadenza. Come ha fatto?</p><p>Ho cominciato dieci anni fa a nutrirmi con il cibo dei cassonetti dei supermercati. Non lo faccio solo per un'avversione anticonsumistica, ma perchè il cibo è ancora buono ed è ingiusto buttarlo. Incontro tante persone povere o senzatetto che avrebbero bisogno di quel cibo e non capisco queste logiche commerciali. La mia protesta diventa grande perchè i supermercati non donino il cibo che gettano via permettendo a tante persone di mangiarlo in maniera sana senza dover frugare nella spazzatura.</p><p>Marks & Spencer, una delle catene di supermercati più famose del Regno Unito, riduce il prezzo dei prodotti prossimi alla scadenza: lo spreco è calato del 20%. In un'azienda che produce panini, sandwich, ho proposto di vendere il pane non utilizzato destinato al macero, circa 13mila fette al giorno, ad allevatori che l'hanno comprato come cibo per i loro animali. In questo modo non solo hanno risparmiato le 16£ la tonnellata che pagavano per il servizio discaricato, ma adirittura ora ne ricevono loro 25£, il guadagno è evidente. Noi semplici consumatori dobbiamo pensare alla riduzione dello spreco ancora prima di entrare in un negozio a far la spesa, non farci allettare dalle offerte e dalla sovrabbondanza degli scaffali. LastMinute Market a Bologna propone un'alternativa per i supermercati che donano il cibo non ancora scaduto. LastMinute Market poi redistribuisce ai bisognosi e alle associazioni che operano nel sociale.</p><p>Come reagiscono i supermercati e le grandi catene alle proposte di donazione?</p><p>So bene perchè i supermercati si comportano così. Negli ultimi anni c'è stato un incremento del dono non perchè abbiano capito e condiviso il senso della proposta, le vere motivazioni sono ben altre, cioè la crescente diffusione delle campagne sul cibo sprecato che non fanno buona pubblicità. La beneficienza fa fare bella figura. E inoltre così non pagano per portare al macero i rifiuti, o pagano meno le associazioni caritatevoli che ritirano il cibo ad un prezzo vantaggioso.</p><p>E' opinione condivisa che tra i fattori del collasso dell'economia ci sia la natura intrinseca del nostro sistema capitalistico basato su accumulo irrefrenabile e incurante delle reali necessità e quindi degli sprechi. Secondo molti la crisi può essere un modo per riflettere e ridurre le nostre abitudini di consumatori. Ma come segnala James Surowiecki (Internazionale n.819 e NewYorker), il consumo negli USA è sì calato, ma solo ai livelli del 2005.</p><p>Sicuramente eravamo arrivati ad un livello di consumo altissimo perchè il prezzo del cibo era calato e il redditto invece aumentava. Oggi con la crisi la situazione è capovolta: i prezzi salgono e i redditi scendono. La reazione è quindi sprecare e comprare di meno. Mi faccio però questa domanda: dopo la crisi torneremo a quei livelli o avremmo imparato qualcosa? Sono ottimista: in campo energetico abbiamo imparato molto ricorrendo in questi anni ad energie rinnovabili e meno inquinanti. Ci sono poi ragioni non economiche: il cibo è troppo buono per esser buttato via senza ritegno, ed è troppo legato alla nostra cultura e nostra storia.</p><p>Oggi è più facile parlare di ambiente, che sicuramente è di moda.</p><p>Ci sono segnali incoraggianti. La gente vuole sapere più informazioni sulla provenienza del cibo che consuma. La consapevolezza cresce anche su come ciascuno può cambiare le cose. La nostra voce su un'economia sostenibile ad impatto minore oggi può contare di più.

    ha scritto il