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Stirpe

Di

Editore: Einaudi (Supercoralli)

4.0
(464)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 249 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8806157736 | Isbn-13: 9788806157739 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
È il 1889, eppure si direbbe l'inizio del mondo. Michele Angelo e Mercede sono poco più che ragazzini quando s'incontrano per la prima volta, ma si riconoscono subito: "lui fabbro e lei donna". Quel rapido sguardo che si scambiano è una promessa silenziosa che li condurrà dritti al matrimonio, e che negli anni verrà rinnovata a ogni nascita. Dopo Pietro e Paolo, i gemelli, arriveranno Gavino, Luigi Ippolito, Marianna... La stirpe dei Chironi s'irrobustisce e Nuoro la segue di pari passo. Le strade cambiano nome e si allargano, accanto alla pesa per il bestiame spuntano negozi e locali alla moda, e se circolano più soldi nascono anche bisogni che prima non c'erano. Come i balconi da ingentilire lungo via Majore, a esempio, e Michele Angelo che sa del ferro come nessun altro, ed è capace di toccare la materia con lo sguardo prima di plasmarla - si spezza la schiena in officina per garantire prosperità alla sua famiglia. Ma "la felicità non piace a nessuno che non ce l'abbia", e infatti quei Chironi venuti su dal nulla, così fortunati, sono sulla bocca di tutti. È l'inizio della stagione terribile: i gemelli vengono trovati morti, mentre la Prima guerra mondiale raggiunge anche Nuoro, e bussa alla porta di casa Chironi proprio quando Gavino e Luigi Ippolito - taciturno e riflessivo il primo, deciso e appassionato il secondo - sono in età per essere arruolati...
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  • 0

    Figli.
    Figli, non importa se propri o adottivi o elettivi, non importa quanto tardi, o con quanta consapevolezza.
    Figli a cui trasmettere la sapienza, la presenza, l’essenza, in cui riconoscere e rive ...continua

    Figli.
    Figli, non importa se propri o adottivi o elettivi, non importa quanto tardi, o con quanta consapevolezza.
    Figli a cui trasmettere la sapienza, la presenza, l’essenza, in cui riconoscere e rivedere i gesti.
    Figli per non consegnarsi all’oblio della Storia.
    E’ questa l’immortalità per la gente comune: figli.

    In Stirpe è tracciata l’epopea di una famiglia, i Chironi, nata da Michele Angelo e Mercede Lai, entrambi senza radici: i semi.
    Dal vuoto cosmico al grumo solido dell’amore, di quelli che “durano esattamente un momento perfetto, il resto è solo rievocazione, ma quel momento può essere sufficiente a dare un senso a più di una vita.”

    La prima cantica, il paradiso: il rigoglio e l’orgoglio del lavoro che fa ingrandire l’officina di Michele Angelo, fabbro, e il rigoglio e l’orgoglio del ventre di Mercede, madre, che alleva, dopo averne partoriti due morti, quattro figli.
    Poi la cantica seconda, l’inferno: non la natura, ma l’uomo crudele, nell’accezione singola e collettiva, che spezza i fiori del paradiso, e azzera, con il tempo, il naturale desiderio di immortalità, il senso della vita.
    E’ un’epopea familiare dove gli attori sono colossi di dignità, rigati da piaghe di dolore, e lo sarebbero stati anche se lo “studiato” Filippo Ippolito, prima di venire triturato dalla prima guerra mondiale, non avesse costruito la leggenda degli avi, i Chirone “di quei Chironi che erano stati De Quiròn, poi Kirone, che, prima della cattività barbaricina, avevano allevato i cavalli sui quali si era posato il deretano santo di due Papi e quello molto laico di un Viceré...”
    [E’ assai difficile la vita per la gente comune. Assai più difficile che per notabili e cavalieri, e per i professori universitari che si fanno le pippe a base di Huysmans.]
    La terza Cantica, il Purgatorio, è la parte finale del romanzo nel quale, ormai inaspettata, ricompare la speranza, perché “La fine non è una fine.”

    Ci sono passaggi spigolosi e altri incandescenti e cangianti come il metallo sottoposto al fuoco.
    C’è il mare che Mercede vede la prima volta e da cui riceve le immagini per definire stati d’animo, il mare che toglie e il mare che porta.
    C’è la Storia, che trasforma Nur e lo riempie di palazzi, lo invade di cartoline precetto, di reduci monchi e poi di fascisti.
    E c’è il lavoro, e quello manuale ha una sapienza che nessun libro potrà spiegare: “Per imparare un mestiere non c'è altra strada che guardare.”

    Subisco il fascino del lavoro manuale in modo estremo.
    (l’homo sapiens è homo faber)
    Nelle parole del lavoro sono rimasta incantata/incastrata/incartata: nel canto del padre fabbro, che fa della forgiatura del metallo metafora della vita.
    “…la forgiatura è arte di combinare trazione, piegatura, compressione, punzonatura. È disciplina in cui è fondamentale capire quando bisogna fermarsi e quando bisogna avanzare. Proprio come sa fare tua sorella che riflette prima di parlare e non ha la tua insicurezza, o la presunzione di tuo fratello. Come fa lei, che
    osserva prima di giudicare e non ha la tua incapacità di decidere o l'irruenza cieca di tuo fratello.
    Tutto questo dovrai imparare, figlio, ma non posso assicurarti che troverai la felicità nemmeno quando l'avrai imparato.”
    Bello, sì, ma.
    Non siamo metalli, e non c’è nessun “artefice” nel nostro destino, né possiamo essere artefici del nostro fino in fondo.
    La felicità non è garantita da niente, non ci sono trucchetti né sapienze.
    E’ così random e casuale e momentanea ed effimera, che la si dovrebbe aspirare a occhi naso bocca orecchi aperti, appena ci sfiora.
    In quell’attimo perfetto che può dare senso a più di una vita.

    ha scritto il 

  • 0

    Scrittura cubista e fortemente allegorica. La segmentazione in frasi concise non aiuta. Perlomeno non ha aiutato me, sommersa da un fiume in piena di immagini nitidissime, spesso abbaglianti nei color ...continua

    Scrittura cubista e fortemente allegorica. La segmentazione in frasi concise non aiuta. Perlomeno non ha aiutato me, sommersa da un fiume in piena di immagini nitidissime, spesso abbaglianti nei colori, nei contrasti e nelle giustapposizioni.
    Controcanto di una storia, sia con maiuscola che con minuscola, spiraliformi. Non il gorgo vischioso e denso di "Cent'anni di solitudine", giammai: c'è una epifania, sontuosa e al contempo asciutta, soprattutto inaspettata, senza dubbio avvincente, in cui non si riscattano ma assumono senso e significato le prove, l'attesa, gli annullamenti.
    Geometria euclidea sotto forma di immagini.
    Fois dispiega una grande sapienza, usa con abilità e amorevole cura il flashback, narra della sua terra, disvela l'etimologia antropologica della Barbagia, racconta l'Italia postunitaria, della Grande Guerra e del secondo conflitto mondiale.
    Parla di nuoresi descrivendo l'orrore della Gorizia strappata agli Asburgo, dell'ecatombe di Caporetto, della Spagna signora dell'Isola Bella.
    L'idioma ufficiale talvolta scivola nell'asprezza e nell'apparente incomprensibilità della lingua locale, pura nel suo ferroso legame col latino repubblicano.
    Si avverte - preziosa la lettura del libriccino "In Sardegna non c'è il mare" - lo sdegno per l'avvento di una modernità scimmiottata, falsa perché fondata sul nulla che l'adesione bovina al nuovo cagiona, resa, però, con la sensibilità dell'artista.
    Mai i toni sono apocalittici come in altra letteratura "locale", mai paesaggistici, eppure questo popolo, qui soprattutto montanaro e concluso, è presente sempre, ad ogni istante: seduce, avvince, suscita profondo rispetto.
    Dopo pagine e pagine di freddo e di asperità si intravede prima, dirompe poi, anche il mare. Cagliari, naturalmente. Non derisa o disprezzata in uno sterile gioco di campanilismi bensì sotto il giusto cono di luce e d'ombra.
    Libro potente e vibrato, dove, secondo un modus tipico dell'Autore, dal micro si enuclea il macro, e il nord esiste perché c'è sempre un sud , facce della medesima medaglia.

    ha scritto il 

  • 4

    A lettura ultimata posso dire che Fois non mi ha assolutamente delusa, Stirpe è il racconto di una famiglia dei primi del Novecento, ambientata a Nuoro. Lo scrittore ci racconta di un'epoca molto lont ...continua

    A lettura ultimata posso dire che Fois non mi ha assolutamente delusa, Stirpe è il racconto di una famiglia dei primi del Novecento, ambientata a Nuoro. Lo scrittore ci racconta di un'epoca molto lontana dalla nostra realtà, ci racconta di una vita fatta di lavoro sodo, di sacrifici, di figli (tanti) ma il cui destino li strappa alla vita con vicissitudine varie e drammatiche, tra cui la guerra. I Chironi mi sono sembrati molto simili ai Malavoglia, gente ruvida ma onesta, che ha perso immeritatamente più di quello che ha guadagnato con sacrificio. Una bella saga concentrata in duecento pagine piene di vita, di lirismo e di mirati e calibrati flash back.

    ha scritto il 

  • 3

    Primo libro che leggo di questo autore. Ho trovato bella e coinvolgente la storia, una saga famigliare ambientata in una Nuoro di fine Ottocento - primi Novecento, ma un po' pesanti e sovrabbondanti c ...continua

    Primo libro che leggo di questo autore. Ho trovato bella e coinvolgente la storia, una saga famigliare ambientata in una Nuoro di fine Ottocento - primi Novecento, ma un po' pesanti e sovrabbondanti certi squarci lirici che inframmezzano la narrazione rendendola pesante e faticosa.
    La storia raccontata ha un sapore antico e lontano, intrisa com'è di una saggezza e di una dignità ormai dimenticate. Gente di poche parole, i Chironi protagonisti della narrazione, perchè le parole fanno parte delle cose superflue di cui si circondano i ricchi, mentre a loro basta avere le cose essenziali e con i silenzi e gli sguardi sanno dire tutto ciò che è necessario dire. Così, anche quando l'agiatezza economica consentirebbe loro di vivere con qualche comodità in più,preferiscono tenersi nell'ombra perchè conoscono bene "la regola del pelo dell'acqua in cui deve galleggiare per sempre la nostra esistenza. Mai sotto la superficie, mai sopra, sempre solo galleggiare ... sul filo, contro l'invidia, contro la commiserazione", per non attirare la malasorte.
    Eppure la malasorte non li abbandonerà mai, fino a decimare un po' alla volta l'intera famiglia, fino a togliere ogni speranza di vitalità a quella stirpe all’apparenza così forte e promettente. Poi il finale, sorprendente e insperato, lascia intravedere un futuro famigliare possibile, un riscatto futuro per tante sofferenze.
    Gli elementi per un libro eccellente ci sarebbero dunque tutti, compreso lo stile, il modo di raccontare le cose "dal di dentro" facendo muovere e parlare i personaggi stessi, l'uso quasi sempre non troppo invadente del dialetto... se non fosse per quegli squarci frequenti di eccessivo lirismo, sottolineati da Fois stesso con una grafia diversa, che spezzano il racconto senza amalgamarsi con esso, ma sovrapponendosi come un qualcosa di estraneo ed altro che contraddice l'essenzialità dei discorsi enunciata fin dalle prime pagine.

    ha scritto il 

  • 3

    Una storia fra milioni, di quelle che appartengono ad un altro secolo, quando si partorivano bambini su bambini perché poi a sopravvivere erano pochissimi. Morivano appena nati oppure in guerra e se p ...continua

    Una storia fra milioni, di quelle che appartengono ad un altro secolo, quando si partorivano bambini su bambini perché poi a sopravvivere erano pochissimi. Morivano appena nati oppure in guerra e se poi si abbatteva qualche tragedia la discendenza era veramente a rischio. E allora cosa rimane, per cosa si lotta, per chi si accumula se poi non resta nessuno a cui passare la propria storia? Michele Angelo Chirone e Mercede Lai vengono dal nulla e nessuno avrebbe mai scommesso sul loro futuro. Il loro incontro sembra sfidare la sorte amara a cui erano predestinati ma sara' un riscatto che avra' un prezzo molto alto. Bello ma la lettura in più parti e' davvero faticosa.

    ha scritto il 

  • 3

    "Così la forgiatura è l'arte di combinare trazione, piegatura, compressione, punzonatura. È la disciplina in cui è fondamentale capire quando bisogna fermarsi e quando bisogna avanzare"
    Allo stesso mo ...continua

    "Così la forgiatura è l'arte di combinare trazione, piegatura, compressione, punzonatura. È la disciplina in cui è fondamentale capire quando bisogna fermarsi e quando bisogna avanzare"
    Allo stesso modo il libro scorre, si ferma, fa riflettere, coinvolge nella storia. Non ho provato quell'essere dentro la storia, trascinata dalla corrente di sapere oltre cosa sarà con evidente coinvolgimento, ma complessivamente mi è piaciuto.

    ha scritto il 

  • 4

    Sta tutto dentro l’onomatopeia del titolo il sapore sardo di questo romanzo, ruvido e contratto, come tutti i personaggi che popolano questo commedia terrena scandita da cent’anni di solitudini, dei b ...continua

    Sta tutto dentro l’onomatopeia del titolo il sapore sardo di questo romanzo, ruvido e contratto, come tutti i personaggi che popolano questo commedia terrena scandita da cent’anni di solitudini, dei buddenbrook barbaricini al contrario, il cui silenzio è più espressivo delle loro parole, fatto di vini che macchiano il bicchiere e pane carasau.
    Sebbene le tragedie sembrano non toccare mai il fondo, la sapiente alchimia e forgiatura(come quella del patriarca protagonista) della prosa, che si tinge di qualche venatura di poesia, tiene il livello di pathos ad un livello duro da digerire come un panetto di piombo.
    IL patriarca gestisce/subisce/vive il destino della stirpe come una partita doppia, fra paradiso e inferno, in cui cerca di quadrare disperatamente ogni mastrino.
    Un’atto d’amore per la propria terra che mi ha intenerito la memoria delle mie conoscenze Nuoresi (virtuali e non) e voglia di risalire le mie di radici umili.
    La falda della letteratura italiana di stampo isolano sale decisamente in zona champions!

    ha scritto il 

  • 4

    Voto generoso, diciamo 3 stelline e mezzo. Epopea di una famiglia distrutta da una serie di disgrazie decisamente eccessiva, praticamente la storia di una serie di tragedie terrificanti. Poi c'è la Sa ...continua

    Voto generoso, diciamo 3 stelline e mezzo. Epopea di una famiglia distrutta da una serie di disgrazie decisamente eccessiva, praticamente la storia di una serie di tragedie terrificanti. Poi c'è la Sardegna aspra e brulla e di poche parole, come i protagonisti. Fois scrive bene, ma lo trovo un po' troppo ricercato, eccessivamente attento al suono, alla poesia, alla ricercatezza formale. insomma, non male, certo, ma non cercherò altri suoi libri.

    ha scritto il 

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