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Stirrings still - Ultimi sussulti

By Samuel Beckett

(10)

| Softcover | 9788871984346

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Book Description

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    *** This comment contains spoilers! ***

    Eccitazioni ancora

    «Eccitazioni Ancora»: un altro modo di tradurre l’espressione «Stirrings Still».
    «Eccitazioni ancora» e «Ultimi Sussulti», due espressioni apparentemente contraddittorie, per sottolineare l’eterno dilemma beckettiano tra il continuare e il finire. U ...(continue)

    «Eccitazioni Ancora»: un altro modo di tradurre l’espressione «Stirrings Still».
    «Eccitazioni ancora» e «Ultimi Sussulti», due espressioni apparentemente contraddittorie, per sottolineare l’eterno dilemma beckettiano tra il continuare e il finire. Un altro modo per dire: «Essere o non essere?». Un altro modo ancora per illudersi di potere scegliere e per ingannare il tempo che separa il nulla da noi e noi dal nulla.

    Stirrings Still è da molti considerato, in un certo senso, la sintesi della poetica beckettiana, un poemetto in tre parti, di grande asciuttezza formale e stilistica, elegantissimo e caratterizzato da un lirismo composto, ma non per questo, meno disperante nella sua assenza assoluta di risposte agli eterni interrogativi: Andare o fermarsi? Andare dove? Andare Perché? E allora fermarsi, ma a che scopo? Ad aspettare Godot.

    Nella prima parte del libro, intitolata: «One night as he sat at his table…», una notte, o un giorno, un impersonale «Egli», seduto ad un tavolo, con la testa tra le mani, vede se stesso alzarsi ed andarsene. O meglio, vede se stesso iniziare ad andarsene, su piedi invisibili, un giorno o una notte in cui, Beckett ci fa sapere, la sua luce si era da tempo già spenta, così come si era spenta in seguito anche la debole luce che filtrava da una finestra. Da quel momento i giorni e le notti non avevano più alcuna possibilità di distinguersi gli uni dalle altre.
    Non so se significa qualcosa, ma vale la pena di ricordare che Stirrings Still fu l’ultima opera di Beckett e venne terminata, dopo anni che giaceva incompiuta, solo dopo la morte della sua compagna di una vita: Suzanne, e solo per fare un favore ad un vecchio amico. L’opera forse rappresenta gli ultimi sussulti dell’uomo Beckett, un uomo solo, stanco, la cui «luce» si è spenta da tempo. Un uomo che non ha più desiderio di vedere che cosa c’è sotto la finestra, sulla terra, perché sa fin troppo bene che cosa ci sia e non ha alcuna voglia di vederlo e che preferisce guardare sopra la finestra, il cielo senza nuvole, una dimensione trascendentale e ricordarsi della sua debole ed immutabile luce, diversa da qualunque altra luce.
    «Quella luce dall’esterno
    Che da quando la sua si era spenta
    Era diventata la sua sola luce
    Finché anch’essa a sua volta
    Si spense
    E lo lasciò nel buio.
    Finché anch’essa a sua volta si spense.»

    E’ quest’uomo crepuscolare che vive un inaspettato sdoppiamento, una out of body experience, potremmo dire, mentre giace seduto con la testa tra le mani. E sempre quest’uomo rimane inane ad osservare il suo sosia, prima fare dei blandi tentativi d’alzarsi dalla sedia, poi compiere dei movimenti d’allontanamento lentissimi, quasi impercettibili e via via acquisire sempre maggiore destrezza sino a sparire e riapparire più volte in diversi punti della stanza ed ad uscire fuori di casa all’aperto. Lasciando «Egli» solo, accasciato a quel tavolo al quale anche Darley, giovane medico amico di Beckett scomparso prematuramente, lo lasciò quando morì; a quello stesso tavolo a cui lo lasciarono altri prima e dopo di lui, a quello stesso tavolo a cui lo lasceranno altri ancora, finché anch’egli, a sua volta.
    Il suo sosia, vestito come lui quando se ne andava, con mantello e cappello, se ne va lasciandolo con una mezza speranza di rivederlo, con una mezza paura che non ritorni mai più, con l’interrogativo se farà mai ritorno, o semplicemente aspettando.
    «Aspettando
    di vedere
    se sarebbe
    o non sarebbe riapparso.
    A lasciarlo o no da solo
    di nuovo
    ad aspettare il nulla
    di nuovo.»

    «Egli» rimane al tavolo con i soli ricordi della sua luce, con le eco lontane del mondo, fatte dei rintocchi ora chiari e ora deboli di un orologio che suona le ore e le mezze, fatte di gridi lontani, ora deboli ora chiari. Non ci sono più strade da percorrere rasentando muri, non ci sono giorni che si susseguono al buio, ora non c’è neppure il desiderio di alzare la tesa, dopo tutto ciò che quella testa aveva fatto, per guardarsi le mani, dopo tutto quello che quelle mani erano state. Nulla ha più importanza alcuna, nemmeno il proprio doppio che si stacca da lui. Nulla tranne quei rintocchi, quei gridi, gli stessi di sempre, sino alla fine, del tempo, della pena e di se stesso.

    Nella seconda parte, intitolata: «As one in his right mind…», il sosia, staccato dall’altro, vive un’esperienza di completa estraniazione.
    I rintocchi dell’orologio, quelli che segnano le ore e le mezze ore, quelli uditi innumerevoli volte nei giorni della sua reclusione, quand’era avvinto e un tutt’uno con l’altro, non sono meno o più nitidi ora che egli vaga all’esterno ed anche le grida e la loro provenienza non sono ora maggiormente determinabili. Lo spettro cerca conforto a questi pensieri, senza successo. Anche il suo camminare è silenzioso come quando camminava sul pavimento. Queste circostanze inspiegabili lasciano lo spettro sgomento, a tal punto che per scacciare l’angoscia crescente, egli cerca, se non di non udire, almeno di non ascoltare. Ed inizia a guardare. Il fantasma si trova su un prato. Ma anche questa visione non è di conforto, poiché non ricorda di avere mai visto un prato simile, sconfinato, immenso, senza alcun tipo di confine a cui fare ritorno. Persino l’erba, lungi dall’essere verde e corta, brucata da greggi e mandrie, era lunga e grigiastra, quasi bianca. Allora, se non gli era possibile neppure smettere di vedere, il fantasma cerca almeno si non guardare. Ed inizia così a meditare. Ma tosto stanco anche di frugare nelle rovine della sua mente, lo spettro prese semplicemente ad andare tra l’erba bianca, senza sentire né vedere, senza alcuna domanda e senza nulla sapere e senza alcuna meta in vista.

    Lo spettro, cioè, mutato lo spazio dove vive, si ritrova ineluttabilmente nella stessa condizione del suo alter ego, rimasto ad attenderlo o non attenderlo in casa, seduto di fronte al tavolo, con la testa fra le mani.
    «Nulla sapendo e
    - ciò che è più -
    senza alcun desiderio di sapere
    e in verità senza alcun desiderio
    di nessun tipo
    e perciò senza alcuna pena
    salvo che
    avrebbe desiderato
    che i rintocchi cessassero
    e i gridi
    veramente
    ed era dolente
    che non fosse così.»

    La terza parte, intitolata: «So on…», rappresenta il culmine della narrazione. Lo spettro vaga senza meta, quando una domanda incompiuta sorge nei recessi della sua mente:
    «Oh how and here a word
    He could not catch
    It were to end
    Where never till end»

    « Oh come / e qui una parola
    Che egli non riuscì ad afferrare /
    sarebbe finire
    Laddove mai ancora si è stati»

    L’angoscia, a questo punto, è spaventosa. Che fare? Spingersi in avanti nella prospettiva che la parola mancante sia «bello» o fermarsi nell’ipotesi che la parola inaudita fosse «brutto»?
    Così grande era il tumulto del così detto pensiero, che l’ombra non può che sperare, proprio come il suo doppio fisico abbandonato sulla sedia, la propria morte e con essa la fine del dolore:
    «Non importa come
    non importa dove.
    Tempo
    e pena
    e cosiddetto se stesso.
    Oh
    che tutto
    finisse.»

    Le continue allitterazioni, sia a livello semantico sia a livello fonetico, che si susseguono nel testo, non fanno altro che ribadire, l’inutile ripetersi delle azioni inani cui il protagonista e il suo doppio sono sottoposti. Azioni che non possono spiegare nulla e non possono liberare l’uomo dal dolore del nulla.
    L’opera, a mio giudizio, è da leggersi assolutamente in lingua. E questo poiché, come è ovvio e come premette anche il traduttore, a livello fonetico è impossibile tradurre le ricorrenti allitterazioni che concorrono alla così tipica musicalità dell’opera. Il traduttore è pertanto costretto a limitare l’armonia del testo ad un piano meramente metrico. Ne consegue, che la musicalità della lettura dell’opera, nella versione tradotta, risulta invariabilmente compromessa.
    La presente edizione propone un testo bifronte: il testo originale dell’opera in lingua inglese (in seguito, Beckett tradusse l’opera anche in francese) e la traduzione in italiano ad opera di Sergio Cigada.

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    Lulù said on Sep 5, 2010 | 1 feedback

Book Details

  • Rating:
    (10)
    • 5 stars
    • 4 stars
  • Softcover 69 Pages
  • ISBN-10: 887198434X
  • ISBN-13: 9788871984346
  • Publisher: Sugarco Edizioni
  • Publish date: 1997-01-01
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