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Stirpe

Di

Editore: Einaudi (Supercoralli)

4.0
(480)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 249 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8806157736 | Isbn-13: 9788806157739 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
È il 1889, eppure si direbbe l'inizio del mondo. Michele Angelo e Mercede sono poco più che ragazzini quando s'incontrano per la prima volta, ma si riconoscono subito: "lui fabbro e lei donna". Quel rapido sguardo che si scambiano è una promessa silenziosa che li condurrà dritti al matrimonio, e che negli anni verrà rinnovata a ogni nascita. Dopo Pietro e Paolo, i gemelli, arriveranno Gavino, Luigi Ippolito, Marianna... La stirpe dei Chironi s'irrobustisce e Nuoro la segue di pari passo. Le strade cambiano nome e si allargano, accanto alla pesa per il bestiame spuntano negozi e locali alla moda, e se circolano più soldi nascono anche bisogni che prima non c'erano. Come i balconi da ingentilire lungo via Majore, a esempio, e Michele Angelo che sa del ferro come nessun altro, ed è capace di toccare la materia con lo sguardo prima di plasmarla - si spezza la schiena in officina per garantire prosperità alla sua famiglia. Ma "la felicità non piace a nessuno che non ce l'abbia", e infatti quei Chironi venuti su dal nulla, così fortunati, sono sulla bocca di tutti. È l'inizio della stagione terribile: i gemelli vengono trovati morti, mentre la Prima guerra mondiale raggiunge anche Nuoro, e bussa alla porta di casa Chironi proprio quando Gavino e Luigi Ippolito - taciturno e riflessivo il primo, deciso e appassionato il secondo - sono in età per essere arruolati...
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  • 4

    La tormentata (troppo?) vicenda della famiglia Chironi avvolge pagina dopo pagina. Come il film 900 di Bertolucci racconta le vicissitudini di una famiglia di contadini nell'Emilia, così La stirpe rac ...continua

    La tormentata (troppo?) vicenda della famiglia Chironi avvolge pagina dopo pagina. Come il film 900 di Bertolucci racconta le vicissitudini di una famiglia di contadini nell'Emilia, così La stirpe racconta una famiglia di fabbri (e non solo) nella provincia Sarda.

    Anche da Nur, poi Nuoro, passa la storia di inizio novecento con tutti i suoi drammi e cambiamenti.

    Fois scrive bene, nienta da dire.

    ha scritto il 

  • 5

    Non penso di esser capace di commentare una storia ed una scrittura così belle.
    Mi limito a consigliarne la lettura a chi ama la letteratura ed inserisco alcuni passaggi che ho sottolineato:

    Poi, se D ...continua

    Non penso di esser capace di commentare una storia ed una scrittura così belle.
    Mi limito a consigliarne la lettura a chi ama la letteratura ed inserisco alcuni passaggi che ho sottolineato:

    Poi, se Dio vuole, gli anni passano.
    E passano come devono passare, senza quasi nulla da dire. Che uno si fa un bilancio, da vecchio, e si rende conto di quanto belle siano state quelle stagioni della vita che scorrevano silenziose. Perché il chiasso della vita piace solo a chi pensa di doverlo raccontare, per tutti gli altri il silenzio è un privilegio.

    Anche su questo avevi ragione: che è meglio una felicità non nostra piuttosto che una nostra infelicità. Ora capisco quelle parole: ora capisco che è sempre vero, che sarà sempre vero, ma dubito che saranno in molti a capirlo ... Non fa niente ....

    Catgiu nacque per dimostrare che senza qualcuno che si prenda il peso del male, il bene non ha nessuna possibilità di esistere

    Quanto serva il dolore lo sa solo chi vigliaccamente, con prepotenza, ha crcato di sfuggirlo

    ha scritto il 

  • 5

    "Ci sono giorni di maggio in cui il pallore dell'aria ricopre la campagna di una tristezza vaghissima. E può accadere di convincersi che sia proprio quella malinconia sottile a determinare il senso di ...continua

    "Ci sono giorni di maggio in cui il pallore dell'aria ricopre la campagna di una tristezza vaghissima. E può accadere di convincersi che sia proprio quella malinconia sottile a determinare il senso di qualcosa di indefinito , come un nodo alla gola.
    Ecco, in quel maggio, forse solo per un istante, si sentì la febbre sottile del mutamento".
    Un romanzo meraviglioso! Breve, appena 250 pagine, ma che ti costringe a proseguire lentamente nella lettura, per non perdere nessuna sfumatura, nessun riferimento, nessuna eco.
    Ecco, se fossi uno scrittore vorrei scrivere esattamente come Marcello Fois.
    ""Gli amori durano esattamente un momento perfetto, il resto è solo rievocazione, ma quel momento può essere sufficiente a dare un senso a più di una vita "

    ha scritto il 

  • 5

    Romanzo maturo dell'autore che descrive la saga di una famiglia sarda affrontando i temi dell'innamoramento, dell'amore, della famiglia, le relazioni umane, la guerra, la morte, l'omosessualità, il do ...continua

    Romanzo maturo dell'autore che descrive la saga di una famiglia sarda affrontando i temi dell'innamoramento, dell'amore, della famiglia, le relazioni umane, la guerra, la morte, l'omosessualità, il dolore, la speranza e la rinascita... in questo bellissimo libro c'è tutto.. si parla di vita... Assolutamente consigliato!!

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Proprio quando tutto sembra immobile, stabile di una stabilità complessa, proprio in quel momento, quando l’equilibrio pare immortale, quando pare che la stasi abbia preso il sopravvento, allora si insinua il tarlo dell’incertezza, l’ansia sottile della d

    La storia della sfortunata famiglia Chironi in terra di Sardegna, nel nuorese, da fine ottocento al dopoguerra. Michele Angelo e Mercede, entrambi orfani adottati, si incontrano giovanissimi , si aman ...continua

    La storia della sfortunata famiglia Chironi in terra di Sardegna, nel nuorese, da fine ottocento al dopoguerra. Michele Angelo e Mercede, entrambi orfani adottati, si incontrano giovanissimi , si amano e si sposano. Ma questo è il Paradiso. Poi viene l’Inferno, perché Lui che sta lassù con una mano dà e con l’altra toglie. E anche a stare modesti sempre e non sbattere in faccia a nessuno il benessere, non si passa inosservati. Lui se li prende tutti i loro figli e tutti malamente. Alla fine anche Mercede, che pure è sempre stata forte, si arrende e sparisce. Così per Michele Angelo inizia il Purgatorio, solo, con l’ultima figlia miracolosamente scampata, anche lei vedova e senza la sua bambina. Però un bel giorno qualcuno bussa alla loro porta e allora per Michele Angelo si intravede una nuova speranza di continuità, perché “la fine non è una fine”.

    ha scritto il 

  • 5

    Signor Marcello Fois,

    le seguenti righe per informarla del fatto che dopo la lettura di Stirpe, anteceduta dalla lettura di Memoria del vuoto, non posso far altro che annoverarla tra quegli autori che scrivendo hanno dispi ...continua

    le seguenti righe per informarla del fatto che dopo la lettura di Stirpe, anteceduta dalla lettura di Memoria del vuoto, non posso far altro che annoverarla tra quegli autori che scrivendo hanno dispiegato ai miei occhi le pieghe del sentire umano, non solo raccontandole ma anche motivando il perché fossero pieghe. Lei, signor Fois, - ed Ernesto Sabato, e Cormac McCarthy e William Faulkner, a questi ora penso, che parlano con un timbro e un'onestà e una chiarezza molto simili – ha usato parole e formulato pensieri e ‘srotolato’ riflessioni che indagano senza riserve nella profondità dell’uomo, fino alla bestia, con una lingua, una musicalità, una poesia che spesso mi distraggono dalla trama dei fatti per la loro bellezza e per la sensazione di partecipazione che suscitano.
    Ecco.

    ha scritto il 

  • 4

    Saga familiare forte e intensa con quella cifra di stile e ambientazione tipica degli scrittori sardi, come se l’asprezza e la bellezza violenta di quella magnifica terra dettasse lo stile dei suoi ca ...continua

    Saga familiare forte e intensa con quella cifra di stile e ambientazione tipica degli scrittori sardi, come se l’asprezza e la bellezza violenta di quella magnifica terra dettasse lo stile dei suoi cantori. Una storia che inizia ai primi del 900, a Nuoro, con il matrimonio un po' forzato di Michele Angelo, fabbro di poche parole ma dalle intuizioni geniali e Mercede, donna determinata e dignitosa. E “Stirpe” è la loro vita, fatta di piccole felicità e grandi tragedie, quella dei loro figli, quella di gente modesta consapevole dell’ineluttabilità delle disgrazie, eroi del sacrificio portato avanti con una rassegnazione che non è mai immobilismo ma stoico procedere tra le avversità.
    «Bisogna dare un nome alle cose: quella lavorazione si chiama forgiatura…A volte ti sentirai schiacciato dalle responsabilità, eppure dalla sapienza con cui saprai imparare a volgere in bene questo male potrai dichiararti uomo, in officina la chiamiamo compressione...Poi viene la punzonatura, che corrisponde a lasciare un segno, una depressione, un foro. Oh, sentirai ferite tremende, saette che ti trapasseranno la carne. Esporrai a chiunque il tuo cuore spostando i lembi del petto, per dire: Eccomi. Farai tutti gli errori che è necessario fare e anche qualcuno in più. Ognuno di questi errori ti lascerà un marchio. Allora, figlio, basterà che tu pensi che quelle non sono ferite, ma trofei, decorazioni. Segni della tua forza»
    Fois mi piace, tanto. Il suo linguaggio sembra nato e cresciuto tra le rocce della sua terra, carico di pathos e dolore, essenziale e ruvido, secco e lirico al tempo stesso.

    ha scritto il 

  • 0

    Figli.
    Figli, non importa se propri o adottivi o elettivi, non importa quanto tardi, o con quanta consapevolezza.
    Figli a cui trasmettere la sapienza, la presenza, l’essenza, in cui riconoscere e rive ...continua

    Figli.
    Figli, non importa se propri o adottivi o elettivi, non importa quanto tardi, o con quanta consapevolezza.
    Figli a cui trasmettere la sapienza, la presenza, l’essenza, in cui riconoscere e rivedere i gesti.
    Figli per non consegnarsi all’oblio della Storia.
    E’ questa l’immortalità per la gente comune: figli.

    In Stirpe è tracciata l’epopea di una famiglia, i Chironi, nata da Michele Angelo e Mercede Lai, entrambi senza radici: i semi.
    Dal vuoto cosmico al grumo solido dell’amore, di quelli che “durano esattamente un momento perfetto, il resto è solo rievocazione, ma quel momento può essere sufficiente a dare un senso a più di una vita.”

    La prima cantica, il paradiso: il rigoglio e l’orgoglio del lavoro che fa ingrandire l’officina di Michele Angelo, fabbro, e il rigoglio e l’orgoglio del ventre di Mercede, madre, che alleva, dopo averne partoriti due morti, quattro figli.
    Poi la cantica seconda, l’inferno: non la natura, ma l’uomo crudele, nell’accezione singola e collettiva, che spezza i fiori del paradiso, e azzera, con il tempo, il naturale desiderio di immortalità, il senso della vita.
    E’ un’epopea familiare dove gli attori sono colossi di dignità, rigati da piaghe di dolore, e lo sarebbero stati anche se lo “studiato” Filippo Ippolito, prima di venire triturato dalla prima guerra mondiale, non avesse costruito la leggenda degli avi, i Chirone “di quei Chironi che erano stati De Quiròn, poi Kirone, che, prima della cattività barbaricina, avevano allevato i cavalli sui quali si era posato il deretano santo di due Papi e quello molto laico di un Viceré...”
    [E’ assai difficile la vita per la gente comune. Assai più difficile che per notabili e cavalieri, e per i professori universitari che si fanno le pippe a base di Huysmans.]
    La terza Cantica, il Purgatorio, è la parte finale del romanzo nel quale, ormai inaspettata, ricompare la speranza, perché “La fine non è una fine.”

    Ci sono passaggi spigolosi e altri incandescenti e cangianti come il metallo sottoposto al fuoco.
    C’è il mare che Mercede vede la prima volta e da cui riceve le immagini per definire stati d’animo, il mare che toglie e il mare che porta.
    C’è la Storia, che trasforma Nur e lo riempie di palazzi, lo invade di cartoline precetto, di reduci monchi e poi di fascisti.
    E c’è il lavoro, e quello manuale ha una sapienza che nessun libro potrà spiegare: “Per imparare un mestiere non c'è altra strada che guardare.”

    Subisco il fascino del lavoro manuale in modo estremo.
    (l’homo sapiens è homo faber)
    Nelle parole del lavoro sono rimasta incantata/incastrata/incartata: nel canto del padre fabbro, che fa della forgiatura del metallo metafora della vita.
    “…la forgiatura è arte di combinare trazione, piegatura, compressione, punzonatura. È disciplina in cui è fondamentale capire quando bisogna fermarsi e quando bisogna avanzare. Proprio come sa fare tua sorella che riflette prima di parlare e non ha la tua insicurezza, o la presunzione di tuo fratello. Come fa lei, che
    osserva prima di giudicare e non ha la tua incapacità di decidere o l'irruenza cieca di tuo fratello.
    Tutto questo dovrai imparare, figlio, ma non posso assicurarti che troverai la felicità nemmeno quando l'avrai imparato.”
    Bello, sì, ma.
    Non siamo metalli, e non c’è nessun “artefice” nel nostro destino, né possiamo essere artefici del nostro fino in fondo.
    La felicità non è garantita da niente, non ci sono trucchetti né sapienze.
    E’ così random e casuale e momentanea ed effimera, che la si dovrebbe aspirare a occhi naso bocca orecchi aperti, appena ci sfiora.
    In quell’attimo perfetto che può dare senso a più di una vita.

    ha scritto il 

  • 0

    Scrittura cubista e fortemente allegorica. La segmentazione in frasi concise non aiuta. Perlomeno non ha aiutato me, sommersa da un fiume in piena di immagini nitidissime, spesso abbaglianti nei color ...continua

    Scrittura cubista e fortemente allegorica. La segmentazione in frasi concise non aiuta. Perlomeno non ha aiutato me, sommersa da un fiume in piena di immagini nitidissime, spesso abbaglianti nei colori, nei contrasti e nelle giustapposizioni.
    Controcanto di una storia, sia con maiuscola che con minuscola, spiraliformi. Non il gorgo vischioso e denso di "Cent'anni di solitudine", giammai: c'è una epifania, sontuosa e al contempo asciutta, soprattutto inaspettata, senza dubbio avvincente, in cui non si riscattano ma assumono senso e significato le prove, l'attesa, gli annullamenti.
    Geometria euclidea sotto forma di immagini.
    Fois dispiega una grande sapienza, usa con abilità e amorevole cura il flashback, narra della sua terra, disvela l'etimologia antropologica della Barbagia, racconta l'Italia postunitaria, della Grande Guerra e del secondo conflitto mondiale.
    Parla di nuoresi descrivendo l'orrore della Gorizia strappata agli Asburgo, dell'ecatombe di Caporetto, della Spagna signora dell'Isola Bella.
    L'idioma ufficiale talvolta scivola nell'asprezza e nell'apparente incomprensibilità della lingua locale, pura nel suo ferroso legame col latino repubblicano.
    Si avverte - preziosa la lettura del libriccino "In Sardegna non c'è il mare" - lo sdegno per l'avvento di una modernità scimmiottata, falsa perché fondata sul nulla che l'adesione bovina al nuovo cagiona, resa, però, con la sensibilità dell'artista.
    Mai i toni sono apocalittici come in altra letteratura "locale", mai paesaggistici, eppure questo popolo, qui soprattutto montanaro e concluso, è presente sempre, ad ogni istante: seduce, avvince, suscita profondo rispetto.
    Dopo pagine e pagine di freddo e di asperità si intravede prima, dirompe poi, anche il mare. Cagliari, naturalmente. Non derisa o disprezzata in uno sterile gioco di campanilismi bensì sotto il giusto cono di luce e d'ombra.
    Libro potente e vibrato, dove, secondo un modus tipico dell'Autore, dal micro si enuclea il macro, e il nord esiste perché c'è sempre un sud , facce della medesima medaglia.

    ha scritto il 

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