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Storia della follia nell'età classica

con l'aggiunta di "La follia, l'assenza di opera" e "Il mio corpo, questo foglio, questo fuoco"

Di

Editore: Rizzoli (BUR saggi)

4.4
(273)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 819 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8817046620 | Isbn-13: 9788817046626 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Franco Ferrucci , Mario Galzigna , Emilio Renzi , Beatrice Catini , Vittore Vezzoli ; Curatore: Mario Galzigna

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: History , Non-fiction , Philosophy

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Descrizione del libro
Ricostruendo la funzione storica e culturale della follia, nella fase cruciale che va dal tardo Medioevo alla Rivoluzione industriale, Foucault rintraccia le radici del funzionamento della società occidentale, a partire dai meccanismi di esclusione e criminalizzazione di ogni forma di diversità e di devianza. L'esito è un'opera capitale, che ha segnato la storia del pensiero europeo. Una narrazione serrata e avvincente, in cui trovano spazio le voci, rare ma decisive, che hanno squarciato il velo sulla follia e la sua tragedia, da Sade a Nietzsche, da Van Gogh ad Artaud. Questa nuova edizione costituisce la prima versione completa in lingua italiana, con l'aggiunta di passi mai tradotti e la Prefazione alla prima edizione del 1961.
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  • 5

    La follia, l'immagine della morte. Foucault ripensa la follia a partire dall'età classica, ossia il 600 del discorso sul metodo di Cartesio.
    Descartes ha escluso la follia dal suo cogito (ergo sum), r ...continua

    La follia, l'immagine della morte. Foucault ripensa la follia a partire dall'età classica, ossia il 600 del discorso sul metodo di Cartesio.
    Descartes ha escluso la follia dal suo cogito (ergo sum), raccogliendo un'eredità che è cominciata alla fine del medioevo, quando si è cominciato a far "viaggiare" i folli, a lasciarli alle porte delle città: né dentro né fuori dalla normalità, ma a debita distanza.
    Così facendo l'umanità ha perso, dimenticato, rimosso il valore mantico e divinatorio della follia, recuperato solo dai poeti e dai pittori folli (Van Gogh, Raymond Roussel).

    ci tengo a esprimere la mia gratitudine a Michel Foucault e alla sua Storia della follia, che mi ha permesso di relativizzare la malattia mentale, di cui ho avuto triste esperienza nella vicenda di una persona che mi è cara.

    Gli uomini vogliono racchiudere la follia in un luogo o in un concetto (non è molto diverso), ma la follia parla il linguaggio 'troppo umano' della morte e dell'arte che osa farne espressione della verità. La razionalità, conquista recente e precaria dell'uomo, non perdona ai pazzi la loro sincerità, il loro dire la verità sull'uomo e sulla sua fragile precarietà.

    ha scritto il 

  • 3

    La nave dei folli

    Amo l’immagine iniziale del libro: la Narrenschiff, la Nave dei folli, su cui venivano imbarcati i pazzi cacciati dalla città, consegnandoli a un’erranza che dà già la cifra dell’interpretazione fouca ...continua

    Amo l’immagine iniziale del libro: la Narrenschiff, la Nave dei folli, su cui venivano imbarcati i pazzi cacciati dalla città, consegnandoli a un’erranza che dà già la cifra dell’interpretazione foucalultiana della follia: l’errare fuori dalla ragione, andare senza approdi da un luogo all’altro perchè esclusi.Ma soprattutto lega simbolicamente l’acqua all’a-logos. Suggestione nietzscheana, del binomio terra/acqua, in cui la prima è il simbolo del fondamento, della certezza e il secondo elemento è la cifra degli uomini nuovi, che salpano in cerca di un nuovo mondo, ossia di una nuova razionalità.

    La storia della di follia, si dipana in un’analisi del comportamento della ragione rispetto alla follia nel Medioevo e nel Rinascimento, perchè il vero titolo del libro potrebbe essere La storia della ragione. La Ragione per fondarsi, per comprendersi ha avuto bisogno di tracciare quel limite, olte il quale non si riconosceva più. Oltre quel limite, ovviamente il sogno e l’arte. Ma questo mistero, questa sacralità legata al furore, si perde proprio con la fondazione moderna della Ragione, ossia con Cartesio. Da quel momento, la follia è rinchiusa, circoscritta, non ha più i contorni tenebrosi ma affascinanti di un furore, anche conoscitivo. Il cogito non lascia spazio alla dimensione dell’irrazionale e la follia è colpa. Ci si avvia all’internamento, come mecanismo di salvaguardia sociale.

    Se questi temi hanno fatto del libro di Foucault uno dei manifesti dell’anti-psichiatria, devo dire che non è quello che ha maggiorente catturato il mio interesse, quanto la sfida di dire l’indicibile. Foucault sa che il vero limite dell’a-logia è il silenzio. La follia è indicibile, come il decennio di silenzio seguito al bacio del cavallo a Torino da parte di Nietzsche.

    “Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia. Resterà soltanto un enigma di questa Esteriorità. Quale era dunque, ci si domanderà, questa strana delimitazione che è stata alla ribalta dal profondo Medioevo sino al ventesimo secolo e forse oltre? Perché la cultura occidentale ha respinto dalla parte dei confini proprio ciò in cui avrebbe potuto benissimo riconoscersi,in cui di fatto si è essa stessa riconosciuta in modo obliquo? Perché ha affermato con chiarezza a partire dal XIX secolo, ma anche già dall’età classica, che la follia era la verità denudata dell’uomo, e tuttavia l’ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata?”
    Ciò che rimane con più forza di questo libro è la necessità del binomio in qualsiasi discorso sulla follia. Cioè il binomio follia/ragione, medico/paziente. Pensare la follia ha senso solo in questa polarità, costitutiva, con la regola, con la normalità. Atraverso questa polarità, Foucault legge anche la psicoanalisi: In questa misura appunto la psichiatria del XIX secolo converge realmente verso Freud, il primo ad aver seriamente accettato la realtà della coppia medico-malato. Mentre il malato mentale è interamente alienato nella persona del suo medico, il medico dissipa la realtà della medicina mentale nel concetto critico di follia. Verso il medico Freud ha fatto confluire tutte le strutture approntate da Tuke e Pinel nell’internamento. Ha certo liberato il malato dall’esistenza manicomiale ove l’avevano alienato i suoi “liberatori”; ma non lo ha liberato da quel che questa esistenza aveva di essenziale; ne ha radunati i poteri li ha tesi al massimo annodandoli tra le mani del medico; ha creato la situazione psicoanalitica in cui, grazie a un geniale cortocircuito, l’alienazione diviene disalienazione, perché, nel medico, essa diventa soggetto. Il medico, in quanto figura alienante, rimane la chiave della psicanalisi. Forse proprio perché non ha soppresso quest’ultima struttura, e vi ha ricondotto tutte le altre, la psicanalisi non può, non potrà intendere le voci della déraison, né decifrare intrinsecamente i segni dell’insensato. La psicanalisi può sciogliere alcune forme di follia; ma rimane estranea al lavoro sovrano delladéraison”.
    Dall’uomo all’uomo vero, il cammino passa attraverso l’uomo folle.

    ha scritto il 

  • 4

    "Non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto. E da molto tempo si sa bene che l'uomo non comincia con la libertà ma con il limite e con la linea dell'invalicabile."

    Vivevam ...continua

    "Non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto. E da molto tempo si sa bene che l'uomo non comincia con la libertà ma con il limite e con la linea dell'invalicabile."

    Vivevamo in piccole e fredde gabbie con le sbarre di legno, una piccola pressione e queste ci lasciavano andare. Ora viviamo in immense e comode gabbie ma le sbarre sono fatte di un materiale adamantino e plastico, con grandi sforzi puoi piegarle ma non ti lasceranno mai passare.

    ha scritto il 

  • 5

    “Le persone che amo, le utilizzo. Il solo segno
    di riconoscimento che si possa testimoniare
    a un pensiero […] è precisamente di utilizzarlo,
    di deformarlo, di farlo stridere, gridare. Allora,
    dicano p ...continua

    “Le persone che amo, le utilizzo. Il solo segno
    di riconoscimento che si possa testimoniare
    a un pensiero […] è precisamente di utilizzarlo,
    di deformarlo, di farlo stridere, gridare. Allora,
    dicano pure i commentatori se si è o non si è
    fedeli, ciò non ha alcun interesse”
    (Michel Foucault, 1975)

    ha scritto il 

  • 4

    Il "Grande Internamento" è la tracciatura di una linea di separazione ben marcata tra ragione e follia che passa per l'istituzione delle grandi case di internamento per poveri, disoccupati, corrigendi ...continua

    Il "Grande Internamento" è la tracciatura di una linea di separazione ben marcata tra ragione e follia che passa per l'istituzione delle grandi case di internamento per poveri, disoccupati, corrigendi e insensati, a un tempo luoghi di assistenza e repressione, beneficio e punizione, ma legati a nessuna idea medica quanto piuttosto a un'istanza di ordine e a un esercizio di riforma e coercizione morale (stupefacente sintesi di obbligo morale e legge civile, morale impartita per via d'assegnazione amministrativa), assecondando così l'idea borghese secondo cui la virtù è un affare di Stato e la repubblica del bene va imposta con la forza a tutti quelli sospettati di appartenere al male. Insomma, prigioni dell'ordine morale fondate sull'idea che se si è riusciti a sottomettere al giogo taluni animali feroci, non si deve disperare di correggere l'uomo che si è fuorviato.

    ha scritto il 

  • 5

    Ok, è lunghissimo e prolisso in certi punti. Ma è una lettura assolutamente indispensabile. Libro imbevuto di una cultura stupefacente, ogni pagina è una scoperta e un arricchimento personale.
    Stupefa ...continua

    Ok, è lunghissimo e prolisso in certi punti. Ma è una lettura assolutamente indispensabile. Libro imbevuto di una cultura stupefacente, ogni pagina è una scoperta e un arricchimento personale.
    Stupefacente nel senso più pieno del termine, un'opera magistrale e maestosa.

    "Ricostruendo la fenomenologia storica e cultura della follia [...] rintraccia i segni e le radici che stanno alla base del funzionamento della nostra società. A partire dai meccanismi di esclusione e di criminalizzazione di ogni forma di diversità e di devianza".

    ha scritto il 

  • 5

    Un singolare libro di morale

    "Compito del pensiero, ha detto una volta Michel Foucault, è rendere difficili i gesti troppo facili. Compito tanto più complicato e drammatico quando si ha a che fare con le cose che, a loro volta, s ...continua

    "Compito del pensiero, ha detto una volta Michel Foucault, è rendere difficili i gesti troppo facili. Compito tanto più complicato e drammatico quando si ha a che fare con le cose che, a loro volta, sono le più difficili. E occuparsi della follia è di certo una di quelle, forse la più difficile di tutte. Il lavoro instancabile compiuto da Foucault nella forma del dissodamento e della ricostruzione delle modulazioni molteplici, variabili, eterogenee, della complicata trama di discorsi e di pratiche a partire da cui gli uomini si sono curati della follia – anche se in genere di quella degli altri – può essere ricondotto, forse persino ridotto, al tentativo di rompere le evidenze accecanti e le certezze troppo sicure di sé affinché gesti appunto troppo facili – internare un uomo, soffocarne o sequestrarne la parola, sospenderne i diritti, somministrargli un farmaco, fissarne l’identità, poco importa se definita come patologica – ritornino a essere difficili. Tutte le conoscenze che sull’enigma della follia si sono costruite, tutti i saperi che sul tentativo di ridurre, se non di abolire, il rapporto “tra l’uomo e i suoi fantasmi, il suo impossibile, il suo dolore senza corpo, la sua carcassa durante la notte” si sono formati, tutti i discorsi che sullo sforzo di rischiarare, se non di cancellare, l’oscura appartenenza dell’uomo alla sragione, si sono edificati, prima e più radicalmente di quanto essi fossero già in grado di fare da soli, Foucault li ha costretti a interrogarsi su di sé – ovvero a compiere quell’esercizio critico, e autocritico, che rappresenta, da almeno due secoli a questa parte, ciò che è più proprio della riflessività e della coscienza di sé di una modernità che si è venuta sviluppando contemporaneamente alla costituzione di un sapere psicologico e psicopatologico. E lo ha fatto proprio perché era convinto che quei saperi e quei discorsi potessero sussistere – come del resto possono vivere una società, o addirittura un individuo – solo nel e grazie al lavoro effettuato su se stessi, in virtù dell’esercizio di una critica permanente su di sé e sulle istituzioni, gli apparati, i dispositivi, di cui si sono dotati. Era insomma a questo lavoro del pensiero su se stesso, all’interno di una scena nella quale il pensiero è una forza accanto ad altre forze che entrano in gioco, si mettono a rischio, affrontano dei pericoli, che Foucault aveva ridato, dopo Nietzsche, ma in altro modo, il nome antico di genealogia – e addirittura, come si era arrischiato a dire in qualche rara occasione, di “genealogia della morale”. Non è un caso, allora, se un giorno, introducendo l’edizione americana dell’Anti-Edipo (originariamente pubblicato in Francia nel 1972), Foucault ha scritto che si trattava di “un libro di etica”, anzi del “primo libro di etica apparso in Francia da ormai molto tempo”. Stava parlando di un libro e di un’etica singolari. Quel che però lì Foucault non diceva è che quel libro era stato a sua volta reso possibile anche dal libro che lui aveva scritto dieci anni prima (Storia della follia nell'età classica,1961). Qui vorremmo allora sostenere che quel libro è un libro morale, forse persino un libro di morale, e addirittura un libro che è opera di “un moralista”, come a Foucault (secondo una fonte apocrifa) accadde di definirsi una volta. Ma un moralista di tipo nuovo, il quale, piuttosto che “farci la morale” – com’è accaduto da quando questa è stata ridotta, come avevano già denunciato, ciascuno a suo modo, Kant e Nietzsche, alla semplice enunciazione normativa di un codice che ha finito con l’identificarsi con “tutti i precetti antichi e moderni”, con la Legge, infine addirittura con il diritto –, ha immaginato le forme possibili di una “rivoluzione morale”. Una rivoluzione a partire dalla quale fosse nuovamente possibile immaginare una pratica della democrazia in cui l’esperienza della sragione avrebbe potuto trovare un suo luogo, magari instabile, incerto, provvisorio, ma pur tuttavia aperto a una modulazione agonistica, a un affrontamento interminabile, nel quadro dei rimaneggiamenti incessanti, perché indecidibili, dei nostri “giochi del vero e del falso”.
    Vi sono libri il cui singolare destino è quello di diventare qualcosa di più e di diverso da un libro. Si tratta di quei libri che trasformano i nostri modi di percepire e di pensare, e insieme i nostri modi di essere e di vivere. Libri che modificano la concezione che ci facciamo di un oggetto o di un problema, e che con una necessità altrettanto rigorosa implicano che i gesti con cui ci accostiamo a loro, i rapporti che intratteniamo con essi, non siano più i medesimi. Per molti, la thèse pubblicata nel 1961 è stato uno di questi libri, punto di partenza di tutte le sue indagini successive. (...)"

    Tratto da Aut Aut n.351 - Saggio di Mauro Bertani (qui riportato parzialmente) intitolato "Un'opera morale" pg.71/72/73. Il numero 351 della rivista Aut Aut è dedicato al cinquantesimo anniversario della pubblicazione di Storia della Follia (1961 - 2011).

    Maggiori informazioni sul numero 351: http://saggiatore.it/aut-aut/

    ha scritto il 

  • 5

    pagine 142-143

    L'alternanza è chiara: mano d'opera a buon mercato nei periodi di pieno impiego e di alti salari; e in periodo di disoccupazione riassorbimento degli oziosi e protezione sociale contro l'agitazione e ...continua

    L'alternanza è chiara: mano d'opera a buon mercato nei periodi di pieno impiego e di alti salari; e in periodo di disoccupazione riassorbimento degli oziosi e protezione sociale contro l'agitazione e le sommosse. Non dimentichiamo che le prime case d'internamento appaiono in Inghilterra nei centri più industrializzati del paese [...]; che il primo Hopital général è stato aperto a Lione, quarant'anni prima che a Parigi; che la prima tra tutte le città tedesche, Amburgo, ha il suo Zuchtaus fin dal 1620. Il suo regolamento, pubblicato nel 1622, è molto preciso. Tutti gli internati devono lavorare. Si tiene conto esattamente del valore della loro opera, e si dà loro il quarto di esso. Perché il lavoro non rappresenta soltanto un'occupazione: dev'essere produttivo.

    ha scritto il 

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