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Storia della follia nell'età classica

Di

Editore: Rizzoli (BUR Alta fedeltà)

4.4
(270)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 819 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8817046620 | Isbn-13: 9788817046626 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Franco Ferrucci , Emilio Renzi , Vittore Vezzoli ; Curatore: M. Galzigna , Beatrice Catini

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: History , Non-fiction , Philosophy

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Descrizione del libro
Ricostruendo la funzione storica e culturale della follia, nella fase cruciale che va dal tardo Medioevo alla Rivoluzione industriale, Foucault rintraccia le radici del funzionamento della società occidentale, a partire dai meccanismi di esclusione e criminalizzazione di ogni forma di diversità e di devianza. L'esito è un'opera capitale, che ha segnato la storia del pensiero europeo. Una narrazione serrata e avvincente, in cui trovano spazio le voci, rare ma decisive, che hanno squarciato il velo sulla follia e la sua tragedia, da Sade a Nietzsche, da Van Gogh ad Artaud. Questa nuova edizione costituisce la prima versione completa in lingua italiana, con l'aggiunta di passi mai tradotti e la Prefazione alla prima edizione del 1961.
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  • 4

    "Non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto. E da molto tempo si sa bene che l'uomo non comincia con la libertà ma con il limite e con la linea dell'invalicabile."


    Vivevamo in piccole e fredde gabbie con le sbarre di legno, una piccola pressione e queste ci las ...continua

    "Non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto. E da molto tempo si sa bene che l'uomo non comincia con la libertà ma con il limite e con la linea dell'invalicabile."

    Vivevamo in piccole e fredde gabbie con le sbarre di legno, una piccola pressione e queste ci lasciavano andare. Ora viviamo in immense e comode gabbie ma le sbarre sono fatte di un materiale adamantino e plastico, con grandi sforzi puoi piegarle ma non ti lasceranno mai passare.

    ha scritto il 

  • 5

    “Le persone che amo, le utilizzo. Il solo segno
    di riconoscimento che si possa testimoniare
    a un pensiero […] è precisamente di utilizzarlo,
    di deformarlo, di farlo stridere, gridare. Allora,
    dicano pure i commentatori se si è o non si è
    fedeli, ciò non ha alcun inte ...continua

    “Le persone che amo, le utilizzo. Il solo segno
    di riconoscimento che si possa testimoniare
    a un pensiero […] è precisamente di utilizzarlo,
    di deformarlo, di farlo stridere, gridare. Allora,
    dicano pure i commentatori se si è o non si è
    fedeli, ciò non ha alcun interesse”
    (Michel Foucault, 1975)

    ha scritto il 

  • 4

    Il "Grande Internamento" è la tracciatura di una linea di separazione ben marcata tra ragione e follia che passa per l'istituzione delle grandi case di internamento per poveri, disoccupati, corrigendi e insensati, a un tempo luoghi di assistenza e repressione, beneficio e punizione, ma legati a n ...continua

    Il "Grande Internamento" è la tracciatura di una linea di separazione ben marcata tra ragione e follia che passa per l'istituzione delle grandi case di internamento per poveri, disoccupati, corrigendi e insensati, a un tempo luoghi di assistenza e repressione, beneficio e punizione, ma legati a nessuna idea medica quanto piuttosto a un'istanza di ordine e a un esercizio di riforma e coercizione morale (stupefacente sintesi di obbligo morale e legge civile, morale impartita per via d'assegnazione amministrativa), assecondando così l'idea borghese secondo cui la virtù è un affare di Stato e la repubblica del bene va imposta con la forza a tutti quelli sospettati di appartenere al male. Insomma, prigioni dell'ordine morale fondate sull'idea che se si è riusciti a sottomettere al giogo taluni animali feroci, non si deve disperare di correggere l'uomo che si è fuorviato.

    ha scritto il 

  • 5

    Ok, è lunghissimo e prolisso in certi punti. Ma è una lettura assolutamente indispensabile. Libro imbevuto di una cultura stupefacente, ogni pagina è una scoperta e un arricchimento personale.
    Stupefacente nel senso più pieno del termine, un'opera magistrale e maestosa.

    "Ricostruendo ...continua

    Ok, è lunghissimo e prolisso in certi punti. Ma è una lettura assolutamente indispensabile. Libro imbevuto di una cultura stupefacente, ogni pagina è una scoperta e un arricchimento personale.
    Stupefacente nel senso più pieno del termine, un'opera magistrale e maestosa.

    "Ricostruendo la fenomenologia storica e cultura della follia [...] rintraccia i segni e le radici che stanno alla base del funzionamento della nostra società. A partire dai meccanismi di esclusione e di criminalizzazione di ogni forma di diversità e di devianza".

    ha scritto il 

  • 5

    Un singolare libro di morale

    "Compito del pensiero, ha detto una volta Michel Foucault, è rendere difficili i gesti troppo facili. Compito tanto più complicato e drammatico quando si ha a che fare con le cose che, a loro volta, sono le più difficili. E occuparsi della follia è di certo una di quelle, forse la più difficile d ...continua

    "Compito del pensiero, ha detto una volta Michel Foucault, è rendere difficili i gesti troppo facili. Compito tanto più complicato e drammatico quando si ha a che fare con le cose che, a loro volta, sono le più difficili. E occuparsi della follia è di certo una di quelle, forse la più difficile di tutte. Il lavoro instancabile compiuto da Foucault nella forma del dissodamento e della ricostruzione delle modulazioni molteplici, variabili, eterogenee, della complicata trama di discorsi e di pratiche a partire da cui gli uomini si sono curati della follia – anche se in genere di quella degli altri – può essere ricondotto, forse persino ridotto, al tentativo di rompere le evidenze accecanti e le certezze troppo sicure di sé affinché gesti appunto troppo facili – internare un uomo, soffocarne o sequestrarne la parola, sospenderne i diritti, somministrargli un farmaco, fissarne l’identità, poco importa se definita come patologica – ritornino a essere difficili. Tutte le conoscenze che sull’enigma della follia si sono costruite, tutti i saperi che sul tentativo di ridurre, se non di abolire, il rapporto “tra l’uomo e i suoi fantasmi, il suo impossibile, il suo dolore senza corpo, la sua carcassa durante la notte” si sono formati, tutti i discorsi che sullo sforzo di rischiarare, se non di cancellare, l’oscura appartenenza dell’uomo alla sragione, si sono edificati, prima e più radicalmente di quanto essi fossero già in grado di fare da soli, Foucault li ha costretti a interrogarsi su di sé – ovvero a compiere quell’esercizio critico, e autocritico, che rappresenta, da almeno due secoli a questa parte, ciò che è più proprio della riflessività e della coscienza di sé di una modernità che si è venuta sviluppando contemporaneamente alla costituzione di un sapere psicologico e psicopatologico. E lo ha fatto proprio perché era convinto che quei saperi e quei discorsi potessero sussistere – come del resto possono vivere una società, o addirittura un individuo – solo nel e grazie al lavoro effettuato su se stessi, in virtù dell’esercizio di una critica permanente su di sé e sulle istituzioni, gli apparati, i dispositivi, di cui si sono dotati. Era insomma a questo lavoro del pensiero su se stesso, all’interno di una scena nella quale il pensiero è una forza accanto ad altre forze che entrano in gioco, si mettono a rischio, affrontano dei pericoli, che Foucault aveva ridato, dopo Nietzsche, ma in altro modo, il nome antico di genealogia – e addirittura, come si era arrischiato a dire in qualche rara occasione, di “genealogia della morale”. Non è un caso, allora, se un giorno, introducendo l’edizione americana dell’Anti-Edipo (originariamente pubblicato in Francia nel 1972), Foucault ha scritto che si trattava di “un libro di etica”, anzi del “primo libro di etica apparso in Francia da ormai molto tempo”. Stava parlando di un libro e di un’etica singolari. Quel che però lì Foucault non diceva è che quel libro era stato a sua volta reso possibile anche dal libro che lui aveva scritto dieci anni prima (Storia della follia nell'età classica,1961). Qui vorremmo allora sostenere che quel libro è un libro morale, forse persino un libro di morale, e addirittura un libro che è opera di “un moralista”, come a Foucault (secondo una fonte apocrifa) accadde di definirsi una volta. Ma un moralista di tipo nuovo, il quale, piuttosto che “farci la morale” – com’è accaduto da quando questa è stata ridotta, come avevano già denunciato, ciascuno a suo modo, Kant e Nietzsche, alla semplice enunciazione normativa di un codice che ha finito con l’identificarsi con “tutti i precetti antichi e moderni”, con la Legge, infine addirittura con il diritto –, ha immaginato le forme possibili di una “rivoluzione morale”. Una rivoluzione a partire dalla quale fosse nuovamente possibile immaginare una pratica della democrazia in cui l’esperienza della sragione avrebbe potuto trovare un suo luogo, magari instabile, incerto, provvisorio, ma pur tuttavia aperto a una modulazione agonistica, a un affrontamento interminabile, nel quadro dei rimaneggiamenti incessanti, perché indecidibili, dei nostri “giochi del vero e del falso”.
    Vi sono libri il cui singolare destino è quello di diventare qualcosa di più e di diverso da un libro. Si tratta di quei libri che trasformano i nostri modi di percepire e di pensare, e insieme i nostri modi di essere e di vivere. Libri che modificano la concezione che ci facciamo di un oggetto o di un problema, e che con una necessità altrettanto rigorosa implicano che i gesti con cui ci accostiamo a loro, i rapporti che intratteniamo con essi, non siano più i medesimi. Per molti, la thèse pubblicata nel 1961 è stato uno di questi libri, punto di partenza di tutte le sue indagini successive. (...)"

    Tratto da Aut Aut n.351 - Saggio di Mauro Bertani (qui riportato parzialmente) intitolato "Un'opera morale" pg.71/72/73. Il numero 351 della rivista Aut Aut è dedicato al cinquantesimo anniversario della pubblicazione di Storia della Follia (1961 - 2011).

    Maggiori informazioni sul numero 351: http://saggiatore.it/aut-aut/

    ha scritto il 

  • 5

    pagine 142-143

    L'alternanza è chiara: mano d'opera a buon mercato nei periodi di pieno impiego e di alti salari; e in periodo di disoccupazione riassorbimento degli oziosi e protezione sociale contro l'agitazione e le sommosse. Non dimentichiamo che le prime case d'internamento appaiono in Inghilterra nei centr ...continua

    L'alternanza è chiara: mano d'opera a buon mercato nei periodi di pieno impiego e di alti salari; e in periodo di disoccupazione riassorbimento degli oziosi e protezione sociale contro l'agitazione e le sommosse. Non dimentichiamo che le prime case d'internamento appaiono in Inghilterra nei centri più industrializzati del paese [...]; che il primo Hopital général è stato aperto a Lione, quarant'anni prima che a Parigi; che la prima tra tutte le città tedesche, Amburgo, ha il suo Zuchtaus fin dal 1620. Il suo regolamento, pubblicato nel 1622, è molto preciso. Tutti gli internati devono lavorare. Si tiene conto esattamente del valore della loro opera, e si dà loro il quarto di esso. Perché il lavoro non rappresenta soltanto un'occupazione: dev'essere produttivo.

    ha scritto il